Controcorrente

Sfogliando gli annuari FIAF ed i numeri della rivista “Il Fotoamatore” del periodo che và dalla fine degli anni 70 alla fine del decennio successivo e, contemporaneamente dando uno sguardo agli avvenimenti che avvenivano nel panorama della fotografia contemporanea nello stesso periodo, non possiamo stupirci se la fotografia amatoriale di stampo FIAF veniva considerata, quando veniva considerata, un po’ come la Cenerentola della fotografia espressiva. Gli anni precedenti erano stati anni di fermento e dalla FIAF erano usciti fior di professionisti e di fotografi espressivi; il problema è che, a lungo andare ne erano proprio “usciti”…

Praticamente, che io mi ricordi, le manifestazioni, al tempo sponsorizzate dalla nostra Federazione erano limitate ai concorsi validi per la statistica, con le loro regolette inamovibili come ad esempio: lato maggiore delle immagini presentate compreso tra 30 e 40 centimetri (vere e proprie gigantografie per l’epoca), temi canonici quali ritratto, paesaggio, soggetti vari???, rare sezioni per sequenze, racconti e reportages, qualche premio speciale tra i più fantasiosi tipo miglior foto umoristica, sportiva, macro, di natura, d’avanguardia e sperimentale e via dicendo. La situazione non era migliore in ambito internazionale anche la FIAP e la PSA si muovevano su sentieri simili, che rendevano il panorama amatoriale assolutamente chiuso, autoreferenziale e fine a se stesso.La rivista della federazione era scritta da fotoamatori per altri fotoamatori: non vi era praticamente traccia di interesse per altri tipi di manifestazione. Se oggi pensiamo che nel luglio del 1978 fu inaugurata al Museum Of Modern Art di New York, una mostra come “Mirrors and Windows” fortemente voluta dal suo curatore dell’epoca John Szarkowski, destinata a lasciare una profondissima traccia nella storia e nel pensiero relativi alla fotografia espressiva, se pensiamo che a nove anni dopo, nella primavera del 1987 a Palazzo Fortuny a Venezia venne presentata una mostra come “Nuovo Paesaggio Americano – Dialectical Landscapes” che aprì una profonda discussione a tutto tondo sulla visione fotografica ancor oggi attualissima e che dette il via ad una generazione di fotografi a livello internazionale molto rappresentata anche nel nostro paese, dobbiamo riconoscere anche, che purtroppo nulla di tutto questo sembrò al tempo interessare la Federazione ed i suoi iscritti, così non ci deve stupire se la medesima non godette di grosso prestigio al di fuori di se stessa e di realtà similari. Durante gli anni novanta, un gruppo di dirigenti FIAF “illuminati” ha dato il via ad un cambiamento profondo: la Federazione si è aperta al mondo esterno della fotografia, ha preso ad organizzare incontri con critici di alto profilo, ha rifondato la rivista che adesso con il nome di Fotoit pubblica articoli ed informazioni su autori e manifestazioni nazionali ed internazionali di ottimo livello, sono state iniziate proficue relazioni editoriali e sponsorizzazioni con riviste, case editrici, aziende produttrici di materiale fotografico, si sono affiancate al tradizionale giro dei concorsi, altre manifestazioni ad ampio respiro quali circuiti dedicati ai portfoli in cui gli autori possono proporre lavori ampi e strutturati con assoluta libertà espressiva, è stato inaugurato il Centro Italiano della Fotografia d’Autore a Bibbiena che ospita mostre, sia a tema che libere, di vari autori a livello internazionale. Lo stesso Fotoclub Avis di Bibbiena, sotto la guida dell’infaticabile Vicepresidente FIAF Roberto Rossi, ha avuto il coraggio e la forza organizzativa di proporre manifestazioni di notevole spessore quale “Crediamo ai tuoi occhi”, in cui autori di alto livello, in grado di realizzare lavori coerenti di ampio respiro, concorrono per premi prestigiosi, quali mostre personali in sedi espositive diverse ed addirittura per la pubblicazione di un libro monografico dedicato al vincitore assoluto. Dall’anno scorso a questa iniziativa si alterna la “Biennale Giovani” che ha permesso a tanti giovani fotografi di essere gratificati con spazi espositivi, con la collaborazione agli allestimenti, con incontri dedicati ed ha permesso anche alla FIAF di scoprire nuovi talenti. Tutto questo ha portato la fotografia amatoriale del nostro paese a “sdoganarsi”, ad uscire dal ghetto, a confrontarsi a pieno titolo con le altre realtà relative alla fotografia artistico-espressiva. Resta da fare, secondo il mio parere un altro passo, il problema è che si tratta di un passo molto lungo ed estremamente complesso e difficile. Mi capita spesso di assistere a manifestazioni fotografiche, espositive, di critica e discussione organizzate dalla FIAF o da altre realtà, magari in occasione di mostre o di altri eventi, così come mi capita di andare presso gli amici di altri circoli fotografici, in occasione dei loro concorsi interni o semplicemente per fare una chiacchierata su qualche tema inerente la fotografia. Allo stesso tempo, non perdo occasione, ogni volta che posso per seguire manifestazioni ed arricchire la mia biblioteca, per cui, mi sento di dire che ho abbastanza presente il polso della situazione attuale. Tornando alla FIAF ed i suoi associati, il problema che colgo è l’esistenza di due Federazioni distinte ed anche molto distanti l’una dall’altra. Lo spartiacque che separa questi due rami della Federazione si fonda sul piano culturale e sul piano critico.

Ho incontrato una prima FIAF quando, assistendo a manifestazioni e tavole rotonde, leggendo Fotoit, o  “Riflessioni” la rivista del CIFA, ho avuto modo di ascoltare relazioni o di leggere articoli di alto spessore critico. Spesso tali dissertazioni si basavano su assunti propri di altre discipline quali la sociologia, la psicologia, la semiologia, durante le quali, intervenendo su temi parziali inerenti l’universo “fotografia”, gli esperti portavano il loro contributo sulla materia con un linguaggio di notevole complessità. D’altra parte la fotografia è materia duttile, di difficile definizione, estremamente stimolante, nel trattamento della quale si sono cimentati direttamente o indirettamente illustri rappresentanti dell’”Intellighenzia” mondiale, basti pensare agli scritti sulla fotografia di Roland Barthes, di Giséle Freund, di Susan Sontag, di Rosalind Krauss,di Claudio Marra  ed altri
I limiti di queste conferenze, di questi articoli, di questi testi, peraltro assolutamente interessanti ed illuminanti, sono a mio avviso tre: il primo, che limite non è, è il fatto innegabile che sono rivolti a persone preparate, con un background culturale specifico ampio, che possano essere in grado di comprenderli. Il secondo è che spesso trattano argomenti assolutamente parziali inerenti a specifici segmenti della fotografia espressiva, ma che sono confacenti a quelle tematiche specifiche che l’autore intende affrontare per cui il tema “fotografia” non è posto sul piano principale del discorso, ma resta solo quale corollario utile per affrontare tematiche basate su materie diverse nel campo delle scienze umane. Il terzo è che questi temi, al di là del loro indiscutibile valore culturale, non sono quasi mai temi adatti ad aiutare i comuni fotografi FIAF a migliorare i loro lavori, a correggere i loro errori, ad aumentare la loro comprensione, non avendo quel carattere pratico di “costruttività” che dovrebbe avere una critica per risultare universalmente utile.
Devo dire che non è facile trovare testi che, con un linguaggio sufficientemente chiaro, semplice e diretto possano essere d’aiuto al fotografo che intende migliorarsi: solo par fare qualche esempio vissuto personalmente, quelle cose che mi hanno aiutato a comprendere alcuni aspetti della fotografia espressiva, le ho spesso trovate su libri che trattavano di altro: per chiarirmi le idee, ad esempio, sulla relazione forma-contenuto, tanto fondamentale quanto erroneamente data per scontata, mi sono dovuto rifare ad un testo di critica d’arte del 1930 quale “Saper vedere” di Matteo Marangoni. Altri spunti interessanti trasferibili concettualmente al campo della fotografia espressiva li ho trovati ad esempio sul piacevole quanto intelligente saggio “L’arte dissente” di Jeanette Winterson, basato sulla critica letteraria. Ci sono state anche letture o incontri specifici che mi hanno veramente aiutato: ogni scritto di Jean-Claude Lemagny, Molti articoli di “Gente di Fotografia” in special modo quelli di Vincenzo Mirisola, gli scritti a corredo del libro “Nuovo Paesaggio Americano-Dialectical Landscapes” del 1987, un colloquio con George Tatge di tanti anni fa, una conferenza dello stesso Tatge, un colloquio con Luigi Ghirri, una chiacchierata con Oliviero Toscani e poco altro. Questi ultimi sono stati incontri ed esperienze davvero illuminanti che mi hanno fatto vedere cose che sino ad allora non ero riuscito a comprendere appieno e mi hanno permesso di portare a livello di coscienza elementi, che erano solo confusamente intuiti, rafforzando in me la consapevolezza e dandomi una qualche certezza che si è poi rivelata assai utile per la mia attività di appassionato di fotografia.

Ho incontrato una seconda FIAF quando mi è capitato di recarmi presso altri circoli fotografici in occasione dei loro concorsi interni o a fare una chiacchierata sulla fotografia in generale o su particolari temi inerenti. Spesso alla fine c’è stato qualcuno, specialmente tra i giovani, che si è avvicinato e mi ha detto che la chiacchierata gli è stata di buona utilità e che non gli era mai capitato di sentir trattare l’argomento in quel modo. Non posso negare che la cosa mi abbia dato una certa soddisfazione, ma mi ha fatto porre anche una domanda: perché cose che dovrebbero essere ovvie, dette con un linguaggio semplice, che trattano terra terra l’argomento fotografia espressiva, magari prendendo spunto dalle foto degli autori presenti debbano risultare “mai sentite” anche da fotografi che frequentano circoli da anni?
E’ su questo punto, ritengo, che la FIAF dovrebbe sforzarsi di trovare strumenti per incidere: non credo sia importante tanto il diffondere maggiormente la fotografia, credo anzi che oggi, nell’era digitale, se ne faccia anche troppa, bensì, penso che sia da diffondere cultura fotografica e nello specifico, quella parte di cultura fotografica di base, che abbia il preciso scopo di aiutare tanti soci a crescere e poter così colmare il “gap” tra le due FIAF. Si tratta di parlare con chiarezza, di stabilire, chiarire e far interiorizzare una volta per tutte certi concetti fondamentali che possono diventare immediatamente “operativi” presso quegli autori intenzionati a migliorare il proprio lavoro. Chiarire la relazione tra tecnica, contenuto, forma e progetto ad esempio. Credo che per tanti nostri colleghi appassionati di fotografia siano argomenti forse scontati, ma per tanti altri no, mentre sarebbero assolutamente necessari per permettere ad ognuno di maturare consapevolmente quell’atteggiamento espressivo e di onestà intellettuale utile a trovare un proprio percorso di lavoro autonomo.
Oggi, nell’era della fotografia digitale questo è quanto mai indispensabile: troppo semplice è divenuto imitare. Voglio citare una frase ripresa dall’interessante intervista al Presidente Fulvio Merlak nel numero di Marzo 2009 di Fotoit a pagina 25, che mi ha profondamente colpito. Alla domanda sui grandi cambiamenti apportati alla fotografia dal passaggio dall’analogico al digitale, tra le altre cose egli  dice:

“…il digitale ha introdotto enormi ed innegabili vantaggi ed è quasi paradossale che fra questi ci sia anche una più agevole diffusione dell’informazione, proprio quell’informazione che molti paventano possa essere contraffatta dalla nuova tecnologia. Tuttavia io ritengo che questo sia un problema di carattere etico, che non ha niente da spartire con la tecnica. Alla scienza spetta il nobile compito di ricercare e di progredire; agli uomini spetta l’obbligo morale di utilizzare i progressi in modo corretto”.

Questo bel concetto è perfettamente trasferibile nel campo dell’attività fotoamatoriale: questo indiscutibile obbligo morale potrebbe diventare la conseguenza spontanea di una maggior diffusione della cultura fotografica; non di una cultura accademica, ma di quelle basi fondamentali atte a portare l’appassionato di fotografia non più a rincorrere i facili successi oggi tanto più ottenibili con strumenti che rendono elementare la possibilità di imitazione, ma a guardare il mondo con i suoi propri occhi, ad acquisire e perfezionare quella parte di Tecnica che gli serva per esprimersi senza, della tecnica, diventare feticista; a comprendere che il Contenuto di un  lavoro è l’autore stesso, che non esistono contenuti di serie “A” o di serie “B”: il mio contenuto è la mia visione del mondo, del mio atteggiamento artistico per quanto modesto possa essere, sia che io oggi sia reporter, narratore, paesaggista, ritrattista etc., e si evolve e cambia con il cambiare della mia cultura, della mia condizione, del mio stato d’animo, della mia esperienza.
Comprendere che il nucleo del modo operativo è la Forma, che in sé racchiude e sintetizza il tutto (e che rende l’analogico ed il digitale cose diverse, come diverse sono le immagini scattate con la Polaroid, con la macchina a Foro Stenopeico, con la Holga, con il Lensbaby, oppure stampate al Platino-Palladio o con la tecnica a pennello, tanto per fare alcuni esempi). La forma è lo stile, la mancanza di forma rende nulla qualsiasi immagine (“inerte”, per dirla con Roland Barthes): sviluppando la forma, leggendo la luce, la materia, la composizione, interpretando il colore, si cresce; baloccandoci con la tecnica, la calligrafia della fotografia, oppure con la ricerca di contenuti “nobili” magari sostenendo in modo più o meno snob che la forma non ci interessa, perdiamo solo tempo e risorse senza ottenere risultati validi. (Questo mio “dente avvelenato” contro un malinteso “contenutismo” e dovuto solo alla constatazione dei danni che questa chimerica ricerca di un qualcosa che era già dentro ognuno di noi ed andava solo scoperto ha fatto e continua a fare ai fotografi).
Il Progetto è di grande aiuto, porsi uno o più progetti: questo ci permette di acuire la visione, di aumentare la concentrazione sui particolari, di trascendere i tempi, i luoghi e le situazioni in cui ci troviamo ad operare.

Un altro aspetto fondamentale da considerare è la serietà dell’impegno che il fotografo FIAF dovrebbe, secondo me, profondere nel suo lavoro, in tutti gli aspetti del suo lavoro, dall’idea dello scatto al montaggio delle stampe. La rivoluzione digitale, infatti, rischia di allargare di nuovo il “gap” tra la nostra fotografia amatoriale e gli altri settori della fotografia espressiva. Chi ha visto ad esempio l’ultima edizione di “Lucca Digital Foto Fest”  avrà sicuramente notato il modo di proporre le immagini e la qualità delle stesse. Data la capacità del digitale, di mantenere qualità e nitidezza eccezionali anche ad ingrandimenti spinti, le immagini erano quasi tutte di grandi dimensioni. Tutte le mostre, salvo quella dei filmati, erano espresse su supporti materiali, con stampe di qualità notevole, montate e presentate in maniera superba. Comprendo le difficoltà tecniche per i circoli organizzatori, ma oggi, nell’era delle stampanti inkjet di formato A0 e dei Plotter, la vecchia regola del lato maggiore compreso tra i 30 ed i 40 centimetri, pone un serio handicap per le mostre FIAF, nel confrontarsi con altre manifestazioni.

Altro aspetto: la cura nella presentazione delle opere.
Premesso che non è semplice sindacare sulle scelte che un autore fa, ad esempio, per incorniciare le sue opere, capita a volte di vedere degli “accrocchi” veri e propri: fotografie montate stile “manifesto funerario”, altre appena attaccate con nastro adesivo su un pezzo di cartoncino bristol, il tutto dà al visitatore della manifestazione, un’idea di osservare dei lavori approssimativi, proprio oggi che in altre manifestazioni, la cura della presentazione è fatta a livello maniacale. Anche qui probabilmente sarebbe possibile una sorta di “intervento educativo” da parte della Federazione. Oggi, in molte facoltà universitarie di fotografia, il piano di studi prevede un esame specifico sul “Procedimento di preparazione di un portfolio”. Senza arrivare all’estremo di comprarsi dei passepartout degni del “Louvre”, un’opera di stimolo verso i fotografi perché abbiano rispetto per le proprie immagini in quanto “oggetti della loro creatività”, sarebbe credo possibile e contribuirebbe a togliere quel senso di “dilettantismo” o di “mostra da sagra paesana”, a volte presente nelle nostre manifestazioni.

In ultimo, e su questo prevedo enormi resistenze (ma vedo anche enormi rischi se si continua su questa strada), è la pratica deleteria sempre più diffusa di non inviare ai concorsi opere su supporto solido, ma solo files digitali. Un bel dischetto usa e getta, poche spese di spedizione, nessuna di restituzione tanto gli originali se ne stanno al sicuro sull’Hard Disk di Backup, 15/20  minuti di proiezione e tutti a casa.
Questo, secondo me, è veramente un grosso problema.
Il nostro tempo, forse non sarà ricordato come un’epoca molto creativa, ma sicuramente di ricerca del perfezionismo almeno dell’apparenza.
Quella proiettata non è fotografia, non lo è mai stata, secondo me neppure al tempo delle diapositive e per vari motivi.
La diapositiva era il metodo che consentiva di avere le migliori immagini a colori, le più fedeli.
In campo professionale, la facilità di gestione, la buona possibilità di duplicazione, consentivano a fotografi ed agenzie di archiviare comodamente le immagini in diapositiva per usarle in seguito come ottime matrici per la stampa tipografica. In campo amatoriale si facevano anche le proiezioni nei concorsi, ma appena la tecnica lo consentì si passò alla proiezione in dissolvenza incrociata sino al diaporama. Questi strumenti, così come oggi la multivisione, hanno piena ragione di esistere ma sono molto diversi dalla singola “opera” fotografica. Nella multivisione, i tempi di dissolvenza, le sovrapposizioni, la base sonora, i ritmi, sono tutte cose che servono al fine creativo di confezionare un prodotto multimediale, a volte molto intenso ed emozionante, ma dinamico, imparentato più con il cinema che con la fotografia.
La fotografia o la sequenza fotografica sono basate su una o più singole immagini che il visitatore deve poter gustare come i quadri ad una mostra di pittura. Deve essergli consentito di soffermarsi su un’immagine per cercarne i particolari, tornare indietro per un confronto, discuterne durante la mostra e altro.
La fotografia per avere valore deve essere un oggetto, concreto, tattile, non effimero come un lampo di luce di tre o quattro secondi che passa e non lascia niente.
La messa su carta fa parte della sua genesi, del suo completamento formale. Come nell’analogico si sceglievano diverse carte per interpretare al meglio la nostra visione, tanto più oggi, con il digitale, le superfici a disposizione sono innumerevoli, ognuna con le sue caratteristiche che conferiscono la loro porzione di espressività all’immagine finale.
Prendiamo anche un altro aspetto prettamente tecnico: Il fotografo digitale evoluto elabora la sua immagine “raw” nella “camera chiara” del suo computer; per avere i risultati migliori ha scelto un monitor di alta qualità, lo mantiene perfettamente calibrato, ha profilato correttamente la sua stampante su cui ha caricato quegli inchiostri che sa che possono dargli il risultato desiderato, su quel tipo di carta che tra centinaia di possibilità trova più rispondente alle sue esigenze; poi, però si ritrova prendere quattro immagini, interromperle a metà dell’opera, mortificarle nel formato “.jpg” per mandarle ad un concorso in cui saranno visionate su un monitor magari da 150 euro dell’Ipercoop che appiattirà colori e contrasti e proiettate per qualche secondo in una sala dove nessuno, terminata la proiezione, potrebbe riconoscere che c’è stata una mostra fotografica.
Una provocazione: la FIAF dovrebbe, secondo me, negare ogni forma di patrocinio a concorsi che prevedono la proiezione di files.
Mi posso immaginare le reazioni ad un provvedimento simile, ma proviamo a ragionarci sopra: internet è piena di foto community dove i vari autori commentano i propri files, abbiamo veramente bisogno di duplicati di questo tipo nella FIAF? Ho sempre consigliato ai novizi della fotografia che se devono prendersi qualche autore a modello, si scelgano i grandi maestri. Allo stesso modo mi sento di raccomandare alla Federazione ed agli organizzatori di concorsi di patrocinare o proporre magari qualche manifestazione in meno ma quando si patrocina o si organizza, badare che tutto sia fatto al meglio, ed il risultato finale sia al pari di quello che viene proposto presso le gallerie più blasonate d’Italia e d’Europa.
Per la FIAF, incentivare questo tipo di percorso corrisponderebbe ad una scelta di evoluzione qualitativa, per i Circoli organizzatori significherebbe avere un incremento di pubblico e di soddisfazione, per gli Autori, vorrebbe dire adottare un metodo di lavoro che sicuramente ripagherebbe molto più in termini di soddisfazione personale di quello che ha richiesto in termini di impegno. L’epoca digitale propone e proporrà sempre più, oltre alle opportunità, tante varie nuove problematiche.
Sta alla nostra Federazione fare delle scelte: educazione capillare dei fotografi FIAF, con provvedimenti anche selettivi, che magari possano creare una discussione forte, ma attuati con lo scopo preciso di crescere e di far crescere in qualità, continuando a permettere quel confronto alla pari con le altre realtà che gravitano nell’universo della fotografia espressiva.
Dall’altra parte c’è il rischio di tornare ad essere una realtà autoreferenziale, non in sintonia con il mondo esterno dell’arte fotografica.
Credo che questo non sia un rischio da sottovalutare.

Massimo Padelli

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Comments (29)

 

  1. Antonino Tutolo scrive:

    E’ la prima volta che sento parlare di fotografia con una consapevolezza dei suoi problemi, delle sue necessità, così chiara ed esaustiva.
    Per imparare quel poco che conosco fotograficamente, ho dovuto raccogliere le briciole di conoscenze ed esaperienze di decine di amici e maestri. Ho dovuto discriminare tra quelle contrastanti e trovarne il capo logico.
    Ho dovuto affannarmi a ricercare, in ogni dove, le indicazioni per l’acquisto di libri che allargassero i miei orizzonti fotografici.
    Bartes, Sontag, Kandinsky, ecc.
    Chi li conosce?
    Nei circoli di questi argomenti non si parla.
    La fotografia è ancora il B/N. Al massimo la diapositiva.
    Le regole sono statiche e limitate, le indicazioni stantie.
    Ho lasciato, per motivi personali, la FIAF, per un paio d’anni. Il prossimo anno rientro: ho già anticipato la quota associativa.
    Ritrovo una nuova associazione; più viva, più illuminata, più aperta agli influssi ed alle realtà esterne che provengono dal mondo intero.
    Il digitale allora era ancora disscriminato. Ora viene accolto con la meritata attenzione.
    Possibile che non esista un libro valido e completo, che insegni la nuova fotografia; scritto da un italiano, in italiano, nel rispetto e nella valorizzazione della cultura italiana?
    Chi non conosce l’inglese arriva solo dopo anni alla conoscenza delle nuove tecniche, delle nuove tendenze artistiche.
    Per decenni abbiamo imitato, con grande apprezzamento e rispetto, Giacomelli ed altri validissimi maestri italiani.
    Ma il mondo intanto ha girato in modo folle.
    Il digitale non trova maestri degni di questo nome.
    Chi fa capire ai giovani cos’é l’arte?
    Chi li aiuta a trovarsi, a crearsi una personalità, uno stile?
    Chi li aiuta a organizzare una personale, un portfolio?
    Chi li aiuta nella conoscenza del procedimento di stampa e nella preparazione di una mostra?
    Quali supporti, quali carte, quali inchiostri!
    Il gusto della semplicità ed essenzialità della cornice, del passepartout.
    I circoli che hanno simili conoscenze sono pochi, quasi tutti nei grandi centri, che molti non possono frequentare.
    Ottima la creazione delle monografie. Esse sono un punto di partenza e di arrivo storico.
    Ma il presente ed il futuro come lo si stimola?
    La stampa a caratteri mobili ha portato ad un rapidissimo ed incredibile sviluppo delle conoscenze umane. Le conoscenze già acquisite sono diventate un substrato fertile che alimenta lo sviluppo delle conoscenze presenti e future.
    Allo stesso modo la fotografia italiana ha necessità di stimoli e conoscenze nuove.
    I libri stranieri che hanno rilevanza devono essere tradotti e pubblicizzati. Quelli già disponibili vanno divulgati.
    La formazione fotografica va aiutata ed indirizzata verso nuovi orizzonti.
    Io penso che questa sia la nuova frontiera, il nuovo orizzonte della FIAF.
    Con stima
    Antonino Tutolo

  2. Massimo Padelli scrive:

    Ti ringrazio per l’apprezzamento sincero e motivato che hai voluto dare alle mie parole. Capisco che la prolissità del mio scritto non ne favorisca la lettura, ma sinceramente su alcuni argomenti non riesco a “sintetizzare”.
    In ogni caso, anche un solo commento, ma lucido e coerente come il tuo, mi dice che il mio intervento una qualche utilità l’ha avuta.
    Grazie ancora.
    Masimo Padelli

  3. Ben scritto, sig.Padelli; lungo, verboso ma chiaro e coerente.
    Complimenti.
    Se magari vuole aggiungere qualcosa ai suoi argomenti di dibattito vada al sito sopra indicato alla voce “Notiziari”.
    Forse troverà qualcosa che la interessa.
    Manfredo Manfroi

  4. Massimo Padelli scrive:

    La ringrazio per il suo commento al mio scritto.
    Ho scoperto con piacere ed interesse il vostro notiziario e mi permetto di inserire qui il link dell’archivio che penso possa essere utile per molti.
    http://www.cflagondola.it/Notiziario/index.htm
    Ho appena letto sull’ultimo numero (novembre 2009) l’interessante articolo di Carlo Chiapponi “Yekyll e Hide, al servizio della fotografia” e l’esauriente risposta sua, ma vorrei approfittare della citazione del pensiero di Henry Cartier-Bresson contenuta nel testo per inserirvi un concetto espresso da John Szarkowski ne “L’Occhio del Fotografo”, non certo per utilità vostra, dato che nei vostri scritto si comprende perfettamente che certi concetti sono da voi profondamente assimilati, digeriti e stabilmente radicati all’interno di una cultura fotografica profonda, quanto per portare un altro po’ avanti questa sezione del blog (che dopo qualche mese sembra essersi improvvisamente risvegliata), sperando che possa essere fonte di utilità e di scambio di idee anche con altri.
    Nella sua introduzione a “L’Occhio del Fotografo” Szarkowski, sull’argomento della capacità di fermare il tempo propria della fotografia, dopo aver citato l’esperienza di Muybridge sulla foto dinamica, dice:
    …La capacità di immobilizzare questi brevissimi lassi temporali esercita da sempre un fascino inesauribile sul fotografo, il quale, nel compiere questo genere di esperimenti, ha scoperto qualcos’altro: che da una simile frammentazione del tempo scaturivano un piacere e una bellezza che avevano ben poco a che vedere con l’evento registrato. Semmai riguardavano il fatto di vedere la momentanea creazione di uno schema di linee e di forme rimasto fino ad allora celato nel flusso del movimento stesso. Cartier-Bresson definiva la sua dedizione verso questa nuova bellezza con l’espressione “Il Momento Decisivo”, ma essa è stata malintesa; ciò che accade nel Momento Decisivo non è l’acme di una vicenda drammatica, ma l’attimo culminante di un fatto visivo. Il risultato non è una storia, è un’immagine.
    Concetto ripreso nel capitolo “Il Tempo” dello stesso libro:
    “…Nel singolo segmento temporale isolato i fotografi trovarono un soggetto inesauribile. Fotografavano il cavallo colto nello slancio della corsa, le espressioni fugaci sui volti umani, i gesti delle mani e le posture del corpo, la mazza che incontra la palla, la goccia che cade schizzando sulla superficie del latte nella tazza.
    Più elusiva fu la scoperta di quel segmento di tempo che Cartier-Bresson ha chiamato “Il Momento Decisivo”; decisivo non a causa dell’evento esterno (la mazza che incontra la palla), ma perché in quel momento si percepisce che il flusso di forme e schemi in evoluzione è arrivato all’equilibrio, alla nitidezza, all’ordine: perché l’immagine è diventata, per un istante, Fotografia”.
    Un’altro piccolo sasso nello stagno:
    Per innovare, in fotografia, è davvero necessario considerare “superati” ed abbattere concetti che sono alla base di questa disciplina?
    Quante brutte mostre, osannate dalla critica, quanto nuovi “autori meteora” che, forti dei loro sponsor culturali, ci vogliono convincere che la sciatteria sia genialità, quanta critica che nasconde pochezza di idee dietro complessi concetti che tutto possono condannare o tutto possono valorizzare ci dovremo sorbire per uscire da questo medioevo nuovista?
    Oppure siamo già entrati in un nuovo rinascimento solo che qualcuno di noi non se ne accorge?
    Massimo Padelli

  5. Antonino Tutolo scrive:

    Siamo entrati in un nuovo Rinascimento.
    Anzi, da qualche parte si è già superata la fase analoga alle avanguardie pittoriche del primo 900!
    Ma molti non lo sanno; o faticano ad ambientarsi.
    Più che di tecnica, si tratta di pregiudizi.
    Il bravo fotografo, analogico o digitale, è sempre lo stesso.
    Le porcherie si facevano in analogico e si fanno in digitale.
    Col digitale è molto più facile fare porcherie.
    Con l’analogico dovevi saper usare la camera oscura. E, soprattutto, col colore, la cosa non era alla portata di tutti.
    Ora, invece, basta pigiare due tasti ed usare qualche action di Photoshop, per credere di aver realizzato qualcosa di grande.
    Invece le basi della fotografia sono le stesse dell’analogico.
    La preparazione culturale è la stessa.
    Oggi una gran massa di gente ha accesso alla fotografia digitale. E la gran parte di essa non sa quello che fa.
    Riviste, ed altro, parlano di risoluzione, di obiettivi, di Mpx; mai di composizione, di gusto, di contenuti, di emozioni. Insomma di arte.
    Per questo motivo è molto importante non confondere la massa che fotografa “il nulla” e poi cerca di ottenere “un qualcosa”, coi tanti altri che prima “fotografano” e poi “sviluppano e stampano”, in camera chiara, come si è sempre fatto, nel corso di 200 anni di fotografia, in camera oscura.
    Ma pensare che quei tanti che usano la camera oscura per ottenere il meglio dalle loro “fotografie” siano dei pasticcioni è un solo un pregiudizio.
    A mio parere il limite da fissare non è nel mezzo, ma nei risultati.
    Mi pare strano che i tanti che copiano e ricopiano immagini e temi di 100 anni fa, non siano soggetti alle critiche, come lo sono i fotografi “digitali”; solo perché tali.
    Cito il trattato breve “L’estetica dell’Inverosimile – Ovvero: la digital-fenomenologia” di Giorgio Rigon, che termina l’esposizione acuta nel modo seguente:
    “Ci si orienta sempre più verso un processo integrato nella percezione, nella lettura e nella critica dei prodotti visuali: dall’arte pittorica ai mezzi per la comunicazione di massa, dai media pubblicitari alle iconografie illimitatamente riprodotte. I pittori e i critici d’arte d’oltralpe e d’oltreoceano ci sono già arrivati e lo fanno già. Per noi è ancora un po’ difficile, dal momento che l’apparato culturale nostrano non sopporta contaminazioni tra il compartimento della pittura e quello della fotografia. È certo però che se le immagini che illustrano questo testo hanno smarrito le aure proprie della fotografia, ne hanno acquisito altre: quella graffiante della magnificenza dei colori, quella seducente del surrealismo, quella nuovissima che consente loro di diffondersi con la velocità della luce.
    I contenuti? Per ora sono quelli della fiaba, dell’invenzione a briglia sciolta, dell’illusione, nell’attesa di un pensiero estetico più profondo cui poterle ricondurre e di un rigore compositivo che renda le nostre opere degne di concorrere alla funzione progressiva dell’Arte”.
    Sono rimasto stupefatto nel leggere queste parole.
    Grandissimo maestro Rigon, lei ha compreso quello che in tanti faticano a capire.
    Lei è un grandissimo artista, non solo per le sue foto, che ammiro, ma anche per l’apertura mentale nei confronti del pianeta arte.
    Basta vedere la fotografia internazionale per comprendere che altrove questa strada è già stata aperta. Forse in modo incerto ed ancora condizionato dall’illusione.
    Ma sono certo che prima o poi arriverà anche in Italia arriverà un Rinascimento fotografico.
    Bisogna solo abbattere qualche pregiudizio stantio nel modo di concepire la fotografia e l’arte stessa.
    Ma, fin quando avremo grandi maestri come Lei, avremo la speranza di progredire; visto che i giovani, invece, pensano, ancora, solo al passato.
    Quando si intraprende una nuova via è facile compiere tanti sbagli e smarrire ogni tanto la via giusta (che non si conosce ancora).
    Ma la cosa importante, al momento, è svegliarsi e provare nuove vie. Sperando che, chi ci osserva allibito e contrariato, abbia almeno la sensibilità ed il buon senso di non stroncarci, togliendoci l’illusione che ci accompagna verso vie nuove.
    Il futuro ed il nuovo esistono sempre, per chi ci crede; per chi non si accontenta più delle stesse tematiche e degli stessi argomenti che hanno ormai festeggiato 200 anni sonati.
    Antonino Tutolo

  6. Massimo Padelli scrive:

    “Siamo entrati in un nuovo rinascimento”

    Mi piacerebbe molto poter condividere questa affermazione.
    Il problema è che non credo che l’espressività e quindi l’arte viva in una campana di vetro che la tenga isolata dal contesto società, anzi sono tanto convinto da sembrarmi un fatto elementare, sostenere che espressività ed arte sono espressioni specifiche di un tempo e di una società.

    Non vedo in giro quel’ amalgama miracoloso di curiosità, forza ispirativa, cultura della bellezza, mecenatismo, volontà di valorizzazione, condivisione interclassista di valori positivi che uniti ad una generalizzata soluzione di problemi tecnici e formali da un lato e, liberata definitivamente da pesanti condizionamenti socio culturali dall’altro, hanno dato la possibilità a chi faceva arte di esprimersi in piena libertà come è stato nel Rinascimento.

    Credo che sintesi di questo calibro avvengono una volta ogni era storica.

    Non mi pare neanche che ci troviamo in una società reattiva che, come nei decenni successivi al 1968, sappia e voglia mostrare il suo desiderio di cambiamento in tutte le sue manifestazioni artistico/espressive, tra le quali la fotografia, la quale, nonostante tutti gli specifici limiti che in quel contesto socio politico furono di fatto posti ad un media così utile per diffondere messaggi sociali ed a volte di propaganda, visse una stagione di notevole creatività.

    Mi pare invece che viviamo in una realtà sociale appannata, confusa, incerta, di basso profilo culturale, dove sono stati abbattuti dei valori senza essere sostituiti con nulla se non, a volte, con disvalori.

    Non è terreno fertile per un nuovo Rinascimento.

    Tale quale mi sembra il panorama della fotografia espressiva.

    Sono sempre vere queste parole di Jean-Claude Lemagny?

    “…La diffidenza davanti agli artifici che permettono di manipolare l’immagine fotografica alla sua origine, in un sentimento sano che ciò che c’è di più fotografico nella fotografia è anche quello che c’è in essa di più artistico; è questo che non bisogna tradire…”

    “…La tensione che si manifesta particolarmente nella fotografia è la tensione tra materia e luce. In effetti la fotografia è l’arte dove questi due aspetti del reale si manifestano non più per imitazione e finzione ma in diretta, per contatto…”

    “…Altre tensioni, tra l’ombra e la luce, tra i pieni, i vuoti e le dissolvenze, la fanno anche. Ma quella fra la materia e la luce costituisce la natura della fotografia…”

    Me lo domando perché vedo sempre più spesso mostre e lavori che non tengono questi concetti (che secondo il mio punto di vista dovrebbero essere eventualmente da superare ma certamente non da calpestare) in alcun conto.

    E se qualcuno sostiene che non sono più attuali, che sono superate dalla realtà dei fatti, può supportare questo con altri concetti altrettanto validi che li sostituiscano?

    O forse si vuole dire che, come a volte mi pare, che si deve operare, come fotografi, critici, sponsor culturali e quant’altro, in totale assenza di regole e quindi letteralmente nel caos e nell’incostanza, in un mondo dove tra nulla di certo si può rigettare o esaltare qualsiasi cosa, in buona o in malafede o credendo addirittura che fare così sia un bene?

    Ha ancora un valore didattico/culturale studiarsi un testo assolutamente recente, chiaro ed esaustivo come “Lezione di Fotografia” di Stephen Shore (Phaidon 2009), autore assolutamente al di sopra di ogni sospetto sia come fotografo attuale ed innovatore che come docente, assimilarne i principi ad esempio, sulla composizione, per poi trovarsi, in galleria, di fronte a lavori che non “superano” né “stravolgono” tali principi (il che sarebbe anche positivo), ma semplicemente li “ignorano” per il fatto che l’autore è decisamente “ignorante”? (e non nel senso “naif” del termine).

    Si fa un gran parlare del valore della “diffusione” della fotografia.
    E’ sicuramente un gran valore, specialmente per le industrie che producono materiali.
    Il moltiplicarsi delle immagini (senza tornare a scomodare Susan Sontag) moltiplica il caos ed il prodotto ottenuto con un automatismo di photoshop (o con un trucco banale da camera oscura, lo dico per “par condicio”) diventano artistici, se promossi a tale ruolo da critici e sponsor culturali che, incapaci magari di tenere il passo con una realtà tanto mobile, e frammentata, hanno scelto di perdere la minima severità (o forse sarebbe meglio dire lucidità motivata) di giudizio e preferiscono far passare un po’ di tutto , quando addirittura non nutrono il loro ego con la consapevolezza di avere il “potere” di creare “artisti” perchè tanto siamo in un mondo che accetta di nutrirsi con ogni cibo che gli viene proposto.
    Ma molti ci credono ancora, almeno un po’, in quello che fanno?

    Personalmente credo ci sia bisogno di scremare e scremare tanto, riappropriarsi di regole ed attendere che nasca qualcuno, talmente innovatore da riuscire ad infrangerle e superarle, ma almeno, nell’attesa, potremmo vedere opere in cui l’espressività passa anche attraverso una buona forma, delle buone luci, dei soggetti interessanti.
    Sono concetti vecchi?
    Il bello è ancora da considerarsi un valore? (se lo è e diventato assai raro)

    Gli ottimi autori (e ce ne sono tanti), spesso restano sommersi e confusi nella ridondanza di manifestazioni di eccessiva vastità e di bassa qualità generalizzata, tra mostre “pugno sullo stomaco”, mostre di immagini che vorrebbero essere simboliche e provocatorie ma nella loro sciatteria sono solo vuote (simbolisti dell’ultima ora, datevi un’occhiata a Jerry Uelsmann o a jan Saudek prima di scattare e soprattutto prima di esporre, e non guardate solo i soggetti ripresi, ma le luci, la materia, le composizioni…), mostre di un minimalismo (genere quando ben fatto assai interessante) che le rende “insignificanti” (non vorrei che anche questo termine oggi fosse divenuto “valore” e non me ne sono accorto).

    Non lo so,sicuramente faccio fatica ad ambientarmi, forse addirittura non voglio ambientarmi, ma comunque sono convinto che da un nuovo rinascimento siamo ben lontani.

    Massimo Padelli

  7. Antonino Tutolo scrive:

    > Massimo Padelli
    “….sono tanto convinto da sembrarmi un fatto elementare, sostenere che espressività ed arte sono espressioni specifiche di un tempo e di una società”.

    Ne sono convinto anch’io. Non ho mai affermato il contrario; anzi, l’affermavo in una discussione sulla presunta “oggettività” del reale; che in questo caso sarebbe anche un reale “storico”.

    > che si deve operare, ….. in totale assenza di regole e quindi letteralmente nel caos e nell’incostanza, in un mondo dove tra nulla di certo si può rigettare o esaltare qualsiasi cosa, in buona o in malafede o credendo addirittura che fare così sia un bene?

    Grazie per avermi ricordato dove, tra tanti libri, avevo trovati riassunti alcuni concetti acquisiti, qua e là, in tanti altri libri: “Leggere Fotografia” della FIAF, da pagina 73 a pagina 75.

    Credo che le tre paginette siano quanto meno illuminanti.
    e rispondono in modo, credo eloquente, all’oggetto di questa discusisone.

    Il capitoletto “Interazione tra opera e fruitore” inizia con l’interpretazione soggettiva del reale portando ad esempio la fotografia dei pellirossa.
    Poi segue precisando che le opere puramente estetiche o concettuali richiedono una predisposizione naturale: questione di sensibilità e di curiosità, oltre che di cultura.

    Ora cito alcune frasi del libro (per chi non lo ha letto e non vuole comprarlo).

    “I percorsi espressivi sono disegnati dalla continua evoluzione del pensiero: isolarne una parte può porci di fronte ad un oggetto sconosciuto”… “Tutto questo è tanto più vero se si tratta di fotografia “creativa” in cui spesso mancano chiari agganci con quello che si definisce mondo reale”

    “Leggere o valutare un’immagine è un processo che necessità da parte nostra di un notevole grado di curiosità profonda, di apertura mentale.”

    Riferendosi alla nostra fotografia:
    “Realizzando schemi espressivi e paradigmi di giudizio piuttosto rigidi si ha la sensazione che i valori delle opere prodotte e quello dei giudizi valutativi valgano solo nel nostro cerchio ristretto e perdano progressivamente l’aggancio con ciò che accade nel mondo esterno, intendendo anche il mondo dell’arte e dell’espressione.”

    Poi, ancora in modo più incisivo:

    “I fotoamatori infatti si sono progressivamente isolati: forse per esorcizzare una inconscia insicurezza hanno creato canoni espressivi assolutamente ripetitivi”
    …….
    “Con il tempo però i canoni si ripropongono ma il significato originario, che era il valore, si diluisce e si perde. Ci si trova a produrre e a guardare opere che non si riconoscono più in nessuno scopo che non sia quello di perpetuare “le regole del gioco”. Giocare è cosa rispettabilissima purché si sia consapevoli che proprio di un gioco si tratta.”

    Mi pare un giudizio lucidissimo, calzante, feroce; che dà molto da riflettere sulla fotografia attuale.

    “La libertà espressiva non è facile: essa è coraggio, fatica, curiosità, rischio di delusioni, ansia. …….”

    E poi un finale che stronca e mi pare concorde col mio punto di vista:

    “Sganciamoci dalle regole e guardiamoci intorno se vogliamo fare qualcosa di più che giocare”.

    A me personalmente queste parole fanno tremare le gambe!
    Stiamo giocando! Eppure molti di noi hanno passato gli …anta!

    Ora richiamo la frase di Giorgio Rigon a proposito della fotografia digitale:

    “I contenuti? Per ora sono quelli della fiaba, dell’invenzione a briglia sciolta, dell’illusione, nell’attesa di un pensiero estetico più profondo cui poterle ricondurre e di un rigore compositivo che renda le nostre opere degne di concorrere alla funzione progressiva dell’Arte””.

    Quindi il problema è trovare “un nuovo pensiero estetico”.

    Tornando al libro “Leggere la fotografia” :

    “Per creare è necessario avere qualcosa da dire, un pensiero da esprimere: questo è un prodotto culturale.
    Quando si parla di cultura non si intende erudizione, conoscere citazioni o date, ma ci si riferisce alla capacità di ragionare sulla vita, di cercarne valori, interrogativi, significati: e questa è una capacità che non si acquista né con la laurea né con i certificati.
    Se si ha un valore vero da comunicare, il prodotto derivatone potrà essere più o meno riuscito, ma è difficile che risulti privo di valore.

    Il capitolo termina con:
    Se guarderemo con mente serena e curiosa le fotografie degli altri confrontandole con il mondo dei nostri sentimenti, della nostra razionalità e delle nostre esperienze sapremo esprimere giudizi onesti: giudizi di diversi individui….. Ma questo è proprio il fascino della creatività”.

    L’aspetto più encomiabile di questo libro è che non incomincia, come tanti libri di fotografia, con: “La parola fotografia deriva dal greco e significa scrivere con la luce”.
    Splendido. Già solo questo fa capire che chi l’ha scritto (sono ben otto mani) ha il significato vero di arte.

    Le definizioni servono per non ragionare. Sono come un messale che si ripete mnemonicamente ogni giorno, senza più comprenderne il significato.

    Tutte le arti hanno avuto evoluzioni. La fotografia no.
    A questo proposito ho citato il libro di Smargiassi Michele – “Un’ autentica bugia. La fotografia, il vero, il falso”.
    Anche in questo libro sono riportate citazioni di grandi fotografi.
    Smargiassi riesce a metterle in contraddittorio. E a far comprendere la cecità, lo stereotipo che si è creato nel campo della fotografia.

    Tutte le arti sono in relazione tra loro. La fotografia no. Non la vogliamo in relazione con le altre arti. Abbiamo paura di questo. Ci accontentiamo di “giocare”, come affermano gli otto autori di “Leggere fotografia”.
    Giocando con le parole e con le frasi fatte, e “ricotte” per 200 anni, abbiamo portato la fotografia in un angolo.

    Per fortuna ci sono menti aperte, sempre disposte a mettere tutto il ballo, o quanto meno a comprendere (come G.Rigon), perché hanno il significato di “arte”.

    Affermare:
    “Non lo so, sicuramente faccio fatica ad ambientarmi, forse addirittura non voglio ambientarmi, ma comunque sono convinto che da un nuovo rinascimento siamo ben lontani.”

    Vuol dire aver tirato i remi in barca, accontentandosi del pesce che si è preso.
    Ma questo discorso lo può fare un pescatore, non un fotografo; soprattutto non un artista.
    Un artista cerca sempre nuove vie. Un artista deve inventare, deve percorrere strade nuove.
    Facilmente finirà fuori strada.
    Facilmente morirà di fame come tanti artisti, rivalutati solo dopo la morte.
    Ma l’importante è “sentire di fare arte”, perché l’arte riempie il cuore. Non importa a che livello. Non importa se siamo degli illusi, non importa se ci sentiremo derisi. L’importante è vivere con la gioia di osservare, pensare, esprimersi in modo libero.
    Magari la nostra illussione, il nostro lavoro fotografico sta solo preparando le basi per il prossimo genio artistico fotografico, il prossimo Picasso nel campo della fotografia, che inventerà una nuova fotografia.

    Illudersi, quando ce lo possiamo permettere, facendo solo un hobbi, è molto meglio che sentirci considerati “a giocare”.

    Senza ricerca, senza nuove illusioni, senza correre il rischio di essere derisi dai benpensanti legati “alle regole”, alle “parole”, alle “certezze” (che nell’arte “non hanno significato”), non c’è sviluppo; non c’è futuro.
    C’è solo un gioco ripetitivo e noioso per chi legge non solo il nostro lavoro, ma anche quello di tanti altri.
    Allora sì che abbiamo un’illusione. Ma essa è sterile; non ha futuro, non ha senso. Perché giochiamo a copiarci; a copiare quello che hanno fatto i grandi prima di noi.

    Il Rinascimento ha raccolto e esaltato le idee e le ricerche dei secoli precedenti, mettendoli “in bella copia”, portando l’arte figurativa al suo vertice massimo.
    Ma il figurativo non è la sola via artistica.

    Le avanguardie pittoriche dei primi del novecento hanno compreso che la figurazione della realtà, anche attraverso il simbolismo più ecclettico, limitava i mezzi espressivi per comunicare altri concetti, altre sensazioni, più intense, più emozionali, più interiori.

    Allo stesso modo che con la fotografia digitale di oggi, i pittori come Cezanne, Van Gogh, Manet, Monet, ecc. non erano amessi alle mostre. Erano considerati eretici.

    I benpensanti dell’epoca, coloro che erano stanchi di innovarsi e di capire (richiamo ancora Rigon) , non riuscivano a comprenderli.
    E Rigon, nel suo saggio breve, precisa che la fotografia italiana (non quella internazionale) stenta a correlarsi alle altre arti.

    Tutte le arti ormai sono interattive. La fotografia no.
    La pittura non è più pittura: è da tempo fatta di tagli nella tela o miscuglio di tecniche e colori informi. La scultura ora è istallazione, ammasso di fili, sedie, ed altri oggetti, i più improbabili.
    Ma chi non ha le conoscenze e la sensibilità per capire non può avvicinarsi ad essa.

    La fotografia invece è ancora quella di 200 anni fa. E Smargiassi ci fa capire che è solo riproduzione, è falsità è bugia.

    Se il B/N fosse stato scoperto dopo il colore, esso non sarebbe stato accettato come fotografia. Perché la “luce è colorata” e noi l’abbiamo “travisata” in B/N!

    In camera oscura (io c’ero già 40 anni fa!), da sempre, si sono fatte falsità, manipolando a piacimento il reale.
    La fotografia “fine art” è “manipolazione” degli annerimenti imposti dalla luce, in modo irreale, fantastico, soggettivo, spesso irrazionale!

    Come si fa a parlare ancora di “fotografia scritta con la luce”, se essa è travisata nella sua forza, indirizzo e densità?

    Cosa c’è di diverso dal digitale?
    Forse il computer che alla nostra età si fatica a digerire?

    Ognuno può fare quello che vuole. Ma prima di esprimere giudizi occorre conoscere quello che fanno gli altri.
    Non bisogna accomunare smanettoni e fotografi che hanno conoscenze fotografiche concrete.

    Gli smanettoni al massimo inventeranno tecniche per il prossimo Picasso fotogarfico.
    Ma tutti gli altri sono in buona fede, seguono i loro sogni di comunicazione d’arte. E nessuno di noi è in grado di sapere cosa verrà in futuro. Nessunon può fissare ergole e ipotecare il futuro.
    Chi l’ha fatto in passato, ha finito col fare figure barbine.
    Forse finirà tutto in una bolla di sapone. Ma quasi certamente, invece, ci sarà una fotografia nuova, che andrà ben al di là di un Rinascimento fotografico.

    Ogni volta che sento ripetere: “la fotografia è scrivere con la luce” mi viene voglia di vendere tutto il corredo fotografico, dopo 41 anni di fotografia amatoriale, per comprare tante canne da pesca.

    Almeno a pesca non si gioca. Magari si esagerano le misure del pescato, ma almeno alla fine ci si ritrova al bar a parlare di cose concrete!
    Antonino Tutolo

  8. Antonino Tutolo scrive:

    Un ultimo commento in merito alla mercificazione dell’arte.
    C’é sempre stata. Solo che pochi si potevano percorrere il meglio. Basta visitare certe chiese o certe case private di provincia per trovare ritratti che sembrano più cartoon che figure umane.
    La massificazione della cultura, fino ad una pseudocultura ha creato ignoranza e preconcetti.
    Ma lasciamo che chi fa arte o fotografia, o tutte e due insieme, faccia la sua strada. Giudizi più fondati verranno dopo. Ai posteri…
    Anche perché spesso non prestiamo l’attenzione dovuta ad un campo che è più sofisticato dal punto di vista estetico e concettuale; e che non è fatto di simbolismi scontati, ma nuovi e tutti da recepire e conoscere.
    Antonino Tutolo

  9. Massimo Padelli scrive:

    Ci trovo del vero, anzi sono ci trovo assunti teorici che non fanno una piega.
    Ma io parlo più da appassionato fotografo non professionista che da critico.
    Il fatto di giocare, secondo me ha un’accezione assolutamente positiva. L’aspetto ludico e quello creativo di una persona vanno a braccetto, giocare è passione.
    E’ chi non sa più giocare che mi preoccupa.
    Personalmente cerco di guardare il mondo attraverso i miei occhi e di interpretarlo attraverso i miei mezzi. Quello che faccio mi piace e non mi preoccupo né di innovare né di fare l’artista part-time.
    Sul salvaschermo del mio mac c’è scritto: “Restare al sicuro nelle proprie certezze è il metodo migliore per lasciar dormire la creatività”: l’ho pensato e scritto per averlo sempre presente, ma sono contrario al rinnegare, all’abbattere, sono per la politica dei piccoli passi, del desiderare di fare una cosa prima di farla.
    Sono d’accordo con quello che dice Jeanette Winterson ne “L’Arte Dissente” che la componente “innovazione” sia fra quelle che possono connotare l’artista.
    Credo però che poche decine di fotografi, secondo questo parametro, possano essere definiti veri artisti, ma, al contempo, credo che ci siano moltissimi ottimi fotografi.
    Tra “innovazione” e “nuovismo” c’è la stessa differenza che sta tra “forma” e “formalismo”
    La prima discende dalle indubbie doti di un artista, capace di sconvolgere una cultura dalle fondamenta. E’ emblematico il percorso di Picasso, già notevole pittore figurativo che, dopo aver ampiamente dimostrato le sue doti, sente, attraverso un percorso personale di voler “rompere” con la tradizione ed appunto di voler portare la sua personale impronta con il suo “nuovo”. Un percorso “artistico” nel senso più pieno del termine, rischioso e non speculativo ma fortemente sentito: le sue parole sono chiarificatrici: “Quando ero piccolo sapevo dipingere come Raffaello, mi ci è voluta però una vita intera per imparare a disegnare come un bambino”.
    Tra il pedissequo “copiare” da un lato e l’ “ispirarsi” e condividere con i propri lavori una corrente della fotografia dall’altro c’è un abisso.
    Credo che possiamo essere buoni fotografi mettendoci, liberamente e volentieri, il massimo dell’impegno e traendo soddisfazione dalla propria passione senza mirare alle vette dell’arte (bene per chi ne ha le doti), riconoscendo, allo stesso tempo, i propri limiti, la validità di tanti altri, e la genialità di pochi altri ancora.
    Credo, in ogni campo e non solo in fotografia, che l’ “atteggiamento artistico” sia patrimonio di molte persone. Credo sia quell’atteggiamento di onestà intellettuale che ci porta a crescere facendo quello che amiamo. Ho sempre ritenuto che, chi non ha mai avuto una passione creativa, indipendentemente dal livello in essa raggiunto, abbia perso l’occasione di poter sperimentare una risorsa importante della vita personale dell’essere umano.
    Credo però, allo stesso tempo, che il raggiungere le vette dell’arte sia appannaggio di pochissimi. (Non ci dimentichiamo che, a differenza dei praticanti di altre forme espressive, quando si parla di fotografi si parla di milioni di appassionati).
    Tecnica e forma invece, vanno imparate, interiorizzate, digerite e poi, solo dopo, dimenticate, magari negate, magari sconvolte, ma “SOLO DOPO” e se si sente l’esigenza di farlo. In ogni caso questa è dialettica, è l’opera stessa che dovrebbe parlare…e chi la guarda saper vedere.
    Ispirarsi ad una corrente, credere ancora che la forma sia sostanza non è un arrendersi, non è un giochino nel senso più deteriore, è la condivisione di una visione del mondo, perché, non ce lo dimentichiamo, la fotografia è ancora principalmente visione ed interpretazione del mondo.
    Il porsi/imporsi il problema di fare del “nuovo” è quello che solitamente fa inaridire qualsiasi idea.
    Credo che, solo per fare un esempio, Jerry Uelsmann sia un grandissimo artista.
    Personalmente non ho né la sintonia né tantomeno la capacità tecnica, per ispirami a lui, mi limito ad ammirarlo. Se potessi permettermelo comprerei le sue foto.
    Credo allo stesso modo che Lewis Baltz sia un grandissimo fotografo.
    Ammetto serenamente, che le sue opere mi sono di ispirazione: le sento, le vedo intorno a me, mi danno stimoli, sento una sintonia con lui, la sua visione ed il suo lavoro. Magari non le comprerei ma vorrei aver fatto le sue foto.
    E’ un qualcosa di spontaneo, che nasce dentro, come deve esserlo lo stimolo alla creatività, e questo non significa aver tirato i remi in barca, non è l’accontentarsi del pesce pescato, è solo non cercare forzatamente di acchiappare le sirene, specialmente se, con sincerità, e serenità si ammette di avere al massimo una canna da lucci. E’ che molti pensano di averla da balene pur pescando acciughe, magari di cattiva qualità gastronomica ma “nuove”, con due teste e senza coda e purtroppo trovano anche chi dice loro che è vero…che sono buone…
    Dice Robert Adams: “Nessun posto è noioso se avete fatto una buona nottata di sonno ed avete una borsa piena di pellicole.” (OK OK vanno bene anche le memory cards)
    Dice David La Chapelle: “Se volete la realtà prendete l’autobus”
    Sono in contrasto?
    C’è torto o ragione da una parte o dall’altra?
    No, sono coerenti, perché al di là della dialettica quello che dicono rispecchia quello che fanno e ambedue le cose rispecchiano quello che sono.
    Di sicuro il primo non si fa problemi di aver continuato con coerenza nella corrente del nuovo paesaggio americano di trentennale anzianità, perché ha creduto in quella visione del mondo e nella sua attualità.
    Di sicuro il secondo ha già innovato e continua con dignità a replicare se stesso (ed a vendersi assai bene).
    Mi intristisco quando vedo innovazioni a mio parere forzate, come le ultime cose del comunque grandissimo Pedro Meyer (viste di recente al CIFA di Bibbiena), invito tutti ad andarsele a guardare ed a confrontarle con immagini dello stesso autore di “Tiempos de America” dei primi anni 80 (la mostra di Bibbiena è stata un’ottima occasione per questo raffronto)..
    Queste valutazioni sono un mio limite? Forse, ma me lo tengo stretto…

    Credo che alle volte sarebbe bene uscire da un giro oggettivamente limitato di osservazioni, magari guardarsi un numero di una rivista come B&W Magazine o almeno il suo sito internet (solo per fare un esempio) che non costa nulla:
    http://www.bandwmag.com/
    e riflettere sul perché cose, magari non innovative, magari non “di rottura” con la storia della fotografia, vengano fatte e mantengano certe valutazioni.
    Il punto è che questa interessante chiacchierata, dovrebbe cambiare sede e continuare se fosse possibile davanti a delle immagini: per valutare se un cibo è buono (o meglio, se ci piace), bisogna assaggiarlo, non basta il racconto anche se fatto con linguaggio colto ed esauriente, per capire che sapore ha (tra l’altro esperienze precedenti mi dicono che nell’esercizio dialettico è facile creare malintesi e trovarsi in disaccordo, davanti alle opere molto meno).
    Tanti anni fa, per la precisione nel 1983, mi capitò di far parte di una giuria assieme ad Oliviero Toscani. Eravamo in otto e quando arrivammo alla scelta del vincitore finale, qualcuno disse: “Adesso si apre la discussione”; Toscani ribattè: “Quale discussione? Noi siamo chiamati a giudicare perché considerati competenti, la discussione servirebbe solo a cercare di convircerci a vicenda delle proprie ragioni”.
    Prese un foglio di carta, lo strappo in otto parti, ne dette un pezzo a ciascun membro della giuria e disse: “Conto fino a tre, al tre buttiamo ognuno il proprio pezzo sull’immagine preferita”. Sette foglietti su otto andarono sulla stessa fotografia.
    “Vedete com’è facile” disse Toscani “e senza discutere”.
    Questa cosa mi colpì molto…

    Massimo Padelli

  10. Antonino Tutolo scrive:

    Trovo grande soddisfazione a discutere di fotografia con una persona che dimostra grande competenza e preparazione, e che è in grado di segnalarmi nuove letture e stimolarmi a nuove conoscenze.
    E’ questo che desidero dalla FIAF e dalla fotografia. Ed è questo che avevo lodato nel mio primo intervento.

    Purtroppo queste grandi singolarità di pensiero e di visione dell’arte non sono comuni a molti. Anche se nella FIAF ci sono grandi maestri.

    Il bambino, col gioco, scopre il mondo e sé stesso.
    Il giocare è consentito anche ai grandi, se per “giocare” intendiamo l’applicarci alla conoscenza del nuovo, del non finalizzato solo al materiale; se esso ci consente di trovare sfogo alle passioni, alle tensioni interiori che la vita ci ha represso.

    Diverso è il giocare monotono, senza fantasia e senza scoperta, che rincorre in modo ottuso, pedissequo e monotono, pregiudizi che si autoalimentano senza costrutto, senza nuova conoscenza. Ma soprattutto senza promozione del sé.

    Io condivido il pensiero di Massimo Padelli perché sento che il suo punto di vista in merito al “giocare” è finalizzato alla conoscenza, alla promozione di sé; e che in ogni caso egli ha l’apertura mentale per giudicare e distinguere caso per caso, riuscendo ad interpretare “le regole”, e prendendo il meglio da ogni aspetto, senza rigorismo ideologico.

    Altri, invece, sono legati ad una sedia. Considerano ogni regola come fissa ed inderogabile. Ogni aspetto che emerga appena fuori dall’ordinario, dal noto, dal riscontro immediato, rassicurante ed assentito dal pregiudizio comune, viene rifiutato e perseguito, in modo ottuso, a priori; come se rappresentasse una tentazione del diavolo.

    Il digitale per molti “è il diavolo”. La linea verticale o orizzontale perfetta sono “la regola”. Ogni spazio d’aria libera, di fantasia, di libertà interpretativa viene accolto come una strega da mettere al rogo.

    > Mi intristisco quando vedo innovazioni a mio parere forzate, come le ultime cose del comunque grandissimo Pedro Meyer

    Pedro Meyer è un autore che certamente cercherò e studierò.
    E ringrazio per l’ennesima segnalazione.

    Umilmente, vorrei solo rammentare che molti artisti (e non mi riferisco allo specifico) non appartengono alla loro epoca. Il loro pensiero talvolta è troppo ardito, troppo visionario per essere compreso.
    Michelangelo e Leonardo sarebbero finiti al rogo, se avessero svelato il significato di alcune loro opere.
    Van Gogh non ha mai venduto un solo quadro!
    Gli impressionisti erano esclusi dalle mostre del loro tempo.
    E tantissimi altri sono rivalutati solo oggi, dopo centinaia di anni di oblio e di ripudio.
    Ricordiamoci dei “braghettoni” sul Giudizio Universale di Michelangelo. In questo caso l’ottusa aderenza alle “regole scritte”, interpretate con pregiudizio, e perfino in contraddizione con la meravigliosa semplicità del proprio credo, è a dir poco illuminante.

    E’ vero che le gallerie sono piene di tele stracciate, di pietre e di macchie informi di colore, che paiono insulse e perfino irridenti la nostra intelligenza.
    Ma ci sono anche concorsi e mostre che perpetuano monocordemente gli stessi concetti, ormai privi di freschezza e del significato originario.

    Non si può rifiutare tutto ciò che non è compreso, e non si può accettare tutto quello che pare offendere la nostra razionalità.

    Purtroppo i prodotti dell’arte non si possono valutare con gli stessi criteri della linea di montaggio o coi tornelli del rispetto delle regole.
    L’arte è “idee”. E le “idee” sono irrazionali ed incommensurabili; senza dimensione, senza limite e senza confine.
    Un’associazione fotografica che vuole un domani radioso ed innovativo, deve promuovere le idee, prima ancora delle regole.
    Se è esistito il Rinascimento è solo perché si è dato credito e sostegno materiale alle nuove idee, senza riaffermare monotonamente i canoni dei secoli precedenti.
    I mecenati volevano il nuovo. Hanno potuto scegliere il meglio, ma si sono affidati a quello che “poteva essere” (e che non ancora era), fidando ovviamente nella qualificazione degli artisti scelti, ma non in base a vecchi principi pur se affermati.

    Il domani, l’innovazione, è sempre ignoto. Solo il vecchio è scontato.
    Allora occorre avere fiducia nel futuro e disporsi sempre verso la libertà di espressione e l’innovazione.
    Il mondo va avanti con la ricerca e facendo sempre tesoro della memoria del passato. Chi non fa ricerca o chi dimentica il passato resta indietro, o non ha identità.

    Comprendo la difficoltà di far parte di una commissione giudicatrice di un concorso, in una situazione come questa. Ma un giudice di concorso, a mio modestissimo vedere, deve seguire una specie di metodo Montessori nella educazione e nelle aspettative dei partecipanti.
    Priorità alle idee, alla libertà di espressione ed innovazione, rifiuto del già detto anche se espresso in bella copia.

    In ogni campo, le scoperte, la materia, il fenomeno che ancora non si riescono a padroneggiare, a comprendere ed impiegare, possono tornare utili domani.
    Le sperimentazioni col Photoshop, o in camera oscura, forniranno la cultura e la tecnica del domani.
    Gli smanettoni aiuteranno i cervelli.

    Non dobbiamo buttare l’acqua col bambino. E non ha senso rifiutare l’innovazione solo perché essa non dà frutti immediati. Potremmo danneggiare il futuro.

    Non ci resta che dar fondo alla pazienza ed al rispetto del pensiero altrui, lasciando almeno la libertà di provare, di giocarsi ognuno le sue carte.

    Io non contraddico il “Nessun posto è noioso se avete fatto una buona nottata di sonno ed avete una borsa piena di pellicole.”

    So che le mie foto hanno i limiti molto ristretti del mio essere, anche se vorrei travalicarmi in ogni dove.
    Perché, nonostante non sia più giovane, ho fiducia e rispetto per il futuro.
    Gli obiettivi e le schede di memoria sono sempre pronti nella mia giacchina da fotografo, e l’apparecchio è sempre carico e pronto per l’uscita.
    Anche per me la fotografia è gioco. Ma è un gioco che mi riempie l’anima e l’esistenza, nella conoscenza e nella scoperta del nuovo e del meraviglioso osservare.

    Nel Fanciullino del Pascoli…
    “Noi cresciamo ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tien fissa la sua antica, serena meraviglia”….
    La “divina poesia che tutti abbiamo… nell’anima”.

    Concordo sul fatto che i discorsi (senza esaminare direttamente le fotografie) lasciano quasi sempre il tempo che trovano. Perché solo pochi hanno il genio per tradurre il grande pensiero in grande azione.
    Ma, allo stesso tempo, c’é un altro genere di discorsi: quelli oziosi ed inaffidabili, più simili a pettegolezzi (pregiudizi), che circolano anch’essi senza fotografie, e che, quando non producono danni diretti, sviano il camino più opportuno dei giovani.

    Ammiro e, dal mio piccolo, condivido l’opinione del maestro Toscani.
    Se la fotografia è arte, allora, non la perfezione tecnica, non la valutazione micrometrica hanno valore decisionale, ma solo quello che s’agita dentro di noi e ci stimola, ci strugge, istintivamente (quello spirto “guerrier” ch’entro ci rugge).

    Il nostro mi pare un bel discorrere.
    Grazie
    Antonino Tutolo

  11. Massimo Padelli scrive:

    Purtroppo mi pare che questo blog si sia ridotto ormai a un, sicuramente piacevole, ma limitato dialogo.
    Spero che in seguito possa essere arricchito da altri interventi.
    Ringrazio Antonino per i suoi spunti sagaci e mi permetto di consigliare un buon volume, fresco fresco di stampa, che può essere utile per farsi uno stimolante regalo di Natale:
    “Future Images” a cura di Mario Cresci
    Federico Motta Editore, Ottobre 2009.
    Auguri:
    Massimo Padelli

  12. Antonino Tutolo scrive:

    Grazie per la segnalazione del libro di Cresci. Non mancherò di acquistarlo.
    Prima o poi questo blog si animerà. Penso che, tra i molti che frequentano forum in cui si parla solo di tecnica e prove di obiettivi, ci saranno tanti fotoamatori che sentono il bisogno di qualcosa che animi lo spirito, senza svuotare le tasche inutilmente, con acquisti di apparecchi e obiettivi fuori portata ed utilità pratica.
    Quando ci sono le idee, basta poco per fotografare; provando emozioni più coinvolgenti del semplice possesso. Il mondo è tanto grande e tanto ricco di soggetti stimolanti, non resta che cercare con attenzione ciò che stimola e coinvolge.
    Antonino Tutolo

  13. Paola Canali scrive:

    Dice Massimo Padelli
    …”Purtroppo mi pare che questo blog si sia ridotto ormai a un, sicuramente piacevole, ma limitato dialogo” …

    Bene, io ringrazio moltissimo Lui, Antonino Tutolo e Manfredo Manfroi per aver dato vita a questo dialogo poichè dalle loro parole ho imparato moltissimo.
    Un saluto a tutti
    Paola Canali

  14. Interessante!!! Veramente molto interessante , costruttivo e soprattutto educativo il botta e risposta di Massimo Padelli e Antonio Tutolo.
    Io sono un semplice fotoamatore che è passato dall’analogico al digitale, consapevole che il file non sia un prodotto finito.
    Anche se riconosco il digitale essere insuperabile nella sua qualità credo che la fotografia non sempre debba terminare con le sue immagini proiettate (purtroppo forma prediletta per praticità da moltissimi concorsi). Penso però che non sia questo il punto centrale, bensì il pensiero logico ed artistico dell’autore, il quale è libero di scegliere qualsiasi mezzo (analogico, digitale) per portare a compimento la sua opera.
    Io non vorrei fermarmi a queste considerazioni che hanno sì la loro importanza, quanto all’approfondire la differenza, se c’è, o l’analogia tra la fotografia e la Videoart; quindi CHIEDO A VOI che ne avete la competenza e disponibilità di accontentarmi in questo, perchè penso e posso anche sbagliare, che la fotografia si collega benissimo con alcune altre forme d’arte come il cinema e la stessa videoart. (non trovo collegamenti con la pittura e scultura per le mie limitate conoscenze).
    Infatti il neoconcettuale a mio avviso ha portato a ripensare i mezzi della comunicazione, in particolare la fotografia, tanto che immagini e foto già conosciute vengono riutilizzate in una “struttura di significato” non per ampliare il bagaglio visivo del fruitore ma per allargare la mente e quindi ripensare il concetto stesso di arte.
    Vorrei essere illuminato da voi anche su questo punto, cioè se è proprio questa “struttura di significato” l’elemento chiave che sancisce l’opera d’arte e nel contempo concorre alla modifica del concetto stesso di arte.

    Vi ringrazio sin da ora
    Ottavio Perpetua

  15. I miei ringraziamenti vanno anche a Manfredo Manfroi che non ho citato per distrazione.
    Ottavio Perpetua

  16. Antonino Tutolo scrive:

    Il concetto stesso di arte è cambiato nel tempo.
    Nelle grotte del paleolitico si trovano rappresentazioni che talvolta stupiscono per il gusto e la raffinatezza. Erano rappresentazioni sacre, ma anche il bisogno di lasciare testimonianza di sé.
    Poi l’arte si è indirizzata verso la bellezza, la perfezione delle linee e delle forme (antica Grecia).
    Nel rozzo medioevo è divenuta la capacità di compiere una delle attività umane con sapienza ed esperienza. Il “mastro” d’ascia, ecc.
    Nel Rinascimento si è raggiunto un altro grandissimo livello di perfezione e di idealizzazione.
    Poi l’arte è diventata il modo di esprimere sentimenti ed emozioni (Impressionismo, ecc.).
    Poi è divenuta l’espressione di idealismi e ideologie: romanticismo, socialismo, nazismo, ecc..
    Attualmente è il mezzo per rappresentare, comunicare, vendere, stupire e perfino scandalizzare.

    L’arte è espressione dell’intelligenza umana; del bisogno interiore di comprendere se stessi e quanto ci circonda; di comunicare il proprio pensiero, le proprie emozioni, le aspirazioni, ai propri simili, con l’estetica ed i significati della pittura, scultura, architettura, fotografia, poesia, letteratura, musica, teatro, cinema, pubblicità, moda, ecc.
    Senza saperlo, ciascuno di noi, nel suo piccolo, fa arte, mettendo un vaso di fiori su un tavolo, scegliendo un vestito, acquistando l’auto.
    L’estetica, il colore, il suono, condizionano la nostra esistenza, le nostre scelte.
    Purtroppo stiamo diventando strumenti passivi dell’arte. Essa è proporzionale alla nostra sensibilità, alla nostra cultura. Alcuni hanno scoperto che è possibile condizionarci tramite l’arte, prendendoci proprio nel nostro punto più debole: le nostre necessità interiori.
    Quindi si è creata artificialmente una cultura (pseudocultura) di massa, che ci colpisce nell’animo, indirizzandoci in tutte le scelte.
    Ogni hanno c’è qualcuno che sceglie il colore dei nostri abiti, lo stile della nostra casa, dell’orologio, dell’auto, ecc..
    La fotografia è arte.
    Ma la massa la interpreta solo come strumento di rappresentazione, di documentazione della realtà. Fare arte significa inventare. Quando si copia, quando si documenta, non si fa arte. Copiare una canzone, una poesia, una fotografia, significa imitare, scimmiottare.
    Quando si legge una poesia, si canta una canzone, si osserva quanto ci circonda, con attenzione, con gusto, con volontà di comprendere certi significati, recepire messaggi più o meno complessi che derivano dall’intelligenza, dall’invenzione altrui, si fa arte.
    E’ ovvio che non tutti abbiamo la stessa intelligenza, la stessa predisposizione a comprendere e a comunicare. Un De André, un Giacomelli, un Picasso, non nascono ogni giorno.
    Ma l’arte ha tanti livelli diversi: quello elementare del ragazzo che colora il quaderno di scuola, quello della massaia che abbellisce la sua finestra con un vaso, quello di chi semplicemente si emoziona nell’osservare i capolavori della creatività umana, e quello di un Picasso che rinnova la storia dell’arte.
    Dall’arte si comprende il livello culturale e sociale di un popolo.
    L’Italia ha il 70% del patrimonio culturale del mondo (gli deriva da un glorioso passato, e molto è stato perso) e non conosce, né comprende, quello che ha; mentre dall’estero milioni di persone vengono ogni anno a visitare le nostre città d’arte.
    Quando si arriva a questo, significa che il futuro di quel popolo sarà molto triste ed incivile.
    Antonino Tutolo

  17. Massimo Padelli scrive:

    La fotografia è Arte?
    E’ stato dibattuto per 170 anni e quando finalmente era ormai chiaro a tutti che lo fosse (anche solo per le quotazioni che certe opere fotografiche hanno strappato nelle grandi aste internazionali) oggi tanti illustri critici e fotografi non trovano di meglio che tentare di negarne non solo il diritto legittimo ad esserlo, ma anche addirittura il diritto di esistere quale specifico linguaggio.
    “Future Images” è uno dei più interessanti libri sull’immagini editi negli ultimi anni.
    Oltre cento autori presentati con un estratto dei loro lavori, commentati uno ad uno.
    Un enorme lavoro curato da Mario Cresci, grandissimo fotografo e critico.
    Un lavoro in grado di dare una panoramica ampia sulle tendenze attuali.
    Ma anche un lavoro in grado di stimolare spunti critici specialmente per alcune prese di posizione dello stesso Cresci, evidenziate nell’Introduzione da cui cito:

    “Storicamente chiusa nella specificità del proprio linguaggio inteso come “attestazione, certificazione di veridicità del reale” tanto caro al dogma dell’ attimo fuggente di Cartier-Bresson, la fotografia così intesa dava l’idea di essere una forma d’arte precaria e fortemente instabile, se pensata esclusivamente nella sua autoreferenzialità”.

    Come Bresson stesso ha spiegato e come testimoniato da John Szarkowski già da molto tempo quell’attimo fuggente, quel momento decisivo, non è stabilito in relazione ad un evento teso a rappresentare veridicità, bensì rappresenta il momento in cui quel flusso di forme e di schemi in evoluzione davanti al fotografo raggiungono il punto di equilibrio, una loro nitidezza, un loro ordine. Quindi il peso si sposta da una fraintesa quanto discutibile “poetica testimoniale” dell’immagine ad un equilibrio di aspetti formali.

    “Autoreferenzialità”: quanto viene abusato questo termine. La parola richiama connotazioni negative, l’idea di chiuso, di raggomitolato su se stesso, di inutile.
    Questo termine è sempre più usato per definire il linguaggio fotografico.
    E se provassimo a cambiarlo, a sostituirlo ad esempio con “Peculiarità”? Ne daremmo una definizione analoga ma stavolta con connotazione positiva…un linguaggio che è una gemma rara…
    Oppure possiamo essere distaccati, non dare inutili e banali giudizi di valore e definirlo un “linguaggio specifico”, termine che richiama analisi, scientificità, un termine che non giudica ma definisce ed in ogni caso, rispetta.

    Cresci ci dice che, dopo la biennale di Venezia del 1964 e l’esplosione della “pop art” (forse proprio questa ed i suoi rappresentanti, da Warhol a Rauschenberg un tantino “autoreferenziali” lo erano…), il concetto di “fotografia per fotografia” si allontanò decisamente dai suoi interessi.
    Ne prendo atto, ma da questo ad affondare il linguaggio della fotografia, secondo il mio modestissimo parere, ce ne corre…

    Per la comprensione del rapporto Arte-Fotografia, Cresci cita i saggi di J. Baudrillard, J Derrida, M. Foucault, S. Sontag, R. Barthes.
    Dopo aver letto alcuni scritti degli autori citati, sia in prima lettura nei tempi lontani della mia tesi in Sociologia, sia in alcune riletture successive, mi sono sempre posto delle domande:
    Perché chi si interessa di fotografia deve prendere sempre per base i concetti che sulla medesima esprimono persone che, tutto sommato, ne sono abbastanza al di fuori: Filosofi, Sociologhi, Semioti; sono letture interessanti per carità, nessuno lo mette in dubbio ma bastano per costruire una teoria esauriente sulla fotografia? Bastano per imparare ad amarla? Aiutano chi la pratica?
    Si cita sempre Roland Barthes per il suo piccolo, interessante, acuto, saggio “La Camera Chiara”. Per alcuni la sua lettura ha rappresentato una vera e propria illuminazione, eppure quanti fraintesi sento continuamente sui concetti di “punctum” di “studium”, pronunciati da fotografi e critici in maniera assolutamente e personalmente interpretativa quando addirittura non “adattativa” al loro discorso.
    Tutti i fotografi di qualche impegno che conosco citano Barthes, Freund, Sontag, Benjamin e quasi nessuno cita critici specifici e veramente illuminanti i cui scritti potrebbero veramente essere d’aiuto nell’interpretazione del linguaggio fotografico e quindi anche nel miglioramento del proprio approccio con la pratica fotografica quali Jean Claude Lemagny o Robert Adams.
    Ma è chiaro, con loro si parla di “fotografia” quindi si è “autoreferenziali” , limitati; si parla di luce, di materia, di composizione, di masse, di limiti del campo inquadrato…e di cos’altro ha bisogno un fotografo che ha qualcosa da dire?…
    Alcuni autori presenti nel volume “Future Images”:
    Il primo autore della raccolta è Thomas Allen il quale ci erudisce nella presentazione del suo lavoro, svelandoci il tipo di coltello che usa per tagliare e sgualcire le copertine di vecchi libri, che poi assembla in composizioni tridimensionali “liberandole dalle gabbie bidimensionali” e che poi fotografa per la realizzazione di provocatorie stampe cromogeniche, ispirate alla lettura ed ai ricordi dell’infanzia. E’ sicuramente un lavoro concettualmente interessante (forse un po’ autoreferenziale…), in cui la fotografia è usata quale semplice mezzo di rappresentazione.
    Un altro autore che voglio citare è Liu Bolin. Il suo lavoro consiste nel mimetizzare se stesso nel paesaggio urbano, inserendo la sua figura , opportunamente dipinta con segni e toni analoghi allo sfondo, ci dice di non usare alcun trucco di fotografia digitale nelle sue immagini ottenendo un effetto davvero sorprendente. In alcuni blog d’arte contemporanea è citato come una delle più interessanti novità nel panorama dell’arte contemporanea stessa, se non fosse…
    …se non fosse che nel 1975 fu pubblicato in tutto il mondo e anche in italia, per i tipi di Mondadori il volume Trans-Figurazione con prefazione di Susan Sontag, in cui l’artista tedesco Holger Trulzsch, presentava una serie di fotografie nelle quali la modella Vera Lehndorff (In arte Veruschka) veniva dipinta e perfettamente mimetizzata nello sfondo, con un effetto davvero impressionante e, secondo me, notevolmente più emozionante ed efficace rispetto al lavoro di Liu Bolin.

    …attenzione, l’aggettivo “nuovo”, deve essere maneggiato con cura…

    Ci sono fior di lavori in questo volume che davvero considero una delle cose più interessanti pubblicate negli ultimi anni. Fior di lavori che ho voluto sottoporre ad un piccolo test: li ho mostrati ad un gruppo di amici chiedendo loro di scegliere i dieci che reputavano migliori.
    Le persone coinvolte avevano un’età tra i 20 ed i 60, una cultura che spaziava dalla maturità alla laurea in varie discipline ed erano tutti accomunati da passione per l’arte ed in particolare per la fotografia.
    Senza alcuna pretesa di scientificità ho rilevato che ci sono state grandi convergenze e, guarda caso proprio su quei lavori in cui predominava il linguaggio fotografico specifico.
    Casualità? Scarsa cultura? Atteggiamento non aperto? Non credo.
    Credo invece che il progresso dell’arte, le avanguardie (quando lo sono veramente), si debbano fondare su nuovi apporti su passate esperienze. Non si può essere, né voler essere tutti avanguardie.
    I rischi di una spinta in questo senso (e questa è responsabilità di critici e galleristi) sono quelli connessi al fatto di voler promuovere solo ciò che appare “strano”, “diverso”, “nuovista”, cancellando o al massimo relegando alla memoria le precedenti esperienze.
    Oltre tutto, in fotografia, analogica o digitale che sia, esistono tematiche che sono senza tempo o meglio capaci di rigenerarsi proprio in virtù di quelle variazioni che il passare del tempo, i movimenti dell’uomo, le tracce di ciò che scompare e di ciò che sta per nascere, tutta la dinamica del nostro mondo, sono in grado di fornire spunti senza fine.
    Questa è autoreferenzialità?
    La fotografia è Arte?
    Non lo so per certo, ma so per certo che oggi la fotografia corre dei seri rischi.
    Le domande fondamentali, secondo me sono altre:
    Il linguaggio dell’arte deve comunicare ancora con la sfera dell’emozione, o anche l’emozione stessa, è da considerarsi, non una caratteristica, forse la più alta, dell’essere umano ma un atteggiamento “autoreferenziale”?
    Concetti quali forma, bello, valore estetico hanno ancora un loro significato, una valenza positiva o sono da considerarsi obsoleti?
    Nuovo, nuovismo, diversità, riferiti all’arte, sono concetti che possono reggersi in piedi da soli?

    Quello che segue sono note caratterizzanti un linguaggio da molti oggi ritenuto obsoleto e “autoreferenziale” …personalmente non la penso così… per me sono grandi parole del grande J.C. Lemagny:

    “…La fotografia è ritiro, ricezione, accettazione, rifiuto di collegare le cose con luoghi comuni…”

    “…E l’estetica è al centro della condizione umana, perché essa è chiamata a riconoscere le differenti forme di tensione che animano le opere, e non soltanto le loro armonie decorative. La tensione che si manifesta particolarmente nella fotografia è la tensione tra materia e luce. In effetti la fotografia è l’arte dove questi due aspetti del reale si manifestano non più per imitazione e finzione ma in diretta, per contatto. Tra la facoltà di registrare le più piccole deviazioni, delineamenti e granuli di materia, le sue più leggere rugosità, e la facoltà di riflettere la luce stessa, di entrare nella sua trasparenza, s’instaura una tensione fondamentale da il cui il fotografo creatore non deve separarsi.
    E qui le opere più belle sono quelle che elevano questa tensione più in alto…”

    “… La materia vuole durare, la luce vuole salvarsi. I loro incontro è il primo soggetto di ogni fotografia…”

    “…Altre tensioni, tra l’ombra e la luce, tra i pieni, i vuoti e le dissolvenze, la fanno anche. Ma quella fra la materia e la luce costituisce la natura della fotografia…”

    Jean-Claude Lemagny

  18. Ringrazio Padelli e Tutolo per avermi risposto in modo esauriente e acuto, colmando alcune mie lacune e creandomi positivamente nuovi dubbi.

    Con stima
    Ottavio Perpetua

  19. Massimo Padelli scrive:

    Se possiamo aiutarti nei dubbi scrivili, così teniamo vivo l’argomento.
    Massimo

  20. Antonino Tutolo scrive:

    La fotografia è arte?
    C’é un saggio Di Valentina Cusano: “Fotografia e arte”, Edizioni Clueb, Bologna 2006.
    In esso è contenuta un’intervista a Nino Migliori. Nino Migliori non è un filosofo.

    http://www3.lastampa.it/fotografia/approfondimento/articolo/lstp/35731/
    .
    Autoreferenza ha diversi significati. Come autopoiesi un soggetto si riferisce continuamente a sé stesso e si sostiene e si riproduce autonomamente.
    Però nella metafisica l’autoreferenza si riferisce alla soggettività, mentre l’eteroreferenza all’oggettività.
    Penso che il significato dell’autoreferenza più attinente all’arte sia quello metafisico. Mentre l’interpretazione comunemente data alla fotografia è l’autoreferenza che ripropone se stessa, indefinitamente, senza soggettività; o con soggettività solo marginale.
    Riferendomi all’Attimo fuggente di C.Bresson ed in particolare alla frase :
    @Padelli
    “Quindi il peso si sposta da una fraintesa quanto discutibile “poetica testimoniale” dell’immagine ad un equilibrio di aspetti formali”.
    Condivido questa affermazione se, “per equilibrio di aspetti formali”, intendiamo la “rappresentazione del momento in cui quel flusso di forme e di schemi in evoluzione davanti al fotografo raggiungono il punto di equilibrio, una loro nitidezza, un loro ordine”.
    Ma bisogna intenderlo sia dal punto di vista fisico che metafisico. L’arte è metafisica.
    Ma “i più” considerano il momento decisivo come “poetica testimoniale”: quindi l’imitazione di modelli scontati, inamovibili e ripetitivi; replicati nella forma e nel significato dell’icona, secondo schemi e regole inderogabili. Questo è pseudo arte. Cioè un’arte che è solo formale, testimoniale e poetica entro limiti imposti dal mezzo fotografico classico. Un mezzo antico, ai più sconosciuto e sottovalutato. Al punto che molti pensano che certe tecniche fotografiche sono prerogativa del digitale e degeneri; quando invece esse erano preesistenti, e quasi tutte risalgono all’inizio del secolo scorso.
    .
    @Pradelli
    “Perché chi si interessa di fotografia deve prendere sempre per base i concetti …[di].. Filosofi, Sociologhi, Semioti..? “
    .
    Attenzione! Stiamo parlando di “teoria esauriente sulla fotografia”, non degli aspetti tecnici e comunemente noti ai fotografi.
    Parliamo di arte. E’ un concetto filosofico, metafisico, fisico (ottica, teoria dei colori, composizione, ecc.). Chi, più di un filosofo, di uno studioso dell’arte, di un fisico, di uno scienziato, può esprimere un parere teorico?
    A mio avviso, il problema è nel fatto che il fotografo non ha mai percepito la fotografia come mezzo d’arte. Il fotografo è ancora considerato dalla legge come un ambulante, un mestierante.
    Nelle scuole di fotografia, le poche che esistono, viene insegnata la storia della fotografia, ma non quella dell’arte. Nei club si promuove la tecnica e l’imitazione di modelli standard. Per fortuna ci sono individualità che escono da questi riferimenti ed iniziano a pensare con la loro testa, con la loro sensibilità.
    Siamo noi stessi a ritenere che la fotografia sia limitata dal punto di vista espressivo. Essa è “l’impronta della realtà”. Ma anche Nino Migliori, come Giorgio Rigon (già citato in altri post), come altri grandi fotografi che non cito, trascendono da questa limitazione.
    Nel 2000 ho conosciuto Giuliana Traverso. Mi ha suggerito di vedere le mostre d’arte per acquisire un gusto, il senso dell’arte.
    Mi ha consigliato di uscire dai condizionamenti della tecnica e dal mezzo fotografico fine a se stesso e limitato. Ora ho il concetto di arte.
    Molti fotografano aderendo alle correnti di varie epoche artistiche. Ma non ne sono consapevoli.
    Se la fotografia non viene inquadrata nel contesto dell’arte, resterà solo un mezzo di documentazione del presunto reale. La fotografia paga ancora lo scotto al lancio commerciale di Daguerre: “la riproduzione esatta della realtà”.
    “Scrivere con la luce” non significa documentare. Anche la pittura si “scrive e si legge” con la luce.

    L’impronta lasciata dal piede sulla sabbia della battigia, senza colore, senza dettaglio perché sformata dall’acqua della risacca, non è la realtà. E’ una falsa rappresentazione ipotetica della realtà; è una divinazione dell’impronta.
    Ragioniamo da un secolo con questi concetti pseudo-filosofici e pseudo-romantici della fotografia antica; della meraviglia provata all’apparizione dell’immagine nella bacinella. I filosofi siamo noi. Noi fotografi abbiamo un concetto filosofico riduttivo della fotografia. I filosofi veri ragionano senza condizionamenti romantici. La fotografia è un mezzo espressivo. Uno dei tanti.
    Quello che risulta dalla fotografia è arte o non-arte, in dipendenza dal fotografo; non dal mezzo utilizzato.
    I filosofi hanno la percezione del presente e del passato, e cercano di capire dove andiamo.
    Noi invece seguiamo percorsi idealizzati e condizionati, anche dal punto di vista teorico. Seguiamo una strada come un cavallo da traino.
    Molta dell’arte moderna mira a stupire, a scandalizzare, ad attirare l’interesse del compratore. Ma cosa sia arte o non-arte nessuno può dirlo con certezza.
    L’arte contemporanea rappresenterà il pensiero, l’uomo, la società di quest’epoca. Ma del suo valore se ne avrà la consapevolezza solo in futuro.
    L’esperto d’arte contemporaneo si relaziona al passato, ma, da uomo del suo tempo, non vede gli aspetti testimoniali del presente che potrebbero risultare validi per il futuro.
    La rappresentazione in migliaia di copie, tutte diverse l’una dall’altra, di piazza San Pietro, avranno solo un valore storico documentale. Invece la Marilyn di Warhol, in milioni di copie, tutte uguali ed onerose, rappresenterà le aspirazioni, l’idolatria, contemporanee.
    Nelle foto proposte a quel campione di tutte le età, interessati all’arte, c’erano forse opere che parlano un linguaggio, che usano un’estetica, che noi non siamo in grado di comprendere.
    Chi, nel suo tempo, condivideva Leonardo? Doveva crittografare i suoi scritti per non finire al rogo!
    Quanti, nel suo tempo, hanno accettato il pensiero di Galileo?
    Ma questo non significa che ogni opera presentata nelle mostre debba essere riconosciuta come arte.
    Si tratta, piuttosto, di dare libertà di pensiero e di espressione in un campo (l’arte) dove tutto è, per definizione, opinabile.
    Conviene comprare ciò che piace ed interessa. Almeno si gode quello che si compra.
    Non è il mercato a fare l’arte. L’arte si fa da sola e non si interessa dell’aspetto commerciale.
    In una mostra fotografica si dovrebbero proporre aspetti nuovi. Riproporre concetti vecchi significa rivedere un film antico, di cui resta valido solo l’aspetto testimoniale dell’epoca. Non l’interesse per i temi trattati, ormai desueti. A meno che un’opera non abbia contenuti indipendenti dal tempo ed universali.

  21. Domenico Brizio scrive:

    @Antonino
    ‘Nelle scuole di fotografia, le poche che esistono, viene insegnata la storia della fotografia, ma non quella dell’arte.’
    Nel corso che ho il piacere di svolgere facciamo una lezione-incontro di ‘Arte e Fotografia’…. siamo mosche bianche? forse abbiamo superato il concetto di post-moderno e ci sentiamo solo ‘moderni’… nel 2010! Sono fiero di essere un romantico se il significato di romantico è quello che veicoli… non si può condurre tutto quanto a manifesti apodittici come leggo: uccidono il sentire, l’avere un’anima. (opinione)

  22. Antonino Tutolo scrive:

    @Domenico
    Ognuno può avere la sua opinione. Ognuno può sfogare la propria sensibilità, le forze che si sprigionano dalla propria anima, nel modo che ritiene più opportuno. Ma non si può negare l’anima e la sensibilità degli altri, mettendo in piedi paletti privi di utilità e costrutto. Se fai caso, non commento quasi mai negativamente le foto altrui. Rilevo in ognuno quello che ha di positivo. E ciascuno lo ha. La discussione non la affronto per affermarmi, ma per conoscere.
    Per me non ha senso stroncare idee, anche strambe; proprio perché non ho la presunzione di giudicare. Esprimo la mia opinione in modo costruttivo, sempre pronto a ricredermi, se gli argomenti addotti sono convincenti e trovano riscontro nel contesto e nell’approfondimento. I miei convincimenti sono sempre messi alla prova.
    Questo forum potrebbe aprire nuovi orizzonti, coi piedi razionalmente per terra, ma con disponibilità all’innovazione. Non possiamo perpetuare la stessa fotografia per un altro secolo. Già è una noia. Ma una nuova fotografia nasce solo da nuove idee, da una nuova estetica. Il vecchio è nell’armadio, mi è servito per arrivare dove sono; ma devo guardare al futuro. La discussione, l’approfondimento degli argomenti sono necessari e richiedono tempo e spazio sul forum. La fotografia ha una base culturale. La conoscenza affina la tecnica ed il gusto.

  23. @Antonino Tutolo
    “La fotografia è arte?”

    PREMESSA
    Ai logorroici feuilletons o sempre preferito i romanzi brevi, per cui cercherò di meritarmi la gratitudine dei pazienti lettori di questo thread cercando di essere il più sintetico possibile.

    La bizzarra domanda posta all’inizio dell’ultimo commento di Antonino – “la fotografia è arte?” – tormenta troppe persone da oltre 170 anni. Penso proprio che tutto nasca dall’equivoco di scambiare un mezzo per un fine. Se la domanda fosse capovolta avrebbe finalmente un senso: l’arte è fotografia? La risposta sarebbe un ormai scontato e definitivo sì. Le forme fisiche prese dall’arte possono essere le più diverse e quindi anche quelle della fotografia.

    Il problema sul tappeto è quindi un altro: le persone che si dilettano nell’usare tecniche, procedure e mezzi fotografici, per questo solo fatto, stanno facendo arte? La risposta qui sarebbe un definitivo NO.

    Concludendo, la fotografia e le sue pratiche, di per se stesse, garantiscono solo la produzione di fotografie. Gli oggetti così ottenuti, oggi anche virtuali nella loro forma elettronica di “file”, possono servire a passare il tempo, informare, studiare, promuovere, conoscere, ecc., ecc. Quindi anche a produrre arte visiva. Però perché quest’ultimo miracoloso evento accada tutto il meccanismo dev’essere manovrato da un artista.

    E qui arriviamo al punto finale del mio ragionamento: come si ottiene la patente di “ARTISTA”? In diversi modi: si può assolutamente e fermamente crederlo (autoreferenzialità); può deciderlo il consesso ristretto di familiari, amici e colleghi (situazione assai diffusa nel nostro Bel Paese…); può decretarlo il mondo istituzionale (magari con certificati, medaglie ed ogni altro orpello adeguato allo scopo); può deciderlo chi circuita le opere (il sistema dell’arte); infine può determinarlo la storia scritta dai posteri. Quest’ultima sembrerebbe la patente più definitiva e sicura, ma spesso anche i posteri sbagliano e seguono le mode.

    In conclusione, poco importa se le fotografie realizzate con intenzioni artistiche siano poi effettivamente tutte, o in parte, opere d’arte. Importa semmai che riescano a dare piena soddisfazione alle intenzioni di chi le produce, qualsiasi esse siano: dal più spregevole fotoricatto, passando per l’applaudita pubblicazione su un sito fotoamatoriale, fino alla personale di successo al MoMA (ad artista vivente, of course) ;-)

  24. Domenico Brizio scrive:

    Il problema e la fortuna è che noi non sappiamo come sarà la fotografia tra tre anni e vorremmo già dire come dovrebbe essere: io non voglio dire come dovrebbe essere e quando sento che sale il bisbiglio di un ‘nuovo manifesto della fotografia’ mi prende l’angoscia. Non possiamo sindacare idee, estetica, cultura, tecnica, gusto: lasciamoli liberi e ci daranno soddisfazioni. Questi accorati appelli all’innovazione mi sembrano pleonastici.

  25. Antonino Tutolo scrive:

    @Domenico Brizio
    “Non possiamo sindacare idee, estetica, cultura, tecnica, gusto: lasciamoli liberi e ci daranno soddisfazioni. Questi accorati appelli all’innovazione mi sembrano pleonastici.”
    .
    Vorrei che tu avessi ragione, Domenico.
    Purtroppo la mia esperienza è diversa.
    in passato ho visto mie foto scartate dal tema settimanale della sezione per motivi, è più giusto chiamarli pregiudizi, che non hanno fondamento.
    La fotografia architettonica deve mostrare la base dell’edificio. L’acqua della fontana deve filare come il cotone. Il ritratto deve mostrare solo il viso del soggetto. Il digitale è falso. L’analogico è la riproduzione, l’orma della realtà. Il digitale ha distrutto la fotografia. La fotografia è arte solo quando si parla con gli amici.
    Ed altro, ed altro ancora.

    @Domenico Brizio
    Stavamo facendo un discorso teorico sull’arte, cercando di mettere in rilievo cosa è l’arte e cos’é la fotografia.
    Quando la fotografia è arte e perché.
    Posso riassumere in sole tre righe tutto il discorso.
    La fotografia italiana ufficiale rifiuta il concetto di aderenza all’arte.
    Era interessante comprendere le motivazioni del discorso, in modo che tutti potessero comprendere concetti complessi, esaminandoli in modo semplice, accessibili a chiunque abbia interesse.
    Quello che conta non è il punto di arrivo, ma i perché.
    Se non si comprendono i perché, se non si ha il concetto di arte (che non è una cosa altisonante e stratosferica) ci si ritrova successivamente a non comprendersi su tutto il resto.
    Ogni intervento su un forum deve essere positivo, propositivo, non semplicemente votato alla negazione senza argomenti, alla autoaffermazione, oppure alla semplice rilevazione degli errori e dei difetti altrui.

  26. Antonino Tutolo scrive:

    @Fulvio Bortolozzo
    Ora esaminiamo i contenuti.
    Esiste una patente di artista?
    Esiste una patente di persona colta?
    Esiste una patente di bravo cuoco o bravo magazziniere?
    C’é necessità di possedere questa patente?
    Una volta in possesso di questa patente si è certi di essere artisti?
    .
    @Fulvio
    “le persone che si dilettano nell’usare tecniche, procedure e mezzi fotografici, per questo solo fatto, stanno facendo arte? La risposta qui sarebbe un definitivo NO.”
    .
    Non sarei così categorico. Chi giudica le opere? Molti non sanno nemmeno di essere artisti.
    Un bambino che disegna, con grande semplicità, le sue casette, non è piccolo un’artista?
    La donna di casa, che dispone i suoi fiori, i suoi mobili, non è, nel suo piccolo, un’artista, un’arredatrice? Non percorre i sentieri dell’estetica, del gusto?
    Cos’é l’arte?
    Non è la manifestazione del proprio essere?
    Se non si comprende cos’é l’arte come si fa a discorrerne?
    Non esiste un livello assoluto di arte, ma tantissimi!
    Dai segni nelle caverne già si percepisce il senso dell’arte.
    Ognuno, nel suo piccolo, è un’artista, per il semplice bisogno di esprimersi esteticamente.
    Tutto questo è già stato esposto in questo “feuilleton”, ma evidentemente non è stato letto, nella fretta di riassumere.

  27. Domenico Brizio scrive:

    @ Antonino
    “La fotografia architettonica deve mostrare la base dell’edificio. L’acqua della fontana deve filare come il cotone. Il ritratto deve mostrare solo il viso del soggetto. Il digitale è falso. L’analogico è la riproduzione, l’orma della realtà. Il digitale ha distrutto la fotografia. La fotografia è arte solo quando si parla con gli amici”
    Quella sezione aveva dei problemi… introducendo un po’ di democraticità si sarebbero risolti…
    Verso le cose davanti (che arriveranno anche sensa il nostro consenso) conta forse qualche perchè come dici ma conta anche il percorso, e questo è anche nostro.
    Checchè ne dica la ‘fotografia ufficiale italiana’ (chi sono?) la fotografia è arte ed è un’arte.

  28. @Antonino Tutolo
    “Tutto questo è già stato esposto in questo “feuilleton”, ma evidentemente non è stato letto, nella fretta di riassumere.”

    A volte anche la lettura dei romanzi brevi può essere affrettata. Se ci limitassimo a scambiarci idee invece che supposizioni sulle rispettive capacità di comprenderci forse risparmieremmo tempo e dita. Sei d’accordo Antonino?

    Secondo il tuo pensiero, sintetizzo, è arte ogni gesto dell’uomo. Benissimo. Siccome tutto è uguale a niente, siamo da capo a dodici.
    La patente è quella cosa che molto concretamente (attraverso lo scambio di opere con vil denaro) distingue un qualsiasi gesto umano (e quindi artistico per forza, se lo osservi slegato dalla sua funzione) dal gesto riconosciuto come arte.
    Questa patente non la posso dare io (se non a me stesso, come estremo gesto autoconsolatorio) e nemmeno tu (in quanto Antonino e quindi individuo umano pari a Fulvio). La danno, come ribadisco, quanti producono, collezionano e promuovono gli oggetti che all’interno di quel mecato vengono stabiliti come artistici. Al di fuori di quel mercato lì c’è un grande spazio per l’espressività, la creatività, l’intelligenza, la passione, la pratica fotografica, l’uncinetto e la pesca sportiva, ma non ha senso chiedersi se queste nobili attività siano ARTE. Lo sono per forza, in senso esteso e inutile; non lo sono per niente in senso ristretto e utile (leggi anche: profitto).

    Ovviamente, I M H O.

  29. Antonino Tutolo scrive:

    @Fulvio Bortolozzo
    Mai detto che “ogni attività dell’uomo è arte”.
    Oggi l’arte comunica il pensiero intimo, le emozioni, ecc.
    Nei disegni di un bambino traspare la sua psicologia, l’ambiente in cui vive, gli stimoli che riceve.
    Dal modo di vestire di una donna si comprendono i suoi condizionamenti, la psicologia, il senso dell’estetica, la morale, i suoi bisogni più intimi.
    Questo è il motivo per cui anche l’urbanistica, la moda, e perfino il trucco, sono arte.
    Non confondere l’arte con la sua commercializzazione. Un libro di Proust, di T.Mann, di Tolstoi, di Dostoevskij, è arte; e vende poche migliaia di copie; ma per l’eternità. Un libro di B.Vespa non lo è, e venda centinaia di migliaia di copie. Non è il successo commerciale di un’opera a renderla arte: sono la sua universalità, l’originalità e lo spessore concettuale. Proust, T.Mann, Tolstoi, Dostoevskij, hanno radiografato l’uomo. Un alieno potrebbe capire cosa siamo già solo leggendo i loro libri. La Marilyn di Warhol è ormai universale. Essa rappresenta l’occidente, la globalizzazione, i media, l’America, i beni di consumo, la cultura stessa americana.
    L’arte è nata con l’uomo ed è legata al pensiero; è espressione dell’intelligenza, del bisogno di comunicare se stessi. La fotografia è solo un mezzo espressivo, comunicativo; come la pittura, la scultura. Quindi è un mezzo d’arte.
    Purtroppo molti la intendono solo come documentazione.

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