Gianfranceschi Elio – Senza titolo

Senza Titolo.


Elio Gianfranceschi

Ci sono immagini che non stupiscono per “bellezza” estetica, bensì per quanto riescono a comunicare in termini di percezione di senso. Anche stimolando interrogativi. Nel rispetto della soggettiva interpretazione, per me, questa foto ne è un esempio.
L’Autore ritrae un adolescente, mentre gioca alla Play Station, operando scelte non casuali. Il punto di vista, dal basso verso l’alto, contestualizza la situazione drammatizzandone gli equilibri. La postura del ragazzo, con la proporzione della seduta che va da margine a margine, evoca con forza il concetto di sedentarietà.
Ma l’elemento dominante è il filo del Controller Pad, che attraversa la visuale del fotografo, campeggia nell’area più vuota dell’inquadratura e va a nascondere il viso del ragazzo. La sua identità (solo quella somatica?) viene, quindi, “disturbata” dal filo diretto alla Console.
Percettivamente, il filo che passa davanti al viso, è funzionale a ciò che l’Autore sembra voler comunicare: quanto può essere “disturbato” un giovane, dal modo eccessivo ed assuefatto che generalmente ha nel relazionarsi a questo gioco? Peraltro, la mancanza di un dato identificativo, diviene valore aggiunto perché rende l’immagine trasversale: il giovane ritratto diventa rappresentante dei suoi coetanei.
Se lo scatto fosse genitoriale, il principale merito dell’Autore sarebbe di aver avuto la lucida capacità di trovare senso per un’immagine, anche, nella personale quotidianità. Qualora, invece, fosse frutto di una ricerca mirata, direi che Gianfranceschi è riuscito con un ottimo scatto a comunicare efficacemente il messaggio.

Elena Falchi


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Comments (9)

 

  1. Massimo Bardelli scrive:

    Non so se la scelta dello scatto sia famigliare o frutto di una ricerca, ma l’efficacia dell’immagine nel raccontare una generazione è eccezionale. Mi sembra che filo del Controller Pad contribuisca ad una composizione valida che mette in evidenza i punti di interesse, le mani e quando sembra di disturbo, al contrario, enfatizza il messaggio. Mi sento di azzardare che il viso cancellato dal filo possa significare la facilità con la quale la generazione ritratta tenda ad omologarsi spersonalizzandosi, cancellando con facilità le proprio specificità.
    Massimo Bardelli

  2. Mauro Marchetti scrive:

    Mi fa molto piacere vedere in un blog Fiaf un’ immagine come questa.
    Temevo di trovare soltanto scatti formali, legati all’estetica classica delle situazioni concorsuali.
    E’ la prima immagine, ma credo a questo punto che ce ne saranno molte altre, che narra molto più di quel che mostra.
    Complimenti all’autore e a chi ne ha deciso la pubblicazione.
    Mauro Marchetti

  3. Domenico Brizio scrive:

    Mi viene in mente una frase che quando l’ho letta più o meno recitava: “Un orologio fermo segna sicuramente l’ora esatta due volte al giorno, un orologio guasto mai, o è indietro o è avanti”. Questa immagine mi ricorda l’orologio fermo: dice. O forse la mancanza della visibilità di un elemento dell’anima come gli occhi induce ad un racconto più personale in chi osserva, fa immaginare, e questo fa la buona Fotografia, altrimenti ci omologhiamo alla “concorsite” che ha leggi di casta. Avete notato: finora su tredici immagini in questo blog, ben 11 portano una figura umana: sappiamo vedere Fotografia anche senza?
    Credo si di ma occorre un livello di percezione anche in chi osserva più legato alla cultura fotografica che alla comune sensibilità. Scusatemi questa citazione ancora: “Metà della bellezza è nel paesaggio, l’altra metà è negli occhi di chi guarda”. Per questo sono incerto a quotare nelle classifiche di un concorso le mie emozioni espresse amando la luce e tutto quel che ne segue.
    La bellezza estetica non ha leggi statiche, ed è una gran fortuna. Questa immagine esplora un mondo di riflessioni, fa correre il pensiero e me ne compiaccio con l’autore.
    Domenico Brizio

  4. …effettivamente concordo con Elena Falchi quando dice che questa immagine non colpisce per le doti estetiche…anzi …forse quello che mi colpisce maggiormente è proprio una sorta di dissonanza e di mancanza di armonia sia nel significato che nel significante …come lo stridio del gesso sulla lavagna…e diciamocelo non è quello che vorremmo vedere in fotografia…eppure ti fermi e la guardi.
    Il ragazzo rivela la sua presenza estranea e momentanea in un ambiente a lui estraneo (stanza con mobili non moderni e seduta scomoda e provvisoria) di cui sembra non avere interesse. Il suo corpo senza testa, con le spalle abbandonate a sè stesse, si aggancia inesorabilmente e altrettanto temporaneamente a quello che sembra un cordone ombelicale che attraversa l’immagine ma che non porta alcun nutrimento spirituale o intellettuale . Il senso generale che ne avverto è un sentimento di pesante leggerezza, un fastidio latente nato dall’evanescenza di quella figura di adolescente senza viso che effimeramente c’è ma sembra essere immemore di sè e assorto nell’automatismo delle sue azioni senza pensiero. Visione generazionale?
    Forse…l’immagine comunque pone tanti quesiti in merito.
    Complimenti all’autore che ha saputo dar vita ad uno scatto dalle indubbie doti dialettiche.
    Daniela Mezzanotte

  5. Antonino Tutolo scrive:

    Un’immagine la si interpreta mettendo in realzione i vari simboli che essa contiene. Tutte le arti grafiche si esprimono attraverso simboli, più o meno conosciuti, più o meno interpretabili; in dipendenza delle conoscenze, e quindi della cultura, della sensibilità ed al vissuto, di chi legge.
    L’idea che ha portato all’immagine di Elio Gianfrancesco è da valutare positivamente.
    Ma il simbolismo in essa contenuto mi pare un po’ insufficiente.
    Personalmente ho faticato a riconoscere, tra le mani del giovane (è poco leggibile), una periferica di controllo per i giochi al PC?
    Senza la percezione di quel “simbolo” l’immagine non svela il suo contenuto, non parla.
    Quella linea curva (il filo) che nasconde il volto è incombente, eppure non ha significato per la lettura.
    Concordo con Mauro Marchetti sul fatto che è un piacere, ogni tanto, vedere immagini che nascano da un’idea creativa meno formale, più originale e quindi meno consueta.
    La fotografia in questi anni ha avuto un notevole incremento di praticanti. Ma la qualità artistica media dei suddetti non è aumentata. Tutt’altro.
    Quello che apprezzo della FIAF è che cerca di portare all’attenzione dei suoi soci gli esempi migliori, più magistrali ed istruttivi.
    Altrove, i nuovi praticanti sono in balia di riviste e pubblicità che hanno solo interessi commerciali. Questi media chiedono molto al lettore (in termini economici), gli danno poco in cambio (per imparare qualcosa ci vogliono intere annate di riviste) e spesso insegnano solo a copiare, senza mai stimolare la creatività personale.
    Consordo con Domenico Brizio: “La bellezza estetica non ha leggi statiche, ed è una gran fortuna.”
    Però la comunicazione attraverso le immagini è soggetta a leggi estetiche, compositive e percettive dei colori e delle forme; codificate nel corso dei secoli in numerosi trattati (Goethe, Kandinsky, ecc.).
    Si tratta di un vero e proprio linguaggio di comunicazione, che aiuta a rendere comprensibili le proprie idee creative in ogni arte grafica.
    Antonino Tutolo

  6. Alfonso Arana scrive:

    Un ragazzo seduto scomodamente di fronte alla TV, molto vicino allo schermo ha in mano il comando di una consolle di giochi.
    Il filo di comando attraversa la scena e la fa da protagonista insieme al punto di ripresa.
    Il filo come una saetta nasconde all’osservatore il volto del bambino che potrebbe essere un qualsiasi bambino del nostro tempo e la ripresa dal basso inedita fa sembrare un “mostro” colui che sta fuori dallo schermo, invertendo i ruoli.
    Alfonso Arana

  7. Carla Pellegrini scrive:

    E’ una immagine questa che mi ha colpito molto proprio in virtù della quotidianità che racconta.
    A parte gli utilizzatori delle playstation anche i familiari, in particolar modo credo i genitori, sanno bene che cosa tiene in mano il ragazzo e cosa rappresenta.
    Il filo della console che copre il viso del giocatore ma anche la forma che assume il filo stesso sottolineano l’isolamento che si viene a creare tra il fruitore del gioco e coloro che vivono il suo stesso ambiente.
    Mi complimento vivamente con il sig. Gianfranceschi anche perchè mio figlio non è riuscito a trattenere un sorriso quando gli ho mostrato questa fotografia.
    Carla Pellegrini

  8. Elio Gianfranceschi scrive:

    Vorrei innanzitutto ringraziare tutti coloro che sono intervenuti. Vorrei poi raccontare brevemente la mia foto che , come ogni immagine, si presta a più di una interpretazione, proprio in base ai sentimenti ed al background culturale di oguno di noi.Questo scatto é il secondo di un mini portfolio di quattro foto. Diciamo il riassunto di un riassunto, dato che gli scatti sono otto.
    Nel primo scatto c’è in primissimo piano il joypad, azionato dalle mani del ragazzo (mio figlio). Il joypad, le mani e ovviamente il filo, riempiono l’inquadratura.
    Nel secondo, il filo (cordone ombelicale maligno), si palesa in maniera prepotente e distruttiva sul giocatore, assorbendone la vitalità e la personalità.
    Nel terzo, (inquadratura dal suolo), all’estremità sinistra c’é il ragazzo, all’opposto sulla destra c’é lo schermo tv con i lampi del gioco. Qui, l’influsso del gioco si propaga dallo schermo al ragazzo, contaminandolo. Ho usato delle “fiamme”, ma queste sono a livello superficiale, non si sono impossessate ancora del corpo. Le “fiamme”, possono sembrare un elemento fumettistico e riduttivo per la linearità del discorso, ma vi assicuro che “studiando” le fasi di gioco , io vedevo proprio che mio figlio…”era infiammato”.
    Nell’ultimo scatto vediamo sulla destra lo schermo, che é bloccato sull’immagine dei piedi di kratos, il personaggio del gioco. Un piede é sollevato, sta su uno spuntone di roccia, sotto l’abisso; poco più in là, sulla sinistra, nella realtà, c’é la stessa immagine ripetuta vicino all’orlo della finestra, il piede è sollevato, sotto il vuoto, é mio figlio. Kratos poi si é lasciato cadere! Ecco, se dovessi dare un titolo al portfolio, questo sarebbe… KRATOS.
    Elio Gianfranceschi

  9. Silvano Bicocchi scrive:

    L’ inquadratura dell’autore è frutto di un’idea e non di una visione retinica contemplativa, pertanto egli è andato a scrivere nell’immagine il suo messaggio con un carico concettuale dai molteplici significati, primi fra tutti quelli legati dal suo sentimento di paternità. Ecco che l’immagine gode di un vissuto particolarmente vivo che in particolare è stato colto dalle letture delle fotografe intervenute. E’ questa carica esistenziale che spiega la scelta compositiva improbabile fatta dall’autore che nello sgarbo del cavo, posto in contrasto con la tenerezza verso tutto il resto, trova il segno per esprimere il suo messaggio accorato.
    Silvano Bicocchi

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