De Maio Paolo G. – Pensiero Colorato

Foto Grafica Mente è un portfolio/indagine introspettiva dove l’autore propone la Realtà intesa come riproduzione tecnica attraverso la sua destrutturazione / strutturazione con la relativa e conseguente deformazione / formazione veicolata dall’apparecchio fotografico che impone solo a chi possiede una tenace e solida conoscenza e capacità nella lettura dell’immagine di comprendere ciò che è proposto come reale, è nello specifico la sintesi compositiva / interpretativa dell’autore, ma che in effetti, reale non è.
Il Pensiero reso in immagine quindi, distillato da mezzi tecnologici per finalità comunicative non aleatorie ed esclusivamente specialistiche..


Paolo G. De Maio - Pensiero colorato a8x6

Il Pensiero si può manifestare e veicolare attraverso le immagini. Questa, in sintesi, la sostanza tematica dell’indagine – “Foto Grafica Mente” – di cui questo scatto è un segmento significativo. Uno studio/progetto estremamente interessante per composizioni, contenuti, cromatismi e significati. Una ricerca introspettiva molto stimolante, concettualmente articolata, culturalmente intrigante, innervata di rimandi pittorici, con la quale l’autore propone la Realtà che vive e interpreta, come un complesso processo che coniuga produzione, strutturazione, formazione ma anche riproduzione, deformazione, destrutturazione. Può, quindi, esistere un Pensiero colorato? Certo! Come del resto può esisterne uno non colorato. Solo che va letto e decodificato. Per farlo è necessario avere conoscenze adeguate, tecniche estetiche, e una speciale sensibilità nel leggere le immagini, per comprendere se ciò che è proposto come reale è Realtà, ben sapendo che esse sintetizzano, per lo più, il punto di vista dell’autore, solo, quindi, il suo reale e non, forse, quello che contiene la Realtà!

Fausto Raschiatore


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Comments (21)

 

  1. Enrico Maddalena scrive:

    Una immagine dai colori molto saturi, nella quale le “cose” fotografate non sono più segni “indicali” della realtà che li ha generati, ma semplici campiture cromatiche che ricordano i dipinti di Mondrian.
    La luminosità del rosso, del giallo e del verde viene esaltata dal nero delle ombre proprie e portate degli edifici, reso compatto e profondo dall’autore. Il rosso apre a sinistra e chiude a destra la serie di colori primari (rosso, verde e blu primari addittivi e giallo primario sottrattivo). Unico elemento che rompe la rigida geometria delle linee e delle superfici, il cumulus humilis che contrasta (stride?) con l’astrattismo del resto della composizione, facendo da contrappunto alla piccola campitura bianca del primo edificio: il bianco come somma di tutti i colori.
    Enrico Maddalena

  2. Domenico Brizio scrive:

    Fortunatamente il mondo fotografico è più imperfetto del mondo grafico! per questo amo la Fotografia e la realtà fisica, quella virtuale mi dis-emoziona. Sarà anche cromaticamente interessante… ma impatta negativamente su di me quando cerco l’interessante. Mondrian? un’altra storia. Magritte? un’altra ancora. Non a caso il commento di Enrico Maddalena nota il cumulus humilis: che ci sta a fare? Avulso.
    Domenico Brizio

  3. Paolo De Maio scrive:

    Grazie Enrico per la tua analisi tecnica, precisa e schematica che contribuise a dare valore e a rinforzare il signifcato della presentazione verbale del concept.
    Tuttavia mi piacerebbe sapere quali sono le sensazioni che hai percepito nel leggere l’immagine e quale messaggio latente hai colto; te ne sarei estremamente grato.
    Paolo De Maio

  4. Antonino Tutolo scrive:

    Esprimo apprezzamento per l’immagine “Pensiero colorato”.
    Altri prima di me hanno analizzato la profondità, resa col contrasto tra i colori vivi ed i neri, e l’azzurro saturo del cielo e la composizione ben curata. Complimenti all’autore.
    Leggendo la presentazione di Fausto Raschiatore, colgo l’occasione ed il pretesto per fare alcune considerazioni più generali sulla fotografia italiana.
    Agli inizi del 900 le avanguardie pittoriche si sono allontanate dalla semplice rappresentazione “reale” del naturalismo, il cui linguaggio era universale (comprensibile a chiunque), per “comunicare” pensieri, idee, emozioni, ricordi e quant’altro può risultare significativo.
    Nell’approccio all’arte moderna, non bisogna mai porsi l’interrogativo, guardando un’opera d’arte, di cosa essa rappresenti, ma occorre chiedersi cosa essa comunichi.
    Come giustamento evidenziato da Fausto Raschiatore, per far questo occorre che il linguaggio dell’artista sia compreso dal fruitore dell’opera. L’arte moderna necessita di un approccio qualificato; solo studiando da vicino le problematiche connesse ai movimenti e ai singoli artisti è possibile comprendere il significato di un’opera d’arte.
    Si scolpiva e si dipingeva per mostrare l’immagine o la figura del dio, dell’imperatore o del faraone. Si eseguivano marce di battaglia, prima di comporre sinfonie e concerti per deliziare lo spirito.
    Tutte le arti si sono svincolate dalla “documentazione della “realtà”. La fotografia, invece, è rimasta indietro. Ancora oggi ci sono molti fotografi che affermano che l’opera “non si ritocca”, che la fotografia è “realtà”; che il digitale altera l’immagine. Dimenticando, o forse ignorando, la storia della fotografia; le tecniche da secoli impiegate in camera oscura; la realtà monocromatica del B/N, che è già alterazione della realtà.
    Sarebbe finalmente il caso che i fotografi italiani prendessero conoscenza delle ben diverse “realtà” della fotografia internazionale.
    Porto ad esempio alcuni artisti quali Ben Gossen:
    http://images.google.it/images?q=Ben+Goossens&oe=utf-8&rls=org.mozilla:it:official&client=firefox-a&um=1&ie=UTF-8&ei=lYe7Sp6eEcbh-Qba9vzRCw&sa=X&oi=image_result_group&ct=title&resnum=4
    i Paysage di Fernand Hick:
    http://www.fhick.be/a_pays/paysage.html
    Gli Statuesque di Marcel Van Balken:
    http://www.photure.demon.nl/Photure_Image_Gallery.htm
    I Digital world, i Cityscapes e le magnifiche ed esemplari geometrie di Jef Van den Houte:
    http://photo.net/photodb/folder?folder_id=736436
    A me sembra che fotografia italiana, salvo qualche giovane illuminato e di grandi prospettive, s’é fermata ai pur grandissimi maestri contemporanei di Cartier Bresson.
    Antonino Tutolo

  5. Enrico Maddalena scrive:

    Ciao Paolo,
    essendo parte di un portfolio, la lettura profonda è difficile. Sarebbe come cercare di capire il senso di una frase, dopo averne letto solo una parola.
    Le sensazioni che ho provato sono di tipo estetico, dovute ai contrasti cromatici di colori puri ed al ritmo delle campiture, accentuato dagli intervalli di nero. Campiture piatte private del volume e dello sfumato, dove la nuvola sembra una intrusa (ma forse, osservando le altre immagini della serie, potrebbe non esserlo). Per il messaggio latente, non arrischio ipotesi (dovrei vedere il portfolio) poiché aprirei la porta ad “integrazioni culturali” sempre in agguato quando si fa una lettura (leggere non ciò che ha voluto comunicarci l’autore, ma ciò che nasce in noi dall’osservazione dell’immagine, interrompendo di fatto la comunicazione).
    A me sembra una ricerca estetica, quasi musicale, sui toni puri e sull’armonia degli spazi e degli accostamenti.
    Enrico Maddalena

  6. Domenico Brizio scrive:

    Se il pensiero è colorato allora la nuvola non è il pensiero, e se il pensiero fosse colorato ho bisogno di conoscere il concetto che lo colora.
    La “fotografia italiana” è, a mio modestissimo parere, ancorata alla Fotografia. L’emozione non si manifesta se il reale non è sotteso.
    Domenico Brizio

  7. Antonino Tutolo scrive:

    Dopo il primo approccio gioioso, accattivante, dettato e fin troppo imposto dalle forme geometriche perfette, dalla vivacità e dalla luminosità dei colori, gli stessi artefici di questa gioia paiono volermi condizionare ed attrarre, come una Circe, ad una visione quasi ipnotica e limitativa del mio gusto e di un mio “pensiero monocromatico, o più sfumato”. Il mio sguardo cerca rifugio sulla piccola nuvola bianca “non colore”. L’azzurro perfetto e “monocromatico” del cielo è la sola via di fuga.
    Antonino Tutolo

  8. Domenico Brizio scrive:

    Se la nuvola è il pensiero, allora il pensiero non è colorato.
    Se ho bisogno di creare altri mondi per dire di essere “avanti” allora sono indietro, ma se vedo nel reale-fisico (luce) un mondo da comunicare allora, scrivo il mio percorso con la luce. Una cosa è alterare la realtà, un’altra è creare una non-realtà e colorarla di verosimiglianza. La luce reale contiene un’emozione superiore della luce virtuale. La fotografia è già di per se stessa “svincolata dalla realtà” ma non è operazione fotografica quando dispongo solo della realtà virtuale.
    Domenico Brizio

  9. Paolo De Maio scrive:

    @Domenico Brizio: non posso meritare un accostamento a grandi del passato pittorico ed il perchè è facilmente intuibile ne tantomeno pensare ad accostamenti a grandi della Fotografia quali Fontana o Turner (dai cui ho preso ispirazione per l’utilizzo della tecnica cromatica) per il medesimo motivo. La spiegazione ai tuoi interrogativi la trovi nella descrizione di sintesi del percorso progettuale oltre che nelle parole di Fausto Raschiatore che non a caso non fa riferimenti a grandi della pittura del passato ma parla “di riferimenti pittorici” e leggendo tra le righe velatamente scrive di “originalità” dello studio.
    Per quanto riguarda il pensiero colorato e l’attinenza alla nuvola credo che l’intervento di Enrico Maddalena chiarisca in parte quando dice che il bianco è la somma di tutti i colori. Per quanto riguarda l’emozione qualcuno ha detto che: “bisogna partire dal reale per realizzare un astratto”.
    Antonino Tutolo con attenta ed armonica descrizione determina in 5 paragrafi il senso dell’immagine che apre il concept. “Il pensiero colorato” svanirà di li a poco…
    Paolo De Maio

  10. Domenico Brizio scrive:

    Ho bisogno di capire: se metto un cappello-cilindro nel cielo parto dal reale (cappello e cielo) e realizzo un astratto (cappello.cielo); se metto una nuvola (reale) nel cielo non-reale (sfondo di colore) realizzo un astratto? Nel secondo caso manca il secondo elemento reale, secondo me, che invalida l’operazione dal reale all’astratto.
    Ciò nulla toglie all’innegabile dote dell’autore della ‘fotografia’ proposta nell’immaginare accostamenti comunicativi.
    E a me manca la sensibilità nel leggere questo tipo di immagini… e la specialistica connessa.
    Domenico Brizio

  11. Antonino Tutolo scrive:

    Rispondendo a Domenico Brizio:
    “Una cosa è alterare la realtà, un’altra è creare una non-realtà e colorarla di verosimiglianza.”
    Tutto dipende da cosa si intende per realtà.
    Sappiamo che essa è individuale, soggettiva, limitata e variabile nel tempo, oltre che dipendente dai bisogni, dalle esperienze e dalla cultura individuale.
    Se a questo aggiungiamo le variabili legate al complesso bagaglio tecnico necessario già solo per ottenere una fotografia “almeno normale” dal punto di vista delle aspettative “comuni”,
    ci accorgiamo che esistono tanti di quei parametri da impiegare, quando si fotografa, che ottenere “la realtà”, senza condizionarla in modo profondo, è a dir poco illusorio.
    Cosa si intende per alterare la realtà?
    Ricevere degli stimoli esterni e tradurli, in modo più o meno complesso, in arte, con un procedimento fotografico, più versatile, “moderno” ed attuale?
    O vedere, più pessimisticamente, in ogni operatore digitale un farabutto che vuol barare?
    Ricordo che tanti anni fa le stesse, identiche “alterazioni” si facevano con l’analogico: uso del B/N piuttosto che del colore (invece la “realtà” è a colori), viraggi, montaggi, alterazioni prospettiche e di toni, scelta di una specifica focale, di una pellicola a grana fine o grossa, contrastata o morbida, il tipo di sviluppo, la gradazione di carta, le mani sotto l’ingranditore per scurire o schiarire, il piano inclinato della carta per modificare la prospettiva, ecc.).
    Qualcuno storceva il naso, ma poi le grandi braccia della fotografia riaccoglievano amorevolmente il figliolo scapestrato.
    Scrivere con la luce, dal punto di vista artistico, è per me come scrivere col pennello.
    E nessuno si sogna più, nella pittura, di escludere dalle mostre un Van Gogh e di farlo morire senza vendere un solo quadro, come è successo in passato. Salvo poi ricredersi o essere tramandato ai posteri come artisticamente legato a vecchi schemi.
    Invece si vuole che la fotografia “sia pura”. Questo perché, fin dall’inizio, si è voluto attribuire ad essa, con pregiudizio, una falsa e presunta valenza di documentazione del reale.
    E’ uno scotto che la fotografia paga ancora, dopo più di un secolo di vita, in virtù dell’uso che se ne è fatto, nelle origini, come semplice riproduzione della realtà (si stentava a starle anche dietro, alla realtà!), e che concorre in modo determinante a farla ritenere da molti come un’arte minore; perché in essa la creatività “sarebbe” condizionata dalle caratteristiche del soggetto reale.
    Dopo più di un secolo di fotografia classica, i soggetti e le interpretazioni originali, iniziano a scarseggiare, essendo stati utilizzati in ogni posa e composizione.
    La ripetitività è ormai osservabile in ogni mostra, con stile e tecnica sempre più uguali e ripetitivi, e ormai quasi in totale assenza di idee innovative e di creatività.
    Ognuno copia quello che ha copiato chi copiava Cartier Bresson!
    Praticamente è stato detto tutto, coi mezzi della fotografia classica.
    Perché non distinguere solo tra fotografia classica (fissando per essa anche un rigido protocollo, per la realizzazione “con la sola luce”.
    Un protocollo che preveda un’ottica fissa (il 35 mm dà la visione prospettica degli occhi), pellicola di sensibilità univoca, sviluppo e tipo di carta predeterminati, e soprattutto le mani bel legate dietro la schiena, per evitare mascherature e bruciature, quando si è in camera oscura)?
    Sarebbe una fotografia più onestamente “scritta con la luce”, e senza travisazioni della realtà.
    Il digitale fa più o meno la stessa cosa, ma solo in modo più pulito e veloce.
    Se poi qualcuno vuole manipolare l’immagine, con esclusione della tecnica puramente grafica, perché vincolarlo?
    Non è fotografia quella?
    E’ solo una fotografia più complessa, che richiede la padronanza del procedimento fotografico dall’inizio alla fine.
    Una fotografia che richiede una preparazione tecnica e creativa (se si vuole ottenere qualcosa di valido) che certamente non consiste nello scattare e portare il rullino dal fotografo (che in camera oscura farà una porcheria, o ci aiuterà, compiendo quello che in camera oscura si è sempre fatto, spesso a nostra insaputa).
    Alla fine conta la creatività, il gusto. Non bastano gli artifici di Photoshop a creare una bella immagine, se le idee e le capacità creative non sono nella testa del fotografo.
    Esistono già delle precise categorie nei concorsi.
    Ci sono anche concorsi di fotografia col cellulare! E quelle immagini sono più rispondenti alla realtà di quelle create con la reflex e la camera oscura.
    Possiamo creare categorie e sottocategorie fotografiche.
    Ed ognuna avrà la sua dignità.
    A mio parere quello che conta è solo la visione artistica ed i significati.
    Antonino Tutolo

  12. Antonino Tutolo scrive:

    @Domenico Brizio
    “Ho bisogno di capire: se metto un cappello-cilindro nel cielo parto dal reale (cappello e cielo) e realizzo un astratto (cappello.cielo); se metto una nuvola (reale) nel cielo non-reale (sfondo di colore) realizzo un astratto? Nel secondo caso manca il secondo elemento reale, secondo me, che invalida l’operazione dal reale all’astratto.”
    La cosa non è strana o illogica.
    Basta osservare le opere metafisiche di De Chirico, De Pisis, Savinio e Carrà, per rendersi conto che, partendo da elementi reali (cavalli, mani, piedi, ecc., si può ottenere la rappresentazione di concetti astratti.
    Ogni elemento reale, accostato ad altri elementi reali, perde il suo significato originario per acquisirne uno nuovo, che ha quel significato solo con l’accostamento con gli altri.
    Ma l’esempio più significativo, a mio parere, sono le geometrie delle foto di “The world of Calatrava” di Jef Van den Houte, che non a caso ho già citato in un precedente mio post:
    http://photo.net/photodb/folder?folder_id=736436
    Elementi architettonici moderni (in alcune, guarda caso, sono presenti anche delle nuvolette) perdono il significato originario per concorrere a suggerirne un altro, in base all’accostamento, alla forma, al taglio, alla composizione.
    Quindi, partendo dal reale, si può arrivare all’astratto.
    Quelle di “The world of Calatrava” sono foto, non immagini !
    D’altra parte non dovresti meravigliarti.
    La fotografia è arte estetica. Cioè è la raffigurazione di un concetto astratto tramite simboli a due sole dimensioni.
    Una stella raffigura il mare, un albero la natura, un pugno la forza.
    La fotografia è necessariamente astratta. Essa è una correlazione di simboli idonei ad esprimere dei concetti.
    Ecco perché, quando si parla di “realtà”, in fotografia o in qualsiasi altra opera estetica, bisogna intenderla sempre soggettiva ed astratta.
    Quando si distingue, in modo rigido, tra fotografia di documentazione e di arte, già si commette un errore.
    Per fotografia di documentazione si deve intendere necessariamente solo una fotografia ripresa con poca attenzione, con superficialità, con incapacità o con la “non intenzione” di imprimere un significato astratto “superiore”, lasciandogli almeno quella minima parvenza di realtà che è necessaria, ad esempio, nei cataloghi dei prodotti di un supermercato.
    Ma, fotografando, non si può fare a meno di “travisare” la realtà dei soggetti. Il trasferimento dalle tre alle due dimensioni è già travisazione, soggettiva ed astratta, della realtà.
    Antonino Tutolo

  13. Domenico Brizio scrive:

    @Antonino Tutolo.
    Mi piace pensare alla “realtà” come una derivazone della res latina: un oggetto materiale, quel che esiste e rilevabile perlopiù dai sensi ma dotato di profondità, forma, colore, ecc.. qualcosa in cui fisicamente il mio corpo e i suoi sensi si abbeverano: una specie di ambiente dove percepire fiaccole di illuminazione, da cogliere fotograficamente. E ho bisogno che questa spazialità sia “vera”, al limite dell’ancestrale meteriale, per scoprire la bellezza che mi piace comunicare, anche con operazioni concettuali. Non voglio creare ciò-che-non-esiste simile a quel-che-già-c’è per assomigliargli.
    La Fotografia e la Pittura sono due mezzi diversi: la bellezza è che più comprimo e meno uso artifici della mia mente per esprimermi più ottengo quella visione universale e pura di comunicazione. Infatti le contaminazioni poco mi attraggono: spesso un mezzo di chi non riesce a vedere la Bellezza, ma la crea con larga profusione di effetti. Sono convinto che c’è così tanta Bellezza da scoprire ancora per gli occhi e la mente che non v’è alcun bisogno di mondi non-reali per percorrere le strade dell’estetica. Vero è che ciò di cui si sente il bisogno ogni tanto non è di tecnica ma di approfondimento di Coscienza per illuminare alcuni percorsi tortuosi di inavveduta “originalità”. E sono poco convinto che tutto sia stato già visto e ci sia bisogno di nuova tecnica…
    Lasciare la pittura da parte quando parliamo di Fotografia sarebbe una grande scelta per avere una fotografia sempre più simile alla scrittura di luce, un’autonomia di linguaggio sempre più necessaria. Ho fotografato anch’io Calatrava a Lisbona, per cui ‘so’ che è realtà fisica e la luce mi ha offerto sogni di pura emozione rincorrendo il mio interesse ad ogni variazione d’angolo. Ma io non sono Calatrava, solo un interprete, magari ho visto fotograficamente un rapporto struttura-luce che Calatrava non avrebbe immaginato: qui sta la mia forza poetica, nell’incontro tra la luce che io vedo con la struttura che io osservo. E come me tutti quel che han fotografato Calatrava.
    Domenico Brizio

  14. Antonino Tutolo scrive:

    Chiedo scusa a tutti i lettori di questo forum per il ping pong; ma credo che stiamo affrontando un argomento interessante, da approfondire, di interesse comune.
    Se i moderatori non sono d’accordo possono invitarmi a chiudere l’argomento.
    @Domenico Brizio
    “ho bisogno che questa spazialità sia “vera”, al limite dell’ancestrale meteriale, per scoprire la bellezza che mi piace comunicare, anche con operazioni concettuali….”
    Comprendo e condivido lo spunto di partenza ed il fine.
    Quello che non condivido è la limitazione del mezzo espressivo.
    Le alterazioni radicali che implicano l’introduzione di soggetti che non esistono, come nella grafica, certamente non fanno parte della fotografia.
    Ma gli interventi che consentono l’esaltazione, l’interpretazione, la soggettivazione artistica del reale (che d’altra parte è già soggettivo) credo siano fondamentali per non limitare la creatività.
    Bagnarsi nel mare del reale, per cogliere suggestioni e illuminazioni, e non avere uno strumento sufficientemente sofisticato per comunicarle, credo sia molto limitativo per l’arte fotografica; fino a renderla arte dimezzata, minore.
    La limitazione degli strumenti creativi impedisce l’espressione di concettualità più sofisticate.
    In fotografia, basta che un piccolo corpo estraneo (una macchia, un colore, una particolare condizione di luce) sia presente nella scena, per vanificare la comunicazione precisa e puntuale di “un concetto”.
    Questo è il motivo per cui, da sempre, si ricorre alle mascherature, alle bruciature, ai tagli, alla modifica della verticale, allo spostamento dei toni tra low key e hight key.
    L’intonazione di un’immagine a colori può portare dalla luce di Rembrandt a quella di National Geographic, e oltre.
    E l’intonazione, la luminosità o meno possono assumere significati sostanziali nell’interpretazione di un’immagine.
    La regolazione del colore è sostanza ed atmosfera; come lo è la variazione della grana in una foto in B/N, oppure il mosso o lo sfocato.
    Sfocare o creare il mosso significa intervenire pesantemente nella realtà.
    Il reale che comunichiamo al lettore, allora, diviene completamente diverso dal reale nel quale eravamo immersi e che ci ha illuminato platonicamente nella caverna delle “idee”.
    Nel reale c’era il viso di una donna; nella nostra immagine in B/N il suo viso non ha più importanza; lo abbiamo sfocato, mosso. Ora quello che comunichiamo è ansia, tremore, paura, fuga dalla realtà; non la figura fisica della donna.
    La donna fisica non conta più. Al suo posto, nella nostra immagine ci sono idee, sensazioni comunicate da un contesto di segni e intonazioni di colore o toni di grigio.
    Nella realtà di un’altra scena il soggetto principale era quello vestito di rosso; mentre ora, nell’immagine che ne abbiamo tratto in B/N, il soggetto è diventato un altro: quello che è in maggiore rilievo per contrasto delle tonalità di grigio.
    La realtà illuminava un’idea e noi l’abbiamo comunicata in modo completamente difforme dal reale.
    Abbiamo comunicato qualcosa che-non-esiste !
    Abbiamo comunicato un falso della realtà.
    Ma lo scopo della fotografia è comunicare il reale (quel-che-già-c’è), oppure comunicare le nostre emozioni, la nostra realtà soggettiva, le “idee” creative suggerite dal soggetto nella “caverna delle idee”?
    Certamente non possiamo alterare pittoricamente o graficamente il soggetto; altrimenti non faremmo fotografia.
    Ma dobbiamo riconoscere che il B/N è già alterazione “sostanziale” della realtà (e credo sia il caso di metterla “nero su bianco”, prima o poi, questa verità).
    Allora dobbiamo riconoscere pari dignità alla fotografia creativa moderna, pur nei limiti che impediscono le alterazioni sostanziali ed i grafismi.
    Alterare i colori di un’immagine non può essere più grave e meno dignitoso dell’eliminarli completamente, trasfigurandoli in toni di grigio.
    Il paragone con la pittura si può fare, e credo sia molto opportuno farlo, nel nostro discorso, per comprendere alcuni concetti. Innanzi tutto entrambe le tecniche seguono le stesse regole estetiche: compositive e colorimetriche, e le stesse finalità: fare arte, comunicare sentimenti, sensazioni, ecc.
    Ma se ho fatto questo questo paragone è per un altro motivo.
    Nelle origini, la pittura aveva lo scopo di documentare “la realtà” (papi, imperatori, nobildonne, battaglie, avvenimenti ecc.), allo stesso modo che la fotografia, dai suoi albori fino a 20-50 anni fa.
    Le avanguardie pittoriche dei primi del 900 vollero rompere questa limitazione, comprendendo che la pittura classica non consentiva di comunicare sensazioni, emozioni, in modo sofisticato.
    Infatti lo scopo della pittura del 900 è stato proprio la comunicazioni di concetti più complessi.
    Per questo motivo la pittura ha rotto i lineamenti e le aree fisiche dei corpi (Picasso, Van Gogh).
    Lo hanno fatto per spaziare in un campo artistico più vasto, più nuovo; in cui conta l’accostamento dei colori, l’uso dei toni, il rapporto ed il significato di punto, linea e superfice, e molto meno la fisicità del reale.
    Questa rottura ha donato alla pittura nuove ed immense possibilità creative ed espressive.
    Ma, quando questa rivoluzione di linguaggio è arrivata, i conservatori si sono opposti con grande determinazione e pregiudizio. Come avviene oggi col digitale fotografico.
    Il senso del mio paragone tra pittura e fotografia si limitava a questo.
    Io vorrei che l’attaccarsi, mani e piedi, al significato di una frase “dipingere con la luce” non comporti la necessità di ricredersi in futuro, dopo aver creato qualche vittima (come Van Gogh nella pittura) e dopo aver messo nell’angolo un’intera prima, e spero non seconda, generazione digitale.
    Teniamo presente che la maggior parte dei concetti, delle prescrizioni, delle definizioni e delle regole, che erano “realtà oggettiva” 10 anni fa, attualmente non hanno più valore, né significato, né senso, dopo essere state stracciate dall’evoluzione tecnologica attuale).
    Non contrastiamo l’evoluzione solo perché talvolta essa ci lascia spaesati e fuori dalle righe.
    Credo sia il caso di meditarci sopra.
    Antonino Tutolo

  15. Antonino Tutolo scrive:

    Una ulteriore e breve precisazione…
    @Domenico Brizio
    “la bellezza è che più comprimo e meno uso artifici della mia mente per esprimermi più ottengo quella visione universale e pura di comunicazione.”
    Non condivido questa affermazione.
    C’é il reale da una parte e la visione personale e soggettiva che io cerco di comunicare al lettore, dall’altra.
    Non sono un tutt’uno.
    Sono separate. Per certi versi, incomunicabili.
    La mia visione ed interpretazione del reale è frutto delle mie esperienze, della mia cultura, della mia sensibilità.
    So che ciascuno dei miei lettori avrà, a sua volta, una personale interpretazione. Perché la realtà non è oggettiva.
    Io amo il mare ed amo ritrarlo in ogni suo aspetto.
    Altri vedono in esso solo un pericolo.
    Come possono ricevere le mie stesse sensazioni di vita, di gioia, di infinito?
    Quindi, la realtà universale non esiste e non posso universalizzare il mio modo di sentire. Al massimo posso comunicare la mia percezione ad un gruppo ristretto, che ha lo stesso mio sentire.
    Se fotografo il mare, a colori, posso rendere le infinite caratterizzazioni che esso assume nel corso dell’ora, del giorno e dell’anno.
    Se uso il B/N le tonalità non si distinguono se non in minime sfumature di grigi. Quindi il risultato in B/N è completamente diverso.
    Come posso uscire da questa empasse?
    Dovrò usare dei filtri, agire in camera oscura per esaltare alcuni toni sugli altri.
    Quindi dovrò “intervenire”, non per modificare la realtà, ma per cercare di adeguare ad essa la capacità del supporto fotografico che sto usando. E questo col minimo risultato di ottenere qualcosa che si avvicini al reale.
    Ma se io mi astengo dal compiere interventi, cosa ottengo?
    Una rappresentazione errata della realtà!
    Quindi non sempre è l’azione che altera la realtà, ma talvolta è l’astensione da essa.
    In questo caso, se voglio comunicare la mia idea, devo “agire”; non astenermi.
    Se la realtà mi illumina nella mente un concetto più complesso, come faccio a comunicarlo al maggior numero possibile di lettori?
    Devo ricorrere ad un linguaggio di simboli grafici il più possibile universale.
    Nell’acqua c’é una boa arancione, che distrugge, col suo simbolismo grafico, la percezione del creato presente nel meraviglioso tramonto che ho davanti agli occhi.
    Sulla riva sta passando una coppia, mano nella mano.
    Il soggetto e l’ambientazione sono perfetti.
    O, “quasi” perfetti: c’é la stupida boa arancione!
    Cosa faccio: fermo la coppia e mi vesto da palombaro?
    Oppure, rinuncio?
    C’é un’altra possibilità?
    Me la consenti?
    Posso intervenire, in post, per eliminare quel dettaglio che ostacola la comunicazione del mio sentire?
    Un gradiente che scurisca l’immagine, via via, dal soggetto fino ai bordi, può rendere più evidente il “mano nella mano” della coppia, rispetto al contesto.
    Posso utilizzare una bruciatura che scurisca, via via, i bordi (nella stampa di un negativo B/N), mascherando al contempo il soggetto principale?
    Queste non sono tecniche nate nel digitalei. Esse sono usate, da quasi 200 anni, nelle camere oscure di tutto il mondo!
    Diverso è il discorso di chi pensa di “creare” la fotografia pasticciando in camera chiara o oscura.
    Quello è un altro discorso, che non condivido, come te.
    Antonino Tutolo

  16. Ci si casca spesso in questi tranelli… dopo tanti e tanti anni di fotografia di tutti i tipi… ci si casca ancora in questi tranelli. “Per me la fotografia deve essere così!”, “No, la fotografia deve essere colà!”
    Deve riportare la realta, non deve riportare la realtà ma la deve interpretare… Mondrian è altra cosa… Magritte è altra cosa e ciù ciù e ciù ciù… non si arriva mai, ognuno mantine il suo punto di vista. Ben venga il punto di vista personale, ma per favore… rispettare il punto di vista altrui, nessuno obbliga a seguire nessuno, ciascuno di noi seguirà la sua strada così come la sente.
    Io, personalmente, ma è solo un mio pensiero, non credo affatto che Mondrian sia altra cosa e ugualmente Magritte e così tutte le correnti e avanguardie, è vero, non sono fotografi e i loro frutti non sono fotografie, ma loro fanno parte della cultura mondiale, del bagaglio di ogni artista ed anche di chi artista non è… loro, ormai, fanno parte del nostro dna.
    Io, invece, ho notato altre cose in quella riuscita fotografia fortemente cromatica, dove le tinte intermedie sono scomparse per lasciare spazio solo ed esclusivamente ai colori primari, essenziali… l’arte, tutta l’arte, ha dei flussi, delle mode, dei mutamenti… la fotografia ugualmente, segue dei cambiamenti forma o si adegua al gusto del momento… bene la foto in questione, a mio avviso, da una sensazione di passato… di vecchio.
    Ricorda le fotografie degli anni ’80, in particolare la fotografia tedesca, ma non mancano esempi di foto francese e qualche foto italiana, i vecchi lettori di Photò e Zoom le ricorderanno certamente.
    Roberto Zuccalà

  17. Mauro Marchetti scrive:

    Grazie Roberto, sottoscrivo appieno il tuo contributo.
    E’ da qualche giorno che sentivo la necessità di intervenire riguardo al dibattito che si è sviluppato riguardo questa fotografia … ma non riuscivo a trovare parole efficaci.
    Tu ci sei riuscito appieno.
    Mauro Marchetti

  18. Domenico Brizio scrive:

    Alcuni pensieri personali (non critiche, ne alternative) seguendo gli interventi di Antonino Tutolo e Roberto Zuccalà.
    - I “corpi estranei “ in fotografia hanno due origini: interna, e allora mi sposto per non farcelo entrare nell’inquadratura, esterna, meglio “successiva”, e non ce lo inserisco. Se c’è una boa arancione io rinuncio.
    - Si, la fotografia è uno strumento meno libero e più “limitato” ma non per questo mi dedico al libertinaggio… La pittura certamente mi offre più occasioni di esprimere concetti o quel-che-non-c’è (infatti per questo disegno, astrattismo puro!). A volte sento dire “questa fotografia sembra un dipinto-quadro!”, ma non mi è capitato ancora di sentire “questo quadro-dipinto mi sembra una fotografia!” . Ciò la dice lunga su quanta strada autonoma la Fotografia abbia da percorrere. Meno male! Una risorsa.
    - Non aborro le regolazioni di contrasto colore luminosità mosso sfocato messa a fuoco differenziata mono-tonicità, ecc… non sono “un problema” (nel digitale poi ci si sviluppa da soli l’immagine!) Costituisce una depauperazione della fotografia la ricerca spasmodica di effetti, come se la tecnica potesse sostituire o abbellire quel-che-non-so esprimere in modo originale nell’atto creativo confluito che è lo scatto!
    - Esiste l’infotografabile: cioè, ciò che è inesprimibile con la Fotografia.
    - Preferisco comunicare gioia piuttosto che ansia, sempre. Ecco che allora non interpreto l’ansia.
    - Potrebbe essere interessante cominciare a dimenticare la pittura quando si ha a che fare con la fotografia. Ma questo non è cosa sempre possibile: ci sono secoli di tradizione italiana nelle nostre menti.
    - Analogico e digitale sono praticamente la stessa cosa su due supporti diversi, prova ne sia che posso passare da uno all’altro… volendo.
    - Le visioni in fotografia sono tutte soggettive, ma adoro la soggettivizzazione che precede lo scatto, quella successiva plasma ancora ma è meno sublime, mi dice di meno sull’autore, gli vedo meno “dentro” e tendo a sottrarla.
    - Il punto-linea-superficie kandinskiano può essere assolutamente fotografato nella realtà, certo va individuato prima! Scoprire le realtà che da sole trascendono è una fantastica ricerca nel campo della fotografia di cose naturali…
    - L’evoluzione tecnologica della fotografia ha fortunatamente lasciato intatto l’animo degli uomini. Non dobbiamo contrastare l’evoluzione della tecnica se ci lascia pensare artisticamente, e non solo.
    - Perché si danno voti alle fotografie nei concorsi? Provate a prendere 5 opere di Mondrian e 5 opere di Magritte e votatele: ecco perché secondo me “sono altra cosa”… pittura, infatti. Quando le fotografie non si voteranno più avranno più dignità (pensiero personale). Mettere a concorso un’emozione può essere ingiusto, comunicare un’emozione è giusto.
    - Chiedo scusa all’autore della fotografia se abbiamo procrastinato il dibattito, ma lui ha il merito di averlo imbastito esprimendosi. Non c’è un meglio: c’è un modo di sentire, altrimenti l’espressione artistica, l’anticipazione di un’anima universale, muore.
    -Le mie sono opinioni.
    Domenico Brizio

  19. Paolo G. De Maio scrive:

    Sono grato verso tutti coloro i quali sono intervenuti dando vita ad un dibattito – confronto su cui si sa bene quando si inizia a sviluppare l’argomento ma difficilmente si sa quando sarà completamente sviluppato.
    Ritengo che mettere a confronto opinioni diverse articolandole attraverso un dibattito costruttivo imperniato sull’equilibrio sia sempre arricchente per tutti.
    Ma non solo. Il mio grazie va ad Enrico Maddalena il quale nel suo secondo intervento mi insegna un altro modo di vedere e leggere la Fotografia. Il suo riferimento alla ricerca musicale è una prospettiva concettuale alla quale non avevo dato la giusta considerazione ma che sottolineata da Enrico mi permette di ragionare ed apprendere in modo più dettagliato (e da un’altra angolazione) circa la proposta che ha spinto ben oltre ogni aspettattiva il dibattito. Ciò detto non posso non ringraziare identicamente Domenico Brizio, Antonino Tutolo, Mauro Marchetti che è perfettamente in sintonia con Roberto Zuccalà poichè dai loro interventi ho potuto comprendere attraverso il confronto serrato sulla tematica osservata da punti di vista differenti, cose sulle quali dal mio modo di pensare ed approcciare alla Fotografia considero per valore e per modo di sentire differenti ma in questo caso assumono un carattere di complementarietà. Non importa se la proposta sia pittura o fotografia o l’unione tra le due; importa che si parli e ci si confronti in modo tale da rendere alla Fotografia un pò di quella passione che ci accomuna e che ci spinge a raccontare per immagini riuscendo a trasferire all’osservatore quel complesso di sensazioni che ci hanno spinto a pensare a comporre e a realizzare l’immagine. Ciò che ha detto Enrico Maddalena relativo all’analisi di un portfolio è incontrovertibile e la sottoscrivo in pieno.
    Il confronto che ne scaturito con i vostri interventi ha sicuramente reso in termini di competenza e conoscenza
    a tutti coloro che frequentano FOTOIT l’indicazione concreta su come si legge, si commenta un’immagine, una proposta fotografica e questo credo che sia la paga migliore per lo staff di FOTOIT che ha realizzato un’importante struttura dalla quale si possono acquisire indicazioni importanti e fondamentali per fare Fotografia in tutti i sensi diventandone quindi autorevole punto di riferimento dei portali di Fotografia.
    Paolo G. De Maio

  20. Antonino Tutolo scrive:

    @Roberto Zuccalà
    “Ben venga il punto di vista personale, ma per favore… rispettare il punto di vista altrui, nessuno obbliga a seguire nessuno, ciascuno di noi seguirà la sua strada così come la sente”.
    Condivido e lo reputo come un punto di partenza essenziale e formale per ogni civile confronto.
    All’atto nell’inserzione di quel post mi chiedevo: su questo forum devo esprime solo un punto di vista sulle immagini o posso ampliare il ragionamento nel campo esteso della fotografia, per un confronto umile con gli altri?
    Ma da parte mia c’è sicuramente l’intenzione di rispettare, nella civile discussione, le opinioni altrui.
    Ti ringrazio per la risposta.
    Complimenti per il sito e per le tue immagini.
    Antonino Tutolo

  21. Domenico Brizio scrive:

    Ora sappiamo che tutti esprimiamo opinioni o interrogativi personali e che l’assoluto ha poco successo, vivaddio. Quindi ognuno fortunatamente avrà la sua percezione senza sentirsi disadatto in simili circostanze.
    Chissà se la nuvola pensa di colorarsi del pensiero sottostante?
    Già, quella nuvola: a lei abbiamo chiesto se è contenta?
    Ah: grazie Nuvola!
    E grazie all’Autore dell’opera.
    Complimenti a tutti.
    Domenico Brizio

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