Malatacca Franco – Tendopoli

Terremoto. Abruzzo 2009. L’Aquila, tendopoli.


08 - Malatacca Franco - Tendopoli


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Comments (9)

 

  1. Davide Grossi scrive:

    L’immagine, seppur composta in modo ponderato, non riesce ad entrare in empatia con il fruitore. La scelta di una inquadratura molto stretta che limita il campo visivo sulla tendopoli (oggetto e titolo della fotografia) è la parte che più limita l’immagine. Il rischio serio è di non capire, in questo modo, di che tendopoli si tratti, per la mancanza di elementi chiari e designanti.
    L’immagine potrebbe essere stata scattata con uguali probabilità sia in una tendopoli per senzatetto dopo una calamità naturale, che in una tendopoli di appoggio ad un meeting, oppure in un campeggio estivo per scout. Nel caso si trattasse di una tendopoli per senzatetto, inoltre, occorrerebbe valutare eticamente l’immagine, poiché l’evidenza sfacciata del sesso e del seno della donna risulterebbe, se non lesiva, almeno inopportuna.
    Davide Grossi

  2. Mauro Marchetti scrive:

    Ammetto di essere un inesperto per quanto riguarda la lettura di un immagine fotografica ma proprio non mi riconosco in quello che ha scritto Davide.
    Io vedo soltanto l’orsacchiotto, lo sguardo perso della donna e la tendopoli.
    Credo che qualsiasi cosa io possa aggiungere riguardo i tre punti forti di questa fotografia rischi di diventare retorica o banale, non credo ci sia molto di originale da dire sulla tragedia accaduta in Abruzzo…..ma quell’orsacchiotto non riesco a togliermelo dalla mente.
    Mauro Marchetti

  3. Domenico Brizio scrive:

    Sono stato, per motivi di lavoro, in un campo abruzzese per dieci giorni, notte e dì completi vivendo in una tenda, ma comunque in una situazione privilegiata rispetto alla popolazione colpita dall’evento sismico. In quei giorni intensissimi ho pensato che la Fotografia avrebbe dovuto stare fuori dai campi di accoglienza… e che la fotografia non aveva il diritto di rappresentare tutto: una specie di autosospensione in attesa del completo ristabilimento emotivo delle persone colpite. E per dieci giorni ho sospeso la mia passione per la fotografia, nel rispetto del dolore, convinto come sono che l’operazione fosse l’atto più onesto e sincero che il fotoamatore poteva fare in quella situaizione. E’ solo il mio pensiero.
    Le tende rappresentate sono le “ministeriali” nella disponibilità dalla Regione Abruzzo e la situazione della fotografia è abruzzese.
    L’immagine è un po’ confusa, ma intervengono elementi di giudizio esterni alla fotografia nella considerazione.
    Domenico Brizio

  4. Antonino Tutolo scrive:

    Permettetemi di non condividere i commenti precedenti, per le seguenti ragioni:
    Nell’immagine si vede una donna (non si tratta di un campeggio scout; non ha la divisa da scout); è un po’ discinta (manca il reggiseno e c’é un altro dettaglio che non nomino); ha in mano un peluche; il suo sguardo appare perso nel vuoto.
    Sulle tende si legge, anche se sfocata, la scritta Abruzzo…
    Mettendo in relazione questi elementi, si comprende che l’immagine si riferisce al terremoto dell’Abruzzo.
    La donna ha perduto la casa; non ha avuto il tempo di portarsi dietro neanche un ricambio di biancheria (chi ha seguito la vicenda, sa che i profughi chiedevano un ricambio di biancheria e di vestiti), e si deve arrangiare come può.
    Ma è proprio la biancheria assente (una donna ha sempre un pudore istintivo a mostrarsi in queste condizioni), oltre allo sguardo perso nel vuoto ed al viso assorto in pensieri certamente non lieti, che mi comunicano una sensazione di emergenza e di disagio estremo.
    A mio parere l’immagine è valida e comunica sensazioni così com’é; più di tantissime altre immagini più generiche (anche scattate da professionisti) che sono apparse su giornali e sul web, e che si riferivano alla stessa tragedia.
    Certamente essa può assumere una maggior valore significativo se inserita in un portfolio.
    Faccio notare che la conoscenza degli avvenimenti, da parte del lettore, aiuta a decodificare il significato di un immagine.
    Le immagini universali, cioè che compendiano tutti i riferimenti per una lettura esaustiva di una situazione così complessa, sono veramente molto rare.
    Ritengo che quando ci poniamo davanti ad un’immagine, invece di disporci a giudicare singolarmente un particolare in essa contenuta, dobbiamo avere l’umiltà, la curiosità, l’attenzione che può farci cogliere il significato e le sfumature che esso può offrirci per la lettura.
    O chiedere chiarimenti all’autore, prima di esprimere un parere.
    Antonino Tutolo

  5. Carla Pellegrini scrive:

    Io mi domando come si possa fossilizzare lo sguardo e la mente sulla presunta presenza/mancanza della biancheria intima della donna rappresentata in questa immagine.
    Così, come è successo a Mauro, il mio sguardo si è posto sull’orsacchiotto e la sua presenza in mano ad una donna matura.
    Non posso che sperare che il pupazzo rappresenti un elemento di conforto per un bambino ancora vivo anche se spaventato; ogni altra ipotesi mi toglie il respiro.
    Se poi sia il caso di raccogliere immagini o meno in momenti come questi, credo sia soltanto questione di esigenza e sensibilità personali.
    Questa testimonianza fotografica mi sembra molto significativa e rispettosa della tragedia causata dal terremoto.
    Carla Pellegrini

  6. Enrico Maddalena scrive:

    Io credo che per giudicare il valore di una immagine, la sua capacità di comunicare qualcosa, sia necessario non tener conto del titolo, non guardarlo nemmeno. Altrimenti si corre il rischio che tutti i pensieri e le sensazioni che ne derivano, nascano dalla memoria del fatto tragico cui il titolo ci richiama. E’ invece l’immagine che conta e qui mi sembra, non me ne voglia l’autore, che non ci sia una struttura adeguata agli intenti.
    Enrico Maddalena

  7. Massimo Bardelli scrive:

    Apprezzando l’iniziativa del blog, ho provato a cimentarmi con una lettura dell’immagine, credo che questa possa essere la giusta palestra di allenamento. Non la volontà di giudicare, ma di sforzarsi di andare oltre, di cercare la comprensione di un linguaggio, di comprendere il messaggio di chi ha postato un immagine.
    L’inizio è stato questo: Se l’immagine fa parte di un portfolio credo possa assumere un significato importante e contribuire dignitosamente a comporre un racconto. Nel caso sia un immagine singola, non mi sembra riesca a trasmettere pienamente il dramma che si vive in un campo di sfollati.
    Questo nonostante l’espressione del viso della donna (madre?) possa essere indicativa della tensione, della stanchezza di chi ha subito e vive certi tragici momenti. L’immagine seppure composta bene non riesce, a mio avviso, a trasmettere il vissuto, non mi sembra riesca a far filtrare lo stato d’animo del fotografo davanti a questa drammatica vicenda, forse per questo non mi riesce a coinvolgere completamente. I segni che dovrebbero fornire informazioni non possono essere tutti ben recepiti.
    A questo punto del mio tentativo di lettura sono arrivato al pupazzo tenuto in mano, un segno naturale e perfettamente leggibile. Riflettendo ho dovuto rivedere molto del mio pensiero, si tratta di un segno naturale molto forte, messo in relazione con il viso della donna riesce a trasmettere tutto quello che l’autore intendeva comunicare quando ha scattato la fotografia.
    Gli altri segni artificiali sono giustamente di sfondo e servono solo rendere maggiormente forte il segno principale. Rileggendo un photospot ho trovato scritto “… pertanto ogni fotografia ci dice: guarda quello, in questo modo!…” “…Nel capire perché il fotografo ha indicato una determinata cosa, mostrandocela in un certo modo, noi comprenderemo il significato del suo messaggio…” Complimenti a chi ha cercato di documentare, riuscendoci, il dramma di tante persone.
    Massimo Bardelli

  8. Silvano Bicocchi scrive:

    Il soggetto della fotografia è l’orsachiotto, perché la sua figura intera è la più evidente tra ciò che è messo fuoco e si impone per proporzione tra tutti gli elementi portatori di senso. La donna viene resa essenzialmente indice della condizione umana di disagio, col taglio fotografico in alto del volto che enfatizza la sua espressione di sofferenza e in basso che brutalmente tronca la mano e di ciò che porta, per non mettere altri elementi portatori di senso. Nello sfondo sfuocato il campo con le tende. L’immagine ci parla di un bambino senza mostrarlo, la donna è una vittima del terremoto e per i miei occhi non ha sesso, mi resta invece impressa la sua fatica amara tesa a costruire la felicità di un bimbo.
    Silvano Bococchi

  9. Attilio Lauria scrive:

    “Terremoto. Abruzzo 2009. L’Aquila, tendopoli”: un titolo essenziale, che ha già in se tutti gli immaginabili elementi della tragedia, per proporre un’immagine che declini efficacemente e in maniera non stereotipata quella tragedia: riesce a farlo? Io credo di si.
    La grande forza narrativa della foto è tutta nella relazione concettuale tra lo sguardo così intensamente assente della donna, immerso in un altrove che immaginiamo fatto di preoccupazioni, e l’orsacchiotto, come sottolinea Silvano, vero protagonista della foto.
    L’orsacchiotto, come metafora della vita che continua, è quel qualcosa cui ci si aggrappa, che da la forza per andare avanti quando il presente è disperante, e l’orizzonte appare confuso.
    Un’immagine che ‘punge’, densa di umanità e, al tempo stesso, un messaggio di speranza.
    Attilio Lauria

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