Tarantola Lucia – Risalita

E’ un’immagine scattata nella nuova splendida metropolitana di Napoli, (chiamata Metrò dell’Arte) linea 1 fermata Salvator Rosa, progetto Atelier Mendini.


Lucia Tarantola Risalita


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Comments (7)

 

  1. Bruno Colalongo scrive:

    Le immagini che si riflettono sono la ricchezza nella composizione di questa fotografia.
    In realtà una sola figura vera con molti riflessi fa diventare ricca la scena in un ambiente molto spazioso e nel caso specifico anche fortemente sostenuto dai colori pastelli e delicati che contribuiscono ad ampliare, alleggerire i volumi dello spazio volumetrico circostante.
    La figura dell’uomo solo alla sommità di un impianto così modernamente attrezzato può rappresentare una conquista e nello stesso tempo rappresenta una limitazione per il medesimo.
    Nello spazio costruito per l’uomo, l’uomo appare una piccola figura, una presenza forzata e sperduta, sformata e forse contorta a confronto delle lastre lucenti e dei supporti metallici lineari e geometrici.
    Bruno Colalongo

  2. Enrico Maddalena scrive:

    Alla efficace lettura dell’amico Bruno, faccio seguire la mia.
    Pur se una scala mobile richiama il senso della verticalità, l’autrice ha scelto il formato orizzontale, probabilmente per includere a destra la superficie riflettente ed il piano in fuga prospettica che richiama la tastiera di un pianoforte e che conduce lo sguardo verso l’uomo che è l’elemento centrale della composizione e la cui immagine si riflette più volte sulle superfici lucide che circondano l’ambiente.
    Le fughe prospettiche ed il gradiente della texture (tasti e riflessi sulla destra), evocano l’idea del movimento pur con un tempo di posa breve che ha congelato un istante.
    Lucia non ha voluto mostrarci una folla di persone, così come viene subito in mente pensando ad una scala mobile. Ha scelto di riprendere una sola persona e, con la scelta dell’inquadratura, ne ha incluso i riflessi, le sue ripetizioni fittizie.
    Ha scelto anche di scattare quando l’uomo è giunto alla fine della salita e sta per scomparire in uno spazio che non ci è possibile vedere ma solo immaginare.
    Esaminate queste scelte, possiamo ora interrogarci su cosa l’autrice abbia voluto dirci, e qui la cosa si fa più difficile. Ci ha voluto comunicare la solitudine dell’uomo moderno? L’incognita del suo cammino e del suo futuro? E’ probabile. Gli ambienti artificiali che si è costruito intorno e che lo ingabbiano? Forse, ma tenderei ad escluderlo, vista la presenza del movimento che mal si addice al concetto di prigionia e considerato anche l’effetto di quelle due linee convergenti, in basso, al termine delle due superfici verticali, che sembrano i binari di un treno che portano l’uomo chissà dove…
    Enrico Maddalena

  3. Elena Falchi scrive:

    La percepisco come un’immagine straniante che si fa recepire, come istantanea del reale, non immediatamente. Questo, grazie alla location e alle scelte operate dall’Autrice, che mi giungono come fortemente cercate, giacchè determinanti per l’esito finale.
    La fotografia ritrae un contesto caratterizzato dalla presenza di una scala mobile, la cui struttura è realizzata con moderni materiali specchianti. L’occhio attento dell’Autrice ha colto il gioco dei riflessi, riuscendo a connotare lo scatto in funzione di un’estetica della visione.
    La presenza umana all’apice della salita contribuisce ad attenuare l’effetto surreale dell’atmosfera, oltre che a risultare contraltare della diagonale determinata dalla struttura a destra nella composizione. Tutte le linee, peraltro, convergono in direzione dell’uomo che, essendo spostato a sinistra, risulta ben bilanciato rispetto a tutte le altre masse presenti.
    La sua solitudine, il suo ritrovarsi sperduto in questo gioco di specchi fa indubbiamente “riflettere”, anche se, per me, la rilevanza estetica dello scatto rimane il dato prevalente.
    Elena Falchi

  4. Marco Furio Perini scrive:

    L’ effetto più curioso è che a prima vista non si capisce se scende o se sale, anche se poi bastano pochi secondi per capire che sta salendo. Nel suo genere (un genere molto frequentato quello delle underground) non mi dispiace per taglio e composizione, non mi entusiasmano invece luce e colori, nè trovo particolarmente significativa la figura così come scelta e ripresa… un viaggiatore piuttosto anonimo, come mille altri, che non mi conduce ad una riflessione più stimolante tra uomo ed ambiente. Ovviamente parere del tutto personale e sempre opinabile… Ciao
    Marco Furio Perini

  5. Domenico Brizio scrive:

    C’è una “semplicità” espressiva che lascia cogliere in flagranza il gioco della complicità tra il tono caldo ed il tono freddo ed il loro rincorrersi specchiandosi, generando luce e movimento al lettore. L’autrice ha colto superbamente la geometria e le sue ri-composizioni generate nei riflessi.
    Domenico Brizio

  6. Antonino Tutolo scrive:

    Un ambiente underground che la luce rende meno opprimente; rivelando colori sfumati, ma caldi, e una geometria di linee che vincono l’antro oscuro naturale.
    L’uomo conquista e modifica la preesistente, rozza e buia natura dell’antro.
    La solitudine e la piccolezza della figura umana, rispetto alla complessità del grande ambiente, sono appena attenuate dal gioco dei riflessi del suo corpo, che paiono almeno offrirgli compagnia, in quell’antro geometricamente sofisticato, ma pur sempre freddo.
    Non mi soddisfa la risoluzione della verticale e la conseguente scelta prospettica.
    Inoltre risulta ambigua la lettura della geometria della zona quasi centrale a sinistra, in alto, dell’immagine.
    La parte destra dell’immagine può essere interpretata, se si vuole, come la tastiera di un pianoforte. Ma la direzione della risalita non va verso i toni alti, ma verso i “bassi”.
    Nella simbologia, quindi, c’é qualcosa che si fatica ad interpretare e che un po’ si contraddice.
    Avrei senz’altro eliminato la parte destra, che nulla aggiunge al significato, in modo comprensibile e logico, ma recita un ruolo che appare poco comprensibile dal punto di vista del significato finale.
    La fotografia è arte estetica, perché comunica con simboli. La semplicità, la essenzialità e la correlazione mirata dei simboli, avvantaggiano il lettore nella decodificazione dei significati.
    Antonino Tutolo

  7. Paolo Giorgi scrive:

    La genialità della foto risiede nel fatto che l’autrice riesce a cogliere impreprati tutti coloro che cercano di darle un significato immanente e sono indotti in errore prospettico dalla sottile ambiguità che scaturisce dall’impatto ottico frutto dell’ansia prestazionale neuronica del lettore comune la quale trasforma una casuale istantanea in un ribaltamento psicologico interiore che mette a nudo le fobie personali radicate e trascendenti inducendolo, come nel nastro di moebius, a percorrere un sentiero interpretativo finito e ripetitivo che gli appare invece come infinito e ribaltato a tratti, come la percorrenza inconsapevole di una rotonda stradale che gli ripropone, non colta, la medesima realtà aberrata.
    E’ l’uomo in realtà il vero unico grande artefice del risultato straordinario della foto poichè egli capisce con straordinaria ironia e prorompente carattere, ma con umiltà, che le sua finta posa in movimento ascendente la avrebbe valorizzata a tal punto da far scaturire un plauso unanime per chi passivamente subisce l’influsso del suo comportamento e lo trasforma in un concetto valorizzabile per la comune massa e spendibile sul mercato globale, fingendo oltretutto di non accorgersi di quello che stava accadendo, ma ben sapendo che al termine della discesa l’autrice sarebbe scappata via a pubblicare il suo capolavoro senza riconoscergli neppure un nichelino. Cara Lucia, sei proprio grande!
    Paolo Giorgi

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