Cavallari Francesco – Anestesie

A volte….vorrei non sentire niente…anestetizzatemi..
Analogico 35 mm.
Pellicola: ILFORD HP5 400 iso BW
Fotocamera: Pentax P30T
Obiettivo: Polar 35/135


34 Francesco Cavallari Mugello


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Comments (6)

 

  1. Enrico Maddalena scrive:

    Senza leggere il titolo, la foto guida l’attenzione, a mezzo di una messa a fuoco selettiva, su di un papavero, solitario, sullo sfondo sfuocato di un prato cui fa da confine una collina alla cui sommità si percepisce una costruzione. Un cielo grigio, velato, diviene appena più luminoso dietro l’edificio. Un’atmosfera cupa, quasi temporalesca.
    Dall’immagine non si evincono significati di livello superiore. Si tratta di una foto di paesaggio e l’analisi dovrebbe fermarsi qui.
    Se prendiamo in considerazione il titolo e quindi la chiave di lettura che ci fornisce l’autore, potremmo vedere nel papavero un simbolo che richiama gli oppiacei e quindi la fuga dalla realtà. Fuga che potrebbe essere simboleggiata dal fuori fuoco del paesaggio. Ma era questa l’idea e l’intenzione dell’autore al momento dello scatto o è un titolo dato a posteriori all’immagine?
    Enrico Maddalena

  2. Mauro Marchetti scrive:

    Il titolo che ogni autore attribuisce ad un immagine è, a mio personale parere, decisivo sulla lettura che un normale fruitore puo’ effettuare.
    Io trovo in questa immagine un grande silenzio, il papavero bianco sottolinea questa netta sensazione.
    Se rileggo il titolo posso pensare che Francesco riesca ad “anestetizzarsi” quando si isola e riprende contatto con la natura; se però non avessi letto il titolo avrei interpretato questa immagine semplicemente come un paesaggio silenzioso.
    Mauro Marchetti

  3. Francesco Cavallari scrive:

    Salve..
    ho letto ora i commenti..
    E’ vero..è un paesaggio silenzioso…
    Lo volevo cosi, il papavero..solo, immobile e nitido, voleva secondo il mio pensiero….rappresentare appunto il silenzio, un momento di anestesia, volevo, immobilizzando l’unico papavero, allontanare anche il semplice rumore dell’aria, del vento, lasciando intuire, con la montagnia dietro, e..la forte luce ancor più dietro, la paura e la confusione che della realtà che oggi ci circonda.
    Volevo…in poche parole, rappresentare un momento, un’attimo in cui l’udito principalmente, gli stati di ansia e i pensieri negativi si smegnessero nella nostra mente, come un black out improvviso, un lampo.
    Questo..è il fermo immagine che mi rappresenta quell’attimo…
    Vi ringrazio, i vostri commenti..sono costruttivi, e..li leggo tutti, e su tutte le foto…
    Francesco Cavallari

  4. Antonino Tutolo scrive:

    “…basta la parola..” (diceva il cavaliere, quello simpatico, che portava allegria, con poche parole, in uno spot televisivo di qualche decennio fa) per cambiare il significato dell’immagine.
    Questa foto è anche rappresentazione della solitudine.
    Ma la decolorazione dalla luce primaria ed il successivo viraggio monocromatico già alludono ad un qualcosa di più soggettivo e più mirato, più interpretato.
    Neanche il fiore solitario ha colore vivo; neppure rosso-grigio-scuro dalla sera.
    Il colore è annientato, virato, “anestetizzato”, fino a rendere una visione anestetizzata e pessimistica (spero momentanea).
    Piccole masse grigio-chiare lo contornano senza identità, senza rilevanza.
    Rappresentano forse gli altri esseri, resi piccoli ed insignificanti dal loro egocentrismo.
    Lo sfondo scuro e minaccioso degli alberi ed il grigio virato, quasi uniforme e cotonato, del cielo non paiono offrire qualche speranza.
    Il significato dell’immagine è certamente compiuto e comprensibile.
    Credo di aver compreso e condiviso il messaggio, per più di un attimo.
    Ma ora ho bisogno di colori vivi e lieti.
    Complimenti
    Antonino Tutolo

  5. Dopo aver letto gli altri commenti do la mi interpretazione.
    Come Mauro ritengo che il titolo sia una chiave di lettura e in tal senso io mi identifico nel fiore, fragile e isolato in balia delle intemperie come noi sotto anestesia: gli anestetici servono a non farci sentire il dolore o a ridurlo notevolmente, ma hanno la controparte di rendere “opaca” se non buia la realtà. Ciò che ci circonda diviene sfocato, ovattato e distaccato e noi ci dirigiamo dove ci porta la brezza di un bagliore o il fruscio di un rumore.
    Stefano Consolaro

  6. Domenico Brizio scrive:

    Senza il titolo non ci sarei arrivato, e con il titolo faccio ancora fatica (ma ci sarei dovuto arrivare?!) Perchè? Mi riesce molto difficile pensare ad un papavero così alto, che possa raggiungere quella posizione ed elevarsi da solo. Eppoi – conoscendo le intenzioni dichiarate – so che in genere i papaveri solitari non sono “alti” (questioni edafiche forse) ma prostrati verso suolo e meno ritti su se stessi… Se invece di un papavero ci fosse stato un fiordaliso, un giaggiolo o un giglio martagone sarebbe cambiata la visione pessimistica? Solo un’opinione.
    Domenico Brizio

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