Perri Giuseppe – I miei occhi cercano

La foto fa parte di un portfolio di n.10 immagini. Il lavoro è un grazie alla propria compagna di vita ed un omaggio a tutte quelle donne che offrono un’attenzione dolce, silenziosa, discreta al proprio uomo per la cura, l’assistenza al proprio uomo costretto a letto per una qualsivoglia patologia. …ti svegli senza fare rumore, il tuo indumento da notte posato in un’angolo, sembra voglia ancora dormire, ma tu sei li, pronta a preparare la panacea che mi dara vita. E tra gioia e dolore,tra cura e amore, i miei occhi cercano, ti cercano.


Giuseppe Perri - I miei occhi cercano


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Comments (12)

 

  1. Antonino Tutolo scrive:

    “I miei occhi cercano, ti cercano…”, tra la sofferenza e il dolore fisico; e tu “sei luce”, sollievo e speranza.
    Splendida immagine di un portfolio che, a giudicare da questa prima immagine, dev’essere splendido, nella sua semplicità, per sensibilità e potenza evocativa.
    Basta poco per comunicare. Ma occorre osservare, percepir, intuire e condividere; poi riuscire ad eliminare dal proprio linguaggio di simboli tutto il superfluo, lasciando ai lettori solo l’essenziale: due pareti ad angolo, una superficie di legno (armadio o porta), un raggio di luce entrato dall’esterno e che lascia il suo doppio segno sui muri, un titolo che dà la chiave di lettura di questi pochi simboli essenziali, spartani.
    Per certi temi, le grandi parole, le risoluzioni ottiche, le complicazioni simboliche, possono risultare perfino eccessive ed inefficaci.
    Nella sofferenza, si soccombe davanti alla sovrabbondanza di stimoli sensitivi; sentendosi ulteriormente estranei alla vita quotidiana; abbandonati;
    La sofferenza fa attribuire importanza alle cose semplici, fondamentali, eterne. L’uomo è solo davanti al suo destino.
    L’amore, la dedizione, sentimenti universali, ma che pochi comprendono, alleviano le sofferenze di chi riceve, ed arricchiscono chi dà.
    Una fotografia è lo specchio dell’anima del fotografo: della ricchezza dei valori che lo animano e lo arricchiscono; delle sue esperienze, della sua sensibilità, della sua cultura.
    Molti fotografi cercano luoghi esotici, manifestazioni ed avvenimenti, sovrabbondanti per dinamiche, cromatismi e risoluzione.
    Tante complicazioni che offuscano la mente, impedendogli di rilevare, tra il frastuono di troppe linee e colori, l’essenza delle cose importanti.
    Per fortuna, c’é ancora chi sa trovare grandi temi in una stanza.
    Complimenti
    Antonino Tutolo

  2. Credo sia difficile, se non errato, cercare di giudicare l’immagine singola di un portfolio. L’introduzione al lavoro è indispensabile per avere una chiave di lettura, se non altro per contestualizzare il luogo come una data e una località. Posti quindi all’origine del sistema di riferimento e immaginando la situazione al contorno, possiamo interpretare quel riflesso che rende interessante una parete “piatta” come la presenza vitale che rompe la monotonia, che catalizza l’attenzione, che ci distrae con le sue forme (e i suoi movimenti) portando la mente lontana alleggerendo per qualche tempo i nostri vincoli.
    Stefano Consolaro

  3. Mauro Marchetti scrive:

    L’immagine privata della prefazione dell’autore sarebbe stata in grado di comunicare un concetto così profondo ?
    Un solo scatto estrapolato dal contesto per la quale è stata scelta (un portfolio) è in grado da sola di sostenere il peso delle aspettative espressive dell’autore?
    Se consideriamo gli elementi presenti in questa immagine credo sia davvero complesso riscontrare le intenzioni del fotografo e quasi impossibile identificare nel riflesso luminoso la rappresentazione iconica della propria compagna di vita.
    Spero se ne possa parlare….
    Mauro Marchetti

  4. Domenico Brizio scrive:

    Concordo con Mauro Marchetti: senza una prefazione verbale sarebbe stato complicatissimo arrivare alla decodificazione.
    Vedo la proiezione della luce in un angolo attraverso un raggio proveniente dal lato destro, un cono-cilindro di luce abbastanza aperto da lambire la parete “parallela” alla sua direzione e un riflesso sulla parete a sinistra dettato forse da un comportamento secondario, oltre naturalmente il netto punto di luce sulla stessa parete; oppure il tutto deriva da un avvolgibile con qualche difetto di chiusura, su una stessa posizione orizzontale.
    Mi manca lo strumento percettivo interno: ho bisogno di più elementi, la mia immaginazione non ce la fa ad attribuire significato. E i significati sono tanti quanti gli osservatori.
    Domenico Brizio

  5. Silvano Bicocchi scrive:

    Non mi sembra bello presentare fotografie singole come facenti parte di un’opera a portfolio, perché è evidente che il concetto di opera viene svilito dall’autore. Mi pare che in Singolarmente Fotografia si leggono fotografie singole che sono opere compiute in se stesse, realizzarle è un’arte complessa e straordinariamente efficace perché l’occhio riceve il messaggio con uno sguardo su una sola fotografia.
    L’immagine in discussione è astratta, fatta di elementari equilibri formali e di un curioso punto luminoso che si riflette su due piani, ovviamente non ha elementi portatori di senso. Su un’immagine astratta si può scrivere tutto quel che si vuole perché è solo connotativa, la fantasia potrebbe essere ispirata ai messaggi più impensabili, ma allora in tal caso faremmo un buon esercizio di poesia o di letteratura, ispirato da una fotografia astratta che per sua natura funziona come la musica: accompagna.
    Silvano Bicocchi

  6. Antonino Tutolo scrive:

    @ Silvano Bicocchi
    ….”la fantasia potrebbe essere ispirata ai messaggi più impensabili, ma allora in tal caso faremmo un buon esercizio di poesia o di letteratura, ispirato da una fotografia astratta che per sua natura funziona come la musica: accompagna”.
    Condivido l’opinione che senza il commento questa immagine potrebbe avere diverse interpretazioni, o non averne.
    Però vorrei far riflettere sul fatto che il linguaggio della fotografia, come quello della letteratura, della poesia e di altre arti, non è universale. O per lo meno non è del tutto universale.
    Per comprendere il sentire di un malato, occorre aver fatto, in prima persona, quella esperienza.
    Noi crediamo di aver compreso un’immagine, un quadro, un concerto, una poesia.
    Invece no! Abbiamo percepito solo quello che eravamo in grado di ricevere, di cogliere in quelle note, in quei versi, in quei simboli.
    Chi non ha provato la solitudine davanti al proprio destino non può decodificare la simbologia di un raggio di luce su una parete.
    Qui non si tratta di fare poesia o letteratura fine a se stessa.
    Si tratta di avere le esperienze, le conoscenze che consentono di decodificare i simboli grafici, attribuendo ad essi un significato che trascende il loro valore individuale.
    Fare poesia, appunto!
    Poche parole, messe apparentemente a caso, che evocano uno stato d’animo, una sensazione. E nella fotografia pochi simboli, ma essenziali, tipicizzanti uno stato d’animo, una situazione.
    Dopo aver letto “La Montagna Incantata” di Thomas Mann qualcosa si può comprendere, in più da questa immagine.
    Ma non tutto; non completamente. La solitudine, l’abbandono l’angoscia che si provano davanti ad un destino ineluttabile, sono diverse da quella che si può provare restando un giorno, o un mese, da soli, a casa.
    Non parliamo di lirismo, di tramonti, di un qualcosa che tutti possono aver provato, eppure diversamente e soggettivamente percepiti ed interpretato.
    Parliamo di sensazioni “immani”, non allontanabili da sé; che sono difficili da comunicare con la parola o con l’immagine.
    Se la letteratura e la poesia che hanno strumenti e dinamiche temporali molto più ricchi della fotografia, non hanno i mezzi per comunicare (se non marginalmente) la vera angoscia, la vera la paura, le mille sfumature che tormentano l’animo di chi soffre, ecc., come possiamo pensare che possa riuscirci la fotografia “del reale”, che è legata ai soli simboli grafici “concreti”, facilmente riconoscibili, noti?
    Ammesso che si è avuta la fortuna di potere includere tutti quelli che occorrono, nella stessa immagine?
    Ecco, allora, che la fotografia “accompagna”, ma non rivela.
    Anche un concerto di grandi autori, quando non sia accademia di suoni e di virtuosismi, rivela, prende per mano e accompagna alla lettura di qualcosa di più grande.
    Le poche parole di una poesia possono evocare concetti ben più ampi, di quelli linearmente espressi dalle singole parole.
    Allo stesso modo, un’immagine astratta può evocare molto più di un’immagine reale.
    Un insieme di colori o di linee può esprimere l’angoscia, il dolore, l’oppressione.
    Ma chi è in grado di percepirne compiutamente il significato? Chi riesce a trattenersi davanti a quei quadri che turbano l’animo, senza provare il bisogno di fuggire? In modo da provare ancora di più, fortemente, inderogabile immanenza che non si può allontanare da sé?
    Solo chi ha quella esperienza, chi conosce quel dolore, può comprendere fino in fondo il messaggio.
    Gli altri allontanano subito quel calice amaro. Tornano subito alla vita lieta e serena. Perché possono.
    La fantasia non è solo lirismo. La fantasia è anche realtà complessa e singolare. La poesia “può” comunicare stati d’animo molto particolari; legati spesso a grandi e terribili esperienze personali, alla cultura, alla sensibilità d’animo, alla forza individuale.
    Il collegamento che ho fatto con la pittura voleva significare proprio questo. Talvolta pare che alcuni abbiano della fotografia, come strumento d’arte, un concetto limitativo.
    L’immagine di Giuseppe Perri, per chi ha le esperienze per comprendere, per chi ha sofferto vedendo i propri cari aggrapparsi ad una luce che si riflette su un muro, prima di sparire nel “nulla”, ha un significato evocativo incredibile.
    Se, per interpretarla compiutamente, serve un commento, oltre al solito titolo (che pure è concesso per interpretare tante altre immagini, e non dovrebbe esserci per nessuna di esse, perché dovrebbe parlare solo l’immagine) questo significa solo che il concetto che si vuol comunicare richiede ulteriore conoscenza, ulteriore preparazione da parte del lettore.
    L’importante è che chi deve capire, chi può capire e condividere, sia messo nella condizione di farlo.
    E l’immagine di Giuseppe ha tutti gli elementi per comunicare quelle sensazioni indescrivibili.
    Se poi vogliamo togliere quel commento e togliere anche il commento, dovremmo farlo anche per la prefazione di un romanzo, o per la chiave di lettura di una poesia (che pure è in nota).
    Ma questo significa voler ridimensionare la portata artistica (comunicativa) dell’opera.
    Siamo troppo abituati a friggere e rifriggere gli stessi concetti, nello stesso olio, anche se da parte di migliaia di cuochi diversi, per non accorgerci del limite che vogliamo inconsapevolmente imporre alla “nostra” arte.
    Di fotografie singole, che abbiano universalità, e grande complessità di concetti, ce ne sono veramente poche.
    In genere sono quelle che trattano concetti molto generali, notissimi in TV e sui giornali.
    Ma la massa ritiene che la bella fotografia (artistica) sia quella di un tramonto, possibilmente arancione e con una bella ragazza discinta in primo piano.
    Anche la famosa foto della ragazza Afghana su National Geographic, eletta come immagine dell’anno per la sua capacità di rappresentare la tragedia di un popolo, in una sola immagine, ha valenza solo per chi conosce i problemi del popolo afghano.
    Altri ci vedono solo dei begli occhi ed un costume esotico.
    Antonino Tutolo

  7. Antonino Tutolo scrive:

    In quel raggio di luce c’é un mondo intero, la speranza, i ricordi: il presente, il passato ed il futuro.
    Sembra cosa da poco.
    I nostri occhi, di infermo senza speranza, ricevono la visita preziosa del mondo intero. Anzi, dell’universo.
    Quel raggio è il mezzo per sfuggire alla realtà negativa.
    Quel raggio rappresenta momenti felici senza sofferenza.
    Esso è il messaggero di un mondo sano, che al momento non ci appartiene, e che potremmo aver lasciato per sempre.
    Pare cosa da poco, per chi ha altri maggiori stimoli e un futuro apparentemente più concreto; ma la luce, per alcuni, è più simbolo di vita che per altri.
    Antonino Tutolo

  8. Attilio Lauria scrive:

    Nella consecutio di cosa, come e perché la lettura si ferma al primo passo: anche i miei occhi cercano, cercano quel qualcosa che possa aiutarmi nella definizione di un senso, ma senza le indicazioni dell’Autore sarebbe davvero difficile anche solo orientarsi tra gli elementi dell’immagine.
    Riesce dunque questa immagine, realizzata in questo modo, a esprimere l’idea che Giuseppe voleva comunicarci? Per stessa ammissione dell’Autore, si tratta di una foto estrapolata da un portfolio, mancano dunque tutti quegli altri elementi che contribuiscono alla compiutezza narrativa finale. Accettandola invece come foto portatrice di un senso autonomo, come ci induce a fare l’Autore inviandola singolarmente, manca quella condivisibilità di segni alla base di un linguaggio, necessaria perché questo sia un efficace strumento di comunicazione.
    Attilio Lauria

  9. Giuseppe Perri scrive:

    Mi compiaccio della discussione che ho animato e che sta diventando un tavolo di lavoro molto interessante dove finalmente si parla di fotogragia, ma, mi chiedo: “quale fotografia”?! Antonino Tutolo, pur non conoscendomi, ha saputo leggere nel mio animo ed ha pienamente convinto anche quei pochi dubbi che ho avuto postando la foto, (individuandola tra le 10).
    Credo che nella consecutio di cosa, come e perchè la lettura deve andare oltre e non fermarsi: anche i miei occhi continuano a cercare come un pellegrino in cerca di verità.
    ….Domenico Brizio dice: “Concordo con Mauro Marchetti: senza una prefazione verbale sarebbe stato complicatissimo arrivare alla decodificazione”.
    Allora mi chiedo: a cosa servono le prefazioni? a cosa servono i titoli?
    Anche Attilio Lauria dice: …….”ma senza le indicazioni dell’Autore sarebbe davvero difficile anche solo orientarsi tra gli elementi dell’immagine”. Ebbene, non mettiamo più i titoli alle immagini così saranno i lettori a decidere quale sentimento esprimere in un opera.
    “I miei occhi cercano”….sicuramente ci troviamo difronte un soggetto in difficoltà, cercare vuol dire bisogno di qualcosa, quindi la chiave di lettura sta proprio qui e
    Antonino Tutolo conoscendo sicuramente la sofferenza, rendendolo un’anima sensibile, ha saputo leggere con i suoi occhi i miei occhi.
    Ecco allora perché occorre imparare a leggere l’immagine fotografica: per comprendere, al di là del processo tecnico creativo attraverso cui è stata realizzata, le implicazioni che derivano dal fatto che essa è lì, in quel determinato contesto come segno di una volontà precisa di comunicare.
    Il problema da risolvere rimane forse ancora quello di comprendere a cosa serve la fotografia.
    Giuseppe Perri

  10. Alessandro Biagetti scrive:

    Non credo si possa attribuire alla sola sensibilità del fruitore la capacità di comprendere o meno i vari significati contenuti in un immagine.
    C’è un linguaggio comune da conoscere grazie al quale è possibile comunicare ed esprimersi compiutamente.
    L’autore non puo’ sorprendersi a pensare :” Se gli altri non capiscono è un problema loro”.
    Se l’autore decide di pubblicare una sua opera questa deve poter essere capita.
    Ritengo il testo di Enrico Maddalena, L’immagine e il titolo (pubblicata credo oggi stesso), molto adatto alla discussione.
    Alessandro Biagetti

  11. Silvano Bicocchi scrive:

    L’uomo vive il dramma della comunicazione e trova consolazione nell’attribuire dei significati soggettivi ai segni che incontra nella propria vita. Solo i segni artificiali come i simboli consentono di sfuggire alla soggettività perché sono tali in quanto hanno un significato attribuito per convenzione. I segni naturali sono il territorio infinito della lettura soggettiva dei significati, sicuramente, come ha detto Tutolo, certi significati sono condivisibili solo se c’è un’esperienza di vita condivisa.
    Esprimere se stessi è una funzione vitale per la persona e fintanto che siamo nell’ambito del diario personale tutto va bene perché basta una parola per accendere la memoria di un vissuto. Ma se vogliamo comunicare queste nostre conoscenze agli altri allora dobbiamo apprendere le leggi della comunicazione.
    Ovviamente questo non è possibile farlo nell’intervento di un Blog, vi consiglio pertanto un libricino della FIAF “Leggere fotografia”. Leggendo i vostri appassionati interventi, penso che sarà una lettura illuminante il capitolo di Sergio Magni e troverete la risposta a diverse domande qui formulate.
    Silvano Bicocchi

  12. Marco Romualdi scrive:

    L’errore (se Giuseppe Perri mi passa l’esperssione) è nella frase della presentazione che richiama l’estrapolazione di questa foto da un portfolio di 10 immagini. Senza questa precisazione, la foto avrebbe giusta collocazione in questa sezione “Singolarmente fotografia”, in quanto espressione compiuta di un momento di scelta creativa dell’autore. “I miei occhi cercano…” è proprio il risultato della perfetta azione del fotografo che cerca in ogni dove segni e segnali meritevoli di attenzione. A mio parere, non occorre la aderenza perfetta alle ferree “leggi della comunicazione” per poter entrare in questa foto. Forse è difficile percepire la sofferenza che è dietro questa immagine, anzi non sarebbe forse possibile se non ci fosse la presentazione/prefazione che accompagna l’immagine, e che in qualche modo può apparire non coerente per quel trasferire ad altro soggetto l’attenzione dell’autore (“…i mie occhi cercano…ti cercano…”.
    Per il resto mi sembra una bella foto anche per la assoluta essenzialità dei segni.
    Marco Romualdi

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