Enrico Maddalena – L’immagine e il titolo

L’immagine e il titolo.

Che rapporto c’è fra una fotografia ed il titolo? Quest’ultimo può aiutarci a capirla, dandocene una chiave di lettura, o può fuorviarci?

Prendiamo in esame il primo termine del binomio: l’immagine fotografica.

La sua peculiarità (che la differenzia dalla pittura) è che è un “indice”. Ci “indica”, ci riporta con forza al referente, a ciò che era davanti all’obiettivo. La fotografia è una “impronta” del reale per la natura stessa del processo che le sta alla base. Nell’istante dello scatto, in quella frazione di secondo non è il fotografo a costruire l’immagine ma la natura stessa mediante le sue leggi ottiche e chimico-fisiche. Talbot diceva, parlando dei suoi calotipi, che erano prodotti dalla luce stessa, “senza l’intervento della mano dell’artista”.

Ma è davvero così? L’immagine fotografica è un prodotto automatico ed il fotografo un semplice artigiano in grado di azionare il mezzo tecnico?

Anche se “non è presente” nella frazione di secondo dello scatto, il fotografo lo è prima e dopo, con le sue scelte tecnico-espressive. Egli insomma, determina la forma di quell’impronta che porta quindi con sé, oltre all’oggetto fotografato, l’autore stesso.

Quindi la foto, oltre ad essere una “impronta” è anche un “segno” portatore di significati, di messaggi. In una foto c’è sempre l’idea dell’autore. E’ egli che ha scelto di fotografare, isolandolo da un contesto illimitato nello spazio e nel tempo, il soggetto che lo ha colpito. Mediante la scelta del punto di vista, della composizione, del tempo e della profondità di campo, del momento dello scatto, del bianconero o del colore, della luce, del contrasto della carta da stampa e di una infinità di altre variabili, rappresenta quel soggetto in un certo modo.

E’ quello che chiamiamo “linguaggio fotografico”. Attraverso l’analisi del “cosa” e del “come” è possibile risalire al “perché”, al contenuto della comunicazione. E questo è tanto più facile quanto più l’autore sa “scrivere” fotograficamente ed il lettore sa “leggere” un tale tipo di linguaggio.

Nella “lettura” di una immagine fotografica è sempre in agguato un pericolo, quello che il Taddei chiama delle “integrazioni psicologiche”. In che consiste? In ciascuno di noi, la vista di una immagine richiama sensazioni e pensieri che gli derivano dalle esperienze di vita, dal tipo di cultura, dallo stato d’animo del momento, dalle convinzioni politiche, religiose, filosofiche. La foto può cioè trasformarsi in uno “specchio” che ci riflette il nostro io, così che finiamo per “leggere in noi stessi” mancando il messaggio dell’autore, in altri termini fallendo la lettura.

Passiamo al secondo termine del binomio: il titolo.

E’ sempre necessario? Se lo fosse, significherebbe che il linguaggio fotografico è insufficiente da solo a comunicare, ed io non lo credo. E’ mia convinzione che la sola cosa utile sia l’indicazione del luogo e del tempo. Diversamente ci troveremmo di fronte ad una struttura multimediale di testo ed immagine dove la seconda potrebbe diventare un semplice supporto del primo.

Si potrebbe obiettare che se il titolo l’ha messo l’autore, non può che essere coerente. Io ho forti dubbi in proposito. Se questa coerenza fosse forte, il titolo sarebbe inutile e costituirebbe una mancanza di fiducia nelle capacità comunicative della fotografia e/o in quelle di lettura del fruitore. Se la coerenza fosse debole, Il titolo diverrebbe una “stampella” per dei significati male espressi.

In alcuni casi, la foto potrebbe divenire, per lo stesso autore, evocatrice in tempi successivi allo scatto di “integrazioni psicologiche” che indurrebbero ad un titolo “a posteriori”, non coerente con i significati originari.

Un’altra osservazione (che travalica l’ambito fotoamatoriale) è relativa a quando il titolo viene messo da persona diversa dall’autore, come può avvenire in ambito giornalistico, per stravolgere completamente il significato di una fotografia. A questo proposito ricordo di aver letto di una foto, mi pare di Ingrid Penn ma non ne sono sicuro, che ritraeva una persona al bar intenta a bere un bicchierino di liquore. Il giornale cui era stata ceduta la inserì, senza chiederne il parere all’autore, in un articolo sull’alcoolismo. E’ chiaro che l’immagine assunse dei significati molto diversi, tanto che ne scaturì una controversia legale.

Sarebbe interessante fare un esperimento: distribuire una stessa foto, con titoli diversi, a più persone invitandole a commentarla…

Enrico Maddalena

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Comments (9)

 

  1. Fabrizio Pizzolorusso scrive:

    Pienamente d’accordo su quanto esposto da Enrico, tant’e’ che le mie immagini sono sempre “senza titolo” perche’ credo che inserendo le parole all’immagine creiamo una bilancia dove e’ difficile avere lo stesso peso,la stessa misura tra le due “arti” poiche’ credo anche che la parola se non conosciuta nel suo significato puo’ spesso danneggiare l’immagine.
    Per quanto riguarda l’immagine fotografia,attraverso riflessioni continui nel mio circolo e tra appassionati spesso mi trovo di fronte a letture e commenti che si spostano di molto rispetto al significato che l’autore voleva imprimere all’immagine,questo e’ dovuto a quanto scritto da Enrico ,e cioe’ ,aggiungo,ad un rimando dell’immagine nel nostro inconscio che ci fa vedere la nostra realta’,ed ecco perche’ l’immagine va vista piu’ volte,letta,capita uscendo il piu’ possibile dal nostro modo di vivere il vero.
    Fabrizio Pizzolorusso

  2. Antonino Tutolo scrive:

    Condivido l’esposizione incisiva ed esauriente di Enrico Maddalena.
    L’unica perplessità l’ho in merito ai titoli delle fotografie.
    Possono una singola immagine, un portfolio, una mostra comunicare, da soli, il loro significato in modo esauriente?
    Questo in genere è possibile quando il tema sotteso è relativo ad un argomento molto noto, e condiviso in ogni aspetto. Solo allora la simbologia estetica usata risulta eloquente per ogni lettore.
    Ma quando si trattano argomenti complessi o ci si rivolge ad un pubblico che non è informato, o che non è particolarmente attento, allora è necessario dare al lettore una chiave interpretativa: quindi un titolo, e addirittura un commento.
    La stessa cosa si fa con la pittura, con la scultura, con la musica, ecc.
    Ad ogni quadro, scultura o sinfonia si dà un titolo.
    Prima di assistere al balletto “Il lago dei cigni”, sarebbe il caso di conoscerne il titolo (ed anche tutta la storia). Altrimenti non si comprende perché le ballerine sono vestite da uccello.
    A mio avviso il problema, invece, è che molti, prima fotografano e solo dopo cercano di associare un titolo.
    Ma trovare un titolo opportuno non è cosa semplice. E talvolta è molto difficile riassumere i concetti in poche parole.
    Bisognerebbe fotografare per temi e per titoli.
    Ma può anche capitare l’immagine colta occasionalmente.
    In questo caso il titolo dovrebbe servire per precisare un particolare aspetto, una particolare chiave di lettura della scena.
    I marines di Capa stanno innalzando la bandiera su Okinawa; ma potrebbero anche compiere l’azione di ammainarla.
    In ogni caso, senza l’aiuto di un titolo, o di un commento, è impossibile comprendere la piena valenza di quel gesto (il sangue versato, i sacrifici, ecc., che vengono compensati con quel gesto).
    La misteriosa “ragazza afgana” dagli incredibili occhi verdi, ritratta nel 1985 da Steve McCurry, e divenuta famosa su una tra le più famose copertine di National Geographic Magazine, ha una valenza estetica intrinseca. Ma la valenza storico-sociale l’ha assunta solo in conseguenza di un articolo sulla rivista.
    Antonino Tutolo

  3. Antonino Tutolo scrive:

    @Fabrizio Pizzolorusso
    > inserendo le parole all’immagine …… poiche’ credo anche che la parola se non conosciuta nel suo significato puo’ spesso danneggiare l’immagine.

    Purtroppo questo avviene anche nell’interpretazione dei simboli grafici; al punto che, almeno fin quando non si arriverà ad un simbolismo e ad una cultura universale, i colori, i simboli, le forme, assumeranno sempre un significato ostico, legato ai luoghi, alla storia ed alla cultura locale.
    Precisando in un commento che in un certo luogo il bianco è il colore del lutto, invece del nostro nero, si riesce a far capire che una certa immagine raffigura una ricorrenza funebre, piuttosto che un evento lieto.
    Perché ogni nazione, ogni popolo, ha cultura, usi, interpretazioni, simbolismi, diversi dagli altri.

    > Per quanto riguarda l’immagine fotografia,……nel mio circolo e tra appassionati spesso mi trovo di fronte a letture e commenti che si spostano di molto rispetto al significato che l’autore voleva imprimere …

    L’inconscio è solo un modo, un mezzo, un luogo della elaborazione mentale.
    Il problema è che l’estetica ed il simbolo sono legati ed interpretati in base alla cultura, al vissuto, alle sensibilità individuali.

    Molti di noi riescono a mangiare tranquillamente, mentre sulla TV scorrono le immagini di stragi e di sofferenza. Questo perché non abbiamo sofferto e patito quelle esperienze in prima persona. Quelle scene orrende ci sembrano appartenere ad un film, non a situazioni reali.
    Chi invece le ha subite, chi le ha sofferte sulla sua pelle, resterebbe inorridito sulla sedia!
    Le differenze di interpretazione dell’immagine derivano da questa diversità di conoscenza e di esperienza.
    Il discorso della superficialità, della disattenzione deriva dallo stesso problema.
    “Che ce frega!” Noi stiamo bene, mentre gli altri soffrono! “Marì, passami il vino”!

    >…. ecco perche’ l’immagine va vista piu’ volte,letta,capita uscendo il piu’ possibile dal nostro modo di vivere il vero.

    Direi che ogni immagine si rivolge ad un suo pubblico specifico. Allo stesso modo, ogni opera letteraria, o musicale, o scultorea, ha il suo pubblico: le canzonette, l’opera lirica, il jazz, la canzone impegnata, …; i bambini, le donne, gli sportivi, i pedofili…; i fumetti, i giornali di pettegolezzi, le riviste specializzate, quelle scientifiche o classiche..; ecc.

    Quando si legge un’immagine occorre avere la fortuna di trovarsi davanti ad un’opera che si avvicini possibilmente al nostro vissuto, alle emozioni da noi già provate.

    Bisogna vestirsi coi panni dell’autore; cercare di assimilare e condividere la stessa sensibilità percettiva.
    La fotografia è solo un “mezzo di comunicazione”.
    I concetti e la sensibilità devono essere già in noi, prima dell’arrivo dell’immagine.
    Altrimenti il messaggio dell’autore non ci arriverà compiutamente. Avremo solo l’illusione di averlo compreso.
    La fotografia è uno strumento culturale, non solo tecnica, non solo estetico. Essa è il tentativo, quasi sempre fallito, di comunicare in modo esauriente esperienze, emozioni, talento, ecc.
    Questo, e solo questo, le fa attribuire la valenza di mezzo d’arte.
    E, guarda caso, spesso è proprio questa valenza, questo talento creativo, che implica quasi anarchia, libertà innovativa di pensiero, di inventiva, di esenzione da regole, che noi rifiutiamo della fotografia.
    Lo rifiutiamo perché non lo comprendiamo; a causa dei nostri limiti emotivi e culturali; per la nostra svogliatezza a comunicare con gli altri, ad accettare il talento e la specificità creativa altrui.
    Certe opere non le comprendiamo se esse non ci vengono messe proprio in mano; se non sono spiegate in ogni dettaglio; se non ci arriviamo con le nostre limitate conoscenze; se esse non disturbano i nostri pregiudizi.

    Se vogliamo vantarci della fotografia come “arte”, quando parliamo coi “non fotografi” (e lo facciamo tutti molto spesso), dobbiamo prima comprendere cos’é l’arte.
    L’arte non è ripetere le stesse foto degli altri; gli stessi temi. L’arte non è solo l’estetica (la bella foto, ben composta e ben esposta secondo le regole).
    L’arte è comunicazione innovativa di concetti, di emozioni; l’arte è innovazione ad ogni scatto.
    L’arte è interpretazione soggettiva del reale; è “mutazione” del reale.
    Quindi bisogna concedere un po’ di libertà dalle regole obbligatorie delle linee verticali, della rispondenza col reale. Il reale è soggettivo, differente per ciascuno. Ognuno percepisce il reale in un modo diverso da ciascun altro.
    Quindi non bisogna meravigliarsi se nel circolo si riscontrano opinioni diverse.
    Altrimenti non vantiamoci con gli altri della fotografia come arte.
    Accontentiamoci, serenamente, di una fotografia come strumento di copia, di rappresentazione, di documentazione, di fax.

  4. Fabrizio Pizzolorusso scrive:

    Completamente d’accordo con Tutolo quanto detto nell’ultimo commento,poiche’ e’ mia riflessione di questo periodo. Credo che la lettura ad un’immagine debba seguire a “braccetto” due strade : quella analitica dove con varie metodologie (esempio metodo Taddei, scoperto da poco) ci si puo’ avvicinare di molto all’intento dell’autore analizzando i vari elementi presenti nell’immagine,la tecnica e altro in una fase di oggettivita’ e razionalita’.Questa parte da’ all’autore l’idea,secondo me, solo di avere trovato qualcuno che si sia avvicinato di molto al suo messaggio,il suo intento, una specie di “caccia al tesoro” dove l’autore diventa spettatore e applaude chi arriva a scoprirlo. Ovviamente questa parte analitica serve piu’ al “lettore” perche’ puo’ imparare a mettere in relazione elementi,conoscerne la simbologia,il significato etc….Poi c’e’ la parte che piu’ amo che e’ quella istintiva ,quella che interpreta soggettivamente l’immagine attraverso la percezione,cioe’ la destrutturazione e la ricostruzione della propria immagine attraverso quella che si sta osservando in cui vi sono variabili che differenziano ognuno di noi per cultura,per le proprie esperienze, per la sensibilità (come dice Tutolo).Questa parte soggettiva da’ all’autore dell’immagine la possibilita’ di osservare altri mondi personali,altre idee,altre riflessioni che gli danno ulteriori tasselli da aggiungere alle sue riflessioni,idee,pensieri, e a chi legge l’immagine di ricevere attraverso la sua lettura consapevolezza e conoscenza ulteriore del suo mondo,del suo vedere e spesso a riflettere nuovamente.
    Questo per me e’ leggere un’immagine,perche’ riceve e da’ comunicazione ad entrambi i soggetti che vivono di questa straordinaria passione : autore e “lettore”.
    Fabrizio Pizzolorusso

  5. Antonino Tutolo scrive:

    Condivido.
    E’ come se si stabilisse una connessione tra autore e lettore.
    L’autore cerca di esporre le sue sue “idee” nel modo più semplice e comprensibile, mentre il lettore si dispone al massimo livello di attenzione e di recettività.
    Certe opere molto sofisticate possono richiedere quasi una “affinità elettiva” tra autore e lettore. Un’affinità che si identifica nel comune vissuto, intelligenza, sensibilità, aspirazioni, ideali. Per questo motive tali opere possono risultare anche incomprensibili ai più.
    In genere si afferma che l’arte è universale.
    Ma per universalità non si intende che “tutti” possono recepire i significati in essa celati, quanto piuttosto che alcuni individui che appartengono a ceti, popoli, ambienti, ecc.., apparentemente incompatibili tra loro, possono condividere le stesse aspirazioni, pulsioni, sentimenti; e quindi risultare in grado di comprendersi.
    “Le affinità elettive” di Goethe, anche se racconta una storia d’amore, che nulla ha a che vedere con la fotografia, fornisce al contempo una più generale chiave di interpretazione dei rapporti tra gli individui, che può far comprendere anche i presupposti necessari perché l’arte possa svolgere il suo sofisticato compito di comunicazione di emozioni, sensazioni, esperienze.
    Questo mio esempio non serve per mostrare erudizione o per discutere in modo idealistico e sofisticato, ma solo per indicare i pressupposti della completa comprensione.
    Da qualche parte ho letto che ciascuno di noi, passando in un luogo sconosciuto, lo osserva solo la prima volta (per quello che gli riesce). Successivamente non farà più caso a quello che lo circonda, ma lo percepirà ricorrendo solo alla memoria della prima percezione.
    Il fotografo, invece, riesce ad osservare ogni dettaglio del luogo di ripresa, fino a penetrarne ogni segreto.
    Questa “percezione” dipende dalla sua intelligenza, dalla sua sensibilità, dal suo vissuto.
    La fotografia, come ogni altra forma d’arte, trasmette il luogo come è stato percepito dal fotografo.
    Uno sguardo superficiale e non sintonizzato del lettore non può recepire il contenuto di una foto.
    Quindi occorre attenzione, disposizione a comprendere e a condividere, capacità di adattarsi alle esigenze pià semplici ed a quelle più complesse.
    Solo in questo modo si possono gustare la ricchezza di gusto di un piatto contadino o il lieve accostamento, o contrasto, di sapori di un piatto della “grande cucina”.
    In questo senso la fotografia è cultura. Quando invece si fa caso solo l’aspetto tecnico, senza lasciarsi coinvolgere al dialogo emotivo e culturale, la fotografia si riduce a semplice documentazione dell’apparenza più “superficiale” e diviene una pseudo-arte.
    Antonino Tutolo

  6. Sono un fotoamatore iscritto all’Aternum di Pescara;
    mi interessa approfondire il discorso sulla relazione tra l’immagine e il titolo.

    Colgo quindi con piacere ed attenzione l’intervento di Enrico Maddalena, che ho avuto modo di apprezzare in altre circostanze.
    Mi permetto di darti del tu.
    Condivido perfettamente ciò che scrivi riferendoti alla foto come calco della realtà (infatti tutte le foto partono da una realtà) e veicolo di significati (interpretazione della realtà).
    E’ proprio per la sua natura di veicolare molteplici significati che c’ è bisogno nell’immagine del titolo dell’autore, se non altro per comprendere il pensiero logico dell’autore medesimo.

    Lo hai scritto tu stesso, in riferimento ad una foto riguardante un uomo seduto al bar intento a bere; l’immagine ha assunto un altro significato quando essa è stata collocata in un contesto diverso.

    Certo con una sola immagine è difficile, forse quasi impossibile risalire al pensiero logico dell’autore, ma se prendiamo come esempio una serie di foto, il tutto diventa più comprensibile.

    Che problema c’è se il fruitore nota caratteristiche non espresse dal titolo? Forse ci si dovrebbe chiedere a quale pubblico l’immagine è destinata.
    Ciò fa parte sicuramente del livello culturale del fruitore e del fotografo.

    Io ritengo molto importante titolare un lavoro ed una singola foto, ciò non toglie la facoltà di presentare un’immagine senza titolo proprio per offrire al lettore l’opportunità, senza deviazioni, di cogliere il suo significato che sicuramente è in relazione col suo modo di vedere e sentire.

    Penso che se il titolo non è coerente con il significato o i significati dell’immagine, non è una mancanza di fiducia verso la fotografia, bensì verso l’autore.

    Secondo il mio modesto parere il fotografo diventa egli stesso fruitore di ciò che produce, pertanto il titolo è in relazione col suo modo di percepire il mondo, modo di percezione che in un altro fa giungere a significati anche divergenti; ma questo non lo considero un danno.

    Certo se assistiamo alle foto pubblicitarie ci rendiamo conto che il messaggio è quasi a senso unico, infatti sono prodotte per un unico scopo, “la vendita,” e si adattano ad un vasto pubblico;
    sono immagini grandiose, di una perfezione tecnica impressionante e che spesso nulla tolgono all’opera d’arte, ma io mi rifiuto di essere veicolato in questo senso unico, vorrei avere la possibilità di fare marcia indietro o di girare a destra e a sinistra e soprattutto di avere la possibilità di cogliere anche in quelle immagini significati diversi da quello programmato.

    Ringrazio Enrico e gli intervenuti per avermi dato la possibilità di comprendere il vostro pensiero e soprattutto di poter esprimere in buona fede le mie piccole idee al riguardo.
    Ottavio Perpetua

  7. Antonino Tutolo scrive:

    In un’opera quello che conta, oltre all’estetica, quando c’é ed quando è necessaria, è anche l’originalità, la profondità, il punto di vista personale, del messaggio che viene comunicato.
    Molti credono di comprendere Caravaggio, Michelangelo o Leonardo, tanto per fare un esempio concreto e conosciuto. Invece, molti decodificano una minima parte dei contenuti delle loro opere. Dietro alla perfezione tecnica c’é molto di più: filosofia, scienza, storia, religione, ecc.
    Il titolo cita solo “San Pietro”, il “Giudizio Universale” o “L’ultima cena”. Il contenuto, invece è molto più complesso. Quindi anche in esse c’é una mancata corrispondenza esatta tra il contenuto dell’opera ed il titolo.
    Apparentemente Michelangelo pare esaltare solo la magnificenza di Dio; ed invece, sotto sotto, crea un manifesto del Vecchio Testamento (non c’é un santo, non c’é la Madonna, né Cristo), in grande rottura con la chiesa contempranea. Ed il messaggio è tanto evidente che nessuno, dei non certo pacifici papi a lui contemporanei, se ne accorge. Per sua fortuna.
    Non parliamo, poi dell’Ultima cena di Leonardo; dell’apostolo con tratti femminei, che pare tanto la Maddalena. Lì c’é tanto da studiare a comprendere!
    Ritornando alla foto o alla pittura, ci sono opere che osservi per un attimo e dicono tutto in una volta; ed il loro significato era già scontato prima di osservarle. Ed altre opere che passeresti una vita a guardarle, scoprendo ogni volta qualcosa di nuovo; meravigliandoti per l’eleganza, lo stile, i significati che vengono fuori, parallelamente alla tua maturazione di uomo o di donna.
    Quindi l’interpretazione del lettore merita attenzione e cautela. Prima di esprimere un giudizio occorre studiare bene l’opera; magari riguardandola più volte.
    Recepire solo il superfiziale è molto facile.

    L’arte moderna e quella contemporanea, poi, si indirizzano verso la comunicazione di sensazioni, emozioni; cercano di provocare meraviglia, stupore, e perfino scandalo.
    Col tempo e con la saggezza, certi significati perdono valore, altri vengono fuori, insospettati, solo quando si è pronti a recepirli.
    Chi si avvicina alla fotografia è sbalordito dal cielo rosso di un tramonto. Man mano che ci si addentra nel mondo della fotografia si impara a valutarne altri aspetti e a recepire altri contenuti.
    Le cose che non si ricevono per sensibilità, al primo impatto, necessitano di tempo per essere compresi; e soprattutto di identificazione e comprensione dell’autore.
    Ovviamente, se ne vale la pena!
    L’autore, col titolo, ci dà una chiave di lettura. Noi la raccogliamo e cerchiamo di aprire con essa la porta che ci conduce alla sua estetica, ai suoi ragionamenti, tramite i punti, le linee e le superfici che ha raffigurato.
    Ma spesso riusciamo a comprendere di lui molte più cose di quante egli volesse: la sua personalità, i suoi problemi esistenziali, il perché di certe scelte.
    Tutta la sua opera è legata alla sua vita, alle sue esperienze. Occorre avvicinarsi a lui con attenzione; tanto più è grande la sua personalità artistica.
    L’arte è una cosa molto grande; eppure tanto semplice e tanto eloquente, per chi sa vedere.
    Antonino Tutolo

  8. Ringrazio Antonio Tutolo per i suoi interventi sempre puntuali e profondi.

    Ottavio Perpetua

  9. Antonino Tutolo scrive:

    Ho trovato un’autorevole giustificazione teorica ai titoli ed alle didascalie di una foto o di un’opera d’arte in generale.

    Nel saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità”, ed in particolar modo nella sua postilla, Walter Benjamin (filosofo, scrittore e critico letterario tedesco – 1892-1940), seguendo Brecht, sostiene che “la fotografia non può limitarsi alla fedele riproduzione della realtà esterna, ma deve necessariamente dire qualcosa su di essa. In questo senso, la foto costruttiva elabora la realtà, cogliendone aspetti che sono inarrivabili per l’occhio umano e fornendone un’interpretazione attraverso la didascalia”.
    Quindi la fotografia coglie “hic et nunc” nell’aura del soggetto e la trascrive sul supporto fotografico. Ma per cogliere gli “aspetti” elaborati dalla realtà, che sono inarrivabili per l’occhio umano”, può essere necessario fornire una chiave di lettura, tramite didascalia.

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