Costi Marianna – Kallos

La fotografia fa parte di un progetto di nome Kallos (il Bello).
Estratto dal testo di Massimo Mussini: “Pur essendo (quasi) la sua “opera prima”, questa serie di fotografie rivela la consapevolezza che il linguaggio fotografico odierno è giunto ad una specie di saturazione, ad una ripetitività che ne rallenta progressivamente la forza comunicativa e creativa.
Per superare questa fase prossima allo stallo, Marianna ha scelto di rinunciare alla “raffigurazione” caratteristica del mezzo fotografico, che rappresenta quanto ha davanti all’obiettivo, ma ha deciso anche di rifiutare la “decostruzione” della realtà fenomenica, ottenuta attraverso la rielaborazione informatica di
quanto registrato dalla fotocamera.
La fotografia, in tal modo, può essere soltanto creazione di una realtà immaginata”..


Marianna Costi  - Kallos


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Comments (7)

 

  1. Carla Pellegrini scrive:

    E’ un immagine che mi affascina.
    L’autore sembra cercare una bellezza agognata nel riflesso dello specchio, ma cio’ che riceve è una presunta menzogna.
    Una finzione che cela la realtà.
    Oppure è nella bellezza assoluta del volto stampato che si soddisfa l’ideale necessità?
    Spero di leggere molti pareri a proposito.
    Carla Pellegrini

  2. Enrico Maddalena scrive:

    Non riesco a decifrare bene il referente dell’immagine. Forse le foto dovrebbero essere un po’ più grandi. Mi sembra una specchiera poggiata su di un pavimento lucido. L’immagine è composta da quattro zone trapezoidali di cui una assolutamente bianca (parete in piena luce) contornata in alto ed in basso da due zone grigie (parete in ombra e pavimento). Accanto a queste zone, anche la cornice dello specchio è fuori fuoco mentre risulta nitida e portatrice di significati solo ciò che nello specchio è riflesso.
    Oltre alle ante di una finestra aperta, all’interno di questa cornice si scorge la piccola immagine di un volto di giovane donna (foto? Altro specchio?) retta da quella che potrebbe essere una mano, poco leggibile data l’ombra profonda e le dimensioni della foto e che sembrerebbe quella di una persona anziana. I troppi “se” e “forse”, non mi consentono di formulare una lettura corretta ed attendibile ed in situazioni come questa ci si rende conto di come anche il “cosa” sia non meno essenziale del “come”.
    Che posso dire quindi con questi incerti elementi, senza rischiare di fare un mero esercizio di letteratura?
    Posso interrogarmi sul significato dello specchio. Esso è un analogo della Fotografia. Non per nulla il dagherrotipo veniva definito uno “specchio con la memoria”. Specchio ed immagine fotografica sono gli unici mezzi che abbiamo per poter vedere il nostro volto. Nell’immagine non compare chi osserva la foto. Con questa scelta l’autore vuole evocare noi stessi in questa azione? Ci vuol far immedesimare nell’essere fuori campo e nei suoi pensieri? Può darsi.
    E se la mano è quella di un vecchio (o di una vecchia), che significato può avere l’immagine della giovane? Un ricordo della gioventù? Di una persona cara o di se stesso?
    Enrico Maddalena

  3. Domenico Brizio scrive:

    Enrico esprime magnificamente i dubbi… ed è sufficiente.
    Non trovo un soggetto a cui aggrapparmi, sarà fuori dal campo inquadrato.
    Domenico Brizio

  4. Fabrizio Pizzolorusso scrive:

    Domanda : Perche’ bisogna per forza raccogliere gli elementi all’interno di questa immagine per cercare qualcosa di oggettivo?
    L’autrice ,attraverso il testo di Mussini,ci spiega bene l’intento e cioe’ dire attraverso la ristrutturazione oggettiva un qualcos’altro o creare emotivita’ e riflessioni soggettive da una non oggettivita’.
    Credo che l’intento sia riuscito e mette in ginocchio chi e’ abituato alla fotografia “ripetitiva” (prendendo spunto dal bel testo di Mussini)
    Fabrizio Pizzolorusso

  5. Roberto Rognoni scrive:

    Mi trovo d’accordo con Maddalena
    per esprimere un mio commento articolato dovrei conoscere ulteriori elementi
    la foto singola pubblicata credo non sia sufficiente ad esprimere il messaggio dell’autore.
    Roberto Rognoni

  6. Silvano Bicocchi scrive:

    La fotografia rientra in un genere di ricerche, normalmente compiute da fotografe, basate sull’autoritratto, che dopo Francesca Woodman si sono diffuse notevolmente anche in Italia; è pertanto nell’evoluzione di questo genere fotografico che essa va letta. L’immagine ha tutto per costruire l’atmosfera straniante che tutti hanno colto: la luce, la riflessione, i segni ambientali del vissuto e infine l’icona posta all’altezza del volto della protagonista, (espediente noto) simile a quello di una statua, ci vorrebbe immettere in una atmosfera metafisica. Manca però l’elemento essenziale: le sembianze di lei non ci rivelano in quale direzione scaricare l’energia psichica accumulata. Non viene formulata la domanda o la rivelazione! La scelta di come appare l’elemento umano in questa scena , così consapevolmente costruita, è determinante per dare il senso alla fotografia.
    Silvano Bicocchi

  7. Marco Romualdi scrive:

    Secondo me, siamo in uno di quei casi in cui occorrerebbe una “serie” di fotografie per poter valutare la appartenenza al genere di ricerca segnalato da Bicocchi. Senza questa serie (o portfolio che sia) le considerazioni di Bicocchi restano supposizioni e lo scatto non consente di leggere il reale messaggio dell’immagine…il linguaggio compositivo appare molto interessante, ma le intenzioni sfuggono…
    Marco Romualdi

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