Fare (e disfare) mondi ……

Note sulla 53^ Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia

di Manfredo Manfroi  – dal notiziario del Circolo Fotografico La Gondola  – Luglio-Agosto 2009

 C’eravamo lasciati due anni fa (come passa il tempo….), con l’imperativo “Pensa con i sensi-senti con la mente”, motivo conduttore della 52^ Biennale diretta da Robert Storr rivelatosi, alla luce dei risultati, assai debole se l’intento era quello di definire un qualsiasi percorso dell’arte contemporanea. Stavolta, lo svedese Daniel Birnbaum, il più giovane curatore nella storia della rassegna veneziana, la prende più alla larga sotto l’insegna del “Fare Mondi” premurandosi di spiegare che come primo obiettivo ci si è preoccupati di inserire nel monopolio dell’arte europea e nord-americana anche quei “mondi” – Medio Oriente, Africa, Asia – normalmente fuori dai circuiti che contano. Ne prendiamo atto, anche se nelle ultime edizioni la presenza del cosiddetto Terzo Mondo era assai significativa; l’impressione nostra, comunque, è che restando nel vago si sia cercato anche stavolta un disimpegno da un qualsiasi progetto, troppo difficile da realizzare anche per spalle più robuste di quelle di Birnbaum. Il fatto è che ormai ognuno va per conto proprio e cercare nel marasma delle opere un fi lo conduttore è pura utopia considerando che mai come in questa edizione l’affollamento è stato così nutrito: ben 77 paesi, 90 artisti, 44 eventi collaterali!!

Ciò detto, accenniamo alle novità salienti. Prima di tutto, l’ex Padiglione Italia è ritornato, com’era in origine, il Padiglione delle Esposizioni e accoglie le opere degli artisti invitati sul tema.

L’Italia ha il suo padiglione all’Arsenale, Tesa delle Vergini, con superficie raddoppiata rispetto alla scorsa edizione, dove gli artisti sono stati invitati a performare sul tema “Collaudi” di cui parleremo più avanti. Sempre all’ex Padiglione Italia trova finalmente definitivo ricovero – così almeno si spera – la parte documentaria e bibliotecaria dell’Archivio Storico della Biennale (ben 130 mila unità!) in una sede più che decorosa e funzionale.

Unico neo ma molto grosso, la questua organizzata dalla Biennale medesima sotto forma di un gazebo posto poco dopo i cancelli d’ingresso; al fine di sovvenzionare la tanto attesa riapertura dell’ASAC, è stato chiesto a chi passava durante i giorni della vernice – artisti, giornalisti, potenti d’ogni parte del pianeta – un obolo di venti euri da versare in una teca trasparente.

Non abbiamo parole…! Un’iniziativa miserevole, da pezzenti, che ci ha esposto, come se ne avessimo bisogno, al ludibrio del mondo. Se per sovvenzionare la nostra malconcia cultura si deve proprio scegliere la raccolta di fondi, s’inventino iniziative più decorose e confacenti all’importanza e al prestigio della manifestazione veneziana; in fin dei conti non stiamo parlando di una collettiva rionale…

Altre note liete la riapertura della sede storica della Biennale a Cà Giustinian di fronte alla Salute, l’inaugurazione del Museo Emilio Vedova alle Zattere con progetto di Renzo Piano e, se vogliamo inserirla tra le note liete, anche del Museo d’Arte Contemporanea di François Pinault negli spazi della Punta della Dogana restaurati da Tadao Ando.

Per venire ai contenuti, scegliamo fra le non molte cose davvero interessanti la ragnatela di Tomas Saraceno all’inizio del Padiglione delle Esposizioni e il surrealistico nonchè divertente giardino dell’Eden della giovane Nathalie Djurberg ( premiata con il Leone d’Argento). Le cose migliori, però, sono alle Corderie; bella l’installazione di fili metallici di Lygia Pape, gli specchi rotti di Pistoletto, i fumetti dell’Uomo Mascherato di Jan Hafstrom, le gigantesche radici medicinali dette “mani di Budda” di Huang Yong Ping, Da vedere il Padiglione Venezia, oltre il canale di Sant’Elena, dove con molta cura è stata allestita la mostra “ fa come natura face foco” dedicata al vetro di Murano; accanto ad una rassegna storica degli anni ’20 e ‘30 con opere di Martinuzzi, Scarpa, Zecchin e altri mitici, fi gurano artisti attuali e un’eccellente retrospettiva dedicata a Toni Zuccheri scomparso lo scorso anno. Finalmente una buona idea per valorizzare una produzione di qualità come il vetro veneziano.

Tra le partecipazioni nazionali segnaliamo quella polacca con l’installazione, davvero poetica, di Krzysztof Wodiczko: una stanza scura immersa nel temporale dove, oltre grandi vetrate appannate passano silhouettes d’immigrati (?) che discutono, si azzuffano, s’incontrano, si lasciano, mentre qualcuno sopra la nostra testa provvede a togliere l’acqua dal lucernario. Alle Tese Novissime, ambienti di una tale suggestione da elevare ad opera d’arte anche un bidé, spettacolare la performance di Jan Fabre: un uomo scava in un gigantesco cervello umano semisepolto fra trincee tipo prima guerra mondiale; la metafora è abbastanza palese.

Per quanto riguarda la fotografia, dopo la premiazione la volta scorsa del fotografo del Mali Sidibè, si sperava che il trend proseguisse; invece di fotografi a ce n’è poca e camuffata nella multidisciplinarietà generale. Comunque, spendiamo qualche parola per Wolfgang Tillmans (Padiglione delle Esposizioni) dove accanto a ipergigantografi e di giardini, boschi e piante ornamentali figurano colorprint policrome in formato A4; il giochetto vorrebbe significare (così l’abbiam capita noi..) un approfondimento sulla struttura delle immagini e sulla loro radice cromatica. Peccato che Mulas l’avesse già fatto, con il bianco e nero, più di quarant’anni fa…!

Altra presenza rilevante quella della fotografa Miwa Yanagi, nel padiglione giapponese, che si esibisce sul tema “La compagnia delle giovani vecchie”. Qui, in un luttuoso bianco e nero accentuato dal sepolcrale allestimento, l’artista fotografa e poi ricompone con il photoshop delle gigantesche immagini di donne-erinni, dal corpo in parte cadente in parte florido, a simboleggiare l’eterno contrasto vita – morte. Se non altro, si apprezza l’impegno. Già ampiamente visto il reportage di Luiz Braga nel padiglione brasiliano. L’autore ci racconta le notti delle cittadine sulle rive del Rio delle Amazzoni; la qualità fotografica è decorosa, il tema discretamente svolto, ma nulla più.

Ci sono anche le mele cotte (o sono pomodori?) fotografate da Rachel Harrison ( Padiglione delle Esposizioni), gli interni degli alberghi (Emirati Arabi Uniti alle Corderie) e poco altro.

 Conclusioni.

Molti anni fa il sommo Gillo Dorfles, classe 1910, (lo abbiamo visto nei giorni della vernice molto pimpante mentre sorbiva una bibita in campo Santo Stefano..!) a proposito della Weltanschauung (la visione del mondo) testualmente affermava:

“..In tempi ancora recenti…la persistenza della tradizione era un fatto considerato sacrosanto. Oggi non lo è più. A che si deve questa trasformazione? A tutta una serie di circostanze che sarebbe difficile identificare ma che giocano simultaneamente a sfavore di essa: quello che un tempo costituiva una tradizione vivente e operante oggi è divenuto quasi sempre falsa tradizione, mummificazione e feticizzazione di usanze o istituzioni ormai svuotate di ogni contenuto reale. Quello che, per contro, un tempo sarebbe stato spontaneo proliferare di modi nuovi e inediti sopra un antico ciocco tradizionale oggi è divenuto impensabile perché reso possibile da quella che potremmo definire una vera e propria “mutazione” nel senso, quasi genetico del termine. La nostra epoca sembra aver subito una mutazione cosiffatta che ha portato con sé l’impossibilità di concepire una continuità culturale (nel senso più ampio dei suoi aspetti etici, estetici,sociali) tra passato e futuro, tra ieri e oggi”. (Gillo Dorfl es “Nuovi riti, nuovi miti” Einaudi ed. 1965 pag. 96).

La “rottura” con la tradizione, intendendo per tradizione l’impegno dell’artista attraverso l’abilità artigianale di dar conto della realtà in cui vive ricollegandosi al passato, è ormai puntualmente riscontrabile in ogni edizione della Biennale veneziana, come in Documenta a Kassel, o Art Basel o dovunque ci s’impegni in una rassegna d’arte internazionale.

Se paragoniamo quanto viene proposto oggi con il furore delle Avanguardie d’inizio ‘900 e con l’impressione che esse suscitarono scagliandosi contro le ritualità accademiche, ci si rende conto che la produzione odierna è del tutto impotente ad opporsi ad alcunché dal momento che non esiste un’antagonista basata sulla tradizione.

Ne consegue che l’arma migliore in mano agli artisti d’oggi è la dissacrazione ironica di quanto essi stessi stanno facendo; non a caso la scelta di materiali, reperti, simboli della “civiltà” viene fatta senza alcun riferimento ad un contesto sociale o storico attuale e se c’è si provvede subito a camuffarlo, a stingerlo, a confonderlo.

Prevale una creatività fine a sé stessa, un estro virtuosistico che non ha tuttavia i fondamenti poetici dell’estetica seicentesca ma tende a rimarcare, se ancora ce ne fosse bisogno, l’estremo disorientamento e la confusione morale dei nostri tempi.

C’è però chi ha pensato di porre una pezza a tutto questo ed è il nostro Ministero dei Beni Culturali il quale, avvertito del marasma generale, ha ritenuto che fosse ora di fare un po’ di chiarezza affidando il Padiglione Italiano a due Beatrice ( Buscaroli e Luca). Costoro, in perfetta buona fede, si capisce, hanno colto al volo l’occasione del centenario del Futurismo (1909-2009) per opporsi alla furia iconoclasta del “Fare Mondi” con uno scatto d’orgoglioso e cattolico nazionalismo all’insegna dei “Collaudi”.

Nel padiglione Italia, dunque, venti autori sono stati invitati a testimoniare l’esistenza, finalmente, di un fare arte ispirato alla nostra tradizione cattolica e già che c’erano a riconsiderare sotto nuova luce un movimento, il Futurismo, anche negli aspetti sinora più taciuti come, ad esempio, la convinta adesione al fascismo.

Il tempo, si sa, è un grande medico e anche quello che una volta era ideologicamente scorretto ora può essere, neanche tanto sommessamente, riproposto; d’altronde era o non era ora di arginare lo strapotere dell’arte di “sinistra”?

Vediamo qualche esempio; Nicola Verlato va sul caravaggesco e ripropone una nuova versione della caduta di Saulo in cui al posto del Santo c’è James Dean, il cavallo è sostituito da un toro ( o un bue…) mentre sullo sfondo brucia un pozzo di petrolio a mo’ di roveto ardente.

Daniele Galliano ripesca gli spazi agresti e la fi losofia del vivere in montagna fuori delle città tentacolari, malsane e corrotte, mentre per non dimenticare il Futurismo Roberto Floreani ci ripropone un pointillisme fra Segantini, Boccioni e Depero; da apprezzare quanto meno la pazienza certosina dell’esecuzione.

Gian Marco Montesano è decisamente “nostalgico” e accanto ad un’infi lata di ritratti “del secolo” fra cui non possono mancare Mussolini, Gentile e altri culturalmente accreditati presso il regime, c’illustra il bel mondo del varietà d’altri tempi con le ballerine scosciate che tanto facevano sognare…altro che le veline!

Tornando al sacro, Marco Cingolani ha delle visioni mariane come quella dell’”Immacolata Concezione” per sua stessa ammissione “psichedelica e seducente”, poi c’è anche un fonte battesimale in marmo con una piccola scultura ancora una volta somigliante a James Dean ( ci spiace di non ricordare l’autore), e così via.

Fra gli “addetti ai lavori”, ma non solo fra quelli, lo sconcerto è grande; riportiamo, tra i tanti, il commento di Anna Detheridge (Sole 24 Ore del 7/6 pag. 44 “Salone cattolico o marinettiano?”) che condividiamo fino all’ultima sillaba:

“La truculenza politica che ha accompagnato la gestazione del padiglione nuoce a tutti, sconcerta il pubblico nazionale e internazionale che meriterebbe più rispetto, ma soprattutto penalizza gli stessi artisti italiani che fuori dal Padiglione Italia, in Biennale, hanno sostenuto in maniera più che degna le sorti di un’Italia pubblica sempre più sgangherata e indifendibile”.

Amen.

 I soci del Circolo Fotografico La Gondola si riuniscono ogni venerdì alle ore 21 presso la Sede Sociale alla Giudecca c/o il Centro Civico

Recapito postale P.O.BOX120 – Venezia, tel. Presidente 041-5237116, www.cflagondola.it e-mail to: photoclubgondola@libero.it – fax 0415237116

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