Antuono Angela Maria – La persona è maschera

“Una maschera di ceramica ,un oggetto del passato,un titolo evocatore:lavori domestici…. ( che è anche un modo per non chiedere liberatorie..e parlare lo stesso di persone;il titolo de portfolio completo,da cui la foto, è: La persona è maschera..).”

36 - Angela Maria Antuono la persona è maschera

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Comments (10)

 

  1. Bruno Colalongo scrive:

    Angela Maria, perchè fai questo?
    a prima vista viene da strillare, ma sappiamo che la fotografa usa sapientemente realizzare fotografie in bianco e nero con i soggetti che cerca e con i quali poter sviluppare un messaggio.
    In questa singola fotografia, i soggetti principali e ben posizionati sono due: la macchina da cucito e una testa, di ceramica per fortuna.
    Io voglio azzardare e pensare che questa immagine, anche se non lo si vede immediatamente, voglia dire…”Lingua cucita”.
    E’ una mia immaginazione, naturalmente!
    Bruno Colalongo

  2. Domenico Brizio scrive:

    Se l’ovale dalle sembianze femminili è finito tra l’arco della macchina da cucire in modo casuale è sorprendente il significato derivato dall’accostamento (e se ne possono trarre molti, dipende dall’ambiente culturale che ci circonda), quasi una magìa; se ci è stato collocato consapevolmente per costruire la “stessa” significanza il mio entusiasmo si affievolisce. Nel primo caso l’autrice ha ‘visto’ un significato interpretandolo fotograficamente, nel secondo lo ha ripreso e manca dunque la ‘casuale’ intuitiva scoperta… (è un’opinione). Certo quella maschera ha una sagoma perfetta per stare dove si trova. La composizione risente di alcuni intoppi visivi sullo sfondo, geometrie troppo irregolari, in special modo nella parte sinistra, per accogliere al meglio il concetto espresso.
    Domenico Brizio

  3. Antonino Tutolo scrive:

    Partendo da questa sola immagine, estratta dal portfolio, non percepisco la relazione tra il titolo e l’immagine. Quindi il messaggio dell’autore mi resta oscuro.
    Potrei anche accettare la versione dell’amico Bruno Colalongo: “Lingua cucita”. E’ immediato e significativo.
    Ma preferisco interpretazioni più complesse, prendendo in esame solo l’immagine, ed ignorando il titolo. Sperando che l’autore non si offenda.
    Questa immagine l’avrei intitolata: “Sic transit gloria mundi”.
    Il magazzino di una sartoria con negozio. La vecchia Singer usata per generazioni. Il viso di un manichino cui è stato trovato un rifugio alla caduta e alla rottura, nella cornice dell’arco della macchina.
    Il manichino, centralissimo nell’inquadratura, molto evidente, aggressivo nel bianco, è il testimone apparentemente immortale di un passato ben più illustre.
    Egli, insieme alla macchina da cucire, sono i testimoni di notti insonni e di giorni illustri.
    Quanti vestiti sono stati esposti su di esso, nella vetrina del negozio!
    Quante donne hanno sognato, invano, l’acquisto; attirate dall’espressione intensa ed aggressiva di quel volto!
    “Sic transit gloria mundi”, sembra comunicare quello sguardo intenso e rigido!
    Guarda come sono finito, dopo una vita passata in bella evidenza e nella gloria invidiata della vetrina!
    Ora sono solo un vecchio oggetto, privo di significato e di utilità.
    Mi spazzolavano ogni mattina. Mi coprivano di abiti invidiabili. Ipnotizzavo le passanti, col mio sguardo magnetico, inducendole ad entrare nel negozio!
    Ora son qui, in questo magazzino, sempre nella penombra o al buio; in una posizione innaturale, e sempre più coperto dalla polvere.
    Sic transit gloria mundi!
    Antonino Tutolo

  4. Elena Falchi scrive:

    In alto a sinistra intravedo un vecchio ferro da stiro (o almeno sembra); la macchina da cucire non poggia con tutti i piedini saldamente su di un piano, perciò mi pare sia lì casualmente. Lì casualmente, quindi, potrebbe esserci anche la maschera. Quello che non è casuale, a mio avviso, è l’occhio della fotografa: la bravura di chi racconta con le immagini sta anche nel saperle individuare/determinare, le situazioni! L’importante è che non risultino gratuite, prive di senso. In questa fotografia un senso c’è sicuramente, è solo un po’ difficile concepirlo compiutamente. L’appunto è spesso il solito: perché pretendere di rappresentare un concetto, sviluppato (adeguatamente) in un portfolio, con una sola immagine? Succede che debbo appigliarmi alla presentazione per andare incontro all’intento dell’autrice e non so se è un pregio per la sua immagine. Posso fare decine di “macchinature” senza essere certa di aver scelto il “punto” giusto. Scelgo quello più plausibile: certo, la persona è maschera, sono molti i vestiti/volti “cuciti” addosso dalle vicissitudini, dai ruoli soprattutto. Scelgo quelli femminili (a cui gli oggetti ripresi mi rimandano e l’allusione ai lavori domestici pure), ma comunque mi chiedo: quanti ruoli si determinano con una “maschera” che non è altro che portatrice di un’identità spesso non corrispondente?
    Quanto, essa stessa, è desiderio d’evasione, e quanto, è spesso istigatrice di frustrazioni per la persona che la “indossa”?
    Elena Falchi

  5. Enrico Maddalena scrive:

    E’ una mia opinione ovviamente, che cerco di argomentare.
    I processi ideativi e progettuali che sono dietro ad un portfolio e ad una immagine singola, sono profondamente diversi. Nel portfolio ciascuna immagine è solo la tessera di un mosaico, un frammento di un discorso compiuto. La foto singola esaurisce invece l’idea in una singola immagine. Questo blog è uno spazio per foto singole. Per il portfolio sarebbe necessario uno spazio apposito (che si potrebbe anche prevedere).
    Non vedo quindi il senso della presentazione di una singola immagine che fa parte di un portfolio: è come se presentassi una poesia attraverso un verso soltanto. Avrebbe senso?
    E’ il discorso di questa immagine e di altre che sono apparse in precedenza. Se ne può fare una lettura compiuta? L’immagine mostra due soli elementi, in un ambiente che, da quel poco che si riesce a vedere, sembra un ripostiglio grezzo. Una macchina da cucire fuori uso e fuori tempo ed un volto in gesso cui qualcuno o l’autrice della foto ha aggiunto dei contorni. Il volto è incastonato nell’arco della macchina da cucire. Quali i significati? E qui il rischio delle “integrazioni psicologiche”, delle sensazioni personali. Il titolo (del portfolio) di “La persona è maschera” ci induce, più che a leggere la foto, a leggere in noi stessi e ad attribuire dei significati evocati più dal titolo che da questa singola immagine.
    Enrico Maddalena

  6. Trovo il lavoro molto interessante, e la maschera mi ha sempre intrigato, nell’arte come nella vita di tutti i giorni.
    Graziano Panfili

  7. Silvano Bicocchi scrive:

    Mi ha colpito la domanda di Bruno Colalongo: Angela Maria, perché fai questo?
    Egli non l’avrebbe mai fatta se non conoscesse l’Antuono come fotografa. Tutti hanno la possibilità di conoscerla dall’articolo pubblicato su FOTOIT a settembre di quest’anno. Quando si conosce la poetica di un autore ogni sua immagine ci parla, pur col limite dell’appartenere ad un portfolio assente come Enrico Maddalena giustamente ribadiva.
    Le fotografie dell’Antuono hanno sempre il sapore agrodolce del suo meridione. Gli elementi posti in relazione sono una carcassa arrugginita della macchina da cucire, una fresca maschera, un luogo dove si accantonano le cose dismesse. L’elemento scatenante è il dove è stata posta la maschera, la quale risulta incastrata, prigioniera, dentro al telaio metallico della macchina da cucire. È l’accostamento improbabile dei segni trovati del passato, dell’oblio, della freschezza giovanile, che generano magistralmente un’immagine surrealista che accende la metafora della femminilità, della bellezza, oppressa dalla cultura arcaica.
    Silvano Bicocchi

  8. Maurizio Tieghi scrive:

    Rimango sempre esterrefatto quando tra migliaia di fotografie viste e presto dimenticate alcune di loro mi rimangono impresse nella memoria in modo indelebile, questa è una di quelle, già vista da qualche parte e da subito riconosciuta. Sarà l’atmosfera del bianco e nero di “una volta” che obbliga lo sguardo al centro del fotogramma sul candore della maschera bianca, punto focale che sta a significare la purezza d’animo dell’autrice? Oppure è per quella macchina da cucito che usava anche mia nonna che forse conservo ancora in soffitta? Nostalgia di un passato inesistente oppure fobia del vuoto guscio di seppia racchiuso tra i tentacoli di un orrido macchinario post moderno.
    Maurizio Tieghi

  9. Angela Maria scrive:

    Oppure il “caso ha voluto” ,dopo una mostra sugli oggetti d’epoca,far incrociare due oggetti che ,in fondo si asomigliano..
    Il braccio della macchina é di forma femminile ..come lo sguardo della ceramica ..e coincidono perfettamente..vede cosa vuol dire lasciare sugli scalini un oggetto e un altro che ,casualmente ,s’incontrano?
    Per la cronaca,la pellicola in questione è un negativo 6×9 da Mamiya super 23.
    E gli orridi macchinari erano anche quelli che in Tempi Moderni,Charlot tentava di svincolare..
    Grazie per la purezza..lei lo è più di me di sicuro…
    In realtà sono una diabolica femmina femminile che gira con macchine obsolete ,nella Terra di lavoro a scattare il Tempo.
    Angela Maria Antuono

  10. Angela Maria Antuono scrive:

    Silvano come al solito sai scrivere come i grandi fotografi sapevano fotografare…
    In realtà ho avuto diversi e interessanti pareri,ho avuto più di quello che speravo..e anche Bruno è stato creativo con il suo titolo..in effetti la foto potrebbe sembrare l’icona di un film di Emir Kusturica,oppure un inquieto avvertimento surreale ..
    Si ,il sig.Maddalena è stato bravo a cogliere l”opportunità” che un’immagine dà per leggere dentro di noi ,e poi …L’artista elabora ,scalfisce,non si preoccupa di cosa pensano gli altri e nemmeno se le sue opere piacciono….insegue le idee..
    Grazie ,un bacio
    Angela Maria Antuono

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