L’angoscia della quantità di Manfredo Manfroi

dal notiziario del Circolo Fotografico La Gondola  – Ottobre 2009

E’ un fatto incontrovertibile che la serialità degli oggetti provocata dalla seconda rivoluzione industriale svalutò l’artigianalità del fare; non valse l’applicazione del design di morrisiano concetto per restituire al prodotto l’unicità e di conseguenza il valore intrinseco dovuto alla manualità e all’abilità del fabbricante.

Anche la fotografia, come ben sappiamo, è figlia della rivoluzione industriale e anche su di essa hanno pesato, e probabilmente tuttora pesano, le diffidenze generate dall’apparente semplicità della ripresa nonché la facilità riproduttiva.

Un aspetto talvolta sottovalutato è quello relativo ai procedimenti di sviluppo e stampa; in tutto il processo di camera oscura la manualità riprendeva il sopravvento e il risultato finale molto se non moltissimo doveva all’abilità dello stampatore, spesso il fotografo medesimo, per ottenere il risultato voluto anche sotto il profilo formale.

Si può affermare che sino all’avvento dell’immagine digitale, la necessità dell’intervento umano costituì non solo un plusvalore ma anche un non indifferente filtro al proliferare di immagini di scarsa qualità. Oggi la sostituzione dell’immagine analogica con quella digitale oltre alla querelle tra sostenitori dell’uno o dell’altro procedimento, pone indubbiamente altri problemi uno dei quali è la sovrabbondanza delle fotografi e prodotte.

Non c’è infatti paragone tra il numero di scatti dell’era analogica (va ricordato anche, se non soprattutto, il loro costo e la relativa brevità della pellicola, appena trentasei fotogrammi) e quanto può contenere la memoria di una sola macchina digitale.

Ciò determina una sorta di franchigia per il fotografo, libero di puntare l’obiettivo dovunque ci sia una parvenza d’interesse e di trattenere a piacimento l’immagine nella macchina, sino all’eliminazione o al successivo passaggio in stampa.

La questione, come si può capire, è delicata e controversa; possiamo affermare che questa sovrabbondanza è nociva alla qualità in quanto il fotografo “pensa meno” ovvero, analogico o digitale che sia, la personalità, la creatività e la capacità tecnica abbiano sempre la meglio? Non abbiamo una risposta precisa; quel che è certo è che l’avvento degli apparecchi digitali ha fatto crescere in modo esponenziale il numero dei fotografi e delle immagini in circolazione. A questo punto va fatta un’ulteriore osservazione; riesce e/o riuscirà il nostro intelletto ad essere sempre lucido nello stabilire una reale scala di valori ovvero questa bulimìa, questa marea montante ci travolgerà impedendoci, per assuefazione, ogni forma di controllo e selezione critica?

Giulio Ferroni, il nostro maggior storiografo e critico della letteratura italiana, si pone analogo problema nel suo saggio “La passion predominante. Perché la letteratura” (Liguori, Napoli- pagg.120 € 10.90). Lo studioso si sofferma sull’”angoscia della quantità” (tutti scrivono…) e sulla necessità di “un’ecologia della mente” fondata sulla selezione, la lentezza, l’oblio dell’inessenziale. Ancora, Ferroni afferma che “la letteratura è in pericolo” poiché la sua marginalizzazione è dovuta in larga misura all’effi cienza informatica con cui si archivia e si rende disponibile ogni testo nominalmente identificabile come letterario, per di più con l’illusione di archiviare il passato in forma perenne, potendolo recuperare in qualsiasi momento.

Ciò vale anche per la fotografia; se già oggi si stenta a catalogare e rendere accessibile l’immenso patrimonio analogico accumulato in più di centosessant’anni, cosa succederà per i miliardi di immagini digitali prodotte ogni istante?

Fatalmente, si sarà portati a non scegliere per timore di eliminare la qualità assieme alla quantità ovvero si procederà con estremo rigore con il rischio di perdere davvero tracce preziose del nostro passato?

Infine, quand’anche si potesse operare una selezione, quali saranno i criteri con cui operare e chi se ne farà carico?

Tutte domande che meriterebbero maggior approfondimento; per il momento accontentiamoci di esercitare, tutti, la nostra capacità critica con umiltà pari alla fermezza; contribuiremo, ognuno secondo le proprie conoscenze e capacità intellettuali, a trattenere per il futuro ciò che ci sembra degno di memoria impedendo altresì che la fotografi a diventi una semplice arte di consumo.

Manfredo Manfroi

 I soci del Circolo Fotografi co La Gondola si riuniscono ogni venerdì alle ore 21 presso la Sede Sociale alla Giudecca c/o il Centro Civico

Recapito postale P.O.BOX120 – Venezia, tel. Presidente 041-5237116, www.cflagondola.it e-mail to: photoclubgondola@libero.it – fax 0415237116

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Comments (2)

 

  1. Antonino Tutolo scrive:

    L’unicità legata al manuale (in ogni campo), ha, per contro, l’impossibilità di portare la cultura (fotografia ed altro) a tutti; non solo a pochi.
    L’evoluzione moderna, in ogni campo, è dovuta proprio alla diffusione della cultura a tutti, tramite i moderni mezzi di comunicazione.
    A mio avviso, il problema non è nella abbondanza di immagini dovute al digitale, ma piuttosto nella mercificazione della fotografia e di tutte le altre forme culturali, ad ogni livello.
    Per molti la fotografia è solo un bene di consumo; non un mezzo culturale. Se ogni 50.000 iniziati veniva fuori un bravo fotografo, su un milione ne dovrebbero venire fuori 20. Il rapporto e lo scambio di idee tra questi “eletti”, a loro volta, dovrebbero portare ad un surplus di ricchezza e di qualità di immagini.
    Ma se il milione di iniziati viene indirizzato al consumismo e non all’arte fotografica la percentuale dei bravi fotografi, che ci si aspetterebbe, può ridursi di molto o addirittura annullarsi nel banale e nel ripetitivo “nulla”.
    Un numero maggiore di iniziati alla fotografia è una ricchezza di cervelli al lavoro. Non un problema di cui preoccuparsi.
    Dall’invenzione della stampa (che ha consentito la diffusione della cultura ad un numero maggiore di cervelli pensanti) l’uomo ha bruciato le tappe che aveva mancato nel corso di migliaia di anni; Perché ogni generazione doveva rincominciare d’accapo a scoprire l’acqua calda.
    Perché abbiamo paura della diffusione della cultura fotografica, soprattutto digitale?
    Cosa c’é di diverso dall’analogico, oltre alla esiguità del costo di scatto di quest’ultimo. Il digitale non fa che ripetere le stesse tecniche scoperte dall’analogico. Nulla di più. Non c’é ancora nulla di nuovo sotto il sole.
    E’ solo tutto più semplice e più pulito. Cos’é che non si faceva già prima in camera oscura?
    Quanti, prima, erano in grado di stamparsi le foto, da soli, soprattutto a calori? La stampa a colori era prerogativa di pochi eletti e danarosi.
    Per quanto riguarda ’”l’angoscia della quantità”, se essa al momento non è valutabile in termini di “qualità”, non è un fatto nuovo. Anche in passato c’era lo stesso problema. Quante opere d’arte sono andate perdute perché non comprese, non trasmesse ai posteri da menti censorie ottuse? La nostra cultura (greca e romana) abbiamo dovuto farcela restituire dagli arabi, che non l’avevano bruciata sui roghi. insieme alle streghe.
    Miliardi di immagini saranno certamente difficili da gestire e catalogare. Ma quante informazioni trasmetteranno ai posteri sulla nostra esistenza?
    L’alta qualità è sempre stata valutata a posteriori. Opere ritenute, un tempo, di pregio ora sono confinate negli scantinati dei musei e nelle cripte delle chiese di provincia; ed opere ritenute di scarso valore (da gente ottusa) invece ora sono esposte nei musei.
    Il valore attribuito ad ogni cosa, anche alle idee (nel senso più ampio del termine), è sempre legata all’etica, alla morale ed alla politica del tempo.
    Quanti potenziali fotografi, scultori, scienziati, hanno visto il loro genio scomparire nella grigia e poco creativa realtà delle fabbriche, delle miniere, dei lavori da schiavo; solo perché la conoscenza non era alla loro portata economica e sociale? Quanta intelligenza umana è andata perduta nei secoli, perché non era catalogabile e archiviabile? Ma anche per altri, non nobili, motivi!
    “la letteratura è in pericolo” perché la gente non legge; perché essa viene privata della libertà conoscitiva vera e soprattutto critica; perché essa è omologata a canoni da cui si sfugge, anche se geni, solo se si possiede anche una grande forza caratteriale ed orgoglio delle proprie idee.
    Se i libri più letti sono anche i meno “pregiati”, è colpa del loro numero, oppure solo del livello culturale di chi li compra?
    La Russia ha tutti i più grandi giocatori di scacchi perché in Russia tutti giocano a scacchi!
    E’ forse un difetto il grande numero di scacchisti?
    Mi pare di no!
    Noi siamo specializzati in “opinionisti” e “vallette TV”!
    E quindi dobbiamo valorizzare in ogni modo queste categorie culturali.
    La nostra cultura più-che-media è quindi proporzionale alla cultura sociale italiana.
    Abbiamo il più grande patrimonio artistico, culturale e storico del mondo. Quanti di noi lo conoscono e lo praticano?
    Per quanto riguarda il “pensare meno” prima di scattare, questo, a mio avviso, non è un problema.
    Ai fini della “qualità” contano “sempre e solo i risultati”.
    I nostri fotografi bravi, non trovando accoglienza e riscontro in patria, seguiranno la strada già seguita dagli altri nostri “cervelli”: diventeranno famosi all’estero.
    Perché all’estero, caso strano, il nostro problema della ricchezza del digitale non viene considerato un problema.
    Anzi!
    All’estero il digitale non è un problema!
    Infatti noi fatichiamo a metterci in pari con le altre realtà. I nostri giovani fotografi, famosi all’estero, sono sempre in numero inferiore, rispetto alla percentuale delle altre realtà sociali.
    Ci sono piccolissime nazioni che hanno grandi realtà internazionali, più che da noi. Repubblica Ceca, Polonia, ecc., tanto per dare qualche “numero”!
    Non è che li educhiamo o li castriamo, già da giovani, con idee antiquate sulla fotografia?
    Non ho il polso diretto della situazione, ma, leggendo qua e là, mi arrivano voci pessimistiche in proposito.
    Personalmente non vedo alcun problema nella diatriba tra analogico e digitale, con non lo vedevo tra B/N e colore.
    Ma sono convinto che, se la fotografia fosse nata a colori, mi troverei a difendere l’integrità e la naturalità del B/N !
    Perché anche il B/N desterebbe, in molti, le meritate ed opportune perplessità, in merito alla rispondenza al reale, da esso raffigurato.
    Antonino Tutolo

  2. Glauco Pierri scrive:

    Ho apprezzato, ed emotivamente condiviso, l’articolo di Manfroi, ed ho apprezzato e compreso quello di Tutolo.
    E, pur esprimendo tesi quasi opposte, mi sentirei di dare ragione a tutti e due.
    Il fatto è che il nostro mondo è pervaso dall’inflazione, l’inflazione del tutto, e quella economica è la minore. Siamo invasi da fotografie, automobili, canzoni, orologi, cellulari, computer, pubblicità e progresso, politici e veline, gossip e vip, grandi fratelli e piccoli famosi, calcio e lotto, psicologi e metereologi… senza parlare dell’inflazione più terribile e devastante, quella degli umani.
    Possiamo scrivere e argomentare quanto si vuole e si può, ma è inutile, questa marea continuerà a crescere inarrestabile, la fotografia seguirà il flusso, e sarà sempre più difficile individuare l’opera d’arte nell’immenso magma della quantità: la scelta verrà sempre più delegata alla Dea Fortuna, ma, come in passato, sarà il Tempo ad emettere il giudizio finale e definitivo.
    Glauco Pierri

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