GALILEO, INCONSAPEVOLE PADRE DELLA FOTOGRAFIA REALISTA di Carlo Delli

Nel 2009, anno galileiano, sono state molte le iniziative per ricordare lo scienziato a Pisa, sua città natale. In occasione di una di queste – “Incontro di Studi: Galileo, fondatore del metodo sperimentale per la ricerca e il progresso scientifico” – tenuto presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, mi è stato proposto di fare un discorso introduttivo a un audiovisivo di fotografia astronomica e volentieri ho accettato anche perché conoscevo già, per i miei studi di astrofisica e di storia della scienza, alcune interessanti collegamenti tra l’uso del cannocchiale da parte di Galileo e la fotografia. Riporto qui il mio intervento nella bellissima Sala degli Stemmi della Normale, sede del convegno. La parte iniziale sarà per noi un po’ semplice e già conosciuta, ma credo che ogni tanto risentire un po’ di abc non guasti.

foto1-CarloDelli-Gabbiani-Ob 1000mm a specchio a diaframma fisso f11-Pell 400ASA

Foto1-CarloDelli-Gabbiani-Ob 1000mm a specchio a diaframma fisso f11-Pell 400ASA

<<Sono stato invitato qui per introdurre un interessantissimo audiovisivo di fotografia astronomica e lo faccio in veste di modesto scrittore di articoli riguardanti la fotografia e di fotografo naturalista. Infatti la fotografia astronomica si inserisce senz’altro nella vastissima famiglia della fotografia di natura che trova i suoi soggetti dall’atomo alle galassie passando per la davvero infinita varietà di animali, vegetali, rocce, acque, paesaggi, eventi metereologici… e potrei continuare per un quarto d’ora, che il pianeta Terra ci offre.

foto2-Marco Meniero-Luna

Foto 2 Marco Maniero  www.meniero.it  Soggetto:Luna Ottica: Telescopio rifrattore TeleVue a 660mm di focale f/5.7, la focale è stata allungata con lenti addizionali dedicate. Camera: Nikon E500 100Iso

Prima di parlare di Galileo è importante fare alcune premesse importanti per comprendere il ruolo che lo scienziato pisano ha avuto – pur a sua insaputa – nel farci capire quale valore dare alla fotografia, in particolare a quella naturalistica. Intanto dobbiamo sapere che la fotografia di natura appartiene alla fotografia cosiddetta “realista” come lo sono anche la fotografia di reportage, sia di viaggio che sociale, quella di sport e più in generale il fotogiornalismo, sempre più importante in questa “epoca dell’immagine”. Quella realista è la fotografia “vera”, altrimenti secondo me si deve parlare di “immagine fotografica” e non di fotografia. La fotografia è nata con l’intento di riprodurre la realtà e il fatto che quasi sùbito ci sia stato chi ha detto bugie manipolandola rafforza solo il fatto che con essa si può dire anche la verità.

foto3-MarcoMeniero-Luna con Saturno

Foto 3 Marco Meniero Soggetto: Saturno-Luna Ottica: Rifrattore cinese SkyWatcher 100ED di focale 900 f/9, la focale è stata allungata con il metodo della proiezione dell’oculare Camera: Canon Eos 400D- Tempo esposizione: 1/125 secondi per la luna + 1s per saturno, le foto sono state sommate

Devo confessare che mi meraviglio spesso e molto negativamente ancor oggi, nel 2009 quasi fossimo invece nel 1909, quando sono costretto a ripetere non a un pubblico generico ma addirittura in consessi di fotografi, che nessuna fotografia è realtà; nessuna stampa tratta da negativo, diapositiva o file e nessuna immagine da file che vediamo su di un video è realtà. Magritte scrisse “Questa non è una pipa” sotto una pipa molto realisticamente dipinta e noi potremmo scrivere “Questo non è un fiore” sotto la foto di un fiore ripreso nella maniera più semplice e realistica possibile. La fotografia è, o meglio può essere, rappresentazione della realtà, ma mai realtà; è rappresentazione della realtà attraverso mezzi tecnici (obiettivi, macchine fotografiche, pellicole, sensori etc). Ora, ogni rappresentazione si avvale di un linguaggio al quale ci si deve attenere che in questo caso è ovviamente il linguaggio fotografico, un linguaggio ricco, estremamente ricco e quindi pieno di varianti, scelte e quindi di possibilità espressive anche senza manipolare le fotografie.

foto4-MarcoMeniero-Nebulosa M8

Foto 4 Marco Meniero Soggetto: Nebulose M8 Ottica:Tamron 300 f/2.8 Camera: Canon Eos 30  pellicola Kodak E200 tirata di 2 stop Tempo esposizione: 7 minuti

Allora mi direte voi, come si può parlare di fotografia “realista” se nessuna foto è mai realtà? E’ presto detto: siamo nell’ambito della fotografia realista quando l’idea e lo scopo del fotografo è di riportarci ciò che era davanti all’obiettivo senza falsificare la realtà. Sembra semplice e complicato allo stesso tempo: semplice perché è intuitivo cosa vuol dire alterare una scena o un soggetto, complicato per la già dichiarata complessità del linguaggio fotografico. Sull’argomento sono stati scritti fiumi di parole e qualcosa troverete anche nella sezione “Idee e articoli” del mio sito www.carlodelli.com, ma non è questa la sede per approfondire.

Partiamo comunque da questo concetto di fotografia realista: riportare quel che era davanti all’obiettivo stampando o proiettando ciò che era stato registrato dalla pellicola o dal sensore senza apportare modifiche tali da falsificare la realtà. E vedrete nell’audiovisivo uno dei mille modi per falsificare la realtà. Ci sarà un’immagine della luna sopra il Duomo di Pisa. Ebbene vi salterà sùbito all’occhio che la luna è molto più grande di quanto dovrebbe essere in proporzione al monumento. Badate bene che queste immagini sono tratte da diapositive. Cos’è successo? Che il fotografo ha fatto una doppia esposizione sulla stessa diapositiva: prima ha fotografato il Duomo con un 50 mm che “vede” più o meno come i vostri occhi e poi, sempre – ripeto – sulla stessa diapositivaha fotografato la luna con un teleobiettivo. Ognuno dei due “scatti” ha registrato qualcosa di realistico ma insieme formano una immagine dove le proporzioni sono evidentemente false. Questa volta la cosa è dichiarata, e usata solo a scopo divulgativo per ottenere il risalto dei particolari dell’astro altrimenti ridotto a una piccola macchia per di più sovraesposta.

foto5-MarcoMeniero-Pleiadi - M45

Foto 5 Marco Meniero – Soggetto:Pleiades M45 Ottica:Rifrattore Tahakashi TOA 130, focale  pari a 1000mm f/7.7 Camera: Canon Eos 5DMkII, 100Iso Data: somma di 7 pose da 7 minuti

 Ma veniamo a Galileo. Cominciò le prime osservazioni del cielo con cannocchiali di sua costruzione nel 1609 e già l’anno successivo pubblicava un piccolo ma importantissimo libro con le principali osservazioni compiute, il Sidereus Nuncius. Galileo non fu il primo a fare cannocchiali né il primo a osservare il cielo, ma fu il primo a capire l’importanza dello strumento e l’importanza delle scoperte fatte. Si rese sùbito conto infatti che ciò che vedeva andava contro la concezione aristotelica del mondo e a favore della concezione copernicana. Apro una parentesi per dire che io non condivido l’attribuzione a Copernico dell’idea di un sole al centro dell’orbita dei pianeti: il primo a formulare tale ipotesi fu infatti Aristarco di Samo in Grecia già nel 260 avanti Cristo (formulò anche l’ipotesi, straordinaria per l’epoca, che il Sole fosse venti volte più grande della Luna ma venti volte più lontano e aveva visto giusto fuorché nel valore assoluto perché in realtà è 400 volte più grande e 400 volte più lontano), mentre colui che ha dimostrato con esattezza (e “dimostrato” è il verbo che più conta nella scienza!) la correttezza del sistema eliocentrico è stato Keplero con le sue famose tre leggi, scoperte con un eccezionale sforzo intellettuale.

         Nel Sidereus Nuncius si diceva molto contro Aristotele: il Sole aveva delle macchie e non era quindi un corpo perfetto, la Luna aveva montagne e non erano quindi un corpo perfettamente liscio, Venere aveva delle fasi come quelle lunari ciò che era non prova definitiva ma forte indizio che il pianeta girava intorno al Sole, e Giove aveva addirittura diversi satelliti (che Galileo chiamò Pianeti Medicei in onore ai suoi protettori fiorentini). Tutto ciò destabilizzava radicalmente una visione e un’architettura dell’Universo che duravano da quasi due millenni e come sempre accade in tali casi suscitò violente opposizioni, ed è proprio il superamento di queste che ci interessa in questa sede.

         Le reazioni che mettevano in dubbio l’attendibilità di ciò che si vedeva “nel” cannocchiale erano schematicamente di due tipi: fisiche, direi anche fattuali, e concettuali se non ideologiche; e i due motivi si intrecciavano e rafforzavano l’un l’altro. Galileo dovette affrontarli entrambi per imporre la “sua” autorità.

         I motivi fisici risiedevano soprattutto nella cattiva qualità delle lenti che rendevano le osservazioni poco chiare. Tanto per dire, il Nostro, cercando di convincere le maggiori autorità in materia, si recò personalmente per una dimostrazione a Bologna dal professor Antonio Magini, fermo oppositore delle sue scoperte, e dalle osservazioni fatte non si arrivò ad un riconoscimento della validità del mezzo, ed ebbe stessa sorte col matematico Cristoforo Clavio, del Collegio Romano. Tuttavia queste obiezioni decaddero quasi naturalmente nel giro di un anno col miglioramento delle lenti e con osservazioni più attente e accurate. Lo stesso Keplero nonostante le pressioni avute per dichiararsi contrario al cannocchiale quale fonte veritiera e nonostante le sgarbatezze avute da Galileo (che gli negò un cannocchiale dicendo di non averne più proprio nel periodo che ne regalava a tutti quelli che potevano fargli dei favori!) quando ebbe modo di osservare il cielo col cannocchiale del Grande Elettore di Colonia (che ne aveva uno molto buono regalatogli naturalmente da Galileo) scrisse sùbito in favore della veridicità di ciò che il nuovo strumento ottico permetteva di vedere.      

         Più difficili da superare, ma più interessanti, furono invece le obiezioni di tipo concettuale. Queste erano molto varie. Un “estremista” era l’amico-avversario di Padova, l’aristotelico Cesare Cremonini, talmente sicuro di essere nel giusto che semplicemente ignorò tutto quello che scrisse Galileo e non volle mai mettere occhio alle lenti. Altra posizione radicale era quella del potente Cardinale Roberto Bellarmino, gesuita, per il quale quello che si vedeva nel cannocchiale era sicuramente opera del diavolo. Nel mezzo, però, c’era la direi quasi normale avversione e il non fidarsi per una novità così grande, c’era il venir fuori della naturale neofobia, la paura della novità e del cambiamento, insita nell’uomo. Questo era un ostacolo veramente grande anche se oggi può apparire quasi ridicolo, ma la storia è piena di luoghi comuni apparentemente ridicoli che però hanno fermato e fermano il progresso anche per secoli. Per alcuni quindi il cannocchiale deformava e ingannava, per molti era da considerarsi “realtà” ed esisteva soltanto quello che si vedeva ad occhio nudo e nient’altro poteva essere preso in considerazione, soprattutto sul piano scientifico.  

         Tra le diverse argomentazioni che Galileo portò per superare queste resistenze ne riporto una filosofica, molto arguta e anche curiosa, ed è anche quella per noi più interessante perché attinge al mondo naturale. In quel tempo era già noto e universalmente accettato il fatto che certi animali hanno una vista enormemente superiore a quella umana tanto che ancor oggi si usano le espressioni “occhio di falco” oppure “occhio di lince”. Ebbene lo scienziato pisano sfruttò questa cosa e rispose più o meno così. “Voi dite che esiste solo ciò che vede l’uomo ad occhio nudo. Bene, dovete allora ammettere che per le aquile e i lupi cervieri esistono cose che non esistono per l’uomo avendo essi una vista eccezionalmente più acuta. Loro vedono i Pianeti Medicei, ma vi sembra possibile che tali pianeti debbano esistere per aquile e lupi e non per l’uomo?” (per inciso “lupo cerviero” è il nome che a quell’epoca veniva dato alla lince). La risposta era evidentemente di no.

foto6-PaoloLazzarotti-Giove con i suoi satelliti

Foto 6 Paolo Lazzarotti – www.lazzarotti-hires.com Soggetto: tre dei satelliti di Giove

         Sto allora concludendo. Queste mie sono considerazioni nuove nel solo senso che non le ho mai lette da nessuna parte, quasi di sicuro perché so poco sull’argomento, e chiedo ai molti professori qui presenti di indicarci magari chi e dove ha scritto cose simili prima di me.

Ed ecco, riallacciata alle premesse, la mia conclusione. Con l’argomentazione esposta,  con molti altri ragionamenti e con tutto il suo agire Galileo ottenne all’inizio del 1600 il risultato di far accettare a tutta la comunità scientifica e quindi a tutto il mondo il fatto che le lenti del cannocchiale erano un aiuto, un potenziamento veritiero e non ingannatore della vista. Fu un progresso importantissimo per tutta la scienza e a posteriori anche per la fotografia, un risultato oggi quasi banale ma a quel tempo difficile da ottenere e niente affatto scontato. Il cannocchiale galileiano è stato il precursore dei moderni telescopi e il nonno dei teleobiettivi che noi usiamo oggi e quindi tra i tanti meriti di Galileo c’è anche questo: avendo dato a questi mezzi la dignità di farci vedere la realtà senza falsificarla ci permette oggi di fare con i teleobiettivi – e con tutti gli altri nostri obiettivi – delle fotografie che possiamo a tutti gli effetti dichiarare “realiste”, anche e soprattutto in fotografia di natura e specialmente in fotografia astronomica.

Carlo Delli

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Comments (6)

 

  1. Antonino Tutolo scrive:

    Complimenti; uno splendido articolo.
    Molto interessante, sia per la commemorazione galileiana, sia per quanto riguarda la “rappresentazione del reale”.

    > La fotografia è, o meglio può essere, rappresentazione della realtà, ma mai realtà; è rappresentazione della realtà attraverso mezzi tecnici (obiettivi, macchine fotografiche, pellicole, sensori etc).

    Aggiungerei anche “attraverso l’occhio del fotografo”, del suo vissuto nel senso più ampio del termine, della sua intenzione.

    > …siamo nell’ambito della fotografia realista quando l’idea e lo scopo del fotografo è di riportarci ciò che era davanti all’obiettivo senza falsificare la realtà.

    Per far questo, utilizzando il mezzo fotografico, bidimensionale (privo, quindi della terza dimensione spaziale e della quarta temporale), legato all’illuminazione, alla latitudine di posa del sensore o pellicola, ecc., paradossalmente, in certi casi, per ripristinare almeno “teoricamente” la realtà (che è solo la “nostra realtà soggettiva”) occorre intervenire pesantemente, in fase di ripresa, con illuminazione artificiale, filtri, obiettivi, diaframma, ecc.; ed ancora più pesantemente in camera oscura o in camera chiara, per ripristinare i colori “naturali”, il contrasto, le luminosità, che la pellicola o il sensore, gli obiettivi hanno ciecamente ignorato o distorto.

    Non parliamo, poi, del B/N; a cui, oltre alla terza e quarta dimensione, mancano anche i colori!
    E non parliamo della “fine art”, della cui impronta originale ed immacolata resta ben poco!

    Molto significativa è la frase:
    >Lo stesso Keplero ….. quando ebbe modo di osservare il cielo col cannocchiale … scrisse sùbito in favore della veridicità di ciò che il nuovo strumento ottico permetteva di vedere.

    Curiosamente, la maggior parte di coloro che criticano il digitale, o non hanno mai assistito al lavoro di stampa in camera oscura, o non hanno mai avuto in mano un apparecchio digitale, o non hanno mai visto utilizzare il digitale per avvicinarsi alla “realtà”.

    E, come per Galileo, c’é sempre un aristotelico, tipo Cesare Cremonini (talmente sicuro di essere nel giusto che semplicemente ignorò tutto quello che scrisse Galileo e non volle mai mettere occhio alle lenti)…

    che moltissimi non hanno intenzione di rendersi conto di persona della realtà dei fatti; e continuano a credere nella “verginità dell’impronta fotografica”.

    Povero Galileo!
    Per fortuna per lui il tempo è stato galantuomo.

    Molti credono che il tipo di pellicola analogica: negativa, diapositiva o polaroid, non influisca con la sua risoluzione, con i suoi colori caratteristici, con la sua sensibilità alla luce ed ai diversi colori (nel mendace B/N occorre utilizzare i filtri per ripristinare le sfumature dei verdi o per distinguere tra il verde ed il rosso), con la sua grana, col tipo di sviluppo utilizzato, col laboratorio, alla resa della “realtà”.

    Ma qualcuno afferma: la fotografia “del reale” ha “l’impronta” del reale!

    Invece no. Essa è una impronta mendace, falsa.
    Il taglio, la resa e la sensibilità del colore, la latitudine di posa caratteristica, la grana, lo sviluppo, ecc. alterano anche l’impronta; scambiano le parti agli attori ed i conteuti dell’opera.

    Basta molto poco per falsificare, in modo irrimediabile, il reale e la sua impronta.
    Per cercare di ripristinare “almeno l’apparenza” di esso, quasi sempre “non bisogna astenersi” da un intervento, ma invece bisogna proprio “intervenire” in fase di sviluppo, di tempo di esposizione, di tipo di carta, di gradazione, di sovra o sottoesposizione di alcune parti sotto l’ingranditore, per ripristinare un cielo, un bianco bruciato per limite di latitudine di posa del supporto fotografico.
    Quindi in modo anche “pesante”.

    > Queste mie sono considerazioni nuove nel solo senso che non le ho mai lette da nessuna parte, quasi di sicuro perché so poco sull’argomento, e chiedo ai molti professori qui presenti di indicarci magari chi e dove ha scritto cose simili prima di me.

    Il punto di vista del fotografo, oltre al mezzo fotografico, sono esclusivamente soggettivi.
    La fotografia è, da sempre, per sua natura, un’autentica bugia.
    Solo un falso pregiudizio, nato alle origini della fotografia, quando essa era vista solo come strumento di documentazione, fa credere ancora a qualcuno che essa sia rappresentazione, o almeno “impronta” del “reale”.

    Resterebbe da discutere in merito alla libertà creativa del fotografo.
    Solo le possibilità interpretative del mezzo e l’abilità del fotografo consentono di parlare della fotografia in termini di creatività e di arte, invece che di fotocopia della realtà.

    Molte regole diffuse, subite ed applicate in modo acritico (i terzi, l’orizzonte, le verticali perfette, ecc.) cercano pur sempre di minarla, questa libertà.

    C’é un libro molto illluminante per chi vuol capire il problema “galileiano” della fotografia :
    “Un’ autentica bugia. La fotografia, il vero, il falso”
    di Smargiassi Michele – http://www.libreriauniversitaria.it/autentica-bugia-fotografia-vero-falso/libro/9788869651250
    Antonino Tutolo

  2. Antonino Tutolo scrive:

    @Carlo Delli
    “come si può parlare di fotografia “realista” se nessuna foto è mai realtà? E’ presto detto: siamo nell’ambito della fotografia realista quando l’idea e lo scopo del fotografo è di riportarci ciò che era davanti all’obiettivo senza falsificare la realtà”.
    .
    Il termine realismo è quanto mai generico ed è condiviso da varie arti. Generalmente per esso si intende la realtà concreta, visibile e conoscibile del mondo (ritrattistica romana dell’età imperiale, rappresentazioni religiose e fantastiche del Medioevo, minuziosità Fiamminga, verità cruda del Caravaggio, adesione rigorosa al dato percettivo degli impressionisti sino alla Pop Art del ‘900. Ma, in modo particolare, il termine è usato per indicare un movimento del primo Ottocento che, in contrapposizione al sentimentalismo tardo-romantico, e attento ad una nuova esigenza di corrispondenza con le mutate condizioni sociali, economiche e politiche del tempo si volge a trattare temi e soggetti tratti dalla realtà quotidiana, prevalentemente contemporanea.

    Quindi, per realismo non si deve intendere, per forza di cose, la fotografia analogica, che “manterrebbe” l’impronta del reale, o “rappresenterebbe” la realtà, mentre digitale è il demonio tentatore che corrompe l’innocenza del fotografo spingendolo verso la perdizione della falsità; ma piuttosto il trattare temi di ogni giorno, contemporanei, popolari, contingenti; come Verga nei Malavoglia, come Zavattini, Rossellini, Visconti, nel cinema; Corot, Daumier, Millet, Courbet e l’italiano Giovanni Fattori (1825-1908) in pittura.

    Conoscendo la storia dell’arte, si comprendono significati che altrimenti vagano per loro conto, e risultano difformi dalla “realtà.

  3. Antonino Tutolo scrive:

    Vorrei far notare come ancora una volta, anche col realismo, la fotografia italiana resta legata, ancora una volta, con periodi della storia dell’arte ormai tramontati in ogni altra arte estetica o letteraria.
    Gira e rigira si ritorna sempre all’attimalità impressinista ed al “momento decisivo” di Cartier Bresson (1908-2004)!
    Ricordo, per chi non lo sapesse, che Bresson in origine era un pittore, che molto ha ripreso dall’impressionismo pittorico dei tempi della propria gioventù, ed ha trovato maggiore e meritata fortuna nella fotografia. Ma di correnti artistiche dagli inizi del 1900 ne sono passati tanti altri. Purtroppo la fotografia italiana è solo realismo inteso come “ciò che è davanti alla macchina fotografica” e “momento decisivo”. Tutte le “altre” fotografie sono considerati minori.

  4. Antonino Tutolo scrive:

    @Carlo Delli
    “Ci sarà un’immagine della luna sopra il Duomo di Pisa. Ebbene vi salterà sùbito all’occhio che la luna è molto più grande di quanto dovrebbe essere in proporzione al monumento.”
    .
    Non c’é bisogno di una doppia esposizione. Basta usare un teleobiettivo a lunga focale. Avremo l’appiattimento dei piani prospettici e l’ingrandimento del Sole o della Luna.
    Altrimenti, con un grandangolare, la prospettiva è aumentata; ed inoltre, ciò che è in primo piano è ingrandito e ciò che è lontano è ulteriormente rimpicciolito.
    Quindi, anche l’ottica, come ogni altro minimo elemento del procedimento fotografico, falsa la visione del reale; al punto che l’impronta di esso è talmento distorta e falsata da non rappresentare più, che per la sola rassomiglianza il soggetto originario. Questo mi pare molto poco, parlando di realtà.

  5. Catellani Franca scrive:

    ma come mi trovo sempre in accordo con il sig. tutolo non avrei saputo esprimere cosi’ bene con parole e concetti che condivido in pieno grazie franca

  6. Antonino Tutolo scrive:

    Il titolo del post di Carlo Delli non è esatto.
    “GALILEO, INCONSAPEVOLE PADRE DELLA FOTOGRAFIA REALISTA”.

    Galileo non può essere padre della fotografia realista, per il semplice motivo che la fotografia ai suoi tempi non era ancora nata.
    Galileo non ha lasciato fotografie; dunque non può essere il padre della fotografia realista, né tecnicamente nè dal punto di vista concettuale.
    Già il filosofo Aristotele osservò che la luce, passando attraverso un piccolo foro, proiettava un’immagine circolare. Lo studioso arabo Alhazen Ibn Al-Haitham giunse (prima del 1039) alle stesse conclusioni, definendo la scatola nella quale le immagini si riproducevano con il termine “camera obscura”.
    Nel 1515 Leonardo da Vinci utilizzò la camera oscura per dimostrare che le immagini hanno natura puntiforme, si propagano in modo rettilineo e vengono invertite nell’ingresso della camera oscura dal foro stenopeico della camera oscura leonardiana.
    Non a caso, negli ultimi tempi, ci sono molti ricercatori e studiosi che ritengono che Leonardo da Vinci possa aver utilizzato un rudimentale procedimento di tipo fotografico per creare la Sindone; per questo vorrebbero che venisse riscontrata la presenza di particelle di argento sul lino.
    Leonardo, Caravaggio e Michelangelo usavano un sistema scientifico per la rappresentazione della realtà del soggetto già prima di Galileo
    Ma il primo vero connubio ideologico tra fotografia e realtà, lo si deve a Daguerre, che pubblicizzò il daguerrotipo come “rappresentazione fedele del reale”.
    E questa affermazione continua a fare molto danno in Italia, per quanto riguarda la concezione della fotografia.

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