Tecnologia digitale e fotografia “realista” di C. Delli e M. Pieroni

È impossibile oggi non confrontarsi con il digitale in fotografia ed espongo qui alcuni pensieri sul rapporto tra digitale e quei generi di fotografia “realista” in cui necessita per definizione, ma soprattutto moralmente, un’aderenza alla realtà che si ha di fronte “al momento dello scatto”. Mi riferisco alla fotografia di reportage, al fotogiornalismo ma ancor più alla fotografia naturalistica, un problema che pur esistendo prima del digitale è ora enormemente ampliato. È ovvio infatti che il digitale permette più facilmente di manipolare le immagini e di dire bugie, aiuta cioè i disonesti, ma non possiamo fare a meno di confrontarci con l’esistente per usarlo onestamente. Occorre invece stabilire fino a che punto si può agire sull’immagine rimanendo nel campo di una fotografia che abbia la realtà come idea-guida.

 Come sostiene Claudio Marra nel suo bellissimo saggio “L’immagine infedele” (Ed. B. Mondadori), questo concetto della realtà come idea-guida è davvero centrale, perché a tutta la fotografia, non certo solo a quella naturalistica, si è sempre attribuito un legame privilegiato con la realtà. La sua connessione con una realtà “di riferimento” ha caratterizzato l’intera vicenda fotografica, sia nel campo della comunicazione che in quello dell’arte, stabilendo che se da un lato esiste un’impermeabilità di fondo della fotografia alla menzogna, dall’altro dobbiamo anche accettare una sua congenita difficoltà ad essere atto culturale e di conseguenza arte.

Il pensiero semiotico stabilisce infatti che siamo in presenza di un “segno” ogni qualvolta sussista la possibilità di mentire e dunque è facile comprendere come la fotografia, in quest’ordine di idee, essendo incapace di mentire non può essere “segno”, quindi non rappresenta un linguaggio e di conseguenza non può essere un atto culturale, né tantomeno artistico.

Di fronte a questa posizione, non poteva mancare un’opposta schiera di sostenitori del contrario, di quelli cioè, che hanno sempre affermato con forza che anche la fotografia, al di là delle sue intrinseche limitazioni tecniche, sia capace benissimo di mentire.

Esplorando il lontano passato, scopro così, ad esempio, che intorno al 1860 le emulsioni di ioduro d’argento se venivano esposte correttamente per un paesaggio, difficilmente rendevano bene le tonalità del cielo, che risultava spesso sovresposto o addirittura affetto da quella particolare alterazione che più tardi verrà chiamata “solarizzazione”. Il fotografo allora, poteva ovviare al problema producendo due negativi, uno esposto con i tempi necessari a rendere la terra, l’altro esposto per un tempo assai più breve, per registrare il cielo e le nuvole. I due negativi erano poi mascherati da un foglio e quindi parte della stampa era tratta dall’uno, parte dall’altro. Questa tecnica, che venne chiamata “stampa combinata” fu usata dal francese Gustave Le Gray per creare drammatici paesaggi marini, che ebbero grande successo quando furono esposti a Londra nel 1856.

00-Robinson, La vita che si dilegua, 1858

Henry Peach Robinson – FADING AWAY (LA VITA CHE SI DILEGUA) 1858

 

 

 

 

Nel 1858 l’inglese Henry Peach Robinson divenne famoso con una stampa combinata ottenuta da ben cinque negativi diversi, “Fading away”, (La vita che si dilegua), un’immagine che mostra una fanciulla sul letto di morte assistita dai familiari affranti dal dolore. La foto turbò molto il pubblico, che ritenne di cattivo gusto raffigurare una scena così penosa… il fatto che si trattasse di una fotografia sottintendeva infatti, “per definizione”, la sua veridicità, e quindi la scena veniva interpretata alla lettera. La sua artificiosità non sfuggì però alla critica della “Literary Gazette”, che scrisse: “ guardatela attentamente per un minuto e tutta la sua realtà svanirà via via che il trucco attirerà sempre di più la vostra attenzione”. Robinson ne fu amareggiato ma non cambiò il suo modo d’intendere la fotografia. Nel 1869 scriveva: “stratagemmi, trucchi e magie d’ogni sorta sono leciti al fotografo, perché appartengono alla sua arte, e non sono falsi rispetto alla natura… bisogna ad ogni costo evitare ciò che è volgare, squallido e brutto, cercare di nobilitare il soggetto, evitare forme goffe, ineleganti, e correggere ciò che non è pittoresco”.

Dunque è evidente che siamo in presenza di una ormai più che secolare diatriba in cui  la svolta digitale non poteva che dar forza ai sostenitori della fotografia come linguaggio ed arte, in quanto portatrice di uno straordinario potenziamento delle sue capacità di menzogna. Sintetizzando potremmo quindi dire che le tecniche digitali hanno amplificato le capacità di mentire che già erano intrinsecamente presenti nella fotografia fin dagli albori dell’analogico, ma senza riuscire a demolire del tutto, il naturale, direi cromosomico, legame con il referente reale che sta alla base di qualsiasi immagine fotografica.

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a – Mauro Pieroni LA FAGGETA Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Toscana. Acquisizione digitale – Ob. 17-35mm f2.8. a 25mm. ISO 200. Tv 0,3 sec. Av f 11. Treppiede. b: aggiustamento contrasto e saturazione

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Qui il cerchio si chiude, in quanto credo sia ormai ben visibile la natura ambigua della questione iniziale, di quel concetto di realtà come idea-guida, a cui il fotografo “naturalista” deve continuamente, quanto inevitabilmente, render conto.

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a – Mauro Pieroni  IL GRIFONE Gyps fulvus,  Estremadura, Spagna. Acquisizione digitale – Ob. 400mm f4 DO con moltiplicatore 1,4X. ISO 400. Tv 1/800 sec. Av f 8. Treppiede. b: riquadratura (croppaggio) e modifica contrasto.

 

2b-MauroPieroni-Grifone Preparata 

Credo di aver intuito questo già molti anni fa al ritorno da un viaggio fotografico, fatto insieme a due cari amici, nel deserto egiziano. Fotografammo negli stessi luoghi, con la stessa luce, con la stessa emulsione sensibile e sviluppammo poi nello stesso, affidabilissimo, laboratorio professionale, utilizzando però, nella ripresa, tre sistemi fotografici diversi, Nikon, Canon e Minolta. Bene, al ritorno in Italia, proiettando le nostre diapositive, le sabbie del deserto erano lì sullo schermo, a testimoniare che davvero, in realtà, in Egitto c’eravamo stati, ma ci apparvero di tre colori differenti e ben distinguibili: c’erano le sabbie Nikon, quelle Canon e quelle Minolta! Di che colore, dunque, erano in realtà, le dune del deserto egiziano? E dunque oggi, in un nuovo millennio, con i nostri sensori e i nostri files, come possiamo, in fotografia naturalistica, affrontare questa incertezza?

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3b-CarloDelli-Camaleonte

a e b – Carlo Delli OCCHIO DI CAMALEONTE (Chamaleo parsonii), Madagascar Originale su pellicola a 50 ASA – Ob.100mm Macro, flash. In 3a un rametto rovina la foto: è ammesso toglierlo con le forbici sul campo e non toglierlo digitalmente? (In realtà la foto originale è la b).

La risposta si può probabilmente trovare solo facendo appello all’etica, a una sorta di “moralità fotografica” che tenga conto dell’ambiguità di fondo e la sappia gestire con buon senso, attraverso una matura consapevolezza del mezzo tecnico, sempre più raffinato, oggi a nostra disposizione. Etica, moralità, buonsenso, consapevolezza… termini importanti, parole che si legano a valori e di cui sempre più spesso sentiamo lamentare la mancanza, nei campi più disparati e più lontani dalla fotografia. Che si tratti di un segno dei tempi?

A questo proposito non posso trattenermi da un’ultima considerazione: chi, come me, fotograficamente è nato e cresciuto in epoca di emulsioni invertibili, di riflettere sull’etica e sulla moralità ha avuto assai poco bisogno, perché l’apparentemente granitica fedeltà al reale della diapositiva ha fatto sì, per una trentina d’anni, che per molti, utilizzatori quasi esclusivi di quel tipo di materiale sensibile, il problema non si ponesse. La diapositiva rappresentava infatti l’assoluta sicurezza che nessuna manipolazione potesse essere effettuata. Questo, per lungo tempo, ha dunque posizionato molti fotografi in una solida area di certezze, di riferimenti stabili, lontano da ogni riflessione su quell’ambiguità di cui si diceva poco sopra. Ma forse di false certezze si trattava, perché per anni la nostra realtà è stata, in gran parte, quella  decisa dai tecnici di Fuji e Kodak.

 

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a – Carlo Delli Falchi pescatore (Pandion haliaetus), Messico Originale su pellicola a 100ASA.- Ob.400mm f 4.5.  

 

 

 

4b-CarloDelli-Falchi-Modificata

 

b: è stata ricreata la punta mancante dell’ala. 

 

 

 

 

Dunque certo aveva ragione il grande Fritz Polking nei suoi ultimi scritti, quando, commentando la transizione al digitale, parlava del “lungo interludio con la diapositiva” e del successivo, sorprendente, “ritorno al passato”. E di cosa si è trattato infatti, se non di un clamoroso ritorno al passato? Dopo l’interludio con la “incorruttibile” diapositiva la fotografia ha ora finalmente ripreso possesso dei suoi normali strumenti di controllo. Dopo che il rigido dominio dell’invertibile aveva per anni costretto i fotografi a gestire difficili situazioni tipo “sink or swim”, nuotare o affogare, oggi il digitale ci riconsegna la possibilità di effettuare un postwork, di modulare l’immagine ottenuta al momento dello scatto, risolvendo problemi altrimenti irrisolvibili. E chi può negare che questa possibilità sia sempre esistita, fin dagli albori della tecnica fotografica? Chi può negare che sia contenuta, da sempre, nei suoi geni? Ma dico “modulare”, non “stravolgere”, come Polking diceva “normali strumenti”. I normali strumenti di controllo che ogni buon fotografo conosce e che saprà applicare con saggezza, adottando i comportamenti consapevoli ed etici di cui si parlava poco sopra.

 

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Carlo Delli Pellicano australiano(Pelecanus conspicillatus), Shark Bay, West Australia Originale su pellicola a 100 ASA. Ob. 20mm.  Foto scattata a pelo d’acqua con scafandro subacqueo e oblò semicircolare. Nessuna modifica apportata, neppure nel contrasto e la saturazione, eppure viene spesso scambiata per una immagine falsificata ed è per questo stata esclusa dai concorsi di foto-natura.

 

Diamo dunque per scontato, a questo punto, di sapere quali siano limiti e scopi della fotografia naturalistica, di sapere come anche la fotografia “realista” non sia mai realtà ma rappresentazione della realtà attraverso il ricchissimo e straordinario linguaggio fotografico e di sapere anche come noi, definendoci “fotografi”, possiamo usare tutte le possibilità che questo linguaggio offre. Dunque. Se ho prodotto un negativo a colori o una diapositiva, per la conversione digitale e la stampa ci possono essere tre ipotesi o principi:

n°1) la stampa deve essere più uguale possibile a come lo sviluppo ci ha consegnato la pellicola

n°2) la stampa deve riflettere ciò che si vedeva nel mirino della macchina fotografica al momento dello scatto,

n°3) la stampa può rappresentare la realtà che il fotografo ha visto in natura.

Se invece ho prodotto un file “raw”, che comunque è una sorta di negativo digitale, già le cose si complicano e non si ha più la prima ipotesi, perché lo devo comunque modificare come ricordo e sul profilo colori del mio schermo.

 

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Carlo Delli Gabbiani, Shark Bay, West Australia Originale su pellicola a 100 ASA. Ob. 20mm.  Foto scattata a pelo d’acqua con scafandro subacqueo e oblò semicircolare. Nessuna modifica della scena è stata apportata.

 

I tre principi sono solo apparentemente simili ma portano invece a valutazioni molto diverse. La proposizione n°2 è quella di gran lunga più accettata dalla maggior parte dei colleghi che ho sentito sull’argomento, ma siccome c’è anche chi la pensa diversamente prenderemo in considerazione anche le altre ipotesi.

Per il primo principio una volta passata la pellicola nello scanner e ottenuto un file, l’unico intervento ammesso sarà quello di aggiustare luminosità e colori – perché lo scanner comunque li modifica – in modo che la stampa finale sia più somigliante possibile all’originale. E nel caso del “raw” sarà lo stesso, affidandoci alla memoria del fotografo, non c’è altra scelta, anche se sapete benissimo come memoria e desiderio si confondano, già anche senza dolo! Comunque se ci si affida al primo principio si può fare solo questo ed ogni altra modifica è ritenuta scorretta. Questo è secondo me un principio rispettabilissimo e addirittura giustificato dai dubbi che esprimerò più avanti, ma è comunque troppo restrittivo per chi pur amando la natura e avendo anzi la Natura come massima fonte di ispirazione, vuol essere pienamente fotografo.

Secondo principio. Abbiamo scannerizzato e reso l’immagine sul monitor più simile o alla dia o a quello che ci si ricordava nel caso del raw: quali interventi possiamo fare su questo file di base? Secondo me molti, ma, attenzione, tutti con un limite purtroppo difficilmente definibile. Prima di elencare una serie di possibilità voglio far riflettere un momento, portando come esempio il fatto che usando tempi brevissimi per “congelare” un’azione o di tempi lunghi su acqua corrente, otteniamo foto universalmente considerate accettabili come naturalistiche anche se l’immagine che otteniamo sulla pellicola è diversa da ciò che vedevamo: sono casi in cui accettiamo giustamente la “traduzione” della realtà tramite il linguaggio fotografico. Detto questo vediamo alcune delle tante possibilità. (A) Credo che tutti abbiamo qualche volta cambiato il taglio delle nostre immagini. Chi ammette questo troverà molto comodo farlo digitalmente: la stampa finale fa comunque parte di ciò che si vedeva nel mirino. Io sono contrario a qualsiasi limitazione a questa possibilità perché, ripeto, la stampa finale mostra comunque una realtà che mi stava esattamente davanti nel momento dello scatto, è come se io avessi usato un obiettivo più potente. Chi non è d’accordo è come se mi volesse impedire di usare un teleobiettivo. Ma attenzione, anche se non sono d’accordo con la limitazione e partecipo ad un concorso devo assolutamente rispettarla! (B) Possiamo saturare un po’ i colori? È quello che facciamo con il polarizzatore; chi ammette l’uso del polarizzatore non può non ammettere un simile intervento. Ma quanto? (C) Possiamo aumentare il contrasto? Direi di sì. Spesso questo ci porta più vicini a quella realtà che resta il punto fermo per poter essere nell’ambito della foto-natura. Se ad esempio ho fotografato delle rocce o dei rospi, aumentare il contrasto su di loro rende nella stampa quella tipica ruvidità che una stampa tradizionale ci fa perdere completamente, allontanandoci appunto dalla realtà. (D) Certe volte possiamo anche, per il secondo principio, cambiare dei colori? Ad esempio se fotografiamo un bosco in ombra con una parte di cielo celeste chiaro ed esponiamo sugli alberi, sappiamo benissimo che quel cielo, che ripeto nel mirino vedo celeste ed È celeste, verrà sulla dia o sul raw quasi bianco, allontanandoci di nuovo dalla realtà. (E) Per lo stesso principio possiamo agire sui “livelli” per zone sovra o sottoesposte, che nel fotogramma risultano diverse da come le vedevamo nella fotocamera? Credo proprio di sì, ma risottolineo che il limite di questi interventi – quanto saturare, contrastare, etc. – è di difficile collocazione, come non saprei dire se e quanto (F) possiamo sfuocare maggiormente ciò che è già sfuocato o non è in primo piano.

Terzo principio: la stampa deve riflettere la realtà che il fotografo ha visto non nel mirino al momento dello scatto, ma ciò che generalmente ha visto sul campo. Le applicazioni di questo principio mi trovano per lo più contrario. Intanto se lo estremizziamo possiamo anche inserire in un’immagine il soggetto di un’altra immagine (il famoso “sandwich”). Esempio: vediamo una farfalla su un fiore ma questa vola via prima che scattiamo; allora fotografiamo prima il fiore e poi seguiamo la stessa farfalla fotografandola poco più in là; digitalmente scontorniamo poi la farfalla dalla seconda fotografia e la “mettiamo” sul fiore; abbiamo riprodotto così quello che avevamo visto in natura e in teoria quindi l’operazione sarebbe consentita, ma io credo che  aggiungere qualsiasi cosa al fotogramma ottenuto con uno scatto ci pone al di fuori dalla fotografia realista e naturalistica in particolare. A proposito di sandwich si potrebbe invece discutere una diversa soluzione del caso (D) del secondo principio: fotografando bosco e cielo con due diversi scatti con diversa esposizione da ridurre poi ad una sola immagine. Personalmente sono perplesso.     

Ci sono anche altri casi su cui non so esprimermi con sicurezza. Il togliere qualcosa di secondario dal punto di vista naturalistico ma importante fotograficamente. Ad esempio il “gardening” consiste nella possibilità di aggiustare un po’ la scena: se vogliamo fotografare una rara orchidea ma un comunissimo filo d’erba è piazzato proprio davanti, molti fotografi naturalisti ammettono il diritto di spostarlo o tagliarlo, se un rametto è proprio davanti all’agognato nido di volatili, molti ammettono il diritto di spostarlo momentaneamente durante l’appostamento. Ma chi si arroga questi diritti come può scandalizzarsi se i fili d’erba o i rametti vengono lasciati dove sono durante gli scatti e vengono tolti dopo, digitalmente? si potrebbe addirittura dire che, con lo stesso risultato, dal punto di vista naturalistico può essere meno dannosa la seconda soluzione. Altro esempio tra i tanti: l’ombra di un filo d’erba cade proprio sull’occhio di un camaleonte o del quetzal che con tanta fatica e tante spese ho fotografato; posso toglierla senza stravolgere così la realtà che avevo nel mirino?  

A molte domande non c’è una risposta certa. Un amico fotografo ha osservato, e son d’accordo con lui, che potendo stampare in casa le proprie immagini può finalmente fare col colore quello che tanti altri colleghi hanno sempre fatto col bianco e nero: arrivare ad una stampa che ci soddisfi per quel che abbiamo visto e per quello che vogliamo trasmettere di ciò che abbiamo visto. Nessun bianconerista è stato accusato di taroccare le fotografie perché maschera certe parti dell’immagine, perché decide il contrasto secondo lui più adatto o perché si sceglie il supporto cartaceo che più gli piace.

Purtroppo le tecniche di elaborazione digitale sempre più perfezionate permettono al contrario di falsificare pesantemente le immagini senza che sia possibile accorgersene. È duro da digerire ma siamo nelle mani dell’onestà dei singoli autori ed il fatto che i disonesti prima o poi si scoprono non è una gran consolazione. L’edizione italiana del libro di Frank Horvat in cui animali fotografati allo zoo venivano inseriti digitalmente in ambienti diversi è del 1994 e già allora, un’altra epoca in termini di evoluzione del digitale, molte di quelle immagini erano indistinguibili da normali singoli “scatti” fatti in natura.

Ripeto che in un mondo dove è facile dire bugie non tutte le immagini sono bugiarde; preferivo un mondo dove dire bugie era molto più difficile, ma è “l’oggi” che dobbiamo cercare di guidare, senza mettere la testa sotto la sabbia. In un tal mondo succede anche che certe immagini genuinamente naturalistiche, proprio perché bellissime o perché ottenute con tecniche particolari (cioè le immagini di natura più interessanti e significative) vengono sospettate di essere “fasulle”. 

      Mi è personalmente capitato di dover smettere di mandare ai concorsi una simile immagine, perché pur essendo esattamente quello che si vedeva sulla diapositiva può sembrare manipolata. Ma d’altra parte quando sto dall’altra parte, in giuria, ho sempre la paura (come del resto gli altri giurati) di essere “fregato” dall’imbroglione di turno e nel dubbio si escludono a volte delle foto che invece meriterebbero tantissimo.

     Tutto questo arricchisce di strumenti e possibilità il mondo dell’elaborazione e dell’immagine in senso lato, ma è invece molto triste per la fotografia naturalistica e per tutta la fotografia che si ispira alla realtà, ormai “irriconoscibile”; ma il mondo è così, cerchiamo tutti di agire onestamente per farlo meno triste possibile.

Carlo Delli e Mauro Pieroni

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Comments (12)

 

  1. Antonino Tutolo scrive:

    Innanzi tutto complimenti per l’articolo.

    Vedo con piacere che si inizia a trattare in modo esauriente il problema del digitale.
    Mi permetto di esporre alcune considerazioni personali sull’argomento.

    “… il digitale può aiutare i disonesti..”
    L’aereo velocizza il trasporto di droga, ma non viene criminalizzato per questo. Occorre attribuire le responsabilità ai singoli uomini, non al mezzo che lo trasporta.
    Anche l’analogico è disonesto. Vorrei ricordare le polemiche nate sul miliziano di Bob Capa, sull’innalzamento della bandiera su Okinawa, e tante altre “false rappresentazioni del reale”.
    La fine-art ed il B/N sono analogamente disoneste se chi lo usa “è disonesto”.
    Le mascherature e le bruciature, i tagli, la messa a fuoco, la prospettiva in base alla focale, il tipo di supporto sensibile ed il suo trattamento, la trasposizione da 4 dimensioni (tre spaziali ed una temporale) a due sole spaziali, alterano la realtà.

    “… il legame privilegiato (della fotografia) con la realtà…”
    E’ un falso storico. Gli scopritori della fotografia, per trovare un nicchia di mercato alla loro scoperta, nella lotta col disegno e con la pittura, la presentarono come testimonianza della realtà. La fotografia si mosse in questa direzione e non riesce a venirne fuori. Per ottenere la “fedeltà al reale” si arrivò perfino alle doppie e quadruple esposizioni. Cioè si ricorse alla manipolazione per ottenere il reale. E’ la stesso trattamento che è richiesto dall’analogico e dal RAW digitale per ottenere il presunto reale. Se la fotografia si fosse mossa, dall’inizio, nella direzione dell’arte, e non della “attestazione della realtà”, la fotografia sarebbe divenuta strumento d’arte, non solo di presunta documentazione del “reale”.

    “..l’impermeabilità della fotografia alla menzogna..”
    E’ stata teorizzata proprio in quell’epoca.
    La fotografia mente. La fotografia è bugia perché la tecnica fotografica è soggetta ad un procedimento che è condizionato da moltissime variabili:
    - la sensibilità, la resa, la tipologia dei supporti fotografici;
    - la complessità dei trattamenti di rivelazione, sviluppo e stampa
    - la tipologia e le deformazioni prospettiche dovute all’ottica
    - la messa a fuoco, la profondità di fuoco in base al diaframma ed alla distanza di fuoco.
    - l’interpretazione tecnica e psicologica del fotografo.

    Il fotografo onesto cerca di ripristinare “almeno” il verosimile.
    Il RAW è un negativo digitale. La sua registrazione sul supporto informatico non è preceduta da un trattamento da parte del processore. Quindi spesso presenta toni grigiastri ed altri regolamenti da effettuare.
    Come il negativo analogico, si presta al tentativo di ripristino del “reale”, oppure alle elaborazioni o alle falsificazioni.
    La scelta è demandata esclusivamente all’onestà, al senso estetico ed alla “psicologia” del fotografo.

    La fotografia ha due sole dimensioni; la realtà ne ha 4 (3 spaziali ed una temporale) ed ha il colore.
    Il B/N non ha il colore. Quindi cerca di tradurre in toni di grigio la realtà a colori. Più falsificazione di così!
    La fine-art altera le luminosità e la rilevanza dei vari soggetti presenti nell’immagine, con bruciature, mascherature e tagli.
    Il colore analogico richiede la preventiva ottimizzazione della filtratura della testa colore, l’uso di carte che hanno diverse tipologie di grana, contrasto, resa dei colori e dei dettagli.

    Ognuno dei parametri citati incide profondamente sul risultato finale e soprattutto sul significato stesso dell’immagine, che è l’aspetto che ha maggior valore.
    Una falsa “aurea di realtà o la sua impronta” non è la realtà.

    Una dominante, un taglio, possono pregiudicare o valorizzare il significato di un’immagine; o addirittura modificarlo completamente.

    “… Nel 1858 l’inglese Henry Peach Robinson divenne famoso con una stampa combinata ottenuta da ben cinque negativi diversi, …”
    Ha inventato l’HDR !
    Pensavo che l’HDH fosse stato inventato nel digitale.
    Quindi neanche l’HDR è “falsificazione esclusiva” del digitale.
    Fin ora non ho trovato un solo procedimento del digitale (non li conosco tutti) che non sia ottenibile, anche se in modo molto complesso e sofisticato, col procedimento analogico.
    Invece ogni tanto scopro qualcosa di nuovo in merito alle alterazioni dell’analogico.
    Il digitale ha replicato quello che era stato inventato nell’analogico, nel corso di 200 anni di fotografia, rendendolo solo più facile ed accessibile.
    I viraggi, i tagli, lo pseudorilievo, higth key e low key, solarizzazioni, fotomontaggi, variazioni prospettiche anche complesse, variazioni tonali anche parziali, falsi storici, ecc., sono nati con l’analogico.
    Ricordiamo il miliziano e la bandiera su Okinawa di Bob Capa e tantissime altre immagini “di documentazione del reale”.

    “le tecniche digitali hanno amplificato le capacità di mentire che già erano intrinsecamente presenti nella fotografia fin dagli albori dell’analogico, ma senza riuscire a demolire del tutto, il naturale, direi cromosomico, legame con il referente reale che sta alla base di qualsiasi immagine fotografica.

    L’aumento degli omicidi non è da attribuire all’aereo che trasporta i killer più velocemente; essi viaggiavano anche a dorso di mulo.
    Analogamente il problema dell’artificiosità della fotografia moderna non deriva dal digitale, quanto piuttosto dalla diffusione della fotografia finalizzata ad interessi commerciali.
    Ti fornisco un apparecchio che fa tutto da solo. Devi solo inquadrare. L’apparecchio mette a fuoco, regola l’esposizione, aggiunge la luce se manca.
    Poi ti regalo un programmino che ti aiuta a modificare facilmente quello che vuoi, ottenendo risultati sbalorditivi con pochi comandi.
    Ho detto sbalorditivi, non artisticamente o significativamente validi!

    Non c’é bisogno di studiare la fotografia, di affinare il gusto. Devi solo scattare.
    E’ lo stesso che si faceva con la Polaroid o, solo un po’ meno facilmente (l’esposizione è più critica), con la diapositiva.

    La diffusione delle compagnie aeree consente a tutti di viaggiare. Ma molti non sanno organizzarsi. Ma pensa a tutto l’agenzia di viaggio. Ti mettono su un pulmann e ti trasportano velocemente da un posto all’altro, facendoti vedere “tutto” (e capire niente), senza neanche fermarsi un attimo. Devi solo seguire la bandierina della guida che sta in testa al gruppo.
    E’ più o meno quello che provano coloro che praticano la fotografia “attuale”, analogica o digitale.

    Il problema non è il digitale.
    Il problema è l’omologazione, la semplificazione, la massificazione verso il basso della cultura e dell’arte.
    Lo stesso avviene in tutte le arti.
    Gli scrittori attualmente sono più dei lettori.
    I cultori della musica colta sono pochissimi, mentre quella popolare vende milioni di dischi “di massa”, ciascuno uguale a tutti gli altri. Due pennellate su una tela vengono vendute per migliaia di euro. Tre pezzi di ferro buttati per terra sono una scultura.

    Questo è il problema.
    La FIAF deve combattere ad ogni livello i pregiudizi e stimolare la “cultura fotografica”. E può farlo, perché essa ha tra i suoi soci le più grandi menti fotografiche italiane.
    I pregiudizi si combattono con la conoscenza.
    Per questo auspico la pubblicazione di un libro che tratti questi argomenti senza pregiudizi, con illuminazione sulla vera e genuina “bugia fotografica”; non quella estetica dogmatica.

    “Etica, moralità, buonsenso, consapevolezza… termini importanti, parole che si legano a valori e di cui sempre più spesso sentiamo lamentare la mancanza, nei campi più disparati e più lontani dalla fotografia. Che si tratti di un segno dei tempi? “

    Proprio così. E’ un segno dei tempi.
    E’ un periodo di decadenza e di navigazione a vista, nelle tenebre.
    Ma occorre ricordare che il Medioevo, secondo le più avvedute e colte valutazioni, è ritenuto il periodo di incubazione del Rinascimento.
    E le avanguardie dei primi del 900 sono state i precursori del rinnovamento che ha portato a Picasso, a Matisse, a Monet….

    Il medioevo attuale fa intendere che la fotografia sia una rappresentazione dell’impronta del reale; che le linee dritte e la regola dei terzi siano regole da non transigere; che il digitale sia il demonio personificato.

    Vincere questi pregiudizi significa aprire al rinnovamento; ad una nuova fotografia che sia per la prima volta “vera arte”, “a sé stante”; non solo documentazione del reale.

    Il bagaglio tecnico fotografico di 200 anni di esistenza va liberalizzato, rivalutato nelle sue infinite possibilità creative; non osteggiato a priori.

    Altrimenti la fotografia resterà la parente povera, zitella e acida; che ripete e tramanda monotonamente, da fotografo a fotografo, gli stessi sterili concetti; le stesse idee concepite 200 anni fa.

    La fotografia, fotocopia del reale, non ha futuro. I potenti mezzi di comunicazione moderni “comunicano” la realtà di più, meglio, ed in tempo reale.

    Alla fine dell’800 la fotografia ha soppiantato il disegno e le raffigurazioni pittoriche, che prima servivano per illustrare sui giornali gli avvenimenti di cronaca.
    Nello svolgere questa funzione, ha sacrificato le sue possibilità creative.
    Essa è come una ragazza, rimasta zitella per crescere i fratelli, in mancanza dei genitori.
    Ora questo sacrificio non è più necessario.
    La fotografia deve cambiare; può sposarsi, procreare.

    Altrimenti essa cambierà lo stesso, senza di noi.
    Oppure cederà il passo ai cellulari, alle telecamere da tasca, alle fotocamere sugli orologi.

    La fotografia deve rispondere alle esigenze creative dell’animo umano; non a pregiudizi iconografici e schematici “medioevali”.

    Ciascuno può intendere e praticare la fotografia come meglio gradisce.
    Per contro, tuttavia, non bisogna generalizzare e criminalizzare l’uso e la natura artistica del digitale e delle nuove tecnologie, anche “miste”.

    Nei concorsi si può controllare il RAW, per valutare gli interventi in post. Il RAW mi risulta che non può essere contraffatto.
    Ma anche il negativo analogico, la diapositiva o la polaroid, possono essere elaborate e poi rifotografate per ottenere un negativo o un positivo “apparentemente reale”. E senza l’aiuto dell’elettronica.
    I falsi famosi sono tantissimi, ed alcuni clamorosi.

    Gli imbroglioni ci sono sempre stati. Molti sono stati scoperti solo con i mezzi attuali, dopo secoli di “misticismo analogico” del “momento decisivo” e dell’impronta del reale”.

    Il problema è che la fotografia è una “rappresentazione virtuale” del “soggettivo del fotografo”.
    La realtà è altra cosa. La percepiamo appena, ed in modo limitato e soggettivo, con la nostra mente; figuriamoci se può essere oggettiva con la fotografia!

    Se cerchiamo il pelo nell’uovo, il procedimento fotografico, dal punto di vista di rappresentazione del reale, fa acqua da tutte le parti: analogico, digitale ed anche quello che verrà scoperto in futuro.
    I falsari sono più aggiornati di chiunque altro.

    Nessuno possiede la verità.
    Nessuno conosce il futuro, soprattutto nel campo dell’arte; che è la più effimera e discussa delle espressioni umane, e la più soggetta a successive, implacabili e dolorose smentite e rivalutazioni.
    Le definizioni, i gusti e le regole, cambiano coi tempi.

    Perciò, ciascuno fotografi come vuole.
    Ma apriamo la mente alla realtà della fotografia “come falsa rappresentazione del reale, talvolta menzogna, e spesso solo piccola bugia”.
    Da quel momento fotograferemo con serenità, e faremo arte, non duplicazione del reale.
    Antonino Tutolo

  2. Fabrizio Pizzolorusso scrive:

    Mi scuso sin d’ora se semplicemente non aggiugo nulla di piu’ su questo meraviglioso articolo di cui ringrazio Delli e Pieroni per gli innumerevoli spunti riflessivi derivanti da questo, ma volevo soprattutto ringraziare in una stretta di mano simbolica il Sig.Tutolo per cio’ che ha scritto che in maniera molto esaustiva ha spiegato cio’ che da tempo le mie riflessioni sulla fotografia mi hanno portato e quindi completamente d’accordo con quanto detto da lui.
    Grazie!!!!!!!!
    Fabrizio Pizzolorusso

  3. Antonino Tutolo scrive:

    Ringrazio e ricambio la stretta di mano di Fabrizio Pizzolorusso.

    Colgo l’occasione (scoperta per caso, e capitata “a fagiolo”) per segnare un modo diverso, direi creativo, pur nel rispetto della “realtà” di fare fotografia naturalistica.
    Mi riferisco al fotografo finlandese “Esko Männikkö, il ritrattista degli animali”.

    http://milano.repubblica.it/multimedia/home/22152821/1

    http://www.eventiesagre.it/Eventi_Mostre/21030329_Esko+Mannikko.html

    http://www.artnet.com/Artists/ArtistHomePage.aspx?artist_id=701496&page_tab=Artworks_for_sale

    http://www.clickblog.it/galleria/harmony-sisters-di-esko-mannikko/5

    “Dettagli quali una criniera, un occhio, una bocca spalancata, definiscono composizioni quasi astratte in cui l’apparente casualità contrasta con una straordinaria costruzione formale.

    Männikkö si è descritto come “un fotografo di pesci, cani e vecchi” dichiarando così il suo radicale umorismo e l’aura magica della sua opera. L’artista rispetta i suoi soggetti e li protegge comunicando un mondo senza interpretarlo. Fotografare, per Männikkö, è la continua ricerca di una forma in grado di esprimere il proprio approccio esistenziale”.

    (Commento tratto dal sito dell’ambasciata di Finlandia:
    http://www.finland.it/Public/default.aspx?contentid=180212&nodeid=40252&culture=it-IT )

    Il pregio è che le sue immagini escono dal rigore della classica immagine naturalistica dei reportage ambientati.
    Antonino Tutolo

  4. Domenico Brizio scrive:

    Colgo in questo commento su Manniko quel che sembra apparente (?) contraddizione: come si colloca la sua fotografia rispetto al ‘fax della realtà’ di tutololiana istituzione e memoria? La Natura è artistica, la Natura viene prima dell’Arte, anzi la Natura è Arte… anche in questi ambito percettivo la profondità della sua conoscenza determina una percezione sincera del sacro che in essa si trova, ma non tutti… proprio come in altri campi, anzi se si è distratti da una pesante antropomorfilia si rischia proprio di non goderne affatto.
    Domenico Brizio

  5. Antonino Tutolo scrive:

    La natura non ha pensiero. La natura non ha la volontà di comunicare, e quindi di fare arte.

    E’ l’uomo che percepisce e dà significato artistico allo splendore ed alla compessità della natura; quando non la odia e la distrugge.

    L’arte è frutto di pensiero; è prerogativa, percezione e bisogno di comunicazione dei bisogni espressivi dell’uomo.

    Il fiore non si mette in posa, non profuma, per fare arte: lo fa, senza consapevoilezza, per attirare gli insetti che lo impollineranno.

    La mia espressione “fax della natura” è una esasperazione, con intento critico, del concetto di “realtà della fotografia”.

    La concezione della fotografia come “immagine speculare” della realtà, fu espresso nei confronti del daguerrotipo, alla sua scoperta, più di 150 anni fa.
    Per Daguerre il suo daguerrotipo era “la riproduzione spontanea delle immagini della natura ricevute dentro la camera obscura”.
    E’ una “spontanità” che mi richiama la “spontaneità” “automatica” alla riproduzione “esatta” e “naturale” della fotocopiatrice o di un fax.
    L’arte è altra cosa. Richiede pensiero, elaborazione degli stimoli esterni in correlazione con quelli interni.

    Edward Steichen, creatore della mostra fotografica più fortunata della storia (The family of man), resterà per sempre convinto che “ogni fotografo è un falsario dall’inizio alla fine, essendo praticamente impossibile una fotografia puramente impersonale e non manipolata”.

    Margaret Bourche-White, la più invidiata fotoreporter degli anni 40 afferma: “Mi piace fare il mio lavoro senza mentire. Ma ho imparato che dire la verità non significa dire tutta la verità”.

    Un solo dettaglio, anche solo “ignorato” può alterare completamente il significato di un’immagine.
    Nella storia della fotografia ci sono miliardi di immagini di questo tipo. O forse lo sono tutte.

    Ansel Adams, in una lettera a Dorothea Lange, afferma: “Quando la fotografia dice la verità, è magnifica, ma può essere distorta, deformata, ridotta e compromessa più di ogni altra arte …. quel che viene scelto e messo davanti alla lente può essere falso come la più totalitaria delle bugie”.

    Oppure Richard Avedon: “Tutte le fotografie sono precise, nessuna è la verità”.

    @Domenico Brizio
    >la Natura viene prima dell’Arte, anzi la Natura è Arte… anche in questi ambito percettivo la profondità della sua conoscenza determina una percezione sincera del sacro che in essa si trova, ma non tutti… proprio come in altri campi, anzi se si è distratti da una pesante antropomorfilia si rischia proprio di non goderne affatto”.

    Il sacro, la “regola”, la moralità, spesso sono basate esclusivamente sull’interesse da parte dell’uomo di crearsi una divinità, un modo di concepire la “realtà”, “il sacro” a proprio uso e consumo.

    La “percezione sincera” non deriva solo dalla “profondità della conoscenza” ma anche da quello che “si vuole trovare”.
    Basta pensare che c’é moltissima gente che crede ancora nella teoria geocentrica; e più legge “profondamente” più si convince di questa; nonostante tutte le prove scientifiche, riproducibili e controllabili.
    Preferisce il “comodo, semplice e scodellato “certo” al faticoso e dubbioso incerto.
    La mente umana si forma dei modelli e si adegua ad essi, senza la volontà di comprendere veramente come stanno le cose.
    Gli illusionisti, gli imbroglioni, ecc., sfruttano abilmente proprio questa credulità preconcetta e diffusa.

    La conoscenza è ben altra cosa: richiede libertà di pensiero e di conoscenza; instancabile e continua discriminazione del vero dal falso, giorno per giorno, istante per istante.

    Il dubbio talvolta fa male. Ma solo chi dubita, solo chi è capace di rimettere in discussione le proprie conoscenze e convinzioni, prima o poi, arriva alla verità.

    Antonino Tutolo

  6. Una sola riflessione. Quando leggo sui regolamenti dei concorsi “non sono ammesse foto ritoccate al computer” (e simili), mi dico quanto siano anacronistici. Salvo poi vedere la figura del concorso NAtional Geographoic di qualche anno addietro, quando i giurati non si sono accorti del taroccamento di un cielo (ma se ne sono accorti gli altri partecipanti che hanno fatto “decapitare” il vincitore.
    la prima falsificazione del reale si ha nell’inquadratura. Chi inquadra sceglie cosa lasciare fuori, elimina il contersto. Così facendo può riuscire a dare un sesbno completamente diverso al reale. Non capisco perché i problemi sono sorti solo con photoshop

  7. Antonino Tutolo scrive:

    @Giovanni Firmani
    “Quando leggo sui regolamenti dei concorsi “non sono ammesse foto ritoccate al computer” (e simili), mi dico quanto siano anacronistici.”
    .
    Anacronistici? Non è il temine adatto.
    Un’imagine fine art analogica, completamente priva di colore (B/N), artefatta nelle densità, negli annerimenti, nella grana, nei contrasti, che modificano la leggibilità dei dettagli e delle ombre, e quindi il significato stesso del soggetto, evidentemente è ritenuta altra cosa.
    Ipocrisia o ignoranza?

  8. Giorgio Cecca scrive:

    Robert Adams, un grande fotografo americano credo poco conosciuto in Italia a causa delle sue stampe troppo poco contrastate ha scritto qualcosa del genere:

    “L’Arte non è la rappresentazione della realtà ma una sua rielaborazione al fine di renderla più comprensibile”

    Antonino Tutolo riesce a condensare e linearizzare dei concetti su Fotografia, Realtà, Arte e Natura in modo veramente eccellente.
    C’è un provincialismo in fotografia che fa spavento, purtroppo per trovarlo basta frequentare la nostra federazione.

    Tempo fa, ho scritto un tentativo di risposta all’articolo “Argento Vivo” comparso su Fotoit. In quell’articolo, in modo malcelato e subdolamente venivano portate delle critiche al digitale esaltando in qualche modo la “superiorità” del bianconero.

    Di seguito quanto da me scritto.
    Un saluto a tutti ma soprattutto un grazie ad Antonino.

  9. Giorgio Cecca scrive:

    Qual è il modo principale per osservare, analizzare, mostrare e godere di una fotografia? La stampa. L’evento principe, comunicativo, della fotografia è la mostra.
    Cosa cerchiamo di leggere in una fotografia? Il significato.
    Vorrei partire da queste semplici considerazioni sulle quali credo ci si possa generalmente trovare tutti d’accordo per fare delle osservazioni a quanto esposto nell’articolo “Argento Vivo” comparso nel numero di febbraio di Fotoit.
    Se, quindi, per comunicare un significato ci serviamo di una immagine stampata quale reale importanza hanno i mezzi, chimici o elettronici, utilizzati per ottenerla? Io credo pressoché nessuno. Dopotutto l’etimologia della parola fotografia non fa nessun accenno né alla chimica né all’elettronica. Discutere di quale tecnologia si è utilizzata per produrre un’immagine (e quale sia migliore) ha alla base lo stesso atteggiamento mentale di chi si domanda quale obiettivo e di quale marca è stato utilizzato. Lo stesso atteggiamento di chi si interessa di tecnologia e non di arte o linguaggio fotografico. (Niente di tutto ciò troveremmo in un saggio di critica fotografica.)
    Perfino Mappelthorpe diceva che se fosse nato qualche centinaio d’anni prima sarebbe stato uno scultore e che la fotografia era per lui un modo di fare scultura più velocemente. Non si formalizzava quindi sui mezzi che usava per fare la propria arte.
    Queste brevi considerazioni già basterebbero a relegare la materia del “contendere” ad una chiacchierata da foto club su questioni secondarie riguardanti la fotografia.
    Ma se di ciò vogliamo proprio chiacchierare, credo che per fare dei confronti fra tecnica analogica e tecnica digitale occorra avere conoscenze approfondite non solo della prima ma anche della seconda. Conoscenze che solo la pratica può dare.
    Voglio fare un po’ di chiarezza su certi falsi miti o inesattezze che continuano a circolare impunemente:
    1. Le foto digitali possono stamparsi in modi alternativi all’inkjet e cioè con procedimenti chimici su carta…chimica!
    2. Gli obiettivi stabilizzati non sono una esclusiva del digitale ma si possono usare anche su pellicola.
    3. Stampare il digitale in qualità non è facile.
    Personalmente non ho mai stampato a inkjet (né ho mai sentito nessuno che lo faccia) le mie foto “digitali”, invece sviluppo (mi si conceda l’uso del termine) il mio file in modo che la stampa rispecchi e rispetti il mio “intento espressivo”. In tutto ciò lo stampatore non dovrà più operare fornendo la sua interpretazione ma soltanto eseguendo (anzi la macchina eseguirà) delle istruzioni che io, l’Autore, ho incorporato nel file. Tutte cose impossibili, per esempio, per la grandissima maggioranza dei fotografi a colori dell’era pre-digitale (a meno di non stampare da sé – per chi fa del bianconero le coso sono ben più facili). E comunque è difficile ottenere due stampe identiche, specie se eseguite a giorni di distanza. E se uso due monitor e due macchine da stampa diverse è pressocchè impossibile! La tanto temuta massificazione del digitale sta tutta nella testa di qualcuno che si sente snobbato ma che in realtà è in preda alle insicurezze di chi non riesce a razionalizzare e concepire il progresso della tecnica che non solo ha fatto parte della storia della fotografia ma ne ha addirittura determinato la nascita!
    Una citazione: “[…] un autore inglese lamentava che la novità avesse creato un esercito di fotografi che infestavano l’intero globo ritraendo oggetti di ogni sorta, dimensione e forma, in quasi tutte le situazioni senza mai fermarsi un attimo a chiedersi ma è davvero arte? Appena scorgono qualcosa di gradevole, ecco che subito mettono a fuoco l’apparecchio e scattano una foto! Neppure un attimo di riflessione, e perché mai dovrebbe esserci? […] Per essi composizione , luce, ombra, forma, grana non sono altro che vuoti slogan.”
    In questo brano, una citazione contenuta in un testo di R. Adams, non ci si riferisce a coloro che fanno fotografia digitale (sebbene le osservazioni calzerebbero a pennello) bensì ai primi fotografi che cominciarono ad utilizzare la lastra a secco e quindi i primi apparecchi portatili, invece di preparare una per volta le lastre al colloido umido prima di ogni scatto. Vediamo allora quanto vecchia sia (stiamo considerando un testo del 1893!), e inconcludente, la polemica (perché, anche se malcelata, di polemica si tratta) sulla facilità che il progresso tecnologico introduce nella fotografia e sulle “nefaste” conseguenze che ne deriverebbero sulla creatività e sull’arte. Forse che la “perdita” del colloido umido abbia impedito ai citati Ansel Adams, Salgado, Weston di diventare gli artisti che sappiamo? Certamente no. La loro arte risiede in quello che J. Szarkowski chiama “l’occhio del fotografo”. L’espressività delle loro immagini è data dalla luce scelta (o attesa), dal punto di ripresa (e di vista) scelto, dalla scelta di cosa è dentro e di cosa è fuori dall’inquadratura, dalla post-produzione che modifica l’oggettività della immagine diretta catturata dall’obiettivo. Tutti questi elementi non sono forse comuni alla fotografia analogica e digitale? Abbiamo forse menzionato la chimica o l’elettronica?
    La fotografia digitale offre una possibilità ed una immediatezza tali di controllo sul negativo digitale che spesso vengono additati come mezzi di manipolazione e di sofisticazione degli effettivi, magari modesti, risultati dello scatto originale. Ma manipolazione e sofisticazione, in questo senso, non sono forse stati inventati sotto il regno della fotografia chimica come quando accanto a Stalin sulla piazza rossa, gli stampatori sovietici facevano scomparire o riapparire vari personaggi a seconda delle loro alterne fortune politiche? Abbiamo dimenticato rayogrammi e solarizzazioni? Ma pensiamo che sia così facile per un esperto di fotografia digitale ripetere gli stessi risultati ottenuti in Sorgere della luna a Hernandez di A. Adams?
    Io non credo che la “razza” dei fotografi “analogici” sia ghettizzata, e forse neanche che sia in via d’estinzione. Credo anzi che sia molto agguerrita. Nel sito web di condivisione di fotografie Flickr.com si trovano spessissimo presentate immagini corredate di tutti i dati su fotocamera, obiettivo, pellicole, carte, chimici e tempi di sviluppo, i cui autori cadono nel tecnicismo e rasentano il feticismo. Questo è piuttosto un auto-ghettizzarsi. Viceversa a corredo delle foto digitali troviamo solo il dato della fotocamera utilizzata (perché letto in automatico dal file). Oggigiorno poter disporre di una camera oscura, parlare di chimici dai nomi esotici e di carte baritate può farci sentire molto fotografi nonché troppo, pericolosamente, appagati dai risultati ottenuti.
    E’ indubbiamente vero che la fotografia digitale ha semplificato (ma non sotto tutti gi aspetti) la fotografia e per certi versi la tecnica di ripresa. Scattare fotografie è, per certi versi, diventato un gioco. Ma allora, in tema di difesa della creatività, quando questa riesce ad esprimersi meglio se non durante il gioco? Perché non approfittare della possibilità di affrancarsi dal peso economico della pellicola per poter scattare 36 (o 360) fotografie in più? Così… tanto per tentare qualche esperimento!
    C’è chi sceglie il digitale perché “più semplice” – tranne poi scoprire tutte le difficoltà peculiari di questa tecnologia, dalla gestione del colore alla gestione degli archivi informatici passando per la gestione dei profili colore ai fini della stampa; c’è chi resta all’analogico perché, molto semplicemente, possiede tutte le attrezzature, ha acquisito delle capacità tecniche che assecondano la sua propria arte e quindi non sente il bisogno di cambiare il proprio metodo di lavoro. Nessuno si è mai sognato di attaccare questo approccio.
    E’ il pensiero che fa l’opera d’arte, non la mano. Non sono le imperfezioni che fanno la fotografia d’arte, al contrario alcune immagini (vedasi le opere di Capa) sono dei capolavori NONOSTANTE le imperfezioni. Non confondiamo l’Arte con l’artigianato!
    Su Giacomelli è stato scritto: “Tecnicamente il lavoro si presenta come una registrazione di attimi rubati alla vita comune del paese. Giacomelli espresse al massimo il suo poco considerare l’inquadratura, la messa a fuoco, la perfezione tecnica di ripresa. Si concentrò sulla realtà, sulla gente, sulla campagna, sul lavoro. Diede vita a delle foto probabilmente lontane dalla purezza estetica ma cariche di un senso del reale e della vita raro nei fotografi a lui contemporanei” (Andrea L. Casiraghi su Scanno, reportage probabilmente dei più significativi della storia del neorealismo italiano).
    Fare del bianconero analogico non è da “dinosauri” in via d’estinzione, avete e meritate tutto il rispetto. Ma continuare in modo latente ad affermare la superiorità di questa tecnica con la scusa di difenderla da attacchi che non sussistono (se non dal mercato che, volenti o nolenti, ha comunque allargato la schiera dei fotografi), questo sì, lo è.

  10. Antonino Tutolo scrive:

    @Giorgio Cecca
    “Un saluto a tutti ma soprattutto un grazie ad Antonino.”
    Grazie.
    Ho il convincimento che il digitale si stia muovendo solo ora alla ricerca di una nuova estetica. Fin ora ha ripercorso le vie dell’analogico. Molti ignorano che il procedimento fotografico ha le stesse necessità e regole del digitale. Le elaborazioni, i montaggi, i viraggi, le quadruple esposizioni, il mosso, le deformazioni prospettiche, i fotomontaggi esistevano già ai principi del ’900.
    I discorsi delle sezioni e dei forum, sulla realtà, sull’impronta dell’analogico e sulla demonizzazione del digitale, mi fanno tornare alla memoria gli stessi allarmismi, gli stessi pregiudizi che sono sorti tra i pittori, all’avvento del daguerrotipo: “la pittura è finita” (la pittura allora era documentazione, realtà verosimile, anche se immaginata). Grazie all’avvento della fotografia, che si è accollata il compito della documentazione, la pittura si è svincolata dalla documentazione, divenendo arte pura, senza limiti e condizionamenti. Ma se leggessi i commenti dei critici sull’impressionismo, noteresti le analogie coi forum ed i blog attuali!
    La fotografia è stata presentata da Daguerre, per necessità commerciali, come copia fedele, impronta del reale; ed ancora porta questa pietra tombale, nonostante grandi fotografi abbiano ignorato, da sempre, questo inopportuno condizionamento.

  11. Antonino Tutolo scrive:

    Sto leggendo il trattato “Pittura fotografia film” di Laszlo Maholy-Nagy; un libro che, insieme ad altri sei, in piena era analogica, era alla base del Bauhaus tedesco, e che ha completamente rinnovato l’arte del XIX secolo, arrivando a concepire gli attuali media, la interdisciplinità delle arti.
    Maholy-Nagy teorizza il primato della “cultura del visivo” (quindi non l’arte fine a se stessa), l’uso dell’arte nel sociale, nell’informazione, scienza, antropologia, criminologia e pedagogia.
    La fotografia inquadra l’invisibile; il montaggio è strumento di esame della realtà. L’arte avrebbe dovuto insegnare all’uomo a partecipare, in modo critico e attivo, al “vasto processo di riorganizzazione del visibile che la tecnologia aveva innescato”. La teorizzazione dei media democratici!
    Maholy-Nagy poneva l’obiettivo di mettere in relazione i vari settori della Gestaltung (formazione) contemporanea, per una nuova cultura della forma; contrastando la specializzazione e la settorializzazione del sapere (quindi contro la chiusura della fotografia in se stessa).
    Maholy-Nagy chiede l’apporto di specialisti in ogni campo teorico e scientifico per l’arricchimento delle possibilità espressive dell’arte; per una Neue Photographie e per una nuova arte.
    Nel 1927, in piena era analogica, le menti aperte del Bauhaus tedesco avevano già partorito quello che oggi ancora rifiutiamo, come fosse un figlio spurio, nato fuori dal matrimonio del “momento decisivo” con “l’impronta del reale”.
    La realtà oggettiva dell’orma, a quanto pare, esiste solo nella fotografia (italiana); le altre discipline si relazionano tra loro e sono consapevoli che la realtà è soggettiva, multiforme, adimensionale, e talvolta persino irrazionale.
    La fotografia italiana è ancora, ed isolata, in Cartier Bresson.

  12. Antonino Tutolo scrive:

    ha rinnovato l’arte del XX secolo, non del XIX. Chiedo scusa per l’errore.

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