Enrico Maddalena – La comunicazione in fotografia

La comunicazione in fotografia

Cosa c’è veramente in una fotografia? Cos’è una fotografia?

Per semplificare, mi riferisco alla classica fotografia su carta. I concetti che esporrò valgono altrettanto per le proiezioni di immagini a schermo dove il supporto è un telo bianco o il monitor di un computer o dell’apparecchio televisivo. Unica differenza è che, sulla carta, l’immagine è permanente, e dura all’incirca quanto il supporto. Su schermo, le immagini si susseguono e vi permangono per tempi brevi. In tutti i casi, perché l’immagine sia visibile, è necessario un supporto fisico.

Primo livello:

Per prima cosa quindi,  la fotografia è un oggetto, un rettangolo di carta che possiamo prendere in mano o appendere al muro, che ha una forma, un peso, che è fatto di un certo materiale, ne più né meno dei tanti oggetti che ci circondano. Può essere rettangolare o quadrata, di carta o di cartoncino, a superficie lucida o matt, di piccole o di grandi dimensioni  (su di uno schermo, acquisisce le caratteristiche di superficie del supporto, può essere più o meno luminosa e più o meno grande).

Secondo livello:

Una fotografia rappresenta qualcosa. Osservando una immagine fotografica, quasi sempre vi riconosciamo ciò che era davanti all’obiettivo nell’istante dello scatto. Si tratta sempre di una informazione limitata, ben diversa da quella che ha avuto il fotografo che era fisicamente presente e che ha potuto muoversi osservando quel qualcosa da diversi punti di vista e attraverso tutti i sensi. Di una rosa, ad esempio, il fotografo ne percepisce anche il profumo, può toccarla sentendo la morbidezza dei petali. Chi ne osserva la fotografia, la vede da un solo punto di vista e ne percepisce le caratteristiche visuali e basta.

Una fotografia ci dà quindi una informazione materiale limitata della cosa fotografata.

Terzo livello:

Nell’immagine fotografica, quel qualcosa che era davanti all’obiettivo è stato ripreso in un certo modo dal fotografo. Per restare nell’esempio di prima, la rosa può essere stata ripresa assieme alle altre piante del giardino, oppure può essere stata isolata mediante una inquadratura ravvicinata e/o una limitata profondità di campo che ne ha cancellato lo sfondo. Può essere stata ripresa dall’alto per mostrarne l’intreccio dei petali, o dal basso per farla apparire slanciata verso lo sfondo del cielo. L’immagine della rosa può essere a colori o in bianco e nero. Può essere contrastata o morbida. L’uso di un filtro rosso può aver esaltato la luminosità dei petali facendoli risaltare contro le sagome scure delle foglie. Un filtro flou può aver reso vaporosi i contorni dei petali e così via.

In altre parole, attraverso le sue scelte, il fotografo ci mostra non tanto quella rosa, ma ciò che lui ha sentito nell’osservare quella rosa. A noi sembra di vedere quel fiore. In effetti ciò che realmente vediamo è l’idea che di quel fiore ha avuto il fotografo.

Il vero contenuto di una fotografia è quindi l’idea dell’autore. La fotografia è un segno che veicola una comunicazione.  E per giungere a quell’idea, occorre analizzarne le scelte tecniche e compositive.

Per poter “leggere” quella comunicazione, occorre conoscere il linguaggio fotografico.

È un po’ come per la scrittura. Le lettere che compongono una frase sono segni di inchiostro tracciati su di un supporto.

Lo scorso anno avevo a scuola un ragazzo cinese. Un ragazzo in gamba, con una voglia di imparare che raramente ho riscontrato in altri ragazzi. Prendeva appunti in cinese. Guardando quei segni, non vi vedevo altro che delle strane configurazioni, piacevoli alla vista, ma non potevo cogliervi altro. Di fronte a quella scrittura di cui non conoscevo il codice, ero un perfetto analfabeta.

Così è anche per la Fotografia. Se non ne conosciamo il linguaggio, possiamo al più leggervi l’informazione materiale, riconoscervi cioè ciò che era davanti all’obiettivo quando il fotografo ha scattato. Ma ne perdiamo il significato comunicativo.

I contenuti della comunicazione possono essere i più diversi. È come per i testi letterari. Diverso è un testo narrativo da un saggio filosofico, da una poesia o dal verbale di una riunione di condominio.

A proposito di condominio. Molti anni fa ho fatto per un anno l’amministratore nel palazzo in cui abitavo. C’era un condomino, di quelli picciosi, che mi scriveva continuamente lettere che mi procuravano il mal di testa. Erano scritte così male, che con grande fatica (e non sempre) riuscivo a capire cosa voleva dirmi.

Anche nella fotografia, se il messaggio passa dall’emittente (il fotografo) al ricevente (chi osserva la foto), dipende sia dalle capacità di lettura di quest’ultimo, sia dalle capacità di scrittura del primo.

Così accade che molti autori si lamentino di non essere stati capiti, adducendone la colpa esclusivamente al lettore. A questo proposito, ricordo che da ragazzo già appassionato di fotografia, venivo invitato da un amico di mio padre a vedere i suoi scatti. Mi mostrava i suoi lavori con entusiasmo, raccontandomi della bellezza di quei paesaggi e della maestosità di quei tramonti. Lo ascoltavo con rispetto. Però quelle foto erano assolutamente banali e non raccontavano nulla. Solo al suo autore rammentavano quelle esperienze vissute. Non erano in grado però di comunicarle ad altri.

Da un altro canto, ci si rende conto spesso che molti osservatori di immagini fotografiche si fermino all’informazione materiale. Non vedono nella Fotografia un segno che veicola una comunicazione (che può anche essere banale), ma vi vedono “lo specchio” di una realtà, una sua “impronta”. E da questa realtà si lasciano trasportare. Finiscono così per “leggere” in se stessi  fermandosi alle sensazioni emotive ed alle riflessioni che quella realtà evoca in loro.

Intendiamoci, è legittimo anche un tal tipo di approccio. Ma se ci si ferma a questo, si  nega il valore comunicativo della Fotografia che viene ad assumere tanti significati quanti sono coloro che la osservano. Significati spesso molto diversi ed addirittura opposti fra loro.

Il fotografo allora assume il semplice ruolo di artigiano, che sa far funzionare la macchina la quale altro non fa che prendere un “calco” di ciò che è davanti all’obiettivo.

In una serie di incontri sull’educazione all’immagine di molti anni fa, una insegnante mi disse che era presuntuoso ritenere di poter arrivare a capire cosa girava nella testa del fotografo quando scattava una foto. Una foto di un paesaggio è un paesaggio e basta.

Le risposi che non era cosa facile certamente, ma non era nemmeno impossibile. “D’altra parte lei, quando legge una poesia o un brano della Divina Commedia, è sicura di penetrare appieno il pensiero dell’Autore?”.

Il fatto è che la Scuola si occupa da sempre del linguaggio letterario ed anche di quello artistico-pittorico. Ignora però completamente il linguaggio “dell’immagine tecnica”.

Enrico Maddalena

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Comments (5)

 

  1. Antonino Tutolo scrive:

    E’ una trattazione esemplare e illuminante.
    Complimenti. E’ la prima volta che leggo su un forum, o su un blog, qualcosa che posso condividere e perfino invidiare per contenuto, completezza e chiarezza espositiva, in toto.

    L’opinione di Joel Snyder e Neil W. Allen:
    “Una fotografia ci mostra ciò che avremmo visto in un certo istante da un certo punto di vista se avessimo tenuto la testa immobile e un occhio chiuso e se noi potessimo vedere come attraverso un obiettivo da 140 o da 40 mm e se vedessimo in Agfacolor o in Tri-X sviluppate con un D76 e stampate su carta Kodabromide n.3 (Barrow Armitage Tydemann 1982, 70)

    “La fotografia non è per natura un linguaggio “fatto per dire la verità”: infatti non ce la garantisce.
    ….. La fotografia mente, e mente pressoché inevitabilmente soltanto quando intende offrire informazioni o testimonianze o documenti di qualcosa a qualcuno, elementi destinati ad influenzare le convinzioni di un ricevente. La vera, la sola menzogna della fotografia è dunque (questa metafora la rubiamo a Joan Fontcuberta) il bacio di Giuda, il tradimento della buona fede (… la costruzione di una buona fede da ingannare)”
    (Michele Smargiassi – “Un’autentica Bugia, il vero, il falso”).

    Paradossalmente la fotografia “non mente” solo quando “non vuole trasmettere informazioni o testimonianze o documenti di qualcosa a qualcuno”.

    E’ questo il caso della fotografia dei “fotografi artisti”. Perché “L’unica verità cui l’artista debba rispetto è quella della propria visione interiore”. (Michele Smargiassi – “Un’autentica Bugia, il vero, il falso”).

    Cosa significa la parola “Arte”?

    Nell’età arcaica l’arte comprendeva ogni attività umana che si affidava ad accorgimenti tecnici, abilità, studio, esperienza, e che portasse a forme creative di espressione artistica.

    La pittura, il disegno, la scultura, in origine non erano coconsiderate tra le arti.
    Invece erano ritenute arti: la danza, la tragedia, la commedia, il mimo, nonché la poesia.

    Da Wikipedia:
    “La parola Arte “indica la capacità umana di fare un qualsiasi oggetto. La capacità consiste nella conoscenza delle regole. (Wikipedia – arte)

    “Nel periodo ellenistico iniziarono le prime classificazioni e le arti vennero divise in comuni e liberali, a seconda che richiedessero uno sforzo fisico o uno sforzo intellettuale”. (Wikipedia)
    “Nel Medioevo si cominciano a rivalutare le arti comuni, che verranno chiamate meccaniche, ma continueranno ad avere un ruolo subalterno rispetto alle arti liberali. Dalle arti “meccaniche” vennero escluse diverse di quelle che noi oggi chiamiamo “belle arti”, come la pittura e la scultura; le arti liberali e meccaniche erano state ridotte al numero di sette, e tra quelle che richiedevano lo sforzo fisico, si annoveravano soltanto le arti che miglioravano la vita dell’uomo, che lo nutrivano, lo riparavano dalle intemperie, ovvero quelle arti il cui punto peculiare era l’utilità quanto la piacevolezza”.(Wikipedia – arte)
    “Dalla fine del Settecento cominciarono le prime crisi del concetto di bello e di arte. Stavano nascendo nuove forme di espressione come la fotografia…”. (Wikipedia – arte)

    “Per tale motivo nel novecento si è abbandonata l’idea di una definizione onnicomprensiva di arte e di opera d’arte. Il termine arte diventa un concetto aperto, in cui tutte le possibili definizioni dell’arte confluiscono”. (Wikipedia – arte)
    …..
    “Il Novecento si fa portavoce della crescita intimista portata avanti dai pensatori del secolo precedente, ma rinnova le necessità più interiori dell’artista e si fa portavoce dell’innovazione tecnica, ……”. (Wikipedia – arte)
    Per comprendere queste innovazioni occorre conoscere i movimenti delle avanguardie dei primi del ’900 e gli Impressionisti.
    “Fondamentali per la nascita dell’Impressionismo furono le esperienze del Romanticismo e del realismo, che avevano rotto con la tradizione, introducendo importanti novità: la negazione dell’importanza del soggetto, che portava sullo stesso piano il genere storico, quello religioso e quello profano: la riscoperta della pittura di paesaggio; il mito dell’artista ribelle alle convenzioni; l’interesse rivolto al colore piuttosto che al disegno; la prevalenza della soggettività dell’artista, delle sue emozioni che non vanno nascoste e camuffate, rapidi colpi di spatola, creando un alternarsi di superfici uniformi e irregolari, divenne il punto di partenza per le ricerche successive degli impressionisti”. (Wikipedia – impressionismo)
    La fotografia arriva ad uno stato di sufficiente maturazione ed affidabilità tecnica proprio in coincidenza con l’impressionismo.
    Prima dell’impressionismo la pittura ed il disegno erano il mezzo per illustrare gli avvenimenti sui giornali e sui libri e, dal punto di vista artistico, erano la rappresentazione e la comunicazione della “realtà”. La pittura ritraeva i santi, gli imperatori, i personaggi ricchi o importanti. Anche i paesaggi erano visti in funzione di un soggetto principale.
    La pittura era la rappresentazione storica di una battaglia, la fototessera dell’imperatore, del papa.
    A questo punto arriva la fotografia.
    Luis-Jacques-Mandé Daguerre, inventore del daguerrotipo, definì il suo processo “ la riproduzione spontanee delle immagini della natura ricevute dentro la camera obscura”.
    Il daguerrotipo veniva definito “immagine speculare”.
    Il pittore Paul Delaroche lamentò: “da oggi la pittura è morta”.
    Non poteva immaginare che invece la pittura, lasciando alla fotografia il grave e limitante compito della “documentazione della realtà”, si sarebbe potuta finalmente affermare come arte pura, mirando alla “prevalenza della soggettività dell’artista, delle sue emozioni che non vanno nascoste e camuffate”.
    Dall’invenzione del daguerrotipo, passando per l’invenzione della fotografia di Talbot, fino alla fotografia moderna, il grave fardello della “documentazione della realtà” ha condizionato la fotografia come strumento d’arte; confinando le sue possibilità espressive entro limiti ben definiti, che ancora indirizzano e condizionano la fotografia moderna con “l’impronta”, “la rispondenza al reale”, “la referenzialità”, ecc.; parole e concetti quotidiani, ripetuti su ogni forum ed in ogni club.
    Una curiosità, scoperta per caso: “il momento decisivo”, che molti citano come punto massimo della rappresentazione massima della fotografia, non è un concetto inventato da Cartier Bresson.
    Esso deriva dall’Impressionismo. Infatti gli impressionisti fanno dell’ “attimalità” il nucleo della loro ricerca (loro scopo era fermare sulla tela un istante luminoso, unico e irripetibile).
    Successivamente la ricerca futurista si muove in senso quasi opposto: suo scopo è rappresentare sulla tela non un istante di movimento ma il movimento stesso, nel suo svolgersi nello spazio e nel suo impatto emozionale.
    Quindi, dal punto di vista della storia dell’arte, la fotografia (almeno per alcuni) è ferma all’impressionismo e, solo talvolta, col mosso o col fotomontaggio, ma accettata con molta ristrosia, al futurismo.
    Mi piace trascrivere da Wikipedia le seguenti frasi, molto significative, se pensiamo alla attualità della demonizzazione del digitale. Esse si riferiscono allo scandalo che suscitarono gli impressionisti con la loro prima esposizione:
    “La storia dell’impressionismo nasce ancora prima che si possa parlare di un vero e proprio movimento: nel 1863 Napoleone III inaugurò il Salon des Refusés (il salone degli esclusi), per ospitare quelle opere escluse dal Salon ufficiale. Vi partecipò, tra gli altri, Édouard Manet con Le Déjeuner sur l’herbe, che provocò un notevole scandalo e che venne definito immorale. Due anni più tardi, lo stesso Manet scandalizzò nuovamente l’opinione pubblica con Olympia. (Wikipedia)
    La prima manifestazione ufficiale della nuova pittura si tenne nel 1874, presso lo studio del fotografo Nadar, alla quale parteciparono Claude Oscar Monet, Edgar Degas, Alfred Sisley, Pierre-Auguste Renoir, Paul Cézanne, Camille Pissarro, Felix Bracquemond, Jean-Baptiste Guillaumin e l’unica donna Berthe Morisot. La mostra del ’74 fu di per sé un’azione eversiva in quanto, al di là dell’estrema modernità delle singole opere che sconvolse la critica, venne compiuta in risposta e contro il Salon, che le aveva rifiutate, e gli studi accademici in generale”. (Wikipedia)
    In questo racconto tratto da Wikipedia mi pare di percepire le stesse tensioni, gli stessi echi misandigitali delle giurie dei concorsi fotografici dei giorni nostri, quando si devono esaminare fotografie digitali.
    Ora le opere degli impressionisti sono considerate innovatrici dell’arte moderna, come un giorno lo sarà la fotografia digitale.
    Molti fotografi attuali non si lasciano condizionare dai pregiudizi e non si risentono più di tanto quando le loro opere vengono escluse dai concorsi perché ritenute falsificazioni della realtà o non rappresentanti “momenti decisivi”.
    Anch’essi sono dei refusés, da confinare in un apposito “Salon des Refusés”. Occorre solo un Napoleone IV che prenda l’iniziativa.
    Qualcuno dirà: perché ogni volta che si parla di fotografia si porta il ragionamento anche sulla pittura?
    E’ facile rispondere: la fotografia è cugina della pittura. Entrambe sono soggette alle stesse regole estetiche, prospettiche, percettive della luce e del colore. Entrambe sono strumenti espressivi dell’idea (platonica) del bello e dei significati e delle aspirazioni umane.
    Sono arti. E tutte le arti hanno affinità creative e storiche. Tra tutte le arti è possibile identificare affinità espressive storiche comuni.
    Quindi si parla di Rinascimento o di neoclassicismo nella pittura, nella scultura, nell’architettura, ecc.
    Solo la fotografia, almeno per qualcuno, pare appartenere ad un solo lunghissimo periodo artistico: l’Illuminismo. Col “momento decisivo”. Perché “il momento decisivo” è affine all’ “attimalità” dell’Impressionismo.

    Che la fotografia non sia un’arte vera? Che non sia una delle diverse forme espressive artistiche delle emozioni e dei sentimenti dell’uomo?
    No.
    Per fortuna la fotografia ha trovato espressione nel Futurismo, nel Cubismo, nell’espressionismo, … fino alle correnti artistiche moderne.
    Ma molti non accettano questa realtà.
    La fotografia può dare molto di più.

    Antonino Tutolo

  2. Fabrizio Pizzolorusso scrive:

    Sono un semplice fotoamatore, ed ogni bricciola di tempo libero lo uso per la fotografia che e’ lo strumento che mi da’ la possibilita’ di dialogare con me stesso ,e di conseguenza farmi conoscere agli altri meglio di quanto faccia nel mio quotidiano. Ma la fotografia mi permette attraverso il suo contenuto di indagare, di scoprire,di vivere altre realta’ espandendo la mia unica visione ad altre visioni fisiche e mentali che mi danno la possibilita’ di fare ampie scelte, ampi ragionamenti e riflessioni, altrimenti limitate al mio unico vedere e sapere.
    Enrico Maddalena lo conosco per altre vie virtuali e stimo la sua enorme competenza in materia fotografica sotto l’aspetto analitico e formale e questo mi da’ modo di apprendere un’altra parte della lettura all’immagine che in parte non avevo approfondito ,come la parte tecnica. In questo caso sono completamente d’accordo con lui sul fatto che gia’ dalla scuola bisognerebbe imparare a leggere l’immagine, ma non solo tecnica ma anche analitica e,aggiungo,interpretativa. Questo secondo me aiuterebbe ad avere un’approccio piu’ consapevole su certe immagini che ci vengono bombardate alla televisione, come sui giornali.
    In pratica ,secondo me,si sa che le certezze sono momentanee, l’immagine pretende di avere una lettura completa, non solo di tecnica (importantissima per esprimersi al meglio usando la tecnica piu’ confacente al messaggio da dare attraverso la fotografia),non solo analitica-formale (importante per capire il significato delle combinazioni tra elementi, linee,segni etc…), ma anche quello interpretativo,perche? Maddalena scrive : “…ma vi vedono “lo specchio” di una realtà, una sua “impronta”. E da questa realtà si lasciano trasportare. Finiscono così per “leggere” in se stessi fermandosi alle sensazioni emotive ed alle
    riflessioni che quella realtà evoca in loro. Intendiamoci, è legittimo anche un tal tipo di approccio. Ma se ci si ferma a questo, si nega il valore comunicativo della Fotografia che viene ad assumere tanti significati quanti sono coloro che la osservano. Significati spesso molto diversi ed addirittura opposti fra loro.Il fotografo allora assume il semplice ruolo di artigiano, che sa far funzionare la macchina la quale altro non fa che prendere un “calco” di ciò che è davanti all’obiettivo…”. L’interpretazione che ogni lettore fa ad un’immagine non e’ altro, come dice Maddalena, un leggere se stessi dando all’autore un’altra visione ,e molte altre ancora che non saranno l’indovinare solamente il suo intento, ma saranno altre visioni preziose per l’autore che potranno portarlo ad altre riflessioni, ad altre idee.Anche questo e’ un valore comunicativo poiche’ l’immagine non ha un valore ma ne possiede molti (per assurdo direi pixel per pixel) ovviamente d’accordo con Maddalena quando dice che non ci si deve fermare a questo, ed in effetti l’immagine ha bisogno di una completezza di lettura che e’ tecnico-analitico-formale-interpretativo.
    Rimango completamente in disaccordo quando Maddalena afferma che la sola interpretazione porta il fotografo ad assumere il ruolo di artigiano che attraverso la macchina fotografica crea un calco della realta’ cosi’ come e’. In primis il fotografo non copia, ma bensi’ interpreta la realta’ quindi non la puo’ assolutamente copiare ,e quindi siamo nel campo di una falsificazione del mondo che ci circonda dove non esiste nessuna arte che possa riprenderlo cosi’ come e’ ,in piu’ la parola fotografia identifica una comunicazione fatta con la luce quindi un’iterpretazione di un frammento ordinato per sottrazione di elementi dalla realta’ di un vissuto momentaneo piu’ ampio e articolato che non potra’ mai essere colto in un’immagine nella sua interezza, avvicinarsi si! ma mai nella sua completezza. Oggi con il digitale e la massificazione delle immagini, ancora di piu’ con i nuovi programmi che usciranno a breve, da’ l’idea piena di come ci sia un continuo vivere piu’ attraverso le immagini che non la realta’ che ci circonda.E’ un cercare di ricostruire la realta’ attraverso la nostra percezione che puo’ dare molti spunti per parlare,per descrive concetti ,riflessioni.
    La frase di Madallena : “…Il vero contenuto di una fotografia è quindi l’idea dell’autore…” lo trovo errato per il mio modo di concepire la fotografia ora, e saro’ lieto di essere smentito. Questo perche’ come detto sopra l’immagine nel momento in cui l’autore la fa “vivere”, e quindi non ad esclusivita’ sua, diventa l’immagine di tutti, diventa una serie di immagini da contenuti piu’ o meno simili, ma non uguali, per una questione di soggettivita’ e per una questione di percezione che porta l’ìosservatore a destrutturare mentalmente l’immagine, ricomporla ,rispettando il segno che porta l’immagine,con elementi per lui piu’ significativi e in ordine di importanza che si trovano all’interno dell’immagine, tirando fuori altri contenuti, altri input,altre storie di un proprio vissuto,della propria natura,che qualche volta possono in parte coincidere.Grazie di questo utilissimo confronto
    Buon Anno, Fabrizio Pizzolorusso
    Fabrizio Pizzolorusso

  3. Antonino Tutolo scrive:

    @Fabrizio Pizzolorusso
    “La frase di Madalena : “…Il vero contenuto di una fotografia è quindi l’idea dell’autore…” lo trovo errato … l’immagine nel momento in cui l’autore la fa “vivere”, e quindi non ad esclusivita’ sua, diventa l’immagine di tutti…”
    .
    L’idea dell’autore non è solo lo spunto, ma anche la personalizzazione, l’elaborazione, l’interpretazione, il punto di vista individuale che si è sprigionato creativamente dallo spunto.
    L’autore recepisce uno stimolo e da esso elabora dei significati, dei punti di vista personali, caratteristici della sua creatività.
    Nell’opera tutto questo sarà riassunto ed espresso con un linguaggio estetico e iconico.
    La genialità sta nell’idea e nella sua realizzazione. Ma non è detto che tutti siano in grado di recepire i concetti espressi nell’opera. Per comprendere Dante occorre una critica esperta, che sa interpretare il linguaggio e le concezioni storiche e sociali dell’epoca. Il lettore deve essere preparato a decodificare i segni dell’opera. In un’opera semplice, di livello più popolare, il contenuto può essere recepito facilmente. Ma nell’opera complessa di un genio, come anche in quella di una personalità che spunta sulla media, la lettura non è più così facile ed immediata come può sembrare.
    L’approccio immediato porta alla superficialità della lettura. Invece occorre attenzione, preparazione, predisposizione a recepire l’idea dell’autore.
    L’immagine è a disposizione di tutti, ma molti potrebbero interpretarla in modo errato.
    Quando un critico si approssima alla lettura mette in ballo tutte le sue conoscenze sull’autore, sulla sua storia e sulla sua epoca. Più è complessa l’opera, più è sofisticato l’artista e più è necessaria una preparazione adeguata.
    Quindi un’opera non è mai veramente comprensibile per tutti; ma solo per coloro che sono predisposti e preparati a comprenderla; sia dal punto di vista della sensibilità che della cultura.
    Se provi a leggere la critica di un quadro di Michelangelo o di Leonardo, ti accorgerai che la tua visione precedente era completamente cieca. Nelle opere di questi geni sono riassunti significati e concetti talvolta alla portata solo di pochi. In esse c’é tutto lo scibile umano dell’epoca (filosofia, storia, scienze, poesia, ecc.
    La critiche di queste opere non cessa mai, nel tempo. Continuamente esse vengono rilette alla luce di nuove scoperte storiche o biografiche.
    Ad esempio, il giudizio Universale di Michelangelo ultimamente è stato riletto in modo diverso da come era concepito solo 50 anni fa. Hanno scoperto che Michelangelo era legato ad una visione religiosa molto vicina al protestantesimo. E nel Giudizio Universale, infatti c’é solo il Vecchio Testamento, come nella fede protestante. Hanno impiegato 500 anni per comprenderlo.
    Leonardo, poi, è ancora più indefinibile e pieno di misteri.
    Quindi l’originalità, l’idea creativa, la capacità espressiva sono il fondamento dell’arte dell’autore.
    La conoscenza, la sensibilità recettiva ed interpretativa, l’attenzione, lo studio, l’investigazione sono le qualità richieste al lettore.
    L’arte moderna e contemporanea sembrano confuse, e molto spesso lo sono, per coloro che vi si avvicinano con gli occhi coperti dalla benda del pregiudizio o se si è impreparati all’estetica e alla concezione moderna dell’arte.
    Antonino Tutolo

  4. franca catellani scrive:

    Ti ringrazio Antonino per i consigli delle letture –le immagini di Ghirri grande fotografo ma che ho scoperto solo ora , Le fotografie di Ghirri mai come ora sono necessarie , le moderne tecnologie –video ci danno la possibilità di riprendere in tempo reale ,siamo nell’era del” visivo “ siamo in una svolta epocale
    insieme al brutto navigano le buone foto- la moltiplicazione delle immagini ci porta a velocizzare anche lo sguardo , si guarda in modo frenetico , troppo veloce e si giudica anche in modo veloce a volte superficiale I contenuti , e le forme del sapere ,i modi di apprendere sono cambiati enormemente- La fotografia per Ghirri era guardare il mondo per guardarsi dentro Ecco forse dobbiamo rallentare il tempo della visione abituarci allo sguardo semplice che non vuole dire semplicità , abituarci a guardare lentamente le cose per riconoscerle dentro di noi . Quando quelli come me cominciano a fare domande , prima o poi hanno esigenza di risposte , allora si da inizio ad una ricerca – ma suppongo che rimane sempre una ricerca ed esigenza individuale ,

  5. Antonino Tutolo scrive:

    Non a caso, una grande fotografa (Ciao Giuliana) mi consigliò, a suo tempo, di studiare per primo Ghirri, poi altri.

    Osservando le foto di Ghirri, anche le più semplici, quelle degli interni delle case, dei corridoi dei palazzi, si impara ad… osservare, a comporre, ad astrarre il particolare che finisce con l’assumere un significato a sé stante.

    @Franca
    “Quando quelli come me cominciano a fare domande , prima o poi hanno esigenza di risposte , allora si da inizio ad una ricerca – ma suppongo che rimane sempre una ricerca ed esigenza individuale ,”

    Fare domande è sintomo di intelligenza, di volontà di crescere e migliorarsi. Coloro che si ritengono già arrivati, depositari della verità, grazie alla loro onniscenza innata, restano seduti ad aspettare gli allievi. Che non verranno.

    La fotografia, l’arte, più che pianeti sono dei macrocosmi infiniti, la cui conoscenza è inarrivabile. Ciascuno di noi può afferrarne solo una piccola parte.
    Ma già incamminarsi per la strada della conoscenza vuol dire vivere, mettersi in ballo, correre il rischio di arrivare veramente da qualche parte dove vale la pena di vivere; dove l’intelligenza e la sensibilità trovano nutrimento e sfogo.

    Per questo le domande falle. E tante.
    C’é sempre tanto da imparare. Non si finisce mai. Ma la conoscenza è il più grande divertimento ed investimento dell’esistenza umana. E resta per sempre tua, senza svalutazioni.

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