Bartalini Michele – Vuoto della memoria

Il grido senza voce degli innocenti.

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Comments (7)

 

  1. Antonino Tutolo scrive:

    Come si fa ad interpretare un’immagine come questa, senza, in qualche modo, filosofare?
    L’uomo si sforza di essere razionale: di darsi delle regole; ma alla fine finisce vinto dall’irrazionalità.
    Un giovane, anonimo, senza testa, preso di schiena, passa su un cumulo di piccole lastre di ferro abbandonate, a cui fori in origine realizzati chissà a quale scopo, fanno assumere l’aspetto di facce che urlano o sono sbalordite (?).
    E’ un’immagine molto semplice. Eppure i pensieri che essa genera nel lettore possono essere tanti.
    L’autore fornisce una piccola chiave di lettura: “vuoto della memoria”.
    Ogni essere vivente, ogni oggetto, ogni avvenimento che appena poco fa era imminente ora è già passato; e di esso resta solo il vuoto, ed …un ricordo che pian piano sbiadisce.
    A cosa sono servite quelle pesanti maschere di metallo che ora sono accatastate in un piccolo “colle Testaccio”? Esse non hanno più utilità. Eppure un tempo qualcuno le ha concepite, disegnate e duramente
    forgiate.
    Sembrano costituire una delle tante discariche in cui l’uomo si libera facilmente di quello che ha pagato, che ha usato, e che ora non serve più.
    Il passato ci ha lasciato opere d’arte, monumenti e testimonianze di cose concrete, necessarie al vivere quotidiano. Coloro che verranno dopo di noi si lambiccheranno il cervello a indovinare l’utilità concreta di certi nostri manufatti, pur se tecnologicamente sofisticati. Il nostro mondo è tanto complesso, sofisticato e soprattutto superficiale ed effimero, che facilmente lascerà dietro di sé “un vuoto della memoria”, difficilmente interpretabile.
    Antonino Tutolo

  2. Domenico Brizio scrive:

    Antonino, a me non ‘passa’ perchè non riesco a penetrare il motivo di questo scatto. Non arrivo al significato. Quel che vedo è diverso da quel che sento, meglio non sento e non provo. Mi accontento di descrivermi il luogo, il personaggio ed il suo vestire, la sua acefalità (timido interrogativo: perchè?), la borsa viola che non mi aiuta e quei pezzi per terra che hanno/avranno relazione con la ‘memoria’. Ho il sospetto di avere una memoria vuota e così sarà perchè non riesco ad estrarre lo strumento cognitivo utile a dissolvere il mio imbarazzo. Però secondo te ho un pensiero soggettivo?. Va bene.
    Domenico Brizio

  3. Antonino Tutolo scrive:

    Domenico, forse questa immagine in te “non passa” perché sei una persona molto razionale, concreta; lo capisco da ogni tuo commento che è sempre razionale, nel senso positivo del termine.
    Ma esistono altri modi di vedere le cose. Per questo parlo di pensiero soggettivo.
    Per me le cose oltre ad avere una utilità, possono avere un significato; che è personale e legato al vissuto, alla nostra diversa sensibilità ed anche alla volontà di dare senso a tutto ciò che abbiamo intorno.
    Ritornando in un luogo in cui abbiamo vissuto, in passato, capita di attribuire a certe vie, ad una casa, ad una panchina, dei significati che essi razionalmente non hanno. Quei luoghi scatenano i nostri ricordi, il nostro vissuto. Questi significati glieli attribuiamo noi.
    La fotografia, come altre tecniche estetiche espressive, sfrutta questo effetto conoscenza, memoria, evocazione; che è soggettivo.
    In fotografia, ad una immagine a due dimensioni, noi attribuiamo un significato che ne ha tre, quattro, cinque e più di dimensioni. Molte certamente irrazionali.
    Un gabbiano, per molti è solo un “Laurus atlanticus” dell’Ordine dei “Caradriiformi “, e per costoro la sua fotografia dev’essere bella e espressiva del movimento. Per altri, come me, il gabbiano può anche essere brutto, ma rappresentare la libertà tra terra e mare.
    L’immagine “Vuoto della memoria” di Michele Bartalini non è una bella immagine; ma è significativa.
    Quelle maschere di ferro abbandonate rappresentano lo scempio di risorse ambientali ed umane per scopi che sono futili, superficiali; di cui domani non ci sarà memoria.
    Di qui nasce la mia interpretazione, che certamente puoi non condividere.
    Tieni solo presente che l’arte non è solo “bellezza” e documentazione, ma anche evocazione (almeno l’arte moderna). Antonino Tutolo

  4. Maurizio Tieghi scrive:

    Questa fotografia mi piace più di altre ammesse dalla redazione in visione nel blog. Lo considero un ritratto ambientato dello stesso fotografo, potrebbe anche essere la medesima persona presente nel fotogramma, ma certamente fisicamente e mentalmente si trovava nelle sue stesse condizioni. Il luogo dello scatto dovrebbe trattarsi di un’istallazione artistica, i manufatti nel pavimento riportano i tratti riconducibili a facce umane (le faccine del web). Il fotografo testimonia un’opera artistica altrui e nello stesso tempo, tramite la sua fotocamera, reinterpreta il pensiero dell’autore per crearne una nuova. Personalmente avrei tagliato la parte alta fino al maglione.

    Maurizio Tieghi

  5. Domenico Brizio scrive:

    @ Antonino
    Anche per me, come per te, un gabbiano rappresenta prima ‘la libertà tra terra e mare’ e poi ha un nome che lo colloca nella sistematica. Il problema mi punge solo quanto l’artista viola la perfetta l’integrità dello stato naturale delle cose pensando presuntuosamente chissà di piegare la perfezione della Natura alle esigenze della sua supposta ‘creatività’ (a volte così smodada) senza apprezzare che la Natura ha già tutto quanto in sè: è perfetta, anche esteticamente. Ma non vorrei aprire ora il capitolo che solo il pensiero o l’idea umana sono artistici… altrimenti un fiume di parole comincia a sgorgare… Concordo con te: tutte le letture delle fotografie sono soggettive: dico sempre che un’immagine apre una porta nella nostra mente oltre la quale troviamo anche quel che non sapevamo di avere e lei, l’immagine, ci sta appunto fornendo il segnale della presenza di quel qualcosa.
    Domenico Brizio

  6. Antonio Cunico scrive:

    Molte volte la fotografia può essere utilizzata per stravolgere il senso di ciò che si è fotografato. Penso fosse questo l’intento del fotografo in questo contesto. Chi è stato dentro questa stanza sa che il camminare sopra a tutta questa umanità, dissolta nel fumo dei lager, e che ad ogni nostro passo grida il suo dolore è davvero impressionante. Nulla di questo però vedo in questa immagine. La relazione fra il taglio fotografico che decapita il soggetto e le centinaio di teste sottostanti desta senz’altro curiosità, ma non è sufficiente per richiamare alla mente la tragedia dell’olocausto. E’ dunque una reinterpretazione del fotografo che la utilizza per darne un altro significato. Di più, se mi astraggo dal significato conosciuto del soggetto fotografato, trovo che la relazione fra testa sottostanti e testa mancante non sia resa con sufficiente chiarezza.
    Senz’altro il punto di ripresa, l’ottica utilizzata, la resa dei colori e la qualità dell’immagine destano più di qualche perplessità, c’è ancora un pò di lavoro da fare per arrivare ad una buona immagine.
    Antonio Cunico

  7. Roberto Rognoni scrive:

    Conosco la situazione nella quale è stata realizzata la foto e la trovo nell’insieme riuscita.
    Intelligente ed originale la scelta del titolo e di tagliare la testa del soggetto inquadrato.
    Con spirito di critica costruttiva dico che avrei preferito che il “tappeto” di dischi metallici che risuonano al passaggio dei visitatori, trasmettendo un’angoscia incredibile, fosse più evidente con un punto di ripresa più alto.
    Roberto Rognoni

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