Bottino Gianfranco – Asti – Inverno

Nevicata sul Monferrato Astigiano.

285 Gianfranco Bottino inverno

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Comments (10)

 

  1. Non è la prima volta che si vede questa soluzione stilistica. Forse uno dei suoi pionieri italiani è stato il compianto Mario Giacomelli. Detto questo, l’albero e il bianco del fondo sostengono validamente la fotografia. Esito interessante quindi; mi farebbe per questo piacere vedere se l’autore ne ha un’altra dozzina di pari forza da proporre. Questo darebbe maggior corpo progettuale all’idea minimalista ed elegante di lavorare sull’assenza di toni per suggerire la presenza “mentale” della neve.

    Fulvio Bortolozzo

  2. Una volta chiesi da un artista (crea video installazioni) come facesse a sapere che gli spettatori avrebbero compreso il senso della sua opera. La risposta fu:”tolgo tutto ciò che può avere altri significati”.
    La capacità di sintesi è sicuramente una buona qualità. In questa fotografia ritrovo questa qualità, un’immagine quasi grafica. Il bianco può essere solamente neve, che bisogno c’è di mostrarla? E così ci ritroviamo di fronte a un alberello…e a un gran silenzio.
    Come dice Fulvio Bortolozzo, esito interessante, idea minimalista ed elegante.
    Complimenti.

    Elisabetta Moschetto

  3. Antonino Tutolo scrive:

    L’immagine richiama alla mente l’effetto minimalista, ad altissimo contrasto, dei pretini di Mario Giacomelli.
    Anche la fotografia segue le correnti artistiche, spesso senza consapevolezza del fotografo.
    Tuttavia il soggetto, in questo caso, è anch’esso troppo minimalista e poco chiaro da leggere (sono due alberi o è una cima con due tronchi?).
    Minimalista non vuol dire piccolo, ma essenziale.
    Quello che c’é dev’essere evidente.
    La composizione è orizzontalmente centrale. Le linee virtuali (del triangolo e del cespuglio orizzontale) potevano donare dinamicità. Lo sfondo non viene sfruttato in modo compositivo, ma solo riempitivo.
    L’immagine risulta statica. L’occhio cade sul centro e lì resta.
    Antonino Tutolo

  4. @Antonino Tutolo

    Non sono d’accordo con la tua valutazione euclidea della composizione. Lo sfondo è importante proprio perché esagerato, invadente, quasi senza limiti definibili. Questo rende ancora più “innevata” e mentale l’immagine. Il fatto stesso che triangoli, alberi e linee vadano a farsi benedire segna la resa dell’icona alla sensazione. E questo trovo sia un’ottima cosa. Chissà che non si possa prima o poi spezzare definitivamente righelli, squadrette e bilancini per farsi travolgere dalla valanga delle visione pura e semplice, non misurabile, solo esperibile.

    Fulvio Bortolozzo

  5. Carla Pellegrini scrive:

    E’ un immagine di grande silenzio, davvero molto affascinante.
    Ritocchi e manipolazioni non sono necessari.
    Carla Pellegrini

  6. Antonino Tutolo scrive:

    Non si tratta di ritocchi o di manipolazioni, né di geometrie.
    E’ tutt’altro. Il “linguaggio del colore e della composizione” è ormai una scienza esatta. Si studia in grafica ed in ogni altra disciplina estetica.
    Una composizione è fatta di punti di tensione e di punti di riposo, di linee vistuali e reali, di superfici.
    (“Punto linea superficie” di V. Kandinsky: un pittore, non un matematico euclideo)
    http://erewhon.ticonuno.it/arch/rivi/colore/kpunto.htm
    Sembra che l’arte moderna sia dominata dall’anarchia. Invece non è così. La composizione è essa stessa un linguaggio estetico. E la fotografia è estetica. Il fotografo, il pittore, usano le regole consapevolmente, per esprimersi.
    Quindi anche un solo punto di colore, un taglio sulla tela, può avere significato espressivo. Un accostamento particolare di colore dà o toglie luce, illumina o scurisce, da rilassatezza o tensione.
    Antonino Tutolo
    Leggo ed accetto la scelta dell’autore, come sempre; ma vedo soluzioni più complesse, che impiegano altri parametri compositivi per registrare sulla tela o sul fotogramma concetti espressivi più sofisticati.

  7. @Antonino Tutolo

    Ci divide, ipotizzo, il rapporto che abbiamo con l’immagine fotografica. Cerco per questo, scusami in anticipo la noia, di chiarirti la mia provenienza.

    Prima di fotografare, ho frequentato il Liceo Artistico e l’Accademia di Belle Arti. Sono cresciuto a “pane e Kandisky”. Non solo: Gestalt, Arnheim, Klee, Munari, ecc. ecc. Sono stato autore di fumetti (testo e disegni), scenografie teatrali e televisive ( i primi Chroma Key), grafica editoriale e aziendale (il logo attuale della AMIAT di Torino è mio), autore di multivisioni professionali (fino a 16 diaproiettori sincronizzati su grandi schermi panoramici). Non ti sto elencando medaglie o meriti, ma solo un percorso esistenziale che da oltre trent’anni attraversa il complesso mondo delle immagini.

    Bene, la mia esperienza delle cose, mi ha condotto nel tempo a pensare che una fotografia NON È UN’IMMAGINE COME LE ALTRE. Per il metodo tecnico di produzione, per le conseguenze relazionali che comporta, per l’ambiguo, scivoloso, precario rapporto con i codici linguistici visivi che tu definisci “scienza esatta”.

    Questo è, nel mio pensiero, il suo fascino più grande. Per questo non mi stanco di fotografare. Ogni scatto è una conoscenza nuova, un evento unico. Non è una forma di comunicazione, non ha nulla da dire, ma tutto da mostrare.

    Se puoi, se lo desideri, avvicinare questo mio modo di pensare all’atto fotografico, forse potrebbe darti spunto per riconsiderare qualcosa che di scientifico ed esatto ha solo quello che gli viene a forza appiccicato da fuori. Dal mondo tradizionale dei linguaggi visivi codificati. Ovviamente IMHO.

    Fulvio Bortolozzo

  8. Antonino Tutolo scrive:

    I codici linguistici (teoria del colore, composizione, tecniche fotografiche) sono “scienze” esatte: se agisci in un certo modo ottieni un certo effetto.
    Invece l’arte non è scienza; ma impiega il linguaggio scientifico o pseudoscientifico per l’espressione estetica creativa.
    L’artista conosce la teoria e la psicologia dei colori. Sa che certi colori sono freddi, altri caldi; che l’accostamento di certi colori produce effetti specifici; che una cornice evidenzia o sminuisce l’immagine; che l’inserimento di elementi su piani diversi simula la profondità; che certi colori (rosso) sopravanzano altri, che una fotografia cambia estetica se viene ingrandita, che il colore, la percezione dei dettagli ed il contrasto cambiano col tipo di illuminazione.
    Questi sono dati di fatto; concreti, dimostrabili, codificati: Teoria del colore (da Newton a Goethe a Kandinsky), psicologia del colore, prospettiva, teoria della composizione, tecnica fotografica.
    L’artista, il fotografo, utilizzano queste “regole”, creativamente, come un linguaggio espressivo. Quindi l’idea (platonica), la creatività, l’uso dell’icona sono soggettivi; il “mezzo tecnico” espressivo, con le sue regole dettate dalle peculiarità percettive dell’occhio, è oggettivo.
    Questo l’avrai studiato a scuola. Io sono autodidatta.
    Antonino Tutolo

  9. Domenico Brizio scrive:

    Questa immagine è un esercizio fotografico. Trovo la rappresentazione scarna, incapace di darmi sensazioni. Il biancore non mi richiama la neve, ma vuoto da riempiere in qualche modo. Quando la tecnica impiegata è il soggetto della fotografia e lo sostituisce, il soggetto fotografico scompare e con esso l’emozione.
    Domenico Brizio

  10. @Antonino Tutolo
    Scusami, mi sono accorto solo adesso che l’ultimo tuo commento era per me. Ti rispondo per precisare un punto importante del mio pensiero.

    L’erudizione, coltivata sui banchi scolastici o per proprio conto, a mio parere, non sposta avanti di un ette il problema, concretissimo, del creare un’opera nuova. Trovo utile semmai, imparare tutto quello che si può fino a riuscire a dimenticarlo.

    Ti sembrerà un paradosso forse, ma funziona così. Ovviamente, nella mia personale esperienza delle cose.

    Fulvio Bortolozzo

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