Carloni Lucillo – Trento – Gli occhi della fame

Immagine scattata durante un recente viaggio in Etiopia.
Mi hanno impressionato gli occhi pieni di fame di questi piccoli.
Ho tagliato la foto togliendo tutto il superfluo intorno al gruppo.

288 Carloni Lucillo gli occhi della fame

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Comments (14)

 

  1. Ho sempre una certa resistenza nell’apprezzare questo genere di fotografia, non perchè io rifugga dai mali del mondo, ma perchè troppo spesso bambini, fame, guerre vegono strumentalizzati e lo trovo moralmente scorretto.
    Ciò però che mi infastidisce di più (è pura emotività, lo ammetto) in questo scatto, è la posizione dell’autore: alto, incombente sui visi dei bimbi. Me lo immagino mentre imbraccia la sua attrezzatura, in piedi, circondato dai “ninin” che si mettono quasi in posa, nella speranza di ottenere poi una piccola ricompensa…
    Detto ciò, passo a distaccarmi dalla sensazione di fastidio e guardo la fotografia, ci vedo occhi affamati, ma anche molto di più.
    Vedo sei paia di occhi, sguardi diversi tra loro. I bambini a sinistra probabilmente sono fratelli, il più grande si prende cura del piccolo, gli sta accanto. I due hanno la stessa espressione, una curiosità timorosa, un leggero sorriso misto ad attesa.
    Il bimbo vestito di verde è il più spavaldo. E’ il più grade del gruppo, sorride quasi ironico, come se si fosse messo in posa per mostrare l’espressione che ritiene migliore.
    I piccolini sono i più timidi, sono nel mezzo, cercano protezione, hanno sguardi curiosi e di attesa.
    Il bimbo col la pettinatura da moicano si ritiene forse il “boss”. Ci tiene a mostrare il suo taglio di capelli, guarda diretto il fotografo ed è quasi certo che, essendo così vicino, riuscirà ad ottenere qualcosa da lui…
    Chissà cos’è successo dopo la scatto.

    Elisabetta Moschetto

  2. Cosa penso dal punto di vista “socio-etico” su questo genere di fotografie l’ho già scritto a commento di quella realizzata da Mike Trafficante. Di fronte a questa lo ribadisco.

    Sarebbe stato almeno più umano scendere a fotografare quei bambini mettendosi alla loro stessa altezza. Inoltre inviterei l’autore a fotografare i figli dei suoi vicini ai giardinetti, così vediamo se gli danno la liberatoria o non lo prendono a male parole. Magari può scagionarsi spiegando che era stato attratto dai loro occhi pieni di trigliceridi in eccesso.

    Gli occhi che mi stanno guardando sono invece pieni di infantile curiosità, persino un po’ divertita, o stupore per quell’omone bianco che maneggia un oggetto tecnologico astronautico sopra le loro teste.

    Se l’inquadratura fosse stata quella originale, almeno ci sarebbero stati dei dati contestuali, comunque sempre interessanti, sul luogo in cui quelle piccole promesse di futuro conducono le loro iniziali esistenze.
    In attesa, perché no, di potersi un giorno comperare una Nikon/Canon con cui venire da adulti in viaggio organizzato in Italia a fotografare i ricchi bambini di Trento

    Fulvio Bortolozzo

  3. Filippo Parisi scrive:

    Probabilmente mi sbaglierò ma in queste considerazioni etiche ci vedo una sorta di “fanatismo morale” che a mio modo di vedere poco ha a che fare con il concetto della fotografia di reportage, ed anche con la street (ìn senso stretto).
    Non mi sento di condannare alcuno anche se alcune fotografie che vedo in giro per il web mi fanno letteralmente rabbrividre ed io stesso ho deciso di non pubblicare alcuni scatti dove vi sono minori e/o persone in condizioni chiaramente disagiate dal punto di vista economico e/o fisico.
    Ma ciò non toglie che vi sia, secondo me, il sacrosanto diritto al reportage, sopratutto se, come in questo caso, non vi è in evidenza alcuna situazione “scomoda” o raccarpricciante.
    Eppure moltissime foto che titraggono bimbi che definire scheletrici è dir poco sono state considerate dei capolavori ed osannati da tutti, o molti.
    A me il punto di ripresa non dispiace, magari un pelo più in basso l’avrei preferito ma “alla stessa altezza” non avrebbe potuto dare la stessa sensazione. Anch’io vedo 6 paia di occhi ed ogni paio ha un’espressione differente. Già questo di per sè è un racconto dentro il racconto.
    Una foto del genere comunque crdo che l’avrei pensata in bianco e nero (nonostante o forse proprio per) i molti e vivaci colori per concentrare l’attenzione su tutti quegli occhi e quei visi.

    Filippo Parisi

  4. @Filippo Parisi
    “Probabilmente mi sbaglierò ma in queste considerazioni etiche ci vedo una sorta di “fanatismo morale” che a mio modo di vedere poco ha a che fare con il concetto della fotografia di reportage, ed anche con la street (ìn senso stretto).”

    Probabilmente sbagli davvero, ma direi piuttosto nell’iniziare un dialogo con chi la pensa diversamente da te adombrando il sospetto che il tuo interlocutore sia pervaso da fanatismo.

    La relazione tra etica e fotografia sociale, da cui storicamente discendono il fotogiornalismo e la street photography non se l’è inventata quel fanatico del sottoscritto. Sta incisa nella storia e nelle opere di Jacob Rijs, Lewis Hine, Eugene Smith, Dorothea Lange, ecc. ecc. ecc.

    Nell’etica del fotografo sociale, prima di pensare all’inquadratura o a vincere il World Press Photo o anche la più umile delle medaglie di un concorso del proprio circolo, c’è il problema, tutto etico, del rapporto umano che si instaura tra chi fotografa e chi viene fotografato. Lì si vede la caratura dell’uomo che tiene in mano la “macchina”. Se prova davvero empatia, non si sogna di muoversi in modo unidirezionale, ma imbastisce un rapporto INSIEME al suo soggetto. Lo rende compartecipe della regia innescando una relazione. Non ruba rapidamente sterili attimi sperando di costruire composizioni visive di significati e simboli che albergano nella sua mente. Questo atteggiamento, che non è normativo, ma si può benissimo evidenziare nei lavori dei fotografi che ti ho citato sopra e di moltissimi altri, in genere viene etichettato come “umanista”. Personalmente aborro questo uso dell’aggettivo che rimane nella mia mente legato ad uno splendido, ed ahimè ormai lontanissimo, momento culturale italiano vissuto alcuni secoli fa. Però rende l’idea.

    In conclusione, le persone non sono barattoli o casette. Non trovo proprio che ci sia nessun motivo per ridurle ad oggetti dell’esercizio di una pratica culturale che, per di più quando svolta fuori dal proprio contesto, finisce per imporre icone a chi non le chiede e non può partecipare a costruirle.

    Spero che queste righe non ti suonino fanatiche e meritino una tua replica argomentata.

    Cordialmente,
    Fulvio Bortolozzo.

  5. Antonino Tutolo scrive:

    Il commento di Elisabetta Moschetto denota la sensibilità di una donna. Ma coglie con grande capacità di osservazione ogni elemento dell’immagine.
    La fotografia oggi è talmente diffusa, talmente consueta, che difficilmente le prestiamo grande attenzione; anche noi fotografi.
    Spesso scattiamo con facilità, senza attenzione, e senza interpretare compiutamente il soggetto.
    Ma in questa immagine l’attenzione del fotografo è evidente ed è evidente anche la sua umanità. I bambini percepiscono la falsità. Non si sarebbero prestati.
    Talvolta il fotografo può sembrare come un corvo in attesa della preda. Credo che ogni scena, anche la più straziante, va affrontata con rispetto verso il soggetti.
    Sebastiao Salgado s’é trovato davanti a scene di ben altra straziante difficoltà. Le ha affrontate con la sensibilità del grande professionista. Chi ha paura di queste cose non le vive per lungo tempo. Prima o poi anche il cinismo arriva alla resa. Il medico sente sempre i lamenti, lo strazio e la puzza dei suoi pazienti. Quelli che non sono portati per questa professione prima o poi finiscono a mettere timbri in un ufficio.
    Antonino Tutolo

  6. Loris Sartini scrive:

    Comprendo le motivazioni che possono aver spinto l’autore a riprendere questa immagine, resta il fatto però che questo genere di scatto è cosi tanto inflazionato da sembrare retorico.
    Questo è un aspetto da considerare.
    Come si puo’ considerare retorica un immagine che parla di povertà e sofferenza ?
    Loris

  7. Antonino Tutolo scrive:

    @Loris Sartini
    “Come si puo’ considerare retorica un immagine che parla di povertà e sofferenza ?”
    .
    Un tempo lontano la retorica era l’arte del parlare.
    Oggigiorno è l’arte del parlare senza concludere nulla.
    Quindi un’immagine che non smuove dalla sedia le coscienze (non mi riferisco a questa) potrebbe definirsi retorica.
    Bisogna solo verificare se è l’immagine che non funziona oppure se sono le coscienze che sono troppo calcificate.
    Antonino Tutolo

  8. Forse sarebbe ora di finirla con i finti moralismi. Non è chi fotografa un disagio a porsi in una posizione discutibile, che alcuni addirittura vorrebbero far passare come un illecito. Chi fotografa, se ha la dovuta sensibilità, non offende ma documenta. E chi ha detto che utilizzare parametri estetici per mostrare la povertà, il disagio o persino la morte sia immorale ? Semmai è immorale evitare di ‘vedere’, evitare quindi anche di fotografare. Come se il povero, l’affamato fosse un appestato che ‘non sta bene’ ritrarre.
    Vogliamo preferire un uomo ostile alla diversità o alla povertà che fotografa papaveri e ameni paesaggi, oppure un animo (per quello che ne sappiamo) sensibile e che per nulla si sente ‘superiore’ al suo soggetto che ritrae semplicemente per documentare ciò che vede e per farne partecipi altri, senza porsi falsi filtri morali o moraleggianti ? La parola reportage vi suggerisce qualcosa ?
    Vogliamo magari, prima di criticare, chiederci se Lucillo sia un uomo che viaggia in Africa o altrove con la spocchia di molti che ci vanno, senza fotografare nessuno dall’alto ma, peggio, senza voler vedere, o peggio ancora disprezzando; oppure se sia un uomo sensibile che per primo si prodiga per aiutare chi ne ha bisogno quando occorre o quantomeno che non disprezza, ma partecipa alla durezza della vita che fotografa ?
    Non conosciamo Lucillo personalmente e quindi non siamo in grado di ‘assolverlo’ ? Bene; allora limitiamoci a discuterne la fotografia senza dare lezioni morali. Oppure chiediamoci se le foto che abbiamo scattato l’anno scorso in un circo di periferia non siano ‘colpevoli’ di connivenza con chi maltratta gli animali oppure immorali perché sfruttano la evidente fatica di chi si esibisce su un trapezio per campare, probabilmente male.
    Limitiamoci dunque, soprattutto davanti a una singola immagine decontestualizzata, a quello che vediamo, evitando supposizioni o illazioni non supportate da dati di fatto. E’ vero; Lucillo ha ritratto i bimbi dall’alto. Ma non è forse questo punto di vista solo apparentemente distaccato a dare forza all’immagine ? Provate a immaginare gli stessi volti ripresi dalla loro altezza. Avremmo una fotografia come migliaia di altre. Anche così come è, sicuramente, non è una fotografia unica, eppure tutti notano ‘per forza’ quegli occhi che ci parlano e forse non ci parlano nemmeno di una così profonda infelicità. Povertà (di possesso materiale) sicuramente si. Magari, come spesso accade, il ‘gioco’ di farsi fotografare ha regalato persino un sorriso. Come posso saperlo ? Io preferisco immaginare Lucillo che procede con altri ritratti, meno interessanti fotograficamente e posati da mostrare ai piccoli soggetti. Un modo per comunicare, non certo per disprezzare o offendere.
    Forse può essere più infelice un bimbetto occidentale, con lo zainetto dei libri, pesante, sulle spalle e circondato dalle automobili, così più alte di lui. Chi ha criticato così aspramente la fotografia di Lucillo, la prossima volta che ne vede uno, prima di fotografarlo si chieda se sta sfruttando biecamente la sua immagine o se sta offendendo la civiltà che lo ha cresciuto e che lo ospita. Oppure il meccanismo scatta solo se il bimbo è africano o comunque ‘diverso’ ? Ma allora chi è che crea un disagio morale ? Chi normalmente fotografa come a casa sua, con rispetto, o chi appunto evitando il soggetto o evitandone gli aspetti più duri lo tratta da ‘diverso’ da proteggere ?

  9. pieni di fame? forse due
    gli altri conservano la curiosità e la freschezza dei bambini.
    forse non stanno cosi male, ne abbiam visti di foto di bambini dallo sguardo vuoto, denutruro nel corpo e nell’anima, e questi per fortuna hanno qualcosa x cui sorridere, ancora.
    si dice di non fotografare i bambini dall’alto…e chi lo dice!!!
    qui hai fatto benissimo, la composizione a v rende molto e l’occhio poi su posa sul bambino in stile ultimo dei mohicani e sul suo sguardo, uno dei due che non sorridono ed è forse per questo che l’immagine la leggiamo peggio di come secondo me in realtò la situazione era.
    Ma io lì chiaramente non c’ero, le mie sono solo impressioni

  10. Antonino Tutolo scrive:

    Per approfondire consiglio la lettura del libricino “Autoritratto di un fotografo”, di Riszard Kapuscinski, Feltrinelli.
    http://www.ibs.it/code/9788807490507/kapuscinski-ryszard/autoritratto-reporter.html

    Kapuscinski era un reporter indipendente; viaggiava per mesi nei luoghi più remoti, condividendo l’esistenza di miliardi di persone che non “devono comparire” sui nostri giornali e nelle nostre TV; perché tutti gli altri devono mangiare e vivere senza angosce, senza rimorsi.
    C’è qualcosa di più abusato, fotograficamente, di questo genere di immagini?
    Ovviamente i tramonti idilliaci, i notturni sereni, i ritratti di gente pasciuta e sana, lo sport che allevia e scarica le tensioni sociali, le foto delle nostre città linde e ordinate, dei nostri bimbi belli.
    Leggete il libro di Kapuscinski, e comprenderete la tra lui ed i reporter ufficiali; quelli che vivono nei grandi alberghi, vengono ricevuti dai notabili, e raccontano solo gli aspetti concessi ed autorizzati. Non dimenticate Sebastiao Salgado ed i suoi reportage eloquenti e feroci, ma ricchi di umana comprensione e pietas.

  11. Domenico Brizio scrive:

    Sin dal suo apparire non ho trovato questa fotografia offensiva in una qualche misura nei confronti dei bambini fotografati… Uno dei motivi per cui raramente mi cimento con la fotografia di una figura umana è il rispetto per l’esercizio dell’immaginazione – che penso di avere – di ogni persona ritratta che viene inesorabilmente trafitto dal trasportare avanti nel tempo l’immagine della sua persona (immaginarsi è più creativo che vedersi, opinione). Si, certe forme di ricerca spasmodica del sicuro-antropologico-diverso-che-fa-differenza non mi picciono però questa mi pare garbata e i bambini sembrano gradirla.

  12. @Umberto Sommaruga
    Nel tuo commento, in replica anche ai 2 miei, rilevo che poni domande retoriche (in senso tecnico) alle quali potevi ben trovare motivata risposta leggendomi con maggiore obiettività.

    Detto questo, ribadisco che, a mio parere, anche una fotografia come quella di cui stiamo discutendo non contiene nei dati EXIF le motivazioni etiche e la biografia dell’autore. Da cui discende che un punto di ripresa dall’alto, prima di essere “azzeccato” per far uscire degli occhi neri incastonati nei bulbi bianchi di bambini di pelle scura, rimane, percettivamente parlando, un punto di vista superiore e non direttamente partecipe. Da questa opinabile, ma spero pienamente rispettabile, opinione discende il resto del mio ragionamento.

    Trovo dialetticamente scorretto, e fuorviante, cercare di opporsi al mio pensiero adombrando accuse di falso moralismo o rilevare nel mio discorso l’incitazione a non fotografare bambini, africani o trentini che siano.

    Fulvio Bortolozzo

  13. Giorgio Marasca scrive:

    La foto è stupenda, detto questo; l’angolo di ripresa molte volte NON è voluto ma obbligato; io non ho letto fame in questa foto, ma serenità, curiosità e un momento di felicità; sembra una foto scattata col cuore, immediata, da chi fa un viaggio (una volta nella vita) e vuole portare a casa ricordi. Non ho capito il discorso dei ricchi bambini ‘trentini’, probabilmente si conosce ben poco e in modo superficiale il ‘vivere di questa gente’. Per finire, perché non vediamo tutte le nostre macchine fotografiche e spediamo tutto il ricavato a quei ragazzi?

  14. Fronza Michele scrive:

    Non voglio certo criticare le opinioni altrui, ritengo legittimi tutti i vostri punti di vista.
    Più semplicemente cerco di esprimere le mie sensazioni di fronte a questa immagine.
    Prima di tutto due mie cosiderazioni:
    - il Carloni quando ha scattato, probabilmente puntava la fotocamera più in alto a chi sà quale altro oggetto o forse per ottenere una panoramica del luogo, in un secondo momento, (post-produzione) rivisionando lo scatto si è accorto dei fanciulli ed è stato colpito dal loro atteggiamento, magari ha utilizzato un forte grandangolo e non è che nel reportage hai il tempo di controllare tutti i bordi del fotogramma già nel mirino.
    - la ripresa dall’alto è effettivamente il punto di vista di un adulto che si avvicina a dei bimbi, evventualmente ci si abbassa solo quando si deve approfondire la relazione, quando ci devi parlare o regalare qualche cosa.
    Può anche darsi che in un secondo momento il Carloni si sia relazionato con i fanciulli mettendosi al suo livello, ma forse cui sopra si fa un processo alle intenzioni o alle apparenze.

    La forza di questa foto è proprio nel punto di ripresa, sembrano dei passerotti in un nido che aspettano l’imbeccata di mamma passera.(non vorrei sembrare patetico)
    Sono piacevolmente incuriositi da qualche cosa (abbigliamento, oggettistica, o forse capigliatura, colore della pelle, baffi o chissà cos’altro) del Carloni.
    Sono molto interessati, incuriositi e spontanei, liberi da condizionamenti e ingenuamente pronti a relazionare con il forestiero e sicuramente molto motivati e determinati nel farlo.
    Si, anche secondo me questi bambini sono più felici dei nostri, loro vivono alla giornata senza l’ansia da prestazione, lo stress, senza le pretese dell’insegnante o del genitore, li vedo più liberi, sicuramente non hanno il problema dell’obesità e cosa importante probabilmente loro non sanno cosa c’è al di la del loro villaggio e come si vive nel resto del mondo.
    Vogliono solo crescere e giocare.
    Grazie dell’attenzione.

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