Caleffi Giuseppe – Montale Rangone (MO) – Globalization

I segni del tempo.
Progetto tematico promosso dai circoli fotografici FIAF della provincia di Modena.

302 Caleffi Giuseppe Globalization

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Comments (25)

 

  1. Domenico Brizio scrive:

    La domanda che mi as-sale: l’autore ha scattato una fotografia oppure ha cercato i pezzi e li ha montati?

  2. Vuole testimoniare il cambiamento in atto nella società cinese? Certamente Mao s’è sciolto al sole (solarizzato?), ma che Marilin possa essere l’attuale modello mi pare ironico :-) Cmq queste ricerche simboliche mi piacciono assai

  3. Antonino Tutolo scrive:

    Un fotomontaggio in cui il significato concettuale è prevalente su quello estetico.
    Molto efficace l’idea di rappresentare il passaggio dalla Cina autocratica ed impersonale a quella privatistica, tramite una rivoluzione formale.
    La figura di Mao prima si warholizza e poi si trasfigura nel simbolo più noto e rappresentativo del liberalismo occidentale: la immortale Marilyn di Warhol. Dallo stato impersonale del popolo a quello liberal-socialista della globalizzazione. Il soldato resta immobile sull’attenti, a raffigurare lo stato di diritto che non subisce traumi, mentre la trasfigurazione si compie.
    Splendida l’idea creativa. Complimenti all’autore.

  4. Domenico Brizio scrive:

    Ho capito non ha fatto una fotografia… e Marilyn cosi’ tirata un po’ mi dispiace. Pazienza, Warhol perdonerà.

  5. già… l’immobilità del soldato… come se cambia padrone, ma per lui non cambia nulla. Altro tasselllo interpretativo

  6. Una cosa: ma se la fotografia di base dell’elaborato grafico qui proposto fosse stata presa da Internet, che differenza farebbe? Penso che le risposte a questa domanda potrebbero aprire un vaso di Pandora…

  7. L’idea è sicuramente dell’autore. Un po’ fotografia, un po’ grafica… non mi avventurerei nella disquisizione. Mi ricordwerebbe quella “medievale” sul sesso degli angeli, sulla castità di Gesù e cose simili

  8. Maurizio Tieghi scrive:

    Carina l’interpretazione data dall’autore foto-grafico sul tempo che passa, il soldato immutabile nel tempo mi richiama alla mente i commenti di qualche critico (il soldato) sempre identico nei suoi colti riferimenti, anche se la fotografia a cui sono indirizzati cambia nel tempo (da Mao a Marilyn passando marameo Warhol).

    Maurizio Tieghi

  9. Non tutto il Medioevo è da buttare. Non almeno in favore di un contemporaneo “tutto fa brodo”.

    L’autore sta nell’idea? D’accordo. Quindi ne desumo che questa opera “fotografica” che vi sottopongo sia mia. Non importa se la fotografia l’ho scattata io oppure l’ho presa da altri con giusto qualche “ritocchino” di poco conto, vero?
    http://www.bortolozzo.net/temp/fulvio_global.jpg

    Vediamo se soldatini colti e angioletti modernisti hanno qualcosa da dire in merito ;-)

  10. Ezio Turus scrive:

    Credo che lavorare con immagini concettuali richieda una solida base che travalica la fotografia. Fermo restando che non ho la più pallida idea di cosa Caleffi abbia pensato, nel realizzarla, l’autore qui non mi da affatto l’idea del tempo che passa, ma casomai del tempo che indietreggia.
    E’ contro i miei principi ragionare sul “come io avrei realizzato” il lavoro, ma una volta che scomodiamo Mao, Warhol e Marilyn, viene spontaneo chiedermi perchè mai l’autore non abbia seguito l’idea più coerente di utilizzare una delle serigrafie di Mao dello stesso Warhol, al posto di quella “elaborata” proposta nel secondo frame.
    Ragionando poi sui tempi, proprio in virtù della datazione delle opere e dei soggetti vedo scorrere gli anni, dal 1976 al 1967, più o meno. Più che segni del tempo, leggo “segni di nostalgia”.

    ezio turus

  11. Domenico Brizio scrive:

    Il Medioevo non è da buttare. Questa fotografia lo conferma.

  12. Volevo evitare di entrare nella questione perché è cosa lungua… dove inizia e dove finisce l’opera personale d’intelletto? Abbiamo tanti esempi di foto il cui soggetto principale è un manifesto o un’opera d’arte. Ma il modo di presentare questi elementi seguono un’idea che è dell’autore. L’importante è vedere, per me, quanto si aforte e portante l’idea dell’autore e quanto sia forte e portante l’opera messa dentro. Insomma: non farei una generalizzazione, ma guarderei caso per caso. Nella foto proposta l’idea c’è, è simpaticamente propostam ma sulla forza della sua autonomia sono meno sicuro

  13. Antonino Tutolo scrive:

    @Maurizio Tieghi
    “il soldato immutabile nel tempo mi richiama alla mente i commenti di qualche critico (il soldato) sempre identico nei suoi colti riferimenti, anche se la fotografia a cui sono indirizzati cambia nel tempo (da Mao a Marilyn passando marameo Warhol)”.
    .
    Metti nome e cognome quando ti riferisci ai “colti riferimenti”.
    Per quanto riguarda l’immutabilità, anche l’ignoranza, la presunzione e l’arroganza procedono paralleli ed immuntabili nel tempo.

  14. Antonino Tutolo scrive:

    @Fulvio Bortolozzo
    “Vediamo se soldatini colti e angioletti modernisti hanno qualcosa da dire in merito ;-)
    .
    Per ragionare occorre essere almeno in due. Ma, se uno ragiona e l’altro se ne va …per funghi, è impossibile intendersi. Ed è impossibile intendersi anche quando uno, non sapendo controbattere con argomenti concreti e fondati, ricorre all’ironia offensiva.
    Mi fermo qui. Perché sono disgustato, e direi troppo.

  15. Domenico Brizio scrive:

    Un rammarico: la deformazione temporal-concettuale ha prodotto la deformazione geometrica di un’opera che non riesco ad accettare: il tutto per riempiere ‘convenientemente’ il rettangolo a disposizione… Mi dispiace.

  16. Antonino Tutolo scrive:

    @Giovanni Firmani

    L’idea è sicuramente dell’autore. Un po’ fotografia, un po’ grafica… non mi avventurerei nella disquisizione. Mi ricorderebbe quella “medievale” sul sesso degli angeli, sulla castità di Gesù e cose simili
    .
    Nella società dei media siamo bombardati da immagini che restano nella nostra mente anche in modo inconsapevole.
    E il 99% delle nostre immmagini hanno analogia col passato.
    Se riesaminassimo le immagini storiche certamente troveremmo qualcosa di simile per ognuna delle nostre.
    Ma nel caso specifico tutto questo non conta.
    L’autore l’ha concepita e realizzata in modo egregio e significativo. La stessa immagine, con lo stesso significato, con lo stesso punto di partenza ed arrivo, credo non esista. Quindi l’autore non l’ha copiata, ma al più ha fatto sua un’idea tecnica, adeguandola al caso specifico.

  17. Antonino Tutolo scrive:

    @Fulvio Bortolozzo
    “Una cosa: ma se la fotografia di base dell’elaborato grafico qui proposto fosse stata presa da Internet, che differenza farebbe? Penso che le risposte a questa domanda potrebbero aprire un vaso di Pandora…”
    .
    Nessuna differenza, per coloro che non guardano il proprio dito, ma al grande cielo della creatività. Per gli altri, sicuramente si. Per costoro, già il digitale, in toto, senza discriminazione alcuna, ogni notte tormenta i loro sogni e la loro serenità quotidianità, uscendo dal vaso di Pandora.

  18. Maurizio Tieghi scrive:

    @Antonino
    chiedo scusa se sono stato frainteso, non mi riferivo a persone con nome e cognome (li avrei scritti), volevo solo evidenziare in senso generale che i riferimenti critici spesso, ma non sempre, sono uguali a se stessi, somigliando ovviamente al suo autore, questo anche al variare dell’opera a cui sono indirizzati.
    Apprezzo molto i tuoi colti scritti però ammetto di preferire guardare mute foto che leggere parole leggiadre.
    Maurizio Tieghi

  19. Antonino Tutolo scrive:

    @Maurizio Tieghi
    Ti ringrazio per il chiarimento.
    Vorrei farti presente che su un blog deve essere consentita, nel massimo rispetto di tutti, l’esposizione delle idee di ciascuno.
    Ognuno è quello che è. Non ci si può mascherare; né ci si riesce.
    Io invece preferisco discorrere con coloro che non la pensano come me; proprio per imparare.
    Se i “miei colti scritti” e le mie parole “leggiadre” (sento dietro l’ironia e la qualifico per quello che racconta) ti danno fastidio dobbiamo coabitare lo stesso. Farò a meno di leggere i tuoi post; lo stesso potresti fare coi miei.
    Ti saluto

  20. @Antonino Tutolo
    “Per ragionare occorre essere almeno in due.”

    Scusa Antonino, cosa vuoi dirmi? Non lo capisco davvero.

    Ho pubblicato un commento con un esempio di “elaborazione grafica” della “foto-grafica” di Giuseppe Caleffi per sollevare la questione sulla natura dell’oggetto visivo che stiamo vedendo. Nel momento in cui l’autore prende una Marylin di Warhol e l’appiccica al posto del ritratto di Mao e ci mette pure un Mao, malamente warholizzato, senza pensare poi che la stessa immagine di base potrebbe averla tranquillamente scaricata da Internet, mi pare il minimo chiedersi, e chiedere, se quello che si sta vedendo sia una fotografia o un’opera grafica. Nella mia opinione, cambia il modo di percepire e valutare l’opera a seconda che sia una fotografia, un fotomontaggio o un dipinto a olio.

    Rspondermi: “Nessuna differenza, per coloro che non guardano il proprio dito, ma al grande cielo della creatività” lo trovo fuori luogo. Dovrei omologarmi a guardare il “grande cielo” solo per non sentire Antonino sentenziare che mi guardo il dito?

    Se vuoi discutere serenamente con argomenti concreti son qua, ché a funghi non ci sono andato mai.

  21. Antonino Tutolo scrive:

    @Fulvio Bortolozzo
    Inserire creativamente in una immagine, una foto altrui, o una statua su una piazza, è cosa straordinaria? E’ copiare? E’ fare grafica? Esistono milioni di foto in cui compaiono poster, statue, pitture, pagine di musica, ecc. Non vedo dove sia il problema. Un’immagine di Andy Warhol è grafica? Basta regolare in modo diverso la filtratura della testa colore del proiettore per la stampa analogica.
    Caleffi ha usato il fotomontaggio che è una tecnica storica, usata da grandi maestri di fotografia analogica, nei primi decenni del ’900.
    Giuseppe Caleffi ha inserito nella sua immagine una tecnica di elaborazione (su Mao) ed una foto di Warhol, non con l’intento di copiarlo, ma per un fine creativo, a mio parere aderente al titolo e senza considerazioni politiche. Quella cinese è la società che ha subito il maggiore mutamento storico, dal punto di vista della globalizzazione. Poteva scegliere un altro soggetto, di un’altra concezione politica; ma il fine creativo non cambiava e l’aderenza al tema del tempo che passa, e che muta la società e gli uomini, ci sta tutta. Penso sarebbe opportuno riconoscergli dei meriti, piuttosto che criticarlo per qualcosa che non è costruttivo.

  22. @Antonino Tutolo
    “Penso sarebbe opportuno riconoscergli dei meriti, piuttosto che criticarlo per qualcosa che non è costruttivo.”

    Sono contento che tu sia tornato al dialogo Antonino, non condivido però, perdonami, la tua concezione dell’esercizio della critica. Nel momento in cui l’opinione è motivata, la critica è costruttiva per definizione. Non si può pretendere che per poter criticare si debba assumersi il ruolo paternalista del “maestro d’asilo”, comprensivo e piacione con tutti.

    Passando alla foto in esame, ho sollevato una questione che ritengo non liquidabile sbrigativamente come fai tu. Tra il realizzare una fotografia di qualcosa che in un dato tempo e luogo è stato davanti a te e il mettere insieme pezzi sparsi con le forbici virtuali di Photoshop ci passa un mare di differenza. Ovviamente IMHO. L’esperienza del fotografare contiene una possibilità di relazione umana molto concreta e fisica con ciò che ci circonda. Questo è l’aspetto che avvicina il fotografo più al performer che al solito pittore. Non trovo quindi utile continuare ad incoraggiare chi usa una fotocamera a produrre facsimili meccanici della pittura. I risultati sono inevitabilmente scontati perché inseguono un altro mezzo espressivo con una tecnica semplificante e quindi banalizzante. Se tutti i fotografi che si dilettano di “pittografie” provassero a prendere davvero in mano un pennello scoprirebbero che la pittura è ben diversa da un plug-in di Photoshop.

    Passando poi ai fotomontaggi, storicamente mi risulta che siano stati praticati in ambito d’arte moderna, dai Dadaisti in avanti, all’interno di opere che volevano provocatoriamente essere considerate artistiche, anche se usavano un mezzo squalificante come la fotografia. La fotografia era considerata all’epoca un puro “grado zero” del visivo, un mezzo banale, rapido ed economico per visualizzare un’idea. Tant’è vero che si usavano apposta foto ritagliate dai giornali invece che scattarsele di persona.

    Trovo davvero troppo comodo per un’aderente ad un’associazione di amanti della fotografia, atteggiarsi ad artista contemporaneo, senza peritarsi di percorrere davvero la strada contemporanea dell’arte che prevede, per esempio, l’indipendenza dal mezzo (Nikon o Canon?). Il tenere i piedi in due scarpe porta solo confusione nella testa e, nei casi gravi, veri e propri deliri di onnipotenza; quando magari capita che nella vita dei circoli si finisca per essere considerati “artisti” per qualche sforbiciata digitale qui è là e due o tre acronimi da Giovani Marmotte appuntati sul petto.

    In ultimo: se si desidera che le critiche vengano modulate sulla base dell’esperienza dell’autore, basta accompagnare le immagini con diciture del tipo: principiante, livello intermedio, esperto, ecc. fino a “Benemerito Universale della Santa, Unica, Fotografia Rivelata e Sviluppata” (B.U.S.U.F.R.S.). Ovviamente chi si presentasse con simili credenziale avrebbe diritto a non subire alcuna critica, ma solo lodi sperticate :-D

    Scusami Antonino se ho ecceduto un po’ in cabarettismo, ma l’ora è tarda e il sorridere aiuta a stare svegli ;-)

  23. Antonino Tutolo scrive:

    @Fulvio Bortolozzo
    “Scusami Antonino se ho ecceduto un po’ in cabarettismo”.
    Il cabarettismo ci sta bene e lo accetto.
    Ma il fotomontaggio dadaista, la fotografia celebrativa russa, tedesca, ecc., sono fotografia a tutti gli effetti; fin quando non intervengono in modo attivo la penna o il pennello. Il procedimento fotografico è lo stesso.
    Se andiamo ad esaminare la presunta realtà fotografica del soggetto, l’orma, o il condizionamento tecnico, alla fine dobbiamo escludere quasi tutta la fotografia. Resterebbe, volendo essere generosi, solo la diapositiva. E’ questo il problema.
    Il primo fotografo a fare uso della tecnica del fotomontaggio è stato l’inglese Henry Peach Robinson (1830-1901), verso il 1857; cioè quando il B/N analogico era ancora da perfezionare!
    http://it.wikipedia.org/wiki/Fotomontaggio
    Inoltre, stranamente, il diaporama è considerato fotografia a tutti gli effetti; anche se è un vero e proprio fotomontaggio temporalizzato. In esso si trasfigura la realtà con l’uso di colorazioni non reali, di soggetti ripresi altrove…
    Se affermi che la tua fotografia è quella della ripresa, allora devi usare solo la diapositiva. Non puoi riprendere piazze con monumenti ed edifici che sono opere d’arte realizzate da altri. Devi eliminare definitivamente il B/N, perché esso travisa la realtà dei colori e trasfigura il “rapporto umano” di cui parli.
    Alla fine ti renderai conto che ti resta in mano ben poco.
    Spero che con la frase “atteggiarsi ad artista contemporaneo” non voglia riferirti a me. Non mi sono mai definito tale; anzi, tutt’altro.
    @Fulvio
    “Non trovo quindi utile continuare ad incoraggiare chi usa una fotocamera a produrre facsimili meccanici della pittura.”
    Allora incoraggiamo chi produce faximili della presunta “reltà oggettiva”; con un convincimento che fa acqua da tutte le parti.

  24. Antonino Tutolo scrive:

    Mi scuso con la redazione; ma è un argomento importante.
    Perché qualcuno vuole impadronirsi del nome “fotografia” con una valenza di “purezza” che alla fine, è dimostrabile scientificamente, non esiste?
    Vi invito (vi sfido è eccessivo, siete in tanti ed io sono solo) a proporre, costruttivamente, una definizione, un principio che che definisca questa presunta “purezza”, che io (se non mi aiuta qualcuno) non possa smontare, pezzo per pezzo, dal punto di vista scientifico e teorico.
    Ma andiamo afondo una volta per tutte su questo argomento!
    Perché non accettare salomonicamente che la fotografia è multidisciplinare?
    Anche se stabiliamo delle regole, esse potranno valere nell’associazione; ma gli altri fotografi fotograferanno, a pieno titolo, come desiderano.

  25. @Antonino Tutolo
    “Perché qualcuno vuole impadronirsi del nome “fotografia” con una valenza di “purezza” che alla fine, è dimostrabile scientificamente, non esiste?”

    Non ci siamo Antonino.
    Questo tuo modo di impostare la discussione prevede un dualismo Coppi-Bartali che trovo inutilmente polemico. La tua opinione, non m’importa quanto prevalente o scientificamente sostenibile, ha comunque le sue solide motivazioni e quindi è pienamente legittima. Così però la mia.

    Sgombrerei quindi definitivamente il campo dall’ipotesi che qui si confrontino paladini di una supposta “purezza fotografica” contrapposti a campioni della “multidisciplinarietà”.

    Stiamo invece alle cose concrete.

    Personalmente, e ripeto personalmente, non mi appassiona per niente l’uso del mezzo fotografico al fine di produrre immagini che sarebbero tranquillamente realizzabili con altre tecniche, se solo se ne avessero le capacità richieste. Continuo a pensare che la pratica del fotografare pensata come rimedio per pittori mancati o pigri, sia uno spreco. Come, lo dico spesso, l’andare a comperare le sigarette a due isolati di distanza con una Ferrari. Intendimi bene: è legittimo, non è auspicabile il vietarlo per legge, non produce danni immediati a nessuno, insomma, rientra pienamente tra le possibilità d’azione ammissibili. Così come sarebbe altrettanto possibile usare 100 litri d’acqua corrente per lavarsi una sola volta i denti. Che problema c’è? Se pago il consumo, nessuno, no?!

    Sgombrato quindi il campo dell’equivoco che io sia un pasdaran del fondamentalismo fotografico neopurista e che Alfred Stieglitz sia il mio Profeta, potremmo forse fare un passo in avanti nel nostro scambio dialettico.

    Mi concederai, spero, che di erudizione sulla storia della fotografia e dell’arte visiva occidentale ne possiedo una non disprezzabile quantità. Azzardo che la tua risposta possa essere positiva e mi risparmio perciò l’elencazione delle “pezze giustificative” di quanto scriverò più sotto, anche perché devo pure fare altro nella vita e comunque la sede giusta sarebbe un vero e proprio convegno.

    Ciò premesso, vorrei far presente che il fare fotografico viene sempre praticato all’interno di una relazione fisica con l’altro da sè. Di questa relazione rimane impressa una traccia di luce contingente e storica. Ogni fotografia contiene questo carattere che sto descrivendo. Da questo preciso e limitatissimo aspetto trovo (IMHO; IMHO; IMHO) che possano emergere i risultati fotografici più interessanti e, qui sta secondo me l’aspetto più importante, non così precisamente ottenibili con altri mezzi visivi tradizionali. In questo caso d’uso specifico avviene un ribaltamento di prospettive e su questo terreno, ad inseguire sono i pittori, che, non a caso, dall’invenzione della fotografia in avanti sanno di poter avvalersi del nuovo mezzo per esperire visivamente in modi prima inimmaginabili.

    Se ci si può almeno rendere conto di questa possibilità, penso che molti ragionamenti potrebbero finalmente venir abbandonati o capovolti, con beneficio di quanti abbiano interesse nella pratica fotografica.

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