Roberto Anastasio – Roma – Casa di aria

Un borgo quasi disabitato, un tempo li c’era un tetto di legno, probabilmente li dentro ci vivevano esseri umani, poi chissà probabilmente un incendio, l’incuria e il tempo che rubba preziosi grammi di muro settimana dopo settimana. Ormai un locale ridotto ad uno sgabuzzino a cielo aperto indumenti e bombole del gas ad ogni angolo.


326 Anastasio Roberto Casa di aria

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Comments (4)

 

  1. La descrizione scritta del luogo e il titolo sono intriganti.
    Mi convince però di meno la coerenza con esse della realizzazione visiva. Il viraggio blu e la compressione dei toni nelle parti scure tendono a nascondere invece che a far risaltare il disordine, anche esistenziale, dello “sgabuzzino”. Ne viene fuori una sorta di teatrino con quei vestiti stesi ad asciugare come fossero attori in scena. In ogni caso il punto di vista scelto mi pare molto valido. Buona prova quindi, con solo una certa contraddizione tra le dichiarazioni d’intenti e le pur interessanti soluzioni visive adottate.

  2. Catellani Franca scrive:

    concordo con Fulvio una maggiore chiarezza dei dettagli e dello spazio nero in basso a dx dove si intravedono rami di erbacce ?avrebbe ampliato la lettura del luogo , una visione sospesa , quasi surreale mi piace

  3. Domenico Brizio scrive:

    Manca il tetto: è ancora casa? è un simulacro e lo vediamo e anche un tentativo di viverla come luogo domestico, ma casa ‘sui generis’. Non trovo il viraggio blu consono, ma l’insieme si giustifica: avrà un ‘genius loci’ o lo conduce lì la padella satellitare?

  4. Antonino Tutolo scrive:

    La tonalità blu imita la stampa analogica virata al ferro.
    Il viraggio freddo rende il distacco dalla realtà; la connotazione del ricordo; quasi del sogno.
    Sembra la metafora dell’esistenza umana oltre “il limite degli eventi”: un buco nero che ha assorbito gioie e dolori, pianti di bimbi e sorrisi di mamme, ed ora lentamente si consuma nel tempo.
    I bianchi sparati del muro frontale ed i “neri” puri delle ombre quasi raccontano le alte luci e i momenti bui dell’esistenza. Qua e là, nella stanza, sono sparsi i resti: piccoli simulacri di quel tempo.
    Il luogo non ha più la sua funzione originaria: ora è il triste relitto dell’esistenza.
    Il titolo che l’autore ha dato all’immagine la banalizza, la sminuisce; la allontana dai significati che essa potrebbe assumere.

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