Giuggioloni Franco – Recanati (MC) – All’uscita dal cimitero


70 Giuggioloni Franco all'uscito di un cimitero

Popularity: 1% [?]

Comments (47)

 

  1. Antonino Tutolo scrive:

    Questa immagine scarna, controluce, dal contrasto elevato, riesce ad esprimere con grande incisività la memoria che genera dolore, il fine dell’esistenza, la continuità stentata nel quotidiano sopravvivere.
    La mano che la donna porta al viso, a trattenere forse il pianto, la stanchezza dell’essere di quei capelli bianchi rilucenti sono il simulacro più esplicito della sofferenza, del rimpianto, della mancanza, della difficoltà nell’accettazione del reale. La busta di plastica, nella mano della donna, pare quasi il misero bagaglio dei ricordi; il poco che resta, di concreto, di un’esistenza che anch’essa si avvia al tramonto, gli scarni ricordi che lottano con l’oblio, la scarsità di prospettive per il futuro. Il contrasto tra l’interno buio tenebroso e l’esterno sovrailluminato, quasi privo di dettagli, mostra il mistero infinito della morte, l’orizzonte degli eventi che si percorre solo in un verso.
    Le geometrie della ringhiera sono il punto di confine, la realtà “pungente”, le curve che si ripetono con monotonia irridente. Le fronde degli alberi, con la loro quotidianità e fantasmagoria, paiono fredde ed impassibili al dramma umano.
    Una foto importante.
    Complimenti vivissimi all’autore.

  2. Domenico Brizio scrive:

    Superba inquadratura: geometrie come guida e felici accostamenti tra elementi naturali e di origine antropica.
    Vedo la vita terrena che dovrà passare nel varco obbligato di luce ed il cielo celeste difeso metaforicamente dal cancello superiore.
    La figura umana, contornata da un’aureola illuminata dal controluce, dovrà varcare la luce per l’eternità.
    E’ un’immagine forte he persiste sulla retina per gli argomenti universali che chiama in causa.

  3. Giorgio Cecca scrive:

    Propongo di non comunicare più il titolo delle proprie opere e vedere cosa succede…

  4. Maurizio Tieghi scrive:

    Bellissima fotografia in un bianco & nero essenziale, stupenda la luce che si posa sulla persona e rende la scena quasi magica. La donna vedendo la sua testa proiettata sul pavimento dall’ombra del sole ha capito che ha i capelli in disordine, quindi telefona alla parrucchiera per concordare l’appuntamento per una permanente, dovendo andare nel pomeriggio a giocare a tombola con le amiche, quasi tutte vedove, nell’apposita sala parrocchiale intitolata a S. Clementino martire. Nella sporta di plastica ci sono gli ingredienti per preparare la crostata alla marmellata di cocomero acerbo, il dolce che le riesce meglio, da portare alla tombola per la merenda con il tè. Poco poetico e troppo cinico? Racconto non romanzato della realtà domenicale in molte parrocchie delle mie parti.

  5. Un’immagine fortemente grafica, sullo stile del Maestro Giacomelli per intenderci. La freddezza delle linee disegnate dal cancello ben contrastano con l’accenno di presenza della figura umana sottolineato dalla luce sui capelli e sul sacchetto di plastica. Fotografia formalmente ineccepibile quindi. Si presta però a dare le stura a melensaggini retoriche sulla vita e sulla morte. Questa cosa Mario Giacomelli non l’hai mai permessa alle sue fotografie.

  6. Catellani Franca scrive:

    che bella ! che bella ! non ripeto parole e pensieri che sarebbero sulla stessa onda di Domenico in questo scatto vi leggo una forte umanità e una forte spiritualità ho letto queste parole Il “viaggio” sulla strada del lutto, per transitare attraverso uno stato di accettazione in cui con gran dolore la morte avvenuta viene ammessa, per approdare infine alla reale separazione e al saluto definitivo.
    complimenti

  7. L’immagine di per sé mi pare molto evocativa e discreta come costruzione estetica. Ma, se non ci fosse il titolo, difficilmente la ricondurrei al luogo che, conoscendolo, è suscettibile di indirizzare il giudizio sulla fotografia in questione. Se poi il gesto della signora fosse invece un quotidiano parlare al cellulare? Insomma, qui più che in altri casi, siamo in presenza di un’immagine condizionata dal contesto (che si conosca o meno).
    Dal punto di vista squisitamenter estetico, è un’immagine molto grafica, priva si semitoni, che gioca molto sulla geometria conclusa della porta e su quella della grata (che vrebbe fatto esclucere volentieri la parte alta sopra di essa)

  8. Antonino Tutolo scrive:

    @Giorgio Cecca
    “Propongo di non comunicare più il titolo delle proprie opere e vedere cosa succede”
    .
    Un’immagine è leggibile solo se il messaggio che essa vuole comunicare ha una valenza universale, scontata: una madre che allatta il suo piccolo, ecc.
    Ma non tutti i temi, i simboli, soprattutto i concetti, sono interpretabili da tutti. In questo senso la fotografia ha una valenza e una dipendenza culturale.
    Quindi senza titolo un’immagine che non usa un linguaggio o un simbolismo universale difficilmente viene interpretata correttamente senza il titolo, o perfino senza una presentazione.

    Nel saggio “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità”, ed in particolar modo nella sua postilla, Walter Benjamin (filosofo, scrittore e critico letterario tedesco – 1892-1940), seguendo Brecht, sostiene che “la fotografia non può limitarsi alla fedele riproduzione della realtà esterna, ma deve necessariamente dire qualcosa su di essa. In questo senso, la foto costruttiva elabora la realtà, cogliendone aspetti che sono inarrivabili per l’occhio umano e fornendone un’interpretazione attraverso la didascalia”.
    Quindi la fotografia coglie “hic et nunc” nell’aura del soggetto e la trascrive sul supporto fotografico. Ma per cogliere gli “aspetti” elaborati dalla realtà, che sono inarrivabili per l’occhio umano”, può essere necessario fornire una chiave di lettura, tramite didascalia.
    Per questo motivo hanno un titolo le mostre, i portfolio, le immagini singole.

  9. Antonino Tutolo scrive:

    Quando qualcuno si presta ad esporre le proprie immagini, pensando di ricevere un consiglio costruttivo, un pensiero amichevole, ed invece riceve commenti cinici, che volutamente non tengono conto della volontà dell’autore, chiaramente espressa nel titolo, termina l’utilità ed il significato di questo blog.
    Dopo aver letto uno dei commenti più irriverenti, cattivi, privi di umanità, insulsi, stupidi, che abbia mai visto in assoluto, sento impellente e feroce l’istinto di chiudere ogni mia partecipazione a questo forum.
    E’ il forum di un’associazione. Tutti i soci meritano rispetto, qualunque sia la loro preparazione fotografica. In questo caso, è l’essere umano che viene offeso, ancor più che il socio.
    Consiglierei a Giuggioloni Franco ed a tutti coloro che hanno in mente di proporre le loro immagini, di evitarlo.
    Non ha senso perdere tempo con certa gente.
    Mi dispiace per gli amici con cui ho dialogato per tanti mesi, sempre con affetto, con onestà mentale e con rispetto, e coi quali pensavo di condurre un cammino costruttivo.
    Non è possibile farlo.
    Una mela putrefatta guasta tutte le altre o quanto meno avvelena il tempo che vorrei passare in serenità e letizia con sconosciuti che ho pensato di ritenere amici.
    Vi ringrazio tutti per avermi letto e sopportato le mie elucubrazioni mentali, le mie filosofie, per tutto questo tempo.
    Antonino Tutolo

  10. Domenico Brizio scrive:

    @Fulvio
    “Si presta però a dare le stura a melensaggini retoriche sulla vita e sulla morte. Questa cosa Mario Giacomelli non l’hai mai permessa alle sue fotografie”.
    Sarà solo un caso… certamente (imho).
    Cordialità, db ;-)

    SE VIVESSI ALMENO UN GIORNO,
    SE POTESSI VIVERE,
    SE IO VIVO,
    NON SAPRÒ MAI SE ERA VERO
    CHIUDERÒ GLI OCCHI
    E MI VEDRANNO MORIRE,
    NON CI SARÀ NÉ PRIMA NÉ DOPO,
    LASCERÒ LA MIA PORZIONE
    IN UN CHIUSO GIARDINO DI SOGNI
    E IN TUTTI I POSTI,
    IN TUTTE LE VIE,
    STARANNO A RACCONTARE
    IL ROVESCIO DELLA MIA VITA
    DOVE MUORE LA MORTE

    NON SAPRANNO MAI SE ERA VERO.

    MARIO GIACOMELLI

  11. Catellani Franca scrive:

    @ maurizio Tieghi .. quando ieri ho scritto il commento non comparivano gli altri interventi ma è sempre cosi’ non so il perchè . altrimenti avrei risposto subito non mi piace il sarcasmo inutile ,la derisione ,e supposizioni ridicole , primo per rispetto all’autore ,( tu mi risponderai che la tua opinione vale quella degli altri e che non ti posso mettere in testa i miei pensieri , credo molto nella critica guai se cio’ non fosse , ma quella critica intelligente che ti fa riflettere che ti porta alla conoscenza , che ti allarga le vedute , credo nell’onestà dell’autore altrimenti non avrebbe senso postare una foto con il titolo , se cosi’ non fosse è lui a prenderci in giro tutti quanti e l’unico a non cascarci saresti stato proprio solo tu .Purtroppo queste immagini virtuali grandi 10 cm si e no non sono sempre cosi’ nitide nei loro dettagli .
    @ Giovanni . scusa ma perchè il cellulare? se guardi a modo la sig. ha la mano sulla fronte che scende agli occhi.
    per il titolo :mettere o non mettere , penso sia giusto un titolo potrebbe essere il titolo di una serie di scatti che appartengono all’autore

  12. Massimo Mazzoli scrive:

    @Antonino Tutolo

    Cortese Antonino mi è molto dispiaciuto leggere il suo intervento.
    Ha davvero deciso di lasciarci soltanto perchè un frequentatore del blog ha postato un intervento così irrisorio da passare praticamente inosservato?
    Purtroppo e per fortuna i blog sono fatti così, ognuno esprime le sue opinioni prendendosi la responsabilità dei propri interventi.
    Non c’è nulla di strano, semplicemente non bisogna prendersela se e quando qualcuno ci sembra gratuitamente lesivo nei nostri confronti.
    Non rimane che una domanda a frullarci nella mente:
    “Perchè se non si ha niente da dire non si rimane in ascolto dei contributi altrui?”
    Il blog è uno spazio pubblico in cui la convivenza, così come nella vita quotidianana richiede piccoli sacrifici in fondo veniali.

    Spero ritrovi il desiderio di restare con noi e proporci i suoi contributi.

    Massimo Mazzoli
    Redazione Fotoit

  13. Non so se si tratti di cellulare… era solo un esempio possibile. Era solo per dire che il gesto ha un senso in un contesto (e qui il contesto è stato creato più dal titolo che dall’immagine). Non una critica la mia, ma un pensiero su alcuni aspetti che costruiscono una foto e il suo significato (cerco di fare dei ragionamenti traendo spunto da una foto, ma non mi fermo per forza alla foto in questione)

  14. ps: tutto è anche condizionato dallo schermo con cui vediamo la foto. Qui da mac vedo bene la fronte, dal pc dell’altro giorno pensavo che fosse presa dietro e solo perché lo schermo me la faceva vedere scura…. cari tempi andati in cui la foto si vedeva stampata :-)

  15. Catellani Franca scrive:

    @…….l blog è uno spazio pubblico che richiede piccoli sacrifici.?
    mi dispiace non ci sto se l’arroganza , le sgomitate prepotenti diventano ferite per chi le legge , se in questo blog che frequento da soli 30 giorni ? non ci fossero persone come Fulvio Bortolozzo Antonino Tutolo Domenico Brizio e altri fuggevoli interventi , con le loro competenze , con la loro cultura , la conoscenza storica anche la loro severità ma sopratutto il loro rispetto -dettata appunto dalla conoscenza fotografica , il blog perderebbe quello spirito iniziale , perderebbe il confronto intelligente ,perderebbe la sua valenza -

  16. @Domenico
    Ti ringrazio tanto Domenico per quelle belle parole di Mario. Hai perfettamente capito il senso di ciò che dicevo e ti ringrazio anche di questo. A proposito: io sono un giovanottino del ’57! :-)

    @Antonino
    Devo dirti che ho trovato divertente il commento di Maurizio Tieghi. Certo lo vedo spesso su questo blog assumere un atteggiamento provocatorio, e quindi potenzialmente irritante, però, in questo caso specifico, trovo che abbia ben descritto con quell’aneddoto i pericoli nascosti nel commentare fotografie andando troppo in là con l’appiccicare per forza significati a ciò che si vede. Trovo che questo non debba essere considerato offensivo, nè dare adito a rinunciare al dialogo. Anzi, mi pare un ottimo spunto per ragionare tutti insieme intorno a questo aspetto importante. Una fotografia contiene tracce ottiche di quanto è stato in un certo tempo e spazio davanti alla fotocamera. Quindi, mi pare, che una fotografia possa tranquillamente non contenere altro significato che il suo esistere in quanto sedimento di un’esperienza estetica (intesa come accadimento non funzionale, contemplativo, per capirci, e non come categoria di bellezza). Andare oltre, può portare su strade lontane e non così utilmente praticabili.

    Proviamo a ricominciare da qui, lasciando le vecchie vedove delle parti di Maurizio alle loro merende e tombole? :-)

  17. Domenico Brizio scrive:

    @ Fulvio
    “Una fotografia contiene tracce ottiche di quanto è stato in un certo tempo e spazio davanti alla fotocamera……Andare oltre, può portare su strade lontane e non così utilmente praticabili.”

    Forse espressa così categoricamente è un po’ compressa: andare oltre è umano perchè anche in chi guarda sedimenta un’esperienza estetica non presente al momento dello scatto (e senza il ‘lettore’ le tracce non vengono comunicate). Se però come abbiamo detto quelle tracce ottiche sono una finestra per ‘guardarti dentro’ e sviluppare un percorso, allora qualche nuova conseguenza si affaccia. Altro è ergerla a pietra di paragone, o ragione, o densificarla con la storia di significati non presenti al momento della ripresa.

  18. @Domenico
    Sì, concordo con te Domenico. Difatti scrivevo che “può portare”, non che necessariamente porti su strade lontane.
    Trattandosi di una possibilità, devo però dire che vorrei per qualche tempo veder applicato l’errore inverso, giusto per ritrovare un equilibrio critico. Quindi preferisco senz’altro concentrare il commento su ciò che la traccia pare contenere di suo, piuttosto che l’usarla come “cannabis” per poter partire in fantasmagorici viaggi privati :-D

  19. Antonino Tutolo scrive:

    @Fulvio Bertolozzo
    “Quindi, mi pare, che una fotografia possa tranquillamente non contenere altro significato che il suo esistere in quanto sedimento di un’esperienza estetica..”
    .
    Un po’ come dire che un Vangelo, una Recherche, una “Montagna incantata”, una “Anna Karenina” valgono solo per la carta, l’inchiostro e l’estetica compositiva con cui sono state stampate.
    E’ un po’ come affermare che i discorsi fatti tra di noi, magari dopo un lavoro di ricerca per condividere con gli altri le proprie scoperte “dell’acqua calda” (per noi, visto che altrove si ragiona in modo diverso, e noi stessi spesso siamo critici verso un modo stantio di intendere la fotografia), valgono solo per il numero delle parole usate, private del contesto e della continuità.
    Mi sembra un giochino inutile, privo di utilità.

    La rappresentazione estetica è solo l’applicazione precisina e rigorosa di regole compositive codificate e riproducibili in automatico. Il lavoro che saprebbe compiere un computer. Solo la ragione, il pensiero, l’illusione, il sogno, pongono ancora l’uomo al di sopra di una qualsiasi macchina, di un robot.
    Alla fine siamo proprio noi fotografi a limitare le possibilità espressive, la qualità della fotografia.
    Mi pare un controsenso.

  20. Antonino Tutolo scrive:

    @Fulvio Bortolozzo
    “Se però come abbiamo detto quelle tracce ottiche sono una finestra per ‘guardarti dentro’ e sviluppare un percorso, allora qualche nuova conseguenza si affaccia.”
    E’ proprio quello che avviene quando fotografiamo. Estrapoliamo parti del soggetto, relazionandoli con quello che abbiamo dentro.
    .
    @Fulvio
    “Altro è ergerla a pietra di paragone, o ragione, o densificarla con la storia di significati non presenti al momento della ripresa.”
    E’ inevitabile che ciascuno veda “a suo modo” quello che ha intorno. Fotografare è come scrivere: la calligrafia già racconta quello che siamo.
    .
    @Fulvio Bortolozzo
    “Andare oltre, può portare su strade lontane e non così utilmente praticabili”.
    Il limite lo fissiamo noi con le nostre aspirazioni. Non abbiamo committenti.
    Perché limitarci?
    In 150 anni abbiamo documentato il pianeta ed i suoi abitanti dall’esterno; perché non possiamo esaminarli anche all’interno, come fa tutta l’arte moderna?
    Chi lo vieta?
    Perché irridere chi vuole fare la sua strada in modo diverso dal nostro?
    Quale potere, quale diritto, abbiamo di vietarlo; di considerarlo anomalo, filosofico, cervellotico?
    Non è questo un modo cieco, incoerente, di ragionare? Poi critichiamo la FIAF per i suoi vecchi schemi?
    Ponendoci cinicamente d’impegno, potremmo smontare ed irridere qualsiasi immagine. Sono riuscito a farlo sul sito del nostro amico, che si reputa superiore.
    Ogni socio, ogni lettore, ogni autore merita rispetto.
    Da chi ci promana questo diritto divino di irridere?

  21. Antonino Tutolo scrive:

    @Catellani Franza
    Grazie per le tue parole.
    Antonino Tutolo

  22. Antonino Tutolo scrive:

    @Massimo Mazzoli
    “Spero ritrovi il desiderio di restare con noi e proporci i suoi contributi.”
    Grazie
    Ci proverò
    Antonino Tutolo

  23. Antonino Tutolo scrive:

    @Fulvio
    “Quindi preferisco senz’altro concentrare il commento su ciò che la traccia pare contenere di suo”
    Il problema è proprio nel “pare contenere”.
    Il giudice di una giuria fotografia cerca di usare dei metri di giudizio oggettivi, codificati ed appresi in appositi corsi.

    Se “ci sono delle regole”, esse dovrebbero essere riconosciute, più di “un pare”, come definitive, esaustive, condizionanti.
    Ma allora perché ci lamentiamo del deliberato delle giurie?
    Evidentemente il “pare” è molto più soggettivo (quindi anche emotivo) di quello che crediamo; e le regole non sono tanto certe e definitive come qualcuno ritiene.

    Ogni volta che fissiamo delle regole, stabiliamo il metro di paragone per il nostro giudizio.
    Ma noi parliamo di arte, non di leggi che devono regolare il vivere di una comunità, erga omnes; Noi trattiamo qualcosa che attrae perché genera emozioni, sensazioni; non certezze.
    Allora perché non esprimere le proprie sensazioni, se è proprio questo il fine dell’arte?
    Pensare che tutti ricevano le stesse emozioni è negare l’individualità dell’uomo, della sua formazione, del vissuto, dell’intelligenza, della sensibilità.
    Quindi il “pare” impera in modo sovrano, illimitato e soggettivo, oltre ogni limite e regola.
    Allora, nel giudizio, occorre sapienza, intuizione, disponibilità a comprendere e a condividere; e riconoscere l’infinita soggettività delle emozioni dettate dalla conoscenza, dal vissuto e dalla sensibilità.
    Ciascuno a suo modo.

  24. @Antonino
    Mi pari un poco agitato. Preferirei riprendere il dialogo con te più avanti, se non ti dispiace. Grazie per la comprensione.

  25. Domenico Brizio scrive:

    @ Antonino
    “Il giudice di una giuria fotografia cerca di usare dei metri di giudizio oggettivi, codificati ed appresi in appositi corsi”

    E così si seppelliscono fotografie ‘degeneri’ e si creano le medaglie al valore, secondo codifica ed omologazione…
    L’arte ha regole? la fotografia ha regole? se le avesse certe e una persona le seguisse tutte arriverebbe un’opera che seppellirebbe nella perfezione ogni altra, al cui cospetto ogni tentativo futuro di comunicazione sarebbe invano, una specie di ‘Assoluto per regola’: meno male che non ci sono regole, se non quelle da cui allontanarsi alla ricerca di una personale comunicativa…
    che viene quando non la cerchi ma quasi come un dono inspiegabile… e rimanga tale.

  26. @Domenico
    “che viene quando non la cerchi ma quasi come un dono inspiegabile… e rimanga tale.”

    Mi ci ritrovo, almeno in parte :-)
    Penso che su questo aspetto abbia scritto un aforisma fondamentale Luigi Pareyson (docente di Estetica a Torino tra gli anni ’40 e ’80). L’aforisma è questo:
    “L’arte è quel fare che mentre fa trova il modo di fare”.

    In effetti, ciò che già è codificato è anche morto. Possiamo solo ripeterlo stancamente. D’altronde la condizione della ricerca è quella di chi procede sapendo da dove viene, ma senza veder più in là del suo naso nella direzione intrapresa. Quindi si vive di “doni”, ma non casuali. Sono raccolti lungo il percorso e cambiano cambiando la direzione di marcia. Ne parleremo sicuramente ancora :-)

  27. Domenico Brizio scrive:

    @ Fulvio
    “L’arte è quel fare che mentre fa trova il modo di fare”.

    Pareyson! oltre ad essere nato non lontano da dove vivo ha avuto buona presa (di riflesso) sul ‘mio’ esistenzialismo adolescenziale. Può darsi ci abbia lasciato qualche traccia più profonda ed inconscia: avevo due amici che sono stati suoi allievi e si ingaggiavano partite tra scienza e filosofia, dimenticando l’arte! Sta di fatto che ora non mi piace un’arte scientifica…

  28. Mamma mia, a me da’ una sensazione così funesta che non riesco ad apprezzare nenache i motivi compositivi…
    Da recanati veniva anche il Leopardi, mica siete parenti?
    Ciao

  29. Antonino Tutolo scrive:

    @Domenico Brizio
    “meno male che non ci sono regole, se non quelle da cui allontanarsi alla ricerca di una personale comunicativa…
    che viene quando non la cerchi ma quasi come un dono inspiegabile”
    .
    Avrai compreso che la mia:
    ““Il giudice di una giuria fotografia cerca di usare dei metri di giudizio oggettivi, codificati ed appresi in appositi corsi”
    è una constatazione; non l’affermazione della validità di quel metodo.
    Però occorre tenere presente (sono consapevole anche di questo) che l’approccio di una giuria cerca di essere in un certo qual modo “scientifico”.
    Al liceo ho avuto per qualche tempo (era un supplente) un professore di lettere che, messa da parte per un momento la letteratura, ci invitava a leggere insieme, in aula, “tutti” i giornali del giorno, insegnandoci ad arrivare ai “fatti” dal confronto dei diversi punti di vista, con spirito critico, senza accettare nulla come scontato.
    Ma l’arte è ancora più complessa. Essa non parte da fatti, ma da sentimenti, emozioni. Non c’é nulla di più soggettivo ed opinabile.
    A mio parere il componente di una giuria dovrebbe avere innanzitutto una cultura molto vasta; dovrebbe avere un’ampia conoscenza della storia dell’arte, ed avere la consapevolezza che la fotografia è arte.
    Soprattutto quest’ultimo punto trova molta resistenza, nell’accettazione, nei vecchi fotografi, che sono legati “all’impronta della realtà”.
    Che la fotografia sia arte è un concetto rigettato da molti.
    Ed è quello che, accettato da gran parte del mondo, ma poco in Italia, può portare ad una nuova fotografia italiana.

  30. Antonino Tutolo scrive:

    Seguo il ragionamento, perché lo reputo importante.
    Noi miriamo alla “purezza” della fotografia. Non vogliamo contaminazioni con altre arti. Per questo abbiamo rigettato nel 1910 la fotografia del mosso dei Bragaglia, le fotografie composite, i fotomontaggi, le alterazioni dei colori del Bauhaus. Per noi quella era fotografia spuria.
    Stranamente la fotografia analogica in B/N, la fine art , quella di Adams, che comporta lavorazioni sofisticate in esposizione ed in camera oscura, invece è accettata come “pura”.
    Ma anche queste sono alterazioni della realtà. L’impronta è solo un pregiudizio. Di essa, con i mezzi fotografici bidimensionali, dell’impronta che aveva 4 coordinate spaziali resta ben poco.
    Quando parlo di pregiudizi mi riferisco a questo.
    Con tutta la buona volontà non riesco a giustificare l’accettazione di certe alterazioni ed il rifuto di altre.
    La “purezza” dovrebbe promanare solo da un procedimento che lasci “intatta” l’impronta.
    Ma di quale quale realtà? La mia, la tua…
    L’incertezza è peggio dell’errore.
    Allora consideriamo l’aspetto della percezione soggettiva.
    lasciamo all’autore la possibilità di rendere col procedimento fotografico “la sua idea creativa”.
    Annulliamo, divulgando scientificamente, il pregiudizio nei confronti del digitale.
    Nei concorsi cerchiamo il nuovo, l’originale.
    In questo blog talvolta vengono presentate delle immagini che sono elementari ma che presentano gli elementi di ricerca di una nuova fotografia. Sono dei tentativi istintivi per comunicare le proprie emozioni, le sensazioni, anche non rispettando la fotografia “classica”.
    Accettiamoli e valutiamoli positivamente come inizi, anche stentati, di una nuova fotografia fatta di contenuti.
    Altrimenti continueremo a coltivare la stessa fotografia per un altro secolo.

  31. Antonino Tutolo scrive:

    @Fulvio
    “Mi pari un poco agitato. Preferirei riprendere il dialogo con te più avanti, se non ti dispiace. Grazie per la comprensione.”
    Quando vuoi. Tanto penso di stazionare ed incombere ancora per un po’; almeno per vedere dove andiamo a finire.
    :-)
    Sono agitato intellettualmente. Sempre; non solo ora.

  32. @Antonino Tutolo
    “Seguo il ragionamento, perché lo reputo importante.”
    “Sono agitato intellettualmente. Sempre; non solo ora.”

    Ecco, direi che posso provare a ripartire da qui.
    Devo dirti Antonino che non condivido affatto i tuoi toni da crociata: di qua i buoni della “nuova fotografia italiana”, di là i cattivi difensori della verginità (purezza) fotografica. Non trovo nemmeno intellettualmente stimolante che la tua agitazione ti porti a farti paladino dei buoni. È un film già visto nella storia ed ha sempre avuto un pessimo finale.

    A mio parere, ogni opera va valutata per se stessa non importa come ottenuta. Non penso esistano purezze, come non esistono sconcezze. Non trovo nemmeno che il dibattito debba svolgersi sulla falsariga dell’esistenza o meno di una relazione diretta tra la traccia ottica e ciò da cui deriva. Esiste eccome, anzi è proprio il motivo che spinge milioni di persone a fotografare!

    Tu porti ad esempio Ansel Adams (forse perché ancora non hai approfondito Robert… ;-) ). Bene, Ansel Adams non ha mai nascosto di lavorare sulle tracce che otteneva con la sua fotocamerona considerandole niente di più che spunti di partenza per le immagini finali che voleva. Atteggiamento diverso hanno tenuto altri autori coevi, come Paul Strand per esempio. Non si tratta di quanto si manipola una traccia ottica, ma dell’aderenza che si desidera mantenere con il momento della ripresa. Si tratta non di verità o purezza, ma di “verosimiglianza”. Tutto qui. A mio parere, c’è ancora moltissimo spazio per fotografie verosimiglianti proprio in un periodo storico che spinge le persone a chiudersi nelle loro private visioni. Una fotografia verosimigliante ha una valenza sociale, e quindi politica, ancora intatta. Per questo motivo, in controtendenza con le varie Second Life, gradirei veder crescere una nuova generazione di fotografi attenti a ciò che accade loro intorno e pronti a ricavarne tracce verosimili. Per riequilibrare un mondo ormai medializzato, dove a trasmettere le icone sono pochi e a riceverle passivamente sono troppi.
    Queste mie però, sono solo preferenze individuali e non mi permetto di pensare di farci sopra una battaglia ideologica per convincere qualcun altro a pensarla così. Si facciano pure tutte le fotografie “creative” che si desiderano, libero però io di preferire un esito non meno creativo (e di questo sono ben certo), ma più vicino a ciò che i miei occhi sarebbero in grado di farmi vedere se fossi lì dove la ripresa fotografica è avvenuta.

  33. Domenico Brizio scrive:

    @ Fulvio

    “Si tratta non di verità o purezza, ma di “verosimiglianza””

    Proviamo ad immaginare ‘verosimiglianza’ come rapporto geometrico tra le parti componenti la fotografia-scatto, inalterato dal reale alla traccia ottica qualunque supporto esso sia: parlo di una geometria, di qualcosa che non ammette di essere cambiato senza variazione del significato primitivo… percepito con la cultura del fotografo assommata tutta allo scatto: può essere così spiegato il tuo pensiero?

  34. Domenico Brizio scrive:

    @ Antonino
    “A mio parere il componente di una giuria dovrebbe avere innanzitutto una cultura molto vasta; dovrebbe avere un’ampia conoscenza della storia dell’arte, ed avere la consapevolezza che la fotografia è arte”

    In fondo stai pensando ad una specie di giurato certificato, proprio quello di cui l’arte non ha bisogno (imho).

    @Antonino
    “Soprattutto quest’ultimo punto trova molta resistenza, nell’accettazione, nei vecchi fotografi, che sono legati “all’impronta della realtà”.

    I vecchi fotografi prima o poi se ne andranno… :-) ;
    sembri all’arrembaggio dei santuari della fotografia old fashion! Ma forniamo idee e lasciamo tempo: sono più utili che le cacce iconoclastiche.

  35. @Domenico
    “parlo di una geometria, di qualcosa che non ammette di essere cambiato senza variazione del significato primitivo”

    È una esegesi un filino “geometrica”… Scriverei “relazioni”.
    Relazioni tra le parti dell’immagine che non ammettono di essere cambiate senza variazione del significato”. Così mi ci ritrovo :-)

  36. Domenico Brizio scrive:

    @ Fulvio

    “Relazioni tra le parti dell’immagine che non ammettono di essere cambiate senza variazione del significato”

    Il fatto è che la geometria è praticamente oggettiva e una relazione si colora invariabilmente di soggettivo: d’altronde se vario la geometria della traccia dovrebbe anche cambiare il significato, se la posizione geometrica ha contribuito a generar e l’interesse per cui è scoccata la fotografia…

  37. Antonino Tutolo scrive:

    @Fulvio
    “… i tuoi toni da crociata”
    Cosa vuoi intendere.
    La fine-art di Adams e la camera oscura analogica sono diverse dalla camera chiara digitale? La verosimiglianza di cui parli è l’impronta del reale?
    La foto di Adams (..spunti di partenza per le immagini finali) è condivisibile. Egli rende infinite tonalità di toni di grigio che non esistono nel reale. Sono verosimili? Mi pare di no! Il B/N è un sogno, è l’interpretazione “fantastica” del reale; né più né meno di un viraggio o di un’alterazione completa dei colori. La fotografia non è “solo” il verosimile o l’impronta. Accetto tutta la fotografia. I paladini del B/N e della fotografia del reale immacolato sono altri.
    Ci modi diversi di concepire la fotografia, tutti soggettivi e possibili. Sono altri i paladini che vogliono imporre principi contraddittori. La fotografia del “reale” è stata abbandonata, 100 anni fa. Ho citato il Bauhaus.
    “L’aderenza con la traccia concreta” ha una definizione ben precisa: “documentazione”, “illusione”, “bugia”. Il reale è soggettivo; il verosimile è un punto di arrivo, che si fatica ad ottenere in post con interventi attivi; non con la passività.
    Per cortesia, dimostrami che la foto in B/N è più verosimile di una alterazione digitale o analogica dei colori, che pur conservano l’impronta.
    La foto verosimigliante è politica? Forse il reportage. Ma tutto il resto?
    ““Si facciano pure tutte le fotografie “creative” che si desiderano“. Allora dov’é che ti trovi in contraddizione con me? Non capisco.

  38. Antonino Tutolo scrive:

    @Domenico
    “In fondo stai pensando ad una specie di giurato certificato, proprio quello di cui l’arte non ha bisogno”
    .
    Nel ragionamento ipotetico che facevo, in ogni caso non basterebbe neanche la sola certificazione: occorre anche la sensibilità ed il vissuto che nessun certificato, nessuna scuola o preparazione possono dare. Per questo parlo di soggettività e di impossibilità a valutare oggettivamente l’arte.
    Grandi artisti si nasce. Noi, nel nostro piccolo, godiamo del poco che riusciamo a fare. Si può godere dell’arte senza essere artisti.

    @Domenico
    “sembri all’arrembaggio dei santuari della fotografia old fashion! Ma forniamo idee e lasciamo tempo: sono più utili che le cacce iconoclastiche”.
    Non esageriamo con l’arrembaggio. Ho parlato anch’io di tempo per arrivare ad una fotografia nuova; senza augurare la scomparsa di nessuno (che in ogni caso merita rispetto ed ammirazione per quel che ha dato alla fotografia).

  39. Antonino Tutolo scrive:

    @Domenico
    “Proviamo ad immaginare ‘verosimiglianza’ come rapporto geometrico ..: parlo di una geometria, di qualcosa che non ammette di essere cambiato senza variazione del significato primitivo.
    .
    Allora, per la verosimiglianza, per la verità, prova a fotografare con un obiettivo di 0,5 mm di focale. Aggiungi la profondità che manca sulla carta e ripristina la prospettiva che è stata alterata dalla focale. Poi aggiungi la quarta dimensione del tempo, per comprendere quello che è avvenuto prima e che giustifica l’attimo presente.
    Perché ogni attimo è frutto del passato, di storie e di contrasti che hanno generato modi di vedere e di concepire il giusto, il reale, l’opportuno, il vero.
    Il taglio, la composizione, la prospettiva, modificano il reale.
    Prova a fotografare quello che credi sia “verosimile” e vedrai che tanti altri affermeranno che non è tale.
    Vedi che non ci troviamo mai d’accordo sulle foto pubblicate sul forum!
    C’é un motivo, ti pare?

  40. Domenico Brizio scrive:

    @ Antonino

    “prova a fotografare con un obiettivo di 0,5 mm di focale”

    Non penso di essere masochista per prova. La verosomiglianza non è mica una verità, semmai è una constatazione.

    “Grandi artisti si nasce”. Grandi artisti si diventa dopo essere stati artisti, credo.

  41. @Domenico
    “Il fatto è che la geometria è praticamente oggettiva”

    Sì, ci siamo capiti e stiamo ormai intessendo ghirigori da pattinaggio artistico su una lastra di ghiaccio davvero sottile. Con un ultimo “axel”, ti direi che le relazioni cui mi riferisco sono oggettive in quanto ottiche, cioè osservabili sia a occhio nudo, sia attraverso una lente.

    @Antonino

    Miiii…. comincio a invidiare le vecchiette di Tieghi che hanno abbandonato ‘sto cancello del cimitero da mo’ per dedicarsi ad altre cose, mentre noi sempre qua stiamo! :-D

    Caro Antonino, il concetto di “verosimile” è pragmatico. Se ci pensi, viene utilizzato per impiegare le fotografie in diversi ambiti professionali e sociali. Il perito dell’assicurazione allega delle fotografie ai suoi papiri. Il colonnello che vuole informazioni sul nemico, le cerca in una fotografia aerea. Google Maps se ne va in giro con dei camioncini a fotografare le città e quando guardo quelle fotografie riesco a farmi un’idea abbastanza precisa di un luogo a me ignoto o a “ritrovarlo” se già lo conosco. Niente di idealistico o ideologico quindi. Non c’è da essere d’accordo o no. Sono fatti.

    Ansel Adams, sempre lui accidenti, non aveva intenti di “verosimiglianza” così elevati e per questo trasformava Yosemite Valley in un luogo fotografico solo lontano parente del luogo fisico cui si riferiva la traccia ottica. Ma si può anche tranquillamente fare il contrario e rendere la traccia ottica così fedele, da dare informazioni affidabilissime. Cosa c’entra questo con l’Arte? Con quella “Modernista” niente. Ma ti avverto che il Bauhaus e le Avanguardie Storiche portano ideologie morte e sepolte almeno dagli anni ’60 del Novecento in ambito di arte contemporanea. Tutto questo, sia chiaro, con il tuo tanto detestato “attimalismo impressionista” non ci azzecca nulla. Anche per rendere un’immagine “verosimile” si lavora creativamente in ripresa e in post. A questo proposito ti riporto una frase illuminante di Walker Evans:

    Documentary? That’s a very sophisticated and misleading word. And not really clear….The term should be documentary style. An example of a literal document would be a police photograph of a murder scene. You see, a document has a use, whereas art is really useless. Therefore art is never a document, though it certainly can adopt that style.
    (Walker Evans, 1971)

  42. @Domenico
    ““Grandi artisti si nasce”. Grandi artisti si diventa dopo essere stati artisti, credo.”

    Però artisti si nasce e io lo nacqui, modestamente! :-D
    http://www.youtube.com/watch?v=OuNI7mu4RP0

  43. Antonino Tutolo scrive:

    @Fulvio
    “Niente di idealistico o ideologico quindi. Non c’è da essere d’accordo o no. Sono fatti.”
    .
    Sinceramente non capisco dove vuoi arrivare. Ora affermi, ora ti contraddici; ora sembra che ragioni come me,subito dopo nomini chi se n’é andato, come fosse un’arma offensiva.
    Scantoni tra frasi in inglese, colonnelli e periti assicurativi, in accostamenti privi di attinenza, senza mai dare riscontro a qualcosa che sia sintonizzato col mio discorso.
    Se rileggi quello che hai scritto ti accorgerai che, per affermare la verosimiglianza, circoscrivi la fotografia a quella dei colonnelli ed ai periti assicurativi. Quindi la “vecchia scuola” della fotografia ha ragione.
    Non mi piace ragionare così. Perdiamo solo tempo.
    Torniamo a parlare solo delle foto, tanto non si arriva da nessuna parte.

  44. Antonino Tutolo scrive:

    @Domenico Brizio
    “Non penso di essere masochista per prova. La verosomiglianza non è mica una verità, semmai è una constatazione”.
    .
    Verosimiglianza significa “simile al vero”.
    Cos’é che è vero?
    Chi ha la percezione del vero?
    Come si fa ad affermare che una cosa è “simile al vero” se non si ha la conoscenza del vero cui dovrebbe essere simile?
    Allora per verosimiglianza si può intendere solo quello che è “comunemente ritenuto” simile al vero. Quindi il verosimile ha grandissima affinità e coincidenza col pregiudizio; che è anch’esso “comunemente ritenuto” vero.
    Ma lo scopo della fotografia è descrivere il vero? Oppure, nel punto di vista moderno, comunicare ben altro?
    I sentimenti, le sensazioni sono vere? Sono misurabili? sono ugualmente percepiti, compresi?
    No.
    Allora la fotografia è solo documentazione.
    Mettiamoci il cuore in pace.
    Amen

  45. Antonino Tutolo scrive:

    Se nella splendida foto che stiamo esaminando tagliamo tutto fuorché la silouette della signora che si staglia sul fondo nero, del verosimile cosa è rimasto?
    La signora.
    Cosa rappresenta ora l’immagine, così tagliata?
    Una che ha il mal di testa, o che parla al cellulare?
    L’immagine ha ancora l’impronta del soggetto, è verosimile, ma non ha più lo stesso significato.
    E’ ancora vera?
    Vero cosa? Il significato o l’impronta?
    Ma è l’impronta di una persona o di una strega (chiedo scusa alla signora ritratta), di un cartone animato, di un disegno a carboncino, di un’illusione ottica, di una deformazione prospettica illusoria, …
    Questa è la maniera di dar credito alle illusioni percettive dell’aura, non ai concetti, alla comunicazione che quest’ultima può suggerire all’intelligenza e quindi all’arte.
    E’ il modo feticista per mantenere la fotografia ancora sull’impronta, per altri 2000 anni.

  46. Antonino Tutolo scrive:

    @Fulvio
    A proposito di Evans, egli si riteneva un artista; e Alfred Stieglitz considerava il lavoro di Stiegletz troppo ”artistico ”esteriore” e lontano dalla realtà sociale.

    A parte questo, la fotografia coincide con Stieglitz, Evans?
    Tutti gli altri non sono fotografi?
    La fotografia sarà sempre la documentazione? Non ha alcuna possibilità di modificazione futura (ci sono milioni di fotografi che la pensano diversamente)?
    L’esempio si porta per precisare il discorso, non per restringere il generale nella singolarità. Non ha costrutto, né logica.

  47. Domenico Brizio scrive:

    @ Antonino
    ‘Verosimiglianza significa “simile al vero”’.

    Infatti constato che è simile al vero, non il vero. Forse vuol dire che non si sovrappone, forse. Cosi sia.

Leave a Reply