Moneti Andrea – Firenze – L’urlo

Una parafrasi della celebre opera di Munch …


246 Moneti Andrea l'urlo

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Comments (31)

 

  1. Domenico Brizio scrive:

    Si potrebbe commentare l’operazione di imitazione, se riuscita o meno, se simpatica o antipatica, ma commentare la fotografia è influenzato dal retaggio della pittura. Preferisco di gran lunga l’originale pittorico che mi fa definire questo uno scimmiottamento più che una parafasi. L’intenzionalità dell’imitazione e non la ‘coincidenza’ sorprendente in fotografia a volte mi disturba… Mi scuso con l’autore.

  2. Una foto sottoesposta e mossa con uno sfondo rossastro e blu, nella quale si indovina appena una figura che accenna forse ad avere il capo tra le mani.
    Pensare che tutto questo sia una “parafrasi” dell’Urlo di Munch mi pare un tantinello ambizioso…
    Di quell’opera qui si tiene solo un pezzettino davvero minuscolo della buccia e si butta via tutta intera la succosissima polpa.
    È pur vero che chi si accontenta…

  3. Mauro Marchetti scrive:

    Probabilmente siamo di fronte al solito “problema del titolo”.
    Non credo che senza titolo questa immagine possa essere qualificata in maniera diametralmente opposta, ma l’assenza di paragone avrebbe invitato l’osservatore a compiacersi per qualche istante in questo gioco fotografico.
    Mauro

  4. Antonino Tutolo scrive:

    Imitare un’idea pittorica a mio avviso non è un problema.
    L’importante è il risultato.
    Altrimenti dovremo censurare tutte le immagine che si ripetono monotonamente nella fotografia: l’uomo sulla panchina, il tramonto col trabucco, i chiavistelli delle porte antiche, le finestre, i muri colorati, le sdraio, ecc.
    Questa immagine possiamo anche pensarla come una ricerca, uno studio po0sitivo, che domani potrà raggiungere un livello migliore.
    Mi dispiace solo che il soggetto sia molto scuro e poco definito.
    Dal punto di vista tecnico, mentre Munch utilizza la stilizzazione, Andrea ha usato lo sfocato.

  5. Antonino Tutolo scrive:

    Preciso, “poco definito” non per la scocatura, ma per scarsa la illuminazione.

  6. franca catellani scrive:

    Anzi leggendo il titolo direi che L’urlo c’è e tutto anche se poi noi non lo paragoniamo al Munch in questione ,ma leggiamo lo scatto come volontà dell’autore. La funzione comunicativa è molto espressiva , simboleggia l’angoscia , lo smarrimento che molti giovani oggi provano ,anche se fosse una recita teatrale direi che l’attrice esprime bene , la paura ,il volto appena percettibile dal buio nero , la bocca spalancata , le mani tese , gli occhi spalancati , i colori dei rossi e neri violenti la composizione è tesa a rappresentare il sentimento di paura . Senz’altro meglio del solito vecchietto sulla panchina o della bicicletta attaccata al muro o del manifesto staccato
    Il Munch ha detto del suo quadro ::::::::::
    « Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad un recinto. Sul fiordo neroazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura. »

  7. Maurizio Tieghi scrive:

    dopo il silenzio l’urlo (muto).
    Munch ha dipinto più versioni del suo celeberrimo quadro, non stona pertanto un’ulteriore variazione sul tema, essendo una riproduzione meccanica di un’idea non può avere pretese artistiche, quindi non potrà mai rappresentare la paura, tanto meno l’angoscia di un’intera generazione.
    Ogni nuova generazione vista sotto la lente d’ingrandimento del già vissuto finisce per assomigliare a quegli stereotipi, la fotografia non mostra mai il futuro ma quello che è già stato, l’urlo non si sente anche se si alza al massimo il volume.
    Fotografia da considerarsi a mio parere un esercizio di stile ben riuscito.

  8. franca catellani scrive:

    per curiosità <Andrea Moneti se scrivo questo numero ti dice qualcosa ……..1527? sei tu l'autore ? se si complimenti

  9. Antonino Tutolo scrive:

    @Franca
    “Anzi leggendo il titolo direi che L’urlo c’è e tutto anche se poi noi non lo paragoniamo al Munch in questione ,ma leggiamo lo scatto come volontà dell’autore.”

    Condivido pienamente.
    L’immagine di Andrea non è la solita idea scontata, il solito tema ripetuto.
    Il fatto stesso di aver percepito quell’angoscia ed aver sentito il bisogno di riprodurla diversamente, con il suo mezzo espressivo (la fotografia), testimonia che si è sintetizzato su quella lunghezza d’onda. E è una affatto molto frequentata.
    Già il rapporto con la pittura e non con i soliti giornali testimonia una ricerca di esempi e significati che può risultare solo positiva per la sua crescita.

    Reinterpretare un’idea, con uno mezzo diverso, con uno stile diverso, non significa copiare.
    Tanti maestri hanno dipinto gli stessi santi, le stesse madonne, la deposizione, la presentazione al tempio, ecc.. Ma non per questo affermiamo che essi hanno copiato meccanicamente gli altri.
    Ognuno di essi ha introdotto qualcosa di particolare, di personale.
    Copiare meccanicamente significa riprodurre senza pensiero critico, senza innovazione, senza utilizzare specifiche e peculiari e singolari capacità tecniche ed espressive.
    Quelli da criticare, invece, ripropongono (questi si meccanicamente) la solita composizione, il solito B/N, la solita interpretazione acritica e inconsapevole, ripetuta e visibile in tutte le riviste di fotografia, in tutte le mostre, in tutti i concorsi.
    L’idea di Andrea, invece, io la valuto molto positivamente.

  10. Antonino Tutolo scrive:

    Ho fatto un errore.
    “Il fatto stesso di aver percepito quell’angoscia ed aver sentito il bisogno di riprodurla diversamente, con il proprio mezzo espressivo (la fotografia), testimonia che l’autore si è sintonizzato su “quella” lunghezza d’onda. Ed è una lunghezza d’onda, è un tema, che sono poco noti e frequentati; quindi testimoniano una ricerca, uno studio, da parte dell’autore”.

  11. Fabrizio Pizzolorusso scrive:

    Tutti in fine avete parte di ragione nel giudicare questa immagine, ma io darei come definizione quella di Marchetti e cioe’ al fine e’ un “gioco fotografico” che il senso dell’urlo ce l’ha, che puo’ in maniera molto limitata arrivare a pensare all’opera di Munch anche, etc…
    Da qui partirei nel fare una riflessione che da quando indago la fotografia sul web mi attanaglia e cioe’: e’ questa fotografia? mi spiego meglio ricordando e condividendo alcune parole lette da un’articolo di cui non ricordo il nome dell’autore: il gesto in tutte le sue forme ,nel suo indagare porta ,in fotografia, a certi messaggi ormai piu’ che codificati di cui cambia solo il giochetto intorno che puo’ essere un bel mosso,un collage etc….,delle cosidette oggi “street photography” (sul web ormai le categorie sono oltre che triplicate dove poi se vai un po’ ad indagare l’immagine ti accorgi che rientrerebbe in molte di queste, ma questo e’ altro argomento) dove vedi il tipo che passa le strisce pedonali, quello che passa davanti ad un cartellone pubblicitario, la gente ripresa con un mosso che segue diverse direzioni, gente o la persona seduta ad un tavolo (da solo o in compagnia) etc…tutte icone che portano al solito discorsetto di percettivita’ e relazione in base al luogo e alle cose riprese intorno piu’ o meno simili al gesto compiuto, o al riflesso etc….insomma si scatta un momento pensando alla verginita’ di quell’attimo che abbiamo colto come attimo unico ,inrripetibile.Questo si’ poiche visivamente l’immagine ha elementi e momenti e luoghi differenti, forse simili, ma mai uguali, ma l’essenza e’ sempre quella, illudendoci di aver colto qualcosa che percettivamente e’ nuovo, e’ originale, emulando pur inconsciamente qaualcosa di gia’ visto , ma avendolo realizzato automaticamente ci si crede alla sua “verginita’”.Al fine chi fotografa mette in “ordine” una parte di quella realta’ “disordinata”che ha davanti, e questo processo di “ordine” porta al bello cioe’ rendere l’immagine piacevole nel suo ordine visivo, ma la sua profondita’, il suo perche’ di quell’ordine?Di conseguenza fotografare in questo modo portera’ sempre ad avere persone che riconosceranno quel gesto, quel momento come una precisa “icona” in una miriade di foto simili di cui la grande marea di immagini che oggi vediamo e produciamo ci portano ad un sempre maggiore appiattimento e soprattutto assuefazione.
    Secondo me bisogna rivedere il concetto di fotografia e soprattutto la sua alfabetizzzazione.
    Scusate se da questa immagine ho voluto trasmettere una mia riflessione che porto avanti da un po’…..
    Fabrizio P.

  12. Andrea Moneti scrive:

    @franca
    L’autore del romanzo è solamente mio omonimo (ahime’)

    Ringrazio tutti dei commenti alla mia immagine, so che il confronto “indiretto” tramite un blog può a volte portare a qualche incomprensione … ma sono certo di poter ricavare da ciascuno dei vostri commenti un punto di vista che potrà aiutarmi a migliorare la capacità di suscitare emozioni con le mie fotografie.
    In definitiva era il sentimento di disperazione che volevo esprimere con questa immagine … che probabilmente riesce a risuonare empaticamente con chi conosce il dolore e la disperazione che nascono senza una apparente ragione .. come nella inimitabile opera originaria.
    Mi rendo conto come sia difficile trovare la tecnica fotografica migliore da associare alla propria sensibilità per rappresentare questa emozione … questa la mia ricerca!

    Un saluto e buona luce,
    Andea M.

  13. Antonino Tutolo scrive:

    @Fabrizio Pizzolorusso
    Condivido la tua riflessione.
    Esaminando cataloghi di mostre, riviste di fotografia, portfolio, fotografie di concorsi, ecc., notiamo che i temi sono sempre gli stessi e le immagini copiano altre immagini.
    Quel che distingue l’una dall’altra è solo quel processo che tu chiami d’”ordine”, “artistica applicazione della giusta tecnica”.
    Penso che sia normale, tra tanti milioni di fotografi, che molte delle loro immagini si rassomiglino, si autoreplichino anche senza intenzione. E’ una questione culturale e di base.
    Il problema è proprio nella formazione del nuovo fotografo.
    Se gli insegniamo che la fotografia è “questa” e non “un’altra”; non libertà di pensiero svincolato da ogni codificato presupposto teorico e formale, è normale che egli finirà per copiare i Bresson, i Giacomelli, ecc.
    La fotografia si avvale del linguaggio estetico. Se lo codifichiamo oltre misura, imponiamo che esso non si arricchisca di nuove parole, come ogni lingua che si adegua ai tempi.
    Se prendiamo ad esempio l’evoluzione della pittura, altro linguaggio estetico, notiamo come essa sia passata, nel corso dei secoli, dalla figura all’astrazione, da una tecnica di perfezione ad una di invenzione, dalla copia perfetta del soggetto, al linguaggio iconico ed alla rappresentazione astratta di linee e colori.
    Invece la fotografia, a detta di qualcuno, è quasi solo il B/N, la perfetta esposizione, la risoluzione Leica, gli orizzonti perfetti, le giuste (?) e codificate correzioni dei toni.
    Quindi condivido pienamente il tuo concetto:
    “..bisogna rivedere il concetto di fotografia e soprattutto la sua alfabetizzzazione.”
    Un fotografo deve conoscere le leggi fisico-psicologiche della composizione, del colore; egli deve sottoporsi ad una prepararzione artistica che lo avvi sulla strada del gusto e della interpretazione personale, oltre che delle riflessioni tematiche.
    Nei forum e nelle sezioni mi scontro con regole ormai prive di contenuto (hanno due secoli!), uso di tecniche fuori luogo, anche sofisticate; immagini che sono solo applicazione formale di tecniche, ma sono prive di significato e di interpretazione artistica.
    Ma nelle grandi mostre fotografiche, nazionali ed internazionali, talvolta incontro nuovi talenti, nuovi modi espressivi; che purtroppo superficialmente e frettolosamente vengono bollati come “non fotografia” da chi è incatenato a vecchi e ormai scontati stilemi.
    Per fortuna la fotografia seguirà inesorabilmente la sua strada, senza curarsi di pregiudizi e di regole spurie.
    La nostra fotografia, pur nel momento di massima diffusione, è decadente; perché priva di originalità creativa.

  14. @Andrea Moneti
    “In definitiva era il sentimento di disperazione che volevo esprimere con questa immagine …”

    A mio parere, la disperazione con una fotocamera si può esprimere certamente in molti modi, ma quello qui presentato non mi pare efficace. A parte il paragone diretto con un’opera pittorica espressionista, nel titolo e nella didascalia, si tratta proprio di approccio al mezzo. Un pittore può investire la tela con pennellate che, per ipotesi, possono pure sgorgare durante una crisi di pianto o un accesso d’ira. La pittura diventa così “traccia” di uno stato alterato perché tutto rimarrà scomposto e selvaggio. Direi che in quel caso il pittore seguirebbe un approccio “fotografico”. Un fotografo nella stessa disperata situazione può compiere altre bizzarrie, ma la traccia ottica che ne resta deve contenere gli effetti visivi della performance.

    Nella fotografia qui presentata si sente invece l’artificio, la preparazione voluta del gesto, come richiamo diretto ad un esempio iconico già nella mente dell’autore. Questo testimonia l’erudizione, il catalogo delle icone possibili contenuto nella mente, e quindi la lucidità, di chi compie il gesto, non la sua disperazione.

    In fotografia abbiamo esempi interessanti di disperazioni. Penso alla prima Nan Goldin. Alla tragica Francesca Woodman. Lì, l’evidenza disperata nasce dalla procedura seguita nel fotografare, non negli artifici retorici messi in campo per simulare effetti che appartengono ad altri mezzi visivi. Oggi il neopittorialismo di ritorno in veste digitale rimette in pista un vecchio errore: pensare che la fotografia sia pittura con altri mezzi. Può esserlo, certo, ma quando accade arriva sempre seconda e involgarita dalla semplicità dello scimmiottamento. La fotografia invece può essere la traccia ottica di una performance, di un fatto esistenziale. In questo caso è la pittura a rincorrerla e ad arrivare seconda.
    In conclusione, penso che sia più fertile concentrare l’attenzione non sulle icone, ma sui gesti. Non sulle composizioni educate di bei colori e forme, ma sulle restituzioni chimiche o digitali di accadimenti provocati dal vivere dell’autore. Il nostro parente più prossimo dovrebbe essere il “performer” non il pittore.
    Ovviamente IMHO :-)

  15. Antonino Tutolo scrive:

    @Fabrizio Pizzolorusso
    “..illudendoci di aver colto qualcosa che percettivamente e’ nuovo, e’ originale, emulando pur inconsciamente qaualcosa di gia’ visto , ma avendolo realizzato automaticamente ci si crede alla sua “verginita’””

    Nella società della comunicazione visiva, migliaia di immagini penetrano nel nostro subconscio; quindi anche senza la nostra consapevolezza.
    Ritrovandoci, poi, a fotografare personalmente, finiamo col ripetere quei soggetti, quelle composizioni, in modo inconscio.
    Siano esse “street photography” o altro genere, non importa. Il condizionamento inconscio agisce sulla nostra mente. Copiamo senza rendercene conto.
    L’originalità richiede libertà di pensiero, capacità critica, svincolo da schemi e condizionamenti, teorici e formali.
    A mio avviso i problemi sono diversi e si accavallano l’uno all’altro. C’é una fotografia di massa che non parte da solide basi estetiche e concettuali; c’é una pappa già pronta, facile da mettere in tavola, che dà subito risultati soddisfacenti e ci fa sentire subito arrivati; c’é la mancata conoscenza di cos’é la fotografia oltre il nostro limitato orizzonte; c’é il condizionamento dei media, che controlla il nostro pensiero senza che ne siamo consapevoli; c’é la rinuncia alla ricerca, perché faticosa.
    Molti di noi sono fotografi della domenica. Hanno a disposizione mezzi tecnici sofisticati, ma non è altrettanto sofisticata la preparazione teorica.
    Questo blog è già un pianeta a se stante, emancipato. Altrove la fotografia è solo la risoluzione ed il possesso di apparecchi ed obiettivi sofisticati ed alla moda.
    La FIAF mira alla promozione della cultura fotografica.
    Ma, essendo composta dall’associazione di tante unità locali e indipendenti, può solo dare l’indicazione della via.
    Credo che molto si può fare nel rafforzare l’intervento divulgativo che porti la fotografia verso l’arte, l’originalità del pensiero e della sua realizzazione.

    Per questo, tempo addietro, suggerivo di rifiutare nei concorsi quelle opere che imitano, che ripropongono gli stessi stilemi.
    Prefisco l’incompiuto, ma originale.

  16. Fabrizio Pizzolorusso scrive:

    Ringrazio molto Tutolo e Bortolozzo per aver dato un contributo notevole e di grande spessore alla mia riflessione che continua………………………..
    Grazie e a buon rendere!!!!!!!!!!
    Fabrizio P.

  17. C’è solo l’idea dell’Urlo. Per fare un omaggio a… ci voleva un po’ più di impegno

  18. franca catellani scrive:

    mi piace molto anzi moltissimo la parziale analisi di Fulvio e Antonino , anche se in forma sintetica- altrimenti dico sempre per parlare di fotografia non basta una pagina , purtroppo la fotografia vive un periodo culturale dove tutto viene omologato , tutto è massificato e inconsciamente ,o involontariamente ne siamo soggiogati -illudendoci di avere invece una unica icona propria e libera , condivido e ne sono convinta che manca comunque una cultura di base della fotografia che non è quella tecnica fatta di bottoncini ma di estetica. artistica

  19. franca catellani scrive:

    non avevo finito .. estetica e artistica che è la parte piu’ difficile sopratutto per fotoamatori che si dilettano con l’oggetto ,è piu’ facile fare fotografia semplice che fare pittura semplice quindi è sempre una conoscenza individuale che poi viene messa in atto . per fare un es. ai miei figli ho sempre detto l’alfabeto è composto dalla A alla Z- c’è chi si accontenta di arrivare anche solo alla H e sono stata abbondante nell’alfabeto

  20. Antonino Tutolo scrive:

    La semplicità è dunque ripetizione? Oppure è la capacità di rendere semplici concetti nuovi, più sofisticati e complessi?

  21. franca catellani scrive:

    Ma! Antonino santo cielino! non puoi estrapolare solo due parole per rifarne un altro pensiero Dire “semplici concetti nuovi ” se sono nuovi non “sono semplici concetti “, ma non significa che siano concetti riusciti Oddio sto parlando come te Antoninooo ahahahahha Ma non devo certo ripetere che la scuola fotografica è fatta principalmente dai circoli che
    hanno molta influenza sul concetto di fotografia esatta , o sbagliata Mettiti nei panni di un nuovo iscritto che vede proiettare buone foto da alcuni soci piu’ esperti , a meno che non sia un talento (e sono sempre meno perchè il rapporto è diluito fra i tanti )non dico giusto ma è facile cadere inconsciamente nella riproduzione – Oddio dopo questo “arzighigolamento “non so se ho spiegato bene . io sono nella fotografia da 8 anni , non sapevo nemmeno cosa erano i circoli o i fotoamatori le mie foto erano foto della famiglia ,compleanni figlioli e molto poche — e al circolo i miei primi scatti sono passati attraverso esercizi e soggetti rubati per strada , le luci erano quelle che mi capitavano insomma ritengo scatti semplici , poi una volta in possesso della tecnica- attraverso il confronto . attraverso il dialogo ecco che la ricerca si amplifica per qualcuno e per qualcuno non sempre

  22. Antonino Tutolo scrive:

    @Franca
    “è piu’ facile fare fotografia semplice che fare pittura semplice”
    Per fare una pittura semplice basta stendere un fondo rosso e metterci un puntino nero.
    Voilà

    La fotografia non può essere sempre semplice. Replicherebbe le stesse icone, gli stessi concetti, con l’impiego di un linguaggio elementare, popolare, di massa.
    La fotografia amatoriale deve tendere ad un livello sofisticato.
    Nelle foto occorre evitare l’orpello, la presenza di elementi che distraggono. Ma questa è già una regola della fotografia: restringere l’inquadratura all’essenziale.
    Ma occorre anche cercare qualcosa di nuovo che all’inizio risulterà meno semplice da recepire.

    L’inizio di ogni attività è sempre complesso, difficile, persino incomprensibile. Col tempo, con la pratica, con lo studio, i concetti prendono forma, si rivelano, si ampliano; diventano semplici.
    La semplicità è generata dall’uso, dalla conoscenza, dalla confidenza.
    Ma quello che vedo sempre più spesso in giro, nei club, è qualcosa di molto diverso dalla semplicità, anche se risulta comprensibile a molti: è l’uso inconsapevole di icone stantie, di concetti stranoti e stra-frequentati, l’uso inconsapevole di tecniche fini a se stesse.
    Perché l’acqua delle fontane “deve filare” con tempi brevi? Nessuno mi ha dato una risposta logica. Chi ha inventato quella tecnica aveva uno scopo ben preciso ed io lo conosco. Ma tutti gli altri non ne sono consapevoli, L’acqua deve filare e basta! Questo pare semplice, ma è privo di significato.

  23. Antonino Tutolo scrive:

    @Franca
    “Ma! Antonino santo cielino! non puoi estrapolare solo due parole per rifarne un altro pensiero”

    Dai, si dialoga!
    Santo cielino!
    :-)

    Comunque, in parte hai ragione.
    Va di moda l’arzigogolo.
    Una foto non è buona se non è ultra contrastata. Vale poco se non applica una tecnica sofisticata.
    High Key, Bleach Bypass, cross processing, ecc.
    E’ pensare che la cosa più difficile è riottenere la “presunta realtà”!

    Io pratico la fotografia da più di 40 anni. Ne ho viste di tutti i colori in camera oscura e in camera chiara.
    Non mi indigno di nulla. Penso sempre che uno che non ha idee concrete, positive, prima o poi si stancherà a manipolare quello che non ha significato per se stesso.
    Invece i bravi cercano la perfezione, anche sofisticata, dei significati semplici

  24. Fabrizio Pizzolorusso scrive:

    Franca ha inserito un’altro elemento molto significativo per la fotografia oggi, cioe’ il “circolo”.
    Antonio Tutolo in risposta, o nel proseguo, porta avanti questo altro elemento interessante di discussione di cui sono d’accordo da cui estrappolo la frase : “…Ma quello che vedo sempre più spesso in giro, nei club, è qualcosa di molto diverso dalla semplicità, anche se risulta comprensibile a molti: è l’uso inconsapevole di icone stantie, di concetti stranoti e stra-frequentati, l’uso inconsapevole di tecniche fini a se stesse…”
    Ultimamente, con la scusa di portare in giro la mostra che ho realizzato insieme ad un’altro fotoamatore , sulla percezione, vado per circoli della mia zona Monza-Lecco per cercare un dialogo e per capire i circoli come approcciano alla fotografia e farmi un’idea di insieme e su dove sta andando la fotografia..Devo dire per ora che ho trovato molta “ricreazione” e basi ormai lontane da cio’ che la fotografia oggi porta con se’.Per basi intendo solito corso ,solito meccanismo del : ” la foto e’ mia e non si critica”, concorsi interni a cui si assiste ad immagini come ha ben descritto Tutolo, etc… tutto questo inmancanza di una ricerca culturale che porta alla ftografia, all’immagine e quindi alla crescita (intesa non come tecnica) che porta a dare spessore all’immagine, caratteristica oggi sempre piu’ cercata ma senza mezzi a disposizione per circoli ormai “vecchi”.Vecchi anche fisicamente dove il cambio generazionale e’ misero se non nullo, mentre vedo giovani avvicinarsi sempre piu’ a circoli dove si fa cultura da cui cultura dell’immagine ,quindi fotografica..includendo sempre, ma nel mentre, la tecnica diventando quest’ultima non piu’ la prerogativa massima dell’immagine ma una parte di essa.
    Mentre per i “circoli virtuali” dico Aiutoooo : tecnicamente si apprende bene come avere un libro, un manuale, ma poi il resto e cioe’ i perche’ di concetti, di semantica etc… difficilmente vengono presi in considerazioni, spesso rimangono accantonati in un silenzio sconvolgente vedendo la partecipazione spostarsi su immagini di semplice e facile fruizione…questo per la velocizzazione e la poca cultura e per una pioggia di immagini impossibili da “viverle”.La Fiaf dovrebbe prendere in considerazione questo cambiamento pericoloso e dovrebbe forse rivedere certi meccanismi e aiutare chi come circolo educa all’approfondimento dell’immagine e della sua cultura, perche’ qualche circolo qua e la’ sparso per l’Italia c’e’ che porta avanti questo perche’ hanno capito che non ci si puo’ piu’ fossilizzare solo sulla tecnica e la perfezione stilistica.La fotografia con il digitale mette in evidenza sempre piu’ forte un bisogno crescente di creativita’ mentale, non solo tecnica, e di contenuto atraverso l’unica strada che e’ la conoscenza culturale che come dice giustamente Tutolo : ” …Col tempo, con la pratica, con lo studio, i concetti prendono forma, si rivelano, si ampliano; diventano semplici.
    La semplicità è generata dall’uso, dalla conoscenza, dalla confidenza…”
    Io faccio parte di un circolo che da tempo ha cambiato rotta e i risultati sono sorprendenti, stimolanti e di enorme crescita personale, tanto che i giovani cominciano ad entrare e a voler respirare tutto questo, ed io ne sono contento e affascinato da cio’ che vivo ogni volta che ci troviamo, dove lo sviluppo di libri importanti e difficili di autori o filosofi italiani, di temi molto particolari che aiutano a conoscere ad esempio la figure retoriche, dello studio del ritratto fatto tra filosofia, scienza, e arti in genere etc… non puo’ che affascinare e capire di piu’ l’essenza dell’immagine, il suo significato piu’ profondo.
    Per l’autore di questa immagine sara’ un’onore aver contribuito a questo meraviglioso dibattito che mi piace provocare e mettere in atto quando
    porto la mia mostra nei vari circoli.
    Fabrizio P.

  25. Antonino Tutolo scrive:

    Un tempo i molti che non sapevano stampare si appoggiavano ad un fotografo che conosceva il mestiere e sapeva dare opportuni suggerimenti per la ripresa e risolveva i problemi di stampa. Ora questi bravi artigiani stanno scomparendo. I fotoamatori portano le loro immagini in un laboratorio automatico, oppure cercano di autoaddestrarsi davanti ad un monitor, provando a mettere in pratica le tecniche sofisticate suggerite dalle riviste e dai forum del web.
    Ma la fotografia non si impara sui forum e le tecniche sofisticate sono solo un modo per complicarsi l’appendimento.
    Prima di costruire il tetto occorre scavare le fondazioni, e riempirle…
    L’arte della fotografia si avvale di tecniche, ma non è fatta solo di effetti speciali.
    Il contrasto, la giusta esposizione, l’inquadratura, il gusto compositivo ed estetico, la semplicità, l’equilibrio degli elementi, lo stile, l’uso della tecnica più opportuna, ecc., sono elementi essenziali e di base, la cui acquisizione non è cosa di poco conto e richiede molto tempo per essere acquisita e digerita senza guida, senza confronti e senza mirate correzioni.
    Da soli è facile formarsi idee preconcette che condizioneranno il futuro in modo esclusivo. Perché il fotografo non riesce a criticare in modo costruttivo le proprie immagini, almeno all’inizio.

  26. Antonino Tutolo scrive:

    Il libro “Luigi Ghirri – Lezioni di fotografia”, di Maurizio G. De Bonis, edito da Quodlibet, contiene le trascrizioni dei numerosi incontri che Ghirri ebbe con gli allievi dell’Università del Progetto di Reggio Emilia.

    In una di queste lezioni egli affermò:
    “…mi piacerebbe molto che durante questo corso voi riusciste a imparare a fare una buona inquadratura, che significa già qualcosa, e soprattutto a cercare nella realtà le inquadrature che già esistono”.

    Prima di addentrarsi nelle cose complesse è meglio acquisire perfettamente i concetti di base.

    Per Ghirri fotografare è un “atto mentale” che non si esaurisce nella pochezza dello scatto e nella brutale selezione spaziale dell’inquadratura.
    è necessario “attivare lo sguardo e cominciare a scoprire nella realtà cose che prima non si vedevano, anche dando agli oggetti, agli elementi della realtà un altro significato. Attivare un campo di attenzione diverso”.

    Parole rilevanti, queste di Ghirri, che fanno piazza pulita dell’ossessione tutta italiana nei confronti della documentazione e dell’effetto di realismo e che evidenziano in maniera inequivocabile la vera natura dell’atto fotografico.

    Per chi volesse approfondire l’argomento:
    http://www.cultframe.com/2010/07/luigi-ghirri-lezioni-di-fotografia/

  27. Antonino Tutolo scrive:

    Ed è l’ennesimo fotografo di grande livello (forse uno dei più grandi teorici) a mettere in evidenza i problemi della fotografia italiana.

    Nutro una grande perplessità. Possibile che il pensiero dei diversi grandi maestri italiani, da me citati in tanti post, tutti concordi nella stessa osservazione, sia ignorato dalla gran parte dei fotografi italiani, che pure li elogia?
    Forse perché di essi si conoscono solo le immagini; ma non si leggono le loro interviste, i loro trattati.
    Possibile che si accettino e si considerino le loro fotografie e si ignori o si rifiuti la loro filosofia?

  28. Fabrizio Pizzolorusso scrive:

    Molte verita’ hai toccato e di cui sono d’accordo e coinvolto in prima persona, anch’io sbaglio.
    Ti ringrazio moltissimo di aver approfondito una mia riflessione da cui ne ricavo molti altri spunti.
    Sono d’accordo che il fai da te e’ limitativo, che la tecnica si acquisisce con il tempo e con il confronto e per questo sono contento di aver trovato il circolo di cui appartengo anche per il fatto che gli autori non solo di vedono, ma si leggono, imparando anche a leggere, ad acquisire informazioni utili per un miglioramento. Da solo sono certo che avrei sfogliato solo le immagini, ora divoro anche le parole e questo mi apre concetti ,visioni che non coglievo, in parte, nel solo vedere le immagini
    E’ questo che intendo per circolo fotografico ed e’ quello che portero’ avanti nei miei limiti culturali e tecnici.
    Il libro di Ghirri e’appena uscito, se non erro, e avevo in programma di acquistarlo per le vacanze, ora corro a comprarlo.
    Grazie mille
    Fabrizio p.

  29. Nicola scrive:

    Sinceramente non riesco a cogliere l’urlo, vedo il soggetto troppo “controllato” e impostato, la mia attenzione torna subito sullo sfondo arancione dove però ancora una volta non trovo nulla.

  30. Sono daccordo, anche se certe cose pubblicate pongano ulteriori domande…

  31. Antonino Tutolo scrive:

    @Ambrosia Avezzani

    Ambrosia. Che bel nome!

    @
    “anche se certe cose pubblicate pongano ulteriori domande…”

    Poniamocele queste domande e proviamo a dare ad esse una risposta.

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