Mugnai Marco – Montevarchi (AR) – Salti di gioia


248 Marco Mugnai gioia

Il salto di gioia di un gruppo di giovani amici è il protagonista dell’ immagine di Marco Mugnai, che, giovane anch’egli, di questo gruppo fa parte a tutti gli effetti. Lui è quello che nel vagabondare estivo lungo le strade cittadine, ha sempre con sé la macchina fotografica, pronta a catturare emozioni, a raccontare attimi, a stimolare creatività. Questo è ciò che immagino.
Ma questa fotografia fresca e spontanea che racconta nel bianco e nero della silhouette i simboli esteriori della condizione giovanile (le scarpe da ginnastica, il cappello alla moda, i capelli arruffati) mi spinge addirittura ad immaginare i volti sorridenti, gli occhi luminosi, le urla sguaiate di gioia.

Federico Ghelli

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Comments (24)

 

  1. franca catellani scrive:

    una istantanea giocosa gradevole controluce – lspontanea – facendoli saltare i soggetti perdono consistenza e volume sembrano figurine ritagliate , io avrei solo pulito la parte a sinistra alta delle foglie ma guardandolo bene questo scatto anche le antenne loro si sono divertiti a saltare ma anche l’autore si è divertito a riprenderli .la gioia! io gliela leggo in questo scatto

  2. Antonino Tutolo scrive:

    A mio avviso, la gioia non trova chiaro riferimento nell’immagine.
    I 5 personaggi (interessanti per posa e disposizione prospettica) paiono proiettati da una lanterna magica cinese; intenti a recitare un scena mimica allegorica più complessa nei significati ed in apparente disaccordo rispetto alla quotidianità urbana dello sfondo.

    La posa del secondo personaggio da destra (l’unico verticale e più statico) appare enigmatica ed in contrasto con la dinamicità delle altre figure.

  3. Maurizio Tieghi scrive:

    bella fotografia in bianco e nero che esalta la silhouette di cinque ragazzi proiettati in alto da un tappetto elastico, le figure mi rammentano le note musicali su di un pentagramma, chi sa leggerne il significato sente anche la musica scorrendole, la fotografia (anche quella in bianco & nero) non emette suoni. Le parole che le vengono accostate molte volte sembrano stonate.

  4. franca catellani scrive:

    Ecco bravo Maurizio non avevo capito che probabilmente saltano sui tappeti elastici e la tua figurazione con il pentagramma- musicale mi piace moltissimo

  5. leonardo muscas scrive:

    Sono agevolato nella lettura di questa foto perché la conosco. La notizia è pubblica: io l’ho letta proprio ieri sulla rivista IL FOTOGRAFO di questo mese ma si trova anche in rete. Fa parte della serie fotografica che ha vinto il primo premio al concorso “Rosso … Piccante” “Energia Vitale”. Vale la pena di collegarsi al sito e vedere questa e le altre immagini. I miei complimenti al vincitore, ai premiati e agli altri autori selezionati.

  6. Antonino Tutolo scrive:

    Molti affermano (ma non lo condivido) che le fotografie dovrebbero parlare da sole; senza neanche l’aiuto del titolo.
    L’immagine di Marco Mugnai è l’esempio lampante di come il titolo, il commento, la circostanza cui si riferisce l’immagine, lo scopo che ha portato allo scatto, influenzano, in modo decisivo, il significato di un’immagine.
    Commento l’immagine come mi viene presentata: col solo titolo “Salti di gioia”. Poi apprendo che essa, inoltre, fa parte di una serie sul tema “Energia vitale”.
    La chiave di lettura cambia completamente, in un solo istante.
    Allora penso che quando un’immagine appartiene ad un serie, risponde specificamente ad un tema principale ed è accompagnata da commenti e precisazioni su circostante e luoghi, essa non può essere privata di tali ausilii alla lettura; pena la perdita o il cambiamento di significato.

  7. Antonino Tutolo scrive:

    Il titolo allora diviene “Energia vitale” ed il sottotitolo “Salti di gioia”. E tutto cambia.

  8. Antonino Tutolo scrive:

    Allora, mentre tutti gli altri personaggi esprimono dinamicità fisica, il secondo personaggio da destra (l’unico verticale e più statico) sembra schizzare verso l’alto, spinto da un’energia misteriosa, quasi frutto di un raptus mimico. Egli sembra voler catturare l’aria o il mondo, giocando con essi come fossero palle afferrabili e dominabili.
    Ma il traliccio sulla destra stona. E le fronde degli alberi rimaterializzano ogni illusione.

  9. Mauro Marchetti scrive:

    Ogni volta che mi accorgo come il titolo che l’autore da il testo cambia radicalmente la lettura che ne da colui che usufruisce della visione dell’immagine …… mi ritrovo a pensare che ………senza titolo …….fortunatamente…… si è costretti a pensare.

  10. Antonino Tutolo scrive:

    @Mauro Marchetti
    “senza titolo …….fortunatamente…… si è costretti a pensare.”

    Una foto dovrebbe essere il mezzo di comunicazione di un concetto, di un’impressione.

    Pensare di capire da soli, senza aiuto, senza dialogo, può risultare una fatica inutile.
    E’ meglio che chi parla sia chiaro, e chi ascolta impegni la massima attenzione nel capire.
    Sforzarsi a decifrare può risultare inutile.
    Ma l’importante è capirsi.

  11. Mauro Marchetti scrive:

    Io credo che l’autore comunchi tramite la sua opera e che l’osservatore debba usare il cuore e la mente per cercare di comprenderla libero da suggerimenti o influenze testuali.
    Naturalmente il mio è soltanto un parere personale.
    Mauro

  12. Antonino Tutolo scrive:

    @Mauro Marchetti
    “Io credo … che l’osservatore debba usare il cuore e la mente per cercare di comprenderla libero da suggerimenti o influenze testuali.”
    Rispetto l’opinione personale.
    Ma ogni opera ha un titolo. Romanzi, opere liriche, sculture, film, canzonette, poesie.
    Quale regola della fotografia impone la privazione del titolo?
    Una disciplina artistica vuole comunicare. Perché limitare l’artista?
    Ci sono dei convincimenti personali che sono divenuti regole teoriche.
    L’acqua delle fontane, deve “filare”, come la cascata di cotone di un presepe.
    La scarsa sensibilità delle pellicole comportava il mosso. Un artista ha usato creativamente questo difetto per rappresentare un paesaggio idilliaco. Da quel giorno l’acqua deve filare.
    Si parla ideologicamente di “realtà” della fotografia, di documentazione del reale, di impronta, di orma del reale e poi si modifica irrealmente il soggetto?
    L’acqua, nel reale, fila?
    Nei concorsi, una foto con l’acqua che “non fila” quasi sicuramente sarà valutata meno di un altra che “fila” e fonde.
    Se Salgado e tanti altri sentono la necessità di guidare la lettura delle loro immagini con titolo, sottotitolo e presentazione, perché non può farlo qualsiasi altro fotografo meno noto?
    Il sito di Salgado ora è irraggiungibile..
    Ma quest’altro riporta i titoli di ogni sua immagine:
    http://www.landless-voices.org/vieira/archive-04.phtml?ng=e&sc=3&th=55&se=0

  13. Antonino Tutolo scrive:

    E’ da molto tempo che chiedo in giro, ai fotografi:
    “ma la fotografia è arte”?

    Non ho ancora ricevuto una risposta coerente con tutti gli aspetti della fotografia passata e presente.
    Ognuno afferma si o no; ma subito dopo si contraddice nei fatti e nei modi di ragionare su di essa.

  14. franca catellani scrive:

    Antonino mi viene solo una risposta se la fotografia è arte ?.
    NI!!!! forse restando nel mezzo , nel cosidetto”" Limbo “”
    Sebbene il “limbo” sia popolarmente concepito come un “luogo dove vanno le anime , per questo penso che siamo ancora lontani dal capire- anzi leggere l’anima della fotografia …e degli autori -per ora la leggiamo consapevoli della tradizione- della storia -dell’informazione -della tecnologia -e mi sto accorgendo sempre di piu’ di quanto poco so di fotografia -ma giuro io ce la metto tutta -

  15. franca catellani scrive:

    Mi sono dimenticata di fare i miei complimenti a questo ragazzo per le foto presentate al concorso sono andata a vederle mi piacciono tutte e il primo posto è meritato è riuscito a rendere il corpo umano con una leggerezza incredibile la massa perdeva peso , anche il dinamismo rende l’idea dell’energia bravissimo

  16. Antonino Tutolo scrive:

    @Franca Catellani
    Posso segnalarti articoli, testi e link che trattano l’argomento.

    Quello che cambia è l’approccio, la consapevolezza, la concezione stessa della fotografia.

    Ho già segnalato altrove la presentazione di un libro postumo di Luigi Ghirri. Il grande maestro che ha lasciato un’impronta indelebile nella teorizzazione dell’atto fotografico, ma che in Italia è conosciuto solo come fotografo:
    http://www.cultframe.com/2010/07/luigi-ghirri-lezioni-di-fotografia/

    - fotografare è un “atto mentale” che non si esaurisce nella pochezza dello scatto e nella brutale selezione spaziale dell’inquadratura.
    Sostiene l’autore che è necessario “attivare lo sguardo e cominciare a scoprire nella realtà cose che prima non si vedevano, anche dando agli oggetti, agli elementi della realtà un altro significato. Attivare un campo di attenzione diverso”.

    il commentatore esplicita:
    “Parole rilevanti, queste di Ghirri, che fanno piazza pulita dell’ossessione tutta italiana nei confronti della documentazione e dell’effetto di realismo e che evidenziano in maniera inequivocabile la vera natura dell’atto fotografico.”

    Questa è una chiara allusione all’arte!

    Osserva queste immagini:
    http://www.comune.verona.it/scaviscaligeri/Fotografia_Astratta/galleria.htm

    In Italia queste sono considerate piatte manipolazioni artificiali, cervellotici scopiazzamenti della pittura.

    Altrove è diverso.
    Ad esse e ad altro mi riferisco, da tempo, nei miei post.

  17. Antonino Tutolo scrive:

    @Franca Catellani
    In questi giorni mi sto documentando per la mia mostra; per questo sto trovando materiale interessante, come questo link, dove sono nominati artisti insospettabili per questo genere, come Giacomelli, Migliori, Masotti, oltre che il già noto Fontana.

    http://www.fotoantologia.it/mostre_fotografiche/mostra/?id=851

    Nota come le opinioni restrittive che si hanno della fotografia, come documentazione del reale, cadono una a una.
    Gli artisti hanno la necessità di esprimere le loro percezioni. Le regole stantie impediscono al loro telento di esprimersi. Per questo sono sempre alla ricerca di nuove vie, di nuovi mezzi espressivi.
    Ma temo che anche loro siano stati vincolati in qualche modo alle regole “della normalità” del “reale”.
    Un ambiente con orizzonti più aperti all’innovazione avrebbe consentito loro di esprimersi in modo più libero.

  18. Antonino Tutolo scrive:

    Dimenticavo…
    Anche se costoro da molti non sono considerati fotografi, le loro operre sono esposte nelle più grandi gallerie moderne di fotografia.

  19. Domenico Brizio scrive:

    I miei occhi girano e rigirano su questa immagini poi incominciano a vedere l’incastro della cima incurvata di un albero tra due danzanti, un piede con scarpa da ginnastica che poggia su un ramo adeguato per forma sostenitrice, il ragazzo in volo a destra che sembra scavalcare i fili, un altro ragazzo che sembra occupare perfettamente lo spazio tra le figure… e comincio a non pensare ad uno scatto… ma sono un po’ visionario.

  20. Antonino Tutolo scrive:

    @Domenico
    Non ti scandalizzare.
    Queste foto sono molto meno “visionarie” di quelle del Bauhaus tedesco della prima ventina di anni del ’900.
    Non parliamo dei russi e dei cecoslovacchi!

  21. Domenico Brizio scrive:

    @ Antonino
    ‘Queste foto sono molto meno “visionarie”’

    E chi dice che la fotografia in questione è ‘visionaria’?… anche se la/le realtà sottesa/e possono essere molteplici momenti… sono io che sotto il suo influsso lo sono diventato! Forse. Posso?

  22. Antonino Tutolo scrive:

    @Domenico
    “sono io che sotto il suo influsso lo sono diventato! Forse. Posso?”
    Puoi tutto!
    Ma, “… e comincio a non pensare ad uno scatto… “, mi pareva una generica critica alla fotografia moderna, alle elaborazioni digitali. Volevo comprendere la tua affermazione.
    Quest’immagine è una visione; come ogni foto.
    Tutta la fotografia è visionaria; anche se molti scommettono sulla rappresentazione del reale.
    Ma il reale è impossibile da afferrare e stampare sullo spazio bidimensionale e limitato della foto.
    Partendo dal presupposto che la fotografia è una visione soggettiva, non l’impronta del reale, si è già su una strada migliore per essere compresi..
    Perché allora siamo consapevoli che non stamperemo un’impronta del reale, ma piuttosto cercheremo di comunicare, tramite il linguaggio dei simboli, un concetto, una visione soggettiva del reale, come in ogni altra arte visiva.
    Nel caso specifico il fotografo dimostra una lodevole intenzione di comunicare un concetto astratto e complesso come “la gioia”, una sua visione astratta e soggettiva del reale. Ma per far questo deve padroneggiare in modo esauriente il linguaggio dei simboli”.
    Quando manca la consapevolezza che il reale non è codificabile in uno spazio ristretto e limitato a due sole dimensioni, quando non c’è il pieno e consapevole controllo del linguaggio dei simboli, è facile che il messaggio comunicato sia diverso da quello concepito.

  23. Un gioco di ombre cinesi ben condotto da parte dei protagonisti secondo la regia del fotografo.
    Con la spontaneità e la gioia però non trovo che abbia nulla a che fare. Il testo di Ghelli in questo senso è travisante.

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