Ruffolo Alessandra – Verona – Il bambino che non gioca non è un bambino

Mi sento strana. La paura mi sta lentamente abbandonando e portando ad una sorta di consapevolezza.
Io sono qui. Io vedo. E Io non dimenticherò. L’amore vince su tutto. E’ un dato di fatto.
Tratto dal mio diario di viaggio.
Missione Umanitaria, Ecuador agosto 2009


350 Ruffolo Alessandra il bambino che non gioc non è un bambino

Popularity: 1% [?]

Comments (6)

 

  1. Enrico Maddalena scrive:

    Le parole di Alessandra che seguono il titolo, situano l’immagine in un contesto geografico ed umano e all’interno di una esperienza forte dell’autrice.

    Ma il mio compito è analizzare questa foto e quello che essa riesce a comunicare.

    “Il bambino che non gioca non è un bambino” recita il titolo. Come non convenirne?
    Qui invece, e per fortuna, ci sono bambini che giocano.

    I lineamenti resi irriconoscibili dalla posa e dal controluce, anzichè individui particolari (Anna, Antonio, Nocola) fanno sì che rappresentino l’infanzia in generale.

    Ciò che è descritto in dettagli è il pavimento con lo schema del gioco (quello che da noi si chiama “campana” e che solo chi ha una certa età può conoscere e ricordare).
    Il punto focale è il bambino in primo piano bloccato dall’otturatore in una fase del movimento sulla scacchiera e che, assieme all’ombra ed al gruppo dei tre sull’angolo superiore sinistro, dà vita ad una composizione diagonale rafforzata dalle linee prospettiche del disegno sul pavimento e della parete in alto a destra.
    Vi vedo una una buona e piacevole composizione ma a mio avviso da questa sola immagine non sono ricavabili metasignificati.

    Un plauso all’autrice che, a quanto pare, ha partecipato ad una missione umanitaria in Ecuador. Sono esperienze che ti cambiano il modo di vedere la vita.

    Enrico maddalena

  2. Domenico Brizio scrive:

    Vedo un bambino con un cappello da adulto (almeno sono immerso in una cultura che me lo fa ritenere così), nella tensione attenta del gioco e altri bambini che vivono esternamente al protagonista altri giochi, che non sappiamo, di cui non conosciamo la regola o semplicemente stanno assistendo…
    L’esecuzione della fotografia, tra il fotografico ed il grafico, non consente di apprezzare dettagli rivelatori dei visi (sul mio monitor) che aiuterebbero nella decodifica.
    Ciò che posso comprendere è la distanza tra l’enunciato dell’autrice e ciò che vedo.
    C’è da chiedersi: ma l’uomo che non gioca è un uomo?

  3. Maurizio Tieghi scrive:

    Se non ricordo male lo stesso gioco che facevamo noi bambini si chiamava MONDO, bello ritrovarlo ora rinominato da un’altra parte del Mondo, con bambini che “comunque” lo sanno giocare, anche per questo sono bambini. Come lo eravamo noi, come lo sono tutti i bambini.
    La forte luce equatoriale crea sagome indefinite, potrebbe essere una scelta stilistica, oppure un difetto di ripresa, rimane comunque una fotografia interessante ed un bel messaggio di fratellanza.

  4. Marco Furio Perini scrive:

    A Torino lo si chiamava “la settimana”, mezzo secolo fa ci giocavo pure io, anche perchè era un gioco particolarmente gradito dalle femmine, il che mi attirava non poco :-)
    Digressioni a parte, guardando l’immagine sono colpito soprattutto dai cappelli, che contribuiscono a collocare geograficamente e culturalmente la foto in un particolare contesto, centro-sudamericano appunto. Forse anche per un effetto di ripresa ravvicinata che lo ingrandisce, il bambino che gioca sembrerebbe il “capo”, agli altri resta solo la possibilità di guardare, ma non di giocare con lui. Una foto che non mi dispiace, ma che mi piacerebbe osservare inserita in una serie che sviluppasse contesto e concetto. Ciao!

  5. Antonino Tutolo scrive:

    E’ l’immagine di un’ora assolata, quando i bambini giocano nel cortile e le mamme lavano i piatti del pranzo.
    Significativa la disposizione dei bambini: uno compie l’azione principale, il gruppetto che discute in febbrile attesa del proprio turno, l’altro isolato e seduto che si estranea dal gioco.
    A mio avviso c’é in ogni caso una sottoesposizione. Un sole così alto non può lasciare una pavimentazione di un bruno così scuro (nell’ambito dei grigi) e senza riflesso.
    Personalmente, avrei sovraesposto leggermente, anche per evidenziare la luce cocente del mezzo dì che giustifica l’uso dei cappellini.
    La composizione sembra ottima. Avrei alzato impercettibilmente l’inquadratura per mettere in maggiore evidenza, nel primissimo piano prospettico, il bambino che gioca.
    La verticale mi pare leggermente inclinata verso destra.
    E’ un’immagine significativa e ben composta. Forse l’uso di un sapiente B/N avrebbe caricato maggiormente di personalità l’immagine, anche perché i colori presenti nella scena non erano particolarmente significativi.
    Complimenti all’autore.

  6. mi fa un pò anguscia quest’immagine
    specialmente quel bambino(?) abbbassato in primo piano…. mi ricorda moltissimo i due bambini del film la passione di cristo di mel gibson che scherniscono giuda, lentamente si sfigurano in dei bambini vecchi. se avete presente potete capirmi altrimenti correte e vedere il film!
    o no?

Leave a Reply