Caridi Alfredo – Genova – Sei personaggi in cerca d’autore

Inconsciamente un richiamo a Jacovitti

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Comments (22)

 

  1. Roberto Depratti scrive:

    …tante azioni o almeno “Scenette” all’interno della scena generale. Tra le scenette l’unica figura che stona un pochino (più che altro l’occhio va ripetutamente su di lui) è l’uomo all’estrema sx, troppo al margine e con lo sguado rivolto verso l’uscita della scena.
    Saluti.

  2. Antonino Tutolo scrive:

    Un “richiamo inconscio a Jacovitti”?
    Cosa c’entra Jac?

    I “Sei personaggi ..” pirandelliani sono un’opera teatrale molto seria, sofisticata, tragica. In questa immagine invece vedo una scena di vita di “strada-famiglia”. Siamo in “Via della casa”. Tutti i soggetti sono immediati, quotidiani, fuggevoli, significativi, umani, interessanti; come ogni scena di strada. In più c’è il disordine, la complicazione quotidiana della “casa vissuta”.
    Ma nulla si ricollega o richiama la seria sofisticazione culturale dei “Sei personaggi”.
    Nell’immagine ogni gruppo ignora l’altro; ma ciascuno svolge un’azione precisa e naturale che nessun “autore” potrebbe rendere meglio.

    E’ una bella immagine.
    Mi piace la disposizione triangolare dei soggetti, la spontaneità, la quotidianità, la vivacità, il disordine (tecnicamente ordinato) dell’insieme. Ogni dettaglio concorre alla scena: i bidoni, l’immondizia, le sedie, l’uomo che esce agendo verso l’esterno, la colorazione dello sfondo che esalta i soggetti.

    Alle mie immagini, anche se motivato, concentrato e consapevole in fase di ripresa, raramente riesco ad attribuire un titolo, giusto e misurato, che lasci il segno. Un “bel titolo” colpisce, indirizza, condiziona la lettura.

    “Via della casa” renderebbe quello che ho letto in questa immagine. Ma gli altri e soprattutto dall’autore vi leggono la stessa cosa?

  3. Antonino Tutolo scrive:

    Dimenticavo i complimenti all’autore.
    Alfredo, sei un bravo fotografo!

  4. Antonino Tutolo scrive:

    Una raccolta di immagini di questo tipo oggi può sembrare scontato, ma domani testimonierebbero un modo di vita “disparu”, come le fotografie della vita quotidiana parigina riprese da Robert Doisneau.
    Più osservo questa immagine e più mi vengono in mente altri concetti. Quindi l’immagine vale.

  5. Marco Furio Perini scrive:

    Nella composizione complessiva mi disturba un po’ quell’uomo a sinistra, troppo vicino al bordo (penso che l’autore non l’abbia escluso in post più che altro per non dover tagliare la sedia bianca che ha davanti, ma ovviamente potrei sbagliare clamorosamente sulle intenzioni del fotografo). Per il resto la trovo carina, una street corale dove gli altri cinque personaggi hanno un loro senso narrativo (chi corre, chi amoreggia, chi scrive, chi si rilassa davanti ad un caffè od una bibita), racchiusi in uno spazio delimitato e per questo significativo anch’esso. Riguardo al titolo pirandelliano o all’about inconsciamente jacovittiano, non saprei che dire, preferisco gustarmi l’immagine senza troppi rimandi culturali per me di difficile applicazione. Ciao

  6. Maurizio Tieghi scrive:

    Pirandello oppure Jacovitti? Jacovitti senza ombra di dubbio, se il riferimento deve essere la fotografia prodotto tipicamente nazional popolare. Il fumetto popolare specchio fedelissimo delle tragicomiche gesta italiche, oppure il raffinato teatro tragico dell’assurdo prodotto destinato a pochi? Perché doversi porsi degli interrogativi, improponibili, solo in funzione di una parola poco pertinente messa lì dall’autore, per parlare di un tipo di fotografia che non ha bisogno di detti riferimenti pseudo intellettuali, essendo già copia (fotocopia) di illustri immagini già catalogate negli annuali degli anni passati?
    Dei sei personaggi l’unico che sembra cercare l’autore è quello di sinistra, guarda dalla parte sbagliata oppure è certo che mirando gli altri lati non è possibile trovarlo?

  7. Mauro Marchetti scrive:

    Attribuire un titolo ad un immagine da sempre rappresenta un argomento di discussione senza soluzione.
    Credo però sia evidente come un buon titolo possa dare ulteriore lustro ad un immagine già di per se coerente così come possa mettere in risalto le lacune quando nello scatto vengono a mancare le aspettative generate dal titolo stesso.
    M.

  8. Alfredo Caridi scrive:

    Desidero ringraziare tutti gli intervenuti con i loro graditi commenti.
    Due parole per chiarire qualche dubbio sono d’obbligo. Pirandello e Jacovitti. Certo che mettere in relazione due personaggi così può apparire stonato e incongruente. Pirandello, mi è venuto in mente vedendo i personaggi come attori, ognuno impegnato a fare una parte. Il personaggio di sinistra, non è inserito a forza per non tagliare la sedia, ma è voluto così in quanto è l’unico che pare non avere un ruolo e guarda fuori campo per cercare un suo spazio.

    Jacovitti, chi non ricorda le sue scene, una babele di scenette apparentemente slegate tra loro ma con la caratteristica che lo sguardo scorreva fluido da una scena all’altra.

    Grazie ancora a tutti per l’attenzione e apprezzamento.

    Alfredo

  9. Antonino Tutolo scrive:

    @Maurizio Tieghi
    “Non si tratta di “porsi degli interrogativi, improponibili, solo in funzione di una parola poco pertinente messa lì dall’autore”.

    Ma perché non si può farlo? Capirei se nella mente ci fosse poco spazio, come in un hard disk!
    La fotografia è un fatto culturale. Perché non usare la testa, visto che persiste sul collo!
    So che oggi le parole pensiero e cultura sono parolacce.
    Seguendo le regole, perpetuando i canoni ed il pensiero altrui, di 171 anni fa, conserviamo una fotografia “pura”, incontaminata, immacolata. Che poi essa appaia ripetitiva e di nessuna aderenza al pensiero contemporaneo, è secondario.
    Bragaglia, Ghirri, ecc., in Italia sono più che altro tollerati.
    Da noi la fotografia non è un fatto culturale: è l’applicazione di tecniche per ottenere “l’impronta del reale”.
    Nella patria di Pirandello, delle arti e della cultura (del passato!), la realtà è “oggettiva”; quindi non sottoposta al pensiero e all’interpretazione psicologica e culturale. Ormai un computer riuscirebbe a fare da giudice in un concorso italiano. Basta programmarlo al rispetto dei “comandamenti” e delle “sure” che si “tramandano” in Italia. I giudici “umani”, purtroppo, hanno il difetto di pensare!

  10. Antonino Tutolo scrive:

    @Maurizio
    “..per parlare di un tipo di fotografia che non ha bisogno di detti riferimenti pseudo intellettuali..”

    Pseudo-intellettuale è una parola orrenda: una forma di disprezzo del pensiero altrui.
    Intellettuale è uno che usa l’intelletto per stabilire correlazioni tra le varie conoscenze acquisite.
    Pseudo intellettuale è il giudizio negativo formulato da chi ritiene di sapere e di ragionare di più. Quindi di un intellettuale.
    Il problema sta nel fatto che occorre dimostrare questa supremazia, prima di criticare. Occorre ragionare, dimostrare, motivare quello che si afferma. Altrimenti si corre il rischio di dimostrarsi essi stessi pseudo-intellettuali, o addirittura (evito il termine appropriato, troppo forte) di dimostrare la propria carenza davanti al problema e voler ritrarsi, come la volpe davanti all’uva inaccessibile, con un’affermazione di ripiego, che salva il nostro orgoglio davanti a questa mancata capacità o conoscenza.
    Io lascerei a questo blog la possibilità di essere un luogo di incontro; in cui ciascuno, secondo le sue capacità e possibilità, manifesta il suo pensiero, nel rispetto di tutti. E’ solo l’insieme delle personalità e delle conoscenze individuali a renderlo ricco ed interessante ai fini della promozione di tutti; non i pregiudizi, gli orgogli, le presunzioni personali. Ci si può confrontare con gli altri, non giudicare come un dio.

  11. Antonino Tutolo scrive:

    @Alfredo Carini
    “Jacovitti, chi non ricorda le sue scene, una babele di scenette apparentemente slegate tra loro ma con la caratteristica che lo sguardo scorreva fluido da una scena all’altra”.

    Capisco il tuo pensiero. Ma il paragone con le vignette del grande Jac, mio compaesano d’origine, penso che sia riduttivo per i significati della tua immagine.
    Quelli di Jac sono personaggi umoristici e di fantasia. Nella tua foto c’é la vita reale, ed i personaggi non sono umoristici, ma reali e contemporanei.
    Non buttare giù la tua foto.
    Ancora complimenti

  12. franca catellani scrive:

    mi piace proprio questa immagine sei personaggi dove ognuno di loro agisce senza considerare gli altri – a ognuno un ruolo , un teatro nel teatro di vita quotidiana -
    La composizione triangolare rende statiticità ai personaggi,ho la sensazione di leggere sei fotografie in un unico scatto il mio sguardo si pone -sui vertici del triangolo -ripassandovi tante volte su ognuno di loro ma l’unico punto che cattura di piu’ l’attenzione è l’omino di sx che sta per uscire di scena , ma “pofferbacco” non ce l’ha fatta prima dello scatto ,cosi’ resta nella scena teatrale e ne diviene il protagonista

  13. Antonino Tutolo scrive:

    @Marco Furio Perini
    “Nella composizione complessiva mi disturba un po’ quell’uomo a sinistra,”

    Rispetto la tua opinione e non è mia intenzione criticarla in modo sterile.
    Vorrei provare non a convincerti, ma a esporre un punto di vista diverso, per ragionare insieme.
    In molte fotografie di grandi maestri ho trovato personaggi sospesi tra il dentro e fuori; talvolta perfino ripresi a metà.
    In quel caso si può parlare di errore, di “pecca” presente nell’immagine.
    Ma, in una società, in una cultura, in cui tutto è fuggevolmente in movimento, tutto è provvisorio ed istabile. penso che un personaggio sospeso tra il dentro e fuori può esprimere proprio questo movimento, questo rapporto tra il dentro ed il fuori, la continuità tra il campo ripreso e quello tagliato.
    In un’immagine che rappresenta una scena di strada, e sottinteso che la strada non finisce nell’iinquadratura e neanche la scena.
    Quindi quel personaggio mi pare rappresentare uno dei concetti importanti di questa fotografia: la quotidianità, l’istante che continua altrove, mentre i nostri personaggi recitano la loro esistenza.

  14. Maurizio Tieghi scrive:

    La fotografia è comunque sempre “menzognera” rispetto al “reale”, d’altronde come qualsiasi altro mezzo espressivo, ed è a sua volta fedele soltanto quando raggiunge la poesia, che è sublimazione della verità. Oltre le apparenze, se è vero, come ormai tutti (quasi) crediamo che la fotografia non riproduce bensì media e interpreta “nel modo” del fotografo ciò che esiste , ma che è “presente” innanzitutto nell’immaginario culturale . Italo Zannier da Fantasimilia.

  15. Maurizio Tieghi scrive:

    @Antonino
    Casca proprio a fagiolo una, tra le tante stupende battute del miti Woody Allen:
    “Tu mi dai fastidio perché ti credi tanto un Dio”.
    “Beh, dovrò pur prendere qualcuno a modello a cui ispirarmi, no?”
    con stima

  16. Marco Furio Perini scrive:

    @ Antonino: anch’io rispetto la tua opinione (così come quella dell’autore soprattutto dopo che ha ribattuto alla mia ipotesi sul perchè dell’uomo lì a sinistra). La mia perplessità sulla presenza di quell’elemento compositivo è motivata dal fatto che è la sola persona tra tutte a non avere un ruolo ben definito, (mi) sembra lì proprio casualmente, (mi) sembra che sia l’unico a non avere una funzione espressiva al contrario degli altri. C’è, ma se non ci fosse per i miei gusti l’immagine sarebbe compositivamente più efficace perchè più essenziale. Ma, ovviamente non tutti leggiamo un’immagine nello stesso modo, dunque la mia continua ad essere una opinione del tutto personale e naturalmente del tutto opinabile. Ciao!

  17. Marco Furio Perini scrive:

    Devo però anche aggiungere (come già espresso nel mio primo intervento) che il riferimento al titolo pirandelliano non saprei coglierlo per miei limiti, dunque se i personaggi fossero stati soltanto cinque anzichè sei per me la foto avrebbe retto benissimo comunque! :-) )

  18. Alfredo Caridi scrive:

    Con le parole, non sono bravo come voi.
    Nei miei limiti mi esprimo con la fotografia.
    Torno a ringraziare tutti per la bella discussione che è scaturita da questa immagine. Ho postato la foto convinto di aver fatto un buon lavoro, ma la discussione, va oltre le mie aspettative e questo mi fa piacere.
    Leggendo i vostri interventi, pare che il punto cruciale della foto, sia l’uomo di sinistra. Torno a ribadire, che la sua collocazione non è casuale, la sedia, non è mai stato un problema compositivo, potevo eliminarla totalmente.
    Ha ragione Marco dicendo che con cinque personaggi la foto avrebbe retto comunque, ma probabilmente con meno forza. Il personaggio, è voluto per rompere l’equilibrio narrativo o se si preferisce , chiamiamole regole compositive. E qui, devo dare ragione a Antonino.
    In una fotografia di strada, non si può circoscrivere tutto in un rettangolo. Il fotografo può mettere l’accento su un particolare , ma è prerogativa del lettore, con le sue competenze, conoscenze e fantasia, completare l’immagine. Come ha evidenziato Antonino, l’uomo a sinistra è il catalizzatore che allarga i confini della scena dando un senso alla fotografia di strada.

    Un caro saluto a tutti.

    Alfredo

  19. franca catellani scrive:

    Alfredo non l’ha detto solo Antonino ma pure la Franca hahahahahahah una volta che ne azzecco una !!!!!!! ahahahahah;)

  20. Antonino Tutolo scrive:

    Brava e grazie per l’aiuto, Franca.
    :-)
    Ricordavo una foto di Ghirri, significativa in proposito.
    L’autore l’ha scattata nello studio di Giorgio Morandi, a Grizzana, nel 1989.
    E’ una natura morta composta da foglie secche, barattoli, oggetti ridipinti, nastro, scotch e … una sedia la cui spalliera appena si intravvede sulla destra, in basso.

    Dice Ghirri nelle sue “lezioni di fotografia”, a (pag. 46): “Avrei potuto ripulire l’immagine togliendo .. questo pezzo di sedia che può apparire fastidioso. Ho scelto invece di suggerire, conservando questo elemento che può essere definito un piccolo incidente all’interno della rappresentazione, un rapporto con un contesto più vasto”.

    Mi è capitato di trovare questi “incidenti” o “licenze poetiche” in grandi autori. E talvolta l’ho considerata una trascuratezza, non affievolita dalla inderogabile realtà del soggetto disponibile. Un grande maestro dev’essere perfetto.
    Invece, in Ghirri, questo “fastidio” viene impiegato, consapevolmente, come artificio tecnico con uno scopo ben preciso, che meraviglia per l’originalità dell’idea e per la capacità di svincolarsi da regole e condizionamenti, mirando alla sola interpretazione.

  21. Antonino Tutolo scrive:

    E chi osserva quella foto si rende conto che la spalliera della sedia è completamente estranea agli soggetti, ma è ad essi accomunata dal colore, oltre che dal fatto che la sua altezza rompe la monotonia piramidale dei soggetti principali. Inoltre, Ghirri ha spostato leggermente l’inquadratura degli altri soggetti verso sinistra, per far posto alla spalliera.
    Devo dire che è un’immagine che, per cromatismi, per l’andamento sinuoso del profilo complessivo, per l’inquadratura che confina i soggetti in basso e per lo spazio che dona respiro all’insieme, in alto, è veramente molto efficace e pulita.
    In questo, mentre altri sono maestri di grammatica, Ghirri è un sofisticato maestro di sintassi; uno che, potremmo dire, sa “usare i congiuntivi” ed anche il “se” col “condizionale” (che infatti si può usare in alcuni casi).

  22. Antonino Tutolo scrive:

    Sono riuscito a rintracciare l’immagine sul web. Ora potrete vederla.

    http://it.paperblog.com/luigi-ghirri-lezioni-di-fotografia-1-68853/

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