Meloni Massimiliano – Roma – Libertà

…siamo davvero liberi…?

357 Meloni Massimiliano liberta

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Comments (16)

 

  1. Francesca scrive:

    Probabilmente è stata scattata molto più vicina di quello che possa far pensare, e sicuramente in tempi più recenti di quelli a cui la mente ci riporta, ma vedendo la tua foto ho provato i brividi che provai (e che mai ho dimenticato) più di dieci anni fa ad Auschwitz.

  2. Antonino Tutolo scrive:

    Attenendomi al titolo: “Libertà”, l’immagine rappresenta una scena alquanto comune sui confini di molte proprietà private.
    Ricordo quel western in cui Kirk Douglas odiava il filo spinato che iniziava a comparire nella prateria, tolta con la forza agli antichi proprietari indiani, per delimitare le estese proprietà di nuovi padroni, non si sa in nome di quali diritti.
    Quindi il tema è rispettato.

  3. franca catellani scrive:

    Vedo un recinto di fili spinati , per dichiarare il limite di una proprietà terriera , ma la sua rappresentazione in b/n , e penso anche l’idea dell’autore è proprio quella di evocare la storia dei campi di concentramento ,nella nostra memoria rimane un forte simbolo di costrizione ,, di oppressione , di privazione della libertà umana , Dal punto di vista della fotografia oggettivamente la trovo retorica e semplice come scatto . ciao franca

  4. bhe i nostri confini sono spesso mentali .
    Se ci sentiamo chiusi in una gabbia è colpa nostra, di nessun altro.
    titolo furbetto per un immagine comune

  5. Francesca scrive:

    Donatella ha ragione, titolo furbo… ma io che l’ho notato solo dopo aver letto il suo commento, non ne sono rimasta influenzata! Quindi un semplice filo spinato, che si può trovare ovunque, riesce ad evocare molto più di ciò che rappresenta.

  6. Antonino Tutolo scrive:

    Il titolo e l’immagine paiono alludere a una libertà generica. Possiamo anche pensare alla libertà di pensiero, di espressione.
    Non vedo riferimento esplicito ai campi di concentramento.
    Ovviamente, se siamo chiusi in una specifica gabbia, il nostro riferimento corre ad essa.

    @Francesca
    “Quindi un semplice filo spinato, che si può trovare ovunque, riesce ad evocare molto più di ciò che rappresenta”.

    Se pensi che una bandiera allude a tutta una nazione o ad una associazione di nazioni… Una croce o una mezza luna alludono ad una fede che accomuna milioni di persone…
    La fotografia e le arti grafiche o letterarie si esprimono tramite simboli. Il concetto di casa è espresso da 4 lettere… C A S A
    Mi sembra di sentire la voce di ET.

    Il problema, piuttosto, è nella originalità dell’immagine.
    Ma se prendessimo tutte le foto che sono in giro e scartassimo quelle non originali, penso che ne resterebbero ben poche.

    , penso che di originali

  7. Alfredo Caridi scrive:

    Un filo spinato, un’inferriata o un muro, nell’immaginario evoca sempre una sensazione di prigionia. Però, sostanzialmente, sono barriere che dividono. La definizione di prigioniero è data dal più forte verso il più debole, ma si è prigionieri in entrambi i versanti, anche se con modalità diverse.
    La foto, nella sua semplicità, la trovo efficace nel dividere le due parti, un versante al buio e uno alla luce. Un modo simbolico anche questo per dire da che parte si stà.

    Alfredo

  8. Maurizio Tieghi scrive:

    Ciò che accade con una fotografia è che essa è un oggetto finito. Una fotografia è ritagliata, non necessariamente con paio di forbici o da una cornice, ma dalla macchina fotografica stessa. La macchina, in quanto oggetto finito, taglia una porzione di un campo infinitamente più grande. Una volta ritagliata la fotografia, il resto del mondo è eliminato dal taglio. La presenza implicita del resto del mondo e la sua espulsione esplicita sono aspetti tanto fondamentali nella pratica del fotografo quanto ciò che egli mostra esplicitamente.
    S. Cavell, The World Viewed

  9. Antonino Tutolo scrive:

    @Maurizio Tieghi
    “Ciò che accade con una fotografia è che essa è un oggetto finito.”

    Il filosofo Massimo Cacciari ha affermato:
    “La fotografia non è un problema, la fotografia è un enigma, perché il problema ha una soluzione e l’enigma è un problema che non ha soluzione”.

    E Luigi Ghirri:
    La fotografia …”È testimonianza di quello che ho visto ma è anche reinvenzione di quello che ho visto. Sostanzialmente la fotografia non fa altro che rappresentare le percezioni che una persona ha del mondo. (…) La fotografia rappresenta sempre meno un processo di tipo conoscitivo, nel senso tradizionale del termine, o affermativo, che offre delle risposte, ma rimane un linguaggio per porre delle domande sul mondo..”.

    Quindi, se rappresenta percezioni, se le reinventa, se pone delle domande sul mondo, la foto non è un oggetto finito, asettico e statico.

  10. Maurizio Tieghi scrive:

    @ Antonino Tutolo
    Tralasciando le affermazioni della Barba Grande Filosofica per quanto concerne i problemi da risolvere, che poi erano anche quelli dei cittadini di Venezia, questi ora hanno la certezza che erano enigmi irrisolvibili visti i risultati, mi colpisce il tuo colpo di fulmine per Luigi Ghirri. Fotografo per caso e di non eccelsa qualità, così almeno scrivono alcuni critici, diventato ora un tuo riferimento quotidiano.
    Personaggio poliedrico e di grande spessore intellettuale, ma a mio parere figlio di una precisa epoca storica (beat generation) e di un luogo reale e l’immaginario filmico (tra la via Emilia ed il West). Fotografo on the round con il canto di Bob Dylan, sulle orme di J. Kerouac, A. Ginsberg e W. Burroughsc, che invece di percorrere le strade della California in autostop è andato in corriera da Boreto a Gorino, seguendo l’argine del Po, insieme allo scrittore Gianni Celati. Questo profuma molto di provincialismo tipico emiliano. Scattando fotografie anche della “mia” terra, con il medesimo risultato che avevo fatto anch’io senza conoscere le sue, come hanno fatto altri. Semplicemente perché le icone che accomunano una popolazione ad un territorio sono ben riconoscibili da tanti. Per questo non poteva essere un eccezionale fotografo.

  11. Antonino Tutolo scrive:

    @Maurizio Tieghi
    “Fotografo per caso e di non eccelsa qualità, così almeno scrivono alcuni critici, diventato ora un tuo riferimento quotidiano.”

    HCB prima di essere fotografo era pittore, ed altri maestri italiani sono arrivati alla fotografia in tarda età. Potrei farti i nomi.
    In altri post affermavo che Ghirri, in Italia, diversamente che all’estero, è considerato solo per le sue foto, non per le sue teorie che hanno cercato vanamente di innovare la fotografia italiana, portandola a livello di quella internazionale.
    Se per Ghirri i riferimenti culturali personali sono la beat generation, on the road, Bob Dylan, Kerouac, Ginsberg, Burroughsc, ed altri suoi contemporanei (questo parla a suo favore!) mentre fotograficamente tutti i tipi di foto costituivano per lui un alfabeto, da Walker Evans (il suo fotografo preferito), al fantastico Eugène Atget, ad Andrè Kertész, ai personaggi di Nadar, agli innovatori Moholy-Nagy e Muybridge. gli altri grandi maestri italiani (senza fare nomi) sono legati a Cartier Bresson che a sua volta era legato al momento decisivo impressionista (1910 o giù di lì).

  12. Antonino Tutolo scrive:

    Se la fotografia italiana (con grandissime eccezioni) è ostinatamente ferma al B/N e al momento decisivo di HBC, è scontato che un discorso innovativo e di più ampie vedute, come quello di Ghirri, risulti inaccettabile.
    Cito Gianni Celati:
    “A Reggio Emilia, Luigi non insegnava la foto come arte separata dal resto, ma come appartenente a un alfabeto dove si collegano varie abitudini del vedere, e in cui riconosciamo un mondo abitabile”.
    So che per te sono solo parole filosofiche; aria che corre nell’aria…
    Invece per me significano che, recependo il pensiero innovativo di Moholy-Nagy e Muybridge, la fotografia per Ghirri è arte e non pseudo-arte (come ancora viene concepita in Italia), ma soprattutto essa può interagire con le altre discipline, come teorizzato da Moholy-Nagy e Muybridge, divenendo la disciplina moderna che è altrove, che interagisce col cinema, con la pittura, con la pubblicità, con la poesia, con la letteratura, con la musica, ecc.
    Orrore dell’orrore!
    La fotografia dell’orma, del punctum, della Leica che legge anche lo sfocato, dell’impronta vergine ed immacolata, delle regole inderogabili, viene ad essere violentata dal contatto impuro con altre orride e filosofiche discipline!
    E, …addirittura … è elevata a livello di …“arte”!
    Ma scherziamo! E’ uno scandalo!

  13. Antonino Tutolo scrive:

    Non lasciarti ingannare dai pregiudizi ciechi che circolano su di lui; l’invidia è da sempre uno dei freni più potenti nei confronti dello sviluppo dell’umanità.

    Per favore, prima di giudicare, leggi “direttamente” qualcosa su Luigi Ghirri: le sue “Lezioni di fotografia”, la critica internazionale, e questo splendido e significativo articolo su di lui:
    http://www.fotologie.it/Ghirri.html

    Che inizia:
    “Luigi Ghirri (Scandiano 1943 – Roncocesi 1992) è stato uno dei più influenti fotografi europei cui si devono contributi ed iniziative che hanno vivacizzato l’asfittica atmosfera della fotografia italiana dalla metà degli anni ’70 in poi”.

    Se Ghirri è nato nel 1943 e a metà degli anni ’70 (aveva circa 30 anni) già vivacizzava la fotografia italiana, puoi ancora pensare che sia arrivato alla fotografia “tardi”?
    Cosa significa tardi? Gli altri maestri a 30 anni erano già famosi?
    Vedi quante falsità si dicono in giro e come esse si trasmettono come pregiudizio!

  14. Maurizio Tieghi scrive:

    @Antonino Tutolo

    Io lavoro con la memoria. Una memoria collettiva che inevitabilmente ha dei riscontri con la memoria personale. Mi spiego meglio: lavoro su una memoria personale però all’interno di un mondo in cui le informazioni sono di carattere collettivo. Le due cose combaciano, inevitabilmente. Del resto anche Giordano Bruno diceva che pensare è speculare per immagini.
    Per quello che riguarda la fotografia senz’altro è una fase emblematica anche tenendo conto che quel grande aveva concepito addirittura le stanze della memoria, luoghi di penombra che per me, oggi, possono tranquillamente essere paragonati alla camera oscura. All’interno di ogni stanza sono depositate determinate memorie tutte concatenate le une alle altre. <a questo proposito Borges, un autore che amo molto, citava un pittore che volendo dipingere il mondo, dipinse laghi, colline e monti ei boschi, barche e animali morti e uomini. Alla fine della vita, mettendo insieme i quadri e i disegni si accorge che questo immenso collage costruiva il suo volto.
    Quindi è chiaro che la memoria è la consapevolezza di una unità di rappresentazione ma anche una unità di visioni del mondo. Solo quando è terminato un certo lavoro se ne afferra completamente l’immagine. La fotografia per me ha radici in questo concetto. Le fotografie sono tanti segni da mettere insieme per dare un’immagine del mondo. Del mondo e dell’autore.
    Luigi Ghirri maggio 1982
    Nel tuo scritto ha usate anche le parole di Celati, poste nel retro copertina delle Lezioni di Fotografia, senza nominarlo.

  15. Antonino Tutolo scrive:

    Splendide le due frasi contenute nell’articolo che ho proposto:

    Parlando delle ultime immagini di Ghirri, prima della sua morte, Vittorio Savi dice:
    “Qualora si fossero impaginate e rilegate, queste mappe dell’intensità interiore costituirebbero anch’esse un ATLANTE”.

    “mappe dell’intensità interiore” !!!

    Ed ancora:
    “Continua a sorprendere, sfogliando la “monumentale” monografia che la Federico Motta ha dato alle stampe nel 2001 (Luigi Ghirri, a cura di Massimo Mussini) il livello qualitativo della sua produzione e non nascondo una certa difficoltà ad articolare la vasta mole di spunti di riflessione che ogni serie fotografica propone all’osservatore che abbisognerebbe di spazi ed ambiti diversi. Per un fotografo come me, Ghirri continua ad essere una fonte inesauribile di forti esperienze “visuali” e mi piace pensare al suo vasto corpus di immagini e di scritti come una vera e propria “carezza fatta al mondo”.”.

    Sarà arrivato tardi alla fotografia. Ma poi ha recuperato!

  16. Antonino Tutolo scrive:

    @Maurizio
    E’ vero. Ma le ho prese da un sito citato più volte. Non le ho virgolettate per errore e per il vincolo della lunghezza dei post, talvolta tiranno.

    Penso che ora si può comprendere “la complessità e la semplicità, insieme” del mondo di Ghirri.
    Un modo provinciale ed insieme d’arte pura e sofisticata.
    La Sig,ra Ghirri lo definiva Pollcino, per quel suo raccogliere e collezionare qui e là, in attesa di farne un libro, una mostra.

    Cito Paolo Costantini:
    “Ho imparato, come fotografo e come ricercatore, attraverso la lezione di Ghirri, che è necessario: “”nell’unità vivente di parola ed immagine, nel rispecchiamento reciproco di pittura, musica e poesia…uno sguardo nuovo sul mondo (…) evento di un uomo che pieno di stupore e meraviglia ritrova nella fotografia ed attraverso la fotografia la gioia di vedere e far vedere il senso, la necessità, il mistero di ogni figura che appare nel mondo e si riflette, attraverso lo sguardo nelle stanze della nostra memoria, da un manto di stelle accartocciato sino al Davide di Michelangelo in un posacenere di plastica”".

    Questo modo di concepire la fotografia è meraviglioso. La svincola dalla “risoluzione”, dalla ripetitività ottusa di modelli antiquati, dall’orma e dall’impronta del reale.
    La fotografia diviene strumento d’arte senza confini.
    In questa visione, veramente singolare in Italia, c’è la grandezza di Ghirri.

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