Pellicola o digitale: una storia senza combattimento di Carlo Delli

Da un po’ di tempo ad ogni mia conferenza, mostra o proiezione mi viene rivolta la stessa domanda: <<Perché usi ancora la pellicola se poi devi avere dei files digitali per stampare le foto?>>, domanda che pare avere spesso un altro tono: <<Perché ti ostini ad usare la pellicola?>>. Risposta: per molte ragioni, nessuna delle quali decisiva per convincervi.

         Ho preso in prestito nel titolo l’imperdibile libro sulla fotografia di Claudio Marra “Pittura e fotografia nel ’900: una storia senza combattimento”, perché credo che oggi i motivi a favore dell’una o dell’altra modalità di acquisire una fotografia siano così diversi che possono solo sfiorarsi e non affrontarsi. Non si possono paragonare. Ognuno è nettamente superiore all’altro ma su piani diversi, e quindi la scelta dipenderà solo dalla nostra sensibilità e dalla nostra direi “costituzione  mentale e culturale”, ma non c’è dubbio che nella cultura di oggi il digitale ha e avrà una schiacciante superiorità numerica. Quindi con questo mio scritto non voglio davvero convincere nessuno, anzi porterò molte buone ragioni perché voi usiate il digitale e non le pellicole (quelle continuerò a usarle io).

         Dunque… invece di fare un elenco preciso, come mio solito, comincio alla rovescia, con un esempio. Da alcuni anni sto facendo una serie di fotografie per le quali prevedo di usare per sempre la pellicola: sono “I racconti di Majim” (vedi il mio sito www.fotocreature.com). Sono macchie, graffi, segni, disegni o scritture di luce solare su acqua corrente. Nel mirino vedo esattamente il fondo che avrò, prevedo grossomodo quanta parte della foto sarà occupata dalla luce ma solo lontanamente posso intuire quali saranno i segni, i disegni e le eventuali scritture che la velocissima sarabanda di lampi e scintille di sole che si riflette sulla superficie fremente e instabile dell’acqua lascerà sulla pellicola. E anche decidere il diaframma giusto dopo aver impostato il tempo è difficilissimo! Questa è quindi la situazione migliore per usare il digitale! Poter vedere sùbito che cavolo di immagine ho registrato attraverso le lenti sembrerebbe una manna, e da un certo punto di vista lo è: il punto di vista del sapere immediato, della fretta, della comodità, del sapersi aggiustare le cose come ci piace: vedete quanti ottimi motivi? Certo anche chi usa il digitale può avvicinarsi ogni volta al fiume come faccio io, con concentrazione e rispetto, come a chiedere un colloquio e non come andare a fare un interrogatorio. Ma poi le strade si dividono: io non voglio risposte immediate. L’acqua, le rocce, la luce parlano e io le ascolto e le registro senza pretendere la firma immediata di un verbale. Uno o due rotolini poi la ricerca di altri colori di fondo, di altre onde e curve, altri due rotolini e così via. Quando credo di aver esaurito per quel giorno la “carica” che mi permette la concentrazione all’ascolto vengo via ringraziando tutti e tenendo una mano sulle pellicole. Dopo qualche giorno ritiro gli sviluppi; nessuna fretta, apro le scatoline solo quando so di avere un paio d’ore tranquille: una prima occhiata a tutte, molti cestinamenti ma anche i primi sussulti d’emozione, due o tre caricatori che si riempiono, poi in un minuto proiettore e telo montati, il buio e sùbito dopo davanti a me le mie fotografie un metro per settanta, anche quelle verticali, grandi e nitide, e il cuore che batte forte per le più significative!

         Badate che non è solo questione di “romanticismo”. Lo so che oggi con un’ottima digitale le stampe vengono più facilmente che con pellicole scannerizzate, ma è una questione essenziale, “totale”. Gli strumenti influenzano il nostro modo di pensare e quindi anche il nostro modo di fare. I mondi popperiani esistono davvero: qualsiasi cosa noi inventiamo col nostro mondo interiore entra in un altro mondo, non è più “nostra”, diventa una cosa che interagisce con noi in maniera assolutamente indipendente dalle nostre intenzioni iniziali e non possiamo non risentirne – ma attenzione non sto dicendo che si diventa qualcosa di peggiore ma qualcosa di diverso, se peggiore o migliore è un altro discorso -. Prendiamo un altro esempio: ormai, a parte Majim, faccio quasi esclusivamente foto col cavalletto, un robustissimo e quindi pesante e quindi anche scomodo cavalletto che ha girato tutto il mondo con me. Chi ha usato il cavalletto sa bene che questo impone un modo di vedere e di agire diversissimo dal non usarlo, con lui si pensa di più, si guarda per forza, è impossibile “vedere” e basta, soprattutto si riflette tra una foto e l’altra. Io lo uso perché per alcuni miei progetti fotografici ho bisogno della massima profondità di campo possibile con una sensibilità minima; col digitale basta impostare 200 o 400 ASA per avere profondità a gogò con un disturbo dell’immagine ormai trascurabile e il cavalletto non lo usate più. Voi direte: ma si può benissimo usare il cavalletto anche avendo il digitale! Ah sì? Allora rilancio: si può anche usare il digitale e andare al fiume per scattare foto alla luce sulla corrente senza guardare sùbito il risultato facendolo poi a casa con calma. Bene: ditemi quanti continuano a portare per il mondo un cavalletto di sei chili avendo e usando solo un’ottima attrezzatura digitale?! Sì qualcuno ci sarà pure ma quanti rispetto a prima? Ditemi chi, col digitale, appena può non controlla com’è venuta la foto importante! Anch’io ho una fotocamera  digitale e quando posso controllo sempre, mi sentirei un cretino a non controllare! Non c’è niente da fare, sono un uomo vivaddio, non un robot, e il prodotto modifica il mio modo di pensare come il vostro, è inevitabile! E poter guardare sùbito cosa abbiamo “preso” è sul piano pratico un vantaggio grandissimo, irrinunciabile se possibile. In molte occasioni col digitale si può provare, riprovare, riprovare e riprovare ancora, aggiustando la tecnica e le impostazioni in base a quello che sùbito vediamo, e poi possiamo impostare sensibilità altissime e alla fine otteniamo sicuramente immagini altamente improbabili o addirittura impossibili da ottenere in analogico. La pellicola pone limitazioni e le limitazioni sono state sempre insopportabili per la maggior parte degli esseri umani, figuriamoci in questi tempi.

         Secondo punto. Cosa portate a casa col digitale? Lo sapete o lo dovreste sapere bene: numeri, solo numeri. Sì, sono organizzati in stringhe binarie corredate di un diagramma medio etc etc, ma sono numeri! Certo anche con la pellicola per stampare produco poi dei files e quindi dei numeri, e le tecniche di stampa sono poi le stesse, questo è ovvio. Ma a casa voi avete numeri, io ho un supporto con sostanze chimiche e in quella chimica c’è ancora e ci sarà ancora per moltissimi anni, comunque sicuramente finché io sarò vivo, l’energia diretta di quel che ho fotografato. Nelle parti sovraesposte della mia acqua che scrive c’è l’energia fotonica proveniente dal sole! Non importa se questo in pratica non serve a niente, serve alla mia idea, al mio spirito! Io tengo in mano materialmente i fotoni che si sono riflessi sulla criniera che il leone si scuoteva in Africa, ce l’ho veramente qui, nel mio studio, fotoni provenienti da tutto il mondo, e posso guardarli quando voglio, sono ancora lì che girano davvero nella “mia” emulsione dentro gli atomi da loro eccitati e trasformati.

         Se vi sentite ugualmente soddisfatti di avere dei numeri va benissimo, anzi vi invidio, a me dà poca soddisfazione. Ho sempre amato poco i numeri e li ho odiati quando proposti prima da Pitagora e poi da Platone sottoforma di idee: “il mondo reale è solo una copia di oggetti ideali e numeri che sono in un mondo superiore”: stronzate che hanno impedito un migliore sviluppo del pensiero umano per duemila anni! E ora tutte le energie che metto al servizio di uno dei tre scopi della mia vita, quello di creare, dovrebbero servirmi a portare a casa dei numeri! Oibò! I filosofi presocratici che più ammiro sono Democrito ed Epicuro, gli atomisti. Loro hanno detto 2.300 anni fa che i sensi possono avvertire le cose perché dalle cose si staccano materialmente dei corpuscoli che insieme formano l’eidolon, l’immagine o meglio la copia della cosa, che di continuo si stacca da essa e colpisce i nostri sensi. L’eidolon, anzi plurale, gli eidola sappiamo oggi essere formati, per gli occhi e per la macchina fotografica, dai fotoni: il sensore digitale li trasforma in numeri, l’emulsione fotografica li cattura e conserva anche materialmente in sé la loro energia. Platone contro Democrito: voi fate pure i platonici, io trombo per davvero!

         Inciso per i pignoli: se classifichiamo le particelle, i fotoni sono nella classe dei bosoni cioè entità senza massa di spin intero provvisti solo di energia, e so bene che nella  concezione “classica” della fisica non sono materia. Ma vivaddio è oltre un secolo che si è scoperta la fisica quantistica e la teoria generale della relatività: informo chi non lo sapesse ancora che quelle che noi definiamo come energia o come materia sono aspetti diversi della stessa cosa!

         Terzo punto. Nelle mie conferenze racconto a volte la storia di alcune – pochissime purtroppo – mie fotografie pensate intensamente e previsualizzate anni prima di essere state realizzate. Uso soprattutto tre foto di uccelli in volo e inizio mostrando la grande differenza che c’è tra alcune immagini fatte ad 1/20 di secondo l’una dall’altra (cinque scatti al secondo della fotocamera). Spiego che quando si è presentata quell’occasione così tanto attesa e quasi sicuramente irripetibile ho spento  il motore, oppure ho fatto il primo scatto solo nel momento che volevo io senza iniziare in anticipo la raffica. Oltre al motivo tecnico prima mostrato c’è un motivo che ammetto essere sì stavolta forse solo romantico e quindi personale. Io non sento molto “mia” la foto se attraverso l’occhio non ci metto l’anima; cioè se non ho l’esatta memoria di “quel” singolo scatto mi pare quasi di non averlo fatto io. Ci sono popoli e persone che credono che essere fotografati porti via un pezzo di anima… forse è vero se attraverso l’occhio del fotografo quel pezzettino di anima passa dentro la foto. Nel mio ultimo viaggio in Florida sentivo accanto i rumori per me strani di motori che fanno anche venti scatti al secondo; poi si sceglie quello giusto tra i trecento fatti in quei 15 secondi; scusate ma non la sentirei molto mia quella foto, anche se, ripeto è un limite tutto personale. Infatti il rovescio della medaglia è che col digitale portate così facilmente a casa delle immagini straordinarie, specialmente nel caso di animali in movimento, istanti di natura bellissimi ed emozionanti che con la pellicola erano delle rarità da funamboli.

         Quarto punto, forse accessorio. Vi aggancio qui sùbito ad un articolo scritto da me e Mauro Pieroni www.ilfuocoimperfetto.it, – potete trovarlo su www.blog.fotoit.it o sul mio sito www.carlodelli.it nella sezione Idee-Articoli – che parla del “Rapporto tra fotografia realista e digitale”, dove si cerca di capire quali siano i limiti che ha l’elaborazione per non trasformare la nostra opera da fotografia realista a immagine fotografica. Si potrebbero scrivere tre storie della fotografia: A-quella della fotografia vera e propria (realista), dove l’idea e quindi la pratica del fotografo è quella di rappresentare la realtà; B-quella dell’immagine fotografica, dove la fotografia è tappa iniziale e viene elaborata o manipolata (è uguale) per arrivare a  qualcos’altro, e dove questa manipolazione è o evidente o palesemente dichiarata; C-la storia dei falsi fotografici, dove l’autore ha falsificato la fotografia senza dichiararlo, e questo non solo – ma anche – per scopi fraudolenti.

         Ci sono occasioni e intenti dove non necessariamente la foto deve mantenere il suo aggancio e la sua radice con quello che si vedeva nel mirino al momento dello scatto, come per esempio in un concorso a tema libero o in un progetto artistico dove si dice esplicitamente che attraverso l’elaborazione ci si serve della fotografia per dire qualcosa d’altro rispetto al soggetto ripreso. Ci sono altre occasioni dove invece dire la verità (col linguaggio fotografico ovviamente) è d’obbligo, dal semplice ritratto per il passaporto alla fotografia naturalistica fino al campo vastissimo ed oggi sempre più importante del fotogiornalismo, che porta con sé responsabilità enormi. Lo spazio tra taroccare una foto per vincere un concorsino o per rovinare una persona o provocare una rivolta è pieno di mille diverse cattive intenzioni.

         I miei “I racconti di Majim” descritti all’inizio pur apparendo molto strane e dando l’impressione di essere delle elaborazioni sono “vere” fotografie. Però, e qui salta fuori un’altra mia sensazione personale che stavolta so essere comunque condivisa da molti, ho un problema davanti ad una proiezione digitale: ho sempre la sensazione che mi si racconti una bugia anche quando siamo in ambito realista. E più la foto è straordinaria più il diavoletto dentro mi dice: “guarda cosa ti stanno dando a bere!”. Va bene, sarò particolarmente diffidente ma dovete tutti ammettere che chi è bravo nelle elaborazioni può creare qualsiasi immagine. Lo ripeto: chi è bravo nelle elaborazioni può creare qualsiasi immagine e quindi io posso avere qualsiasi dubbio. Questo vale per ogni immagine, anche televisiva, attenzione, questa è la nostra vita! e più è importante che ci venga detta la verità più il nostro dubbio ha un peso.

         Ora non è che le nostre conferenze con proiezione siano poi così importanti, ma la nostra onestà e la nostra dignità sì, per me sono importanti e credo e spero lo siano anche per voi. Allora quando faccio una proiezione a Torino o a  Catania io la faccio con le mie diapositive originali; uso qualche duplicato ma non tanti: sui lati della pellicola del duplicato ci sono, come nelle diapositive ricavate da files, sigle che ora non ricordo neppure mentre sui bordi delle diapositive originali c’è la sigla della mia pellicola con riportato su anche il dato degli ASA, 50 o 100 (non so se si possano ottenere da files delle dia che abbiano sui bordi queste stesse sigle, tutto si può fare ma spero sia impossibile, o costosissimo o che soprattutto vengano delle schifezze). Li sento bene i commenti alle proiezioni digitali quando passano le foto più belle e spesso più premiate su temi che non ammettono l’elaborazione: “Lo sai vero che è taroccata”, “E’ più falsa questa dei soldi del Monòpoli”, “Non esistono in natura colori così saturi”, “Ci deve avere lavorato una settimana per farla così”: ditemi che non è vero! Ripeto quel che ho già detto: questo punto forse può essere poco importante ma per me lo è molto.  

         Altri motivi, forse più spiccioli, in libertà. Cinque. Io quando tornavo da un viaggio fotografico con 1.500-2.000 scatti, in dieci giorni ero in grado di fare la proiezione pressoché definitiva; Mauro, che dedica con passione e grande maestria molto tempo alla fotografia quando tornava da un viaggio con le pellicole  in due o tre settimane ci faceva una bellissima proiezione, adesso che ha il digitale impiega due o tre mesi quando va bene; Riccardo, anche lui bravissimo ma che non ha molto tempo, dopo sei mesi è sempre lì che a suo dire “litiga coi raw” e non è in grado di farci vedere niente.

         Sei. Argomento in via d’esaurimento ma oggi presente. Vedo spesso delle proiezioni in digitale – organizzate non da dilettanti ma da persone che lo fanno di continuo e con mezzi notevoli – che sono qualitativamente non proprio eccellenti, a volte scarse , a volte addirittura scadenti. Quando ho affidato i miei files per una proiezione digitale – preparati da me ma anche da altri certamente più pratici e bravi di me nel prepararli – il risultato è sempre stato lontanissimo dalla qualità di una proiezione di diapositive, dove mi pare, ma non vi fidate di me, ci sia comunque tutta un’altra profondità. Ho detto vedo “spesso”, non ho detto sempre, e infatti raramente ne ho viste di ottime. Sarà solo questione di tempo e l’argomento cadrà… ma cadrà è futuro.            

         Un ultimo punto a proposito dei costi. Qualcuno dice che eliminando il notevole costo di pellicole e sviluppi si risparmia. Altri lo smentiscono: soprattutto inseguimento di mezzi che si evolvono rapidissimamente e poi manutenzione dei computer, costi di un buon proiettore digitale, unità di salvataggio dei files, etc etc farebbero spendere di più. Non so dirlo esattamente ma mi pare più verosimile la seconda.

         Ecco tutte le mie argomentazioni, come ben vedete tutte risibili. Non solo: potrei scrivere il doppio a sfavore delle mie amate pellicole. Accenno solo alla difficoltà  di avere delle corrette e congrue scansioni per ottenere buone stampe nei miei formati attuali di 100×150 cm o più. Proprio per questo nel mio ultimo lavoro del settembre 2010 a Volterra ho fatto la cosa peggiore che non consiglio a nessuno: usando ovviamente sempre il fido cavalletto ho preso le fotografie sia in analogico, per possedere il mio “indice” materiale pieno di vera energia, sia in digitale, per avere già belli e pronti i “numeri” per le stampe in grande formato senza passare dalle scansioni.

         Se poi fate ancora concorsi di fotografia naturalistica il digitale è ancora di più d’obbligo. Non c’è dubbio che gli animali in movimento sono il soggetto che funziona di più e scattare in analogico sarebbe come andare in bicicletta mentre gli altri hanno la moto, e una gara è una gara, vince chi arriva primo, mi pare, non importa del fumo e del rumore. spero solo che non trucchiate il motore. Ho infatti una preghiera e un consiglio finali. Elaborare le fotografie per ottenere immagini è davvero bello, lo dico serio e non ironico avendo realizzato e avendo in corso diversi progetti in cui manipolo le mie foto per avere immagini fotografiche. La preghiera: se manipolate una fotografia fatelo solo per mostrarlo e dichiararlo, non per nasconderlo! Il consiglio: usate il digitale, dà veramente grandissimi vantaggi pratici e migliorerà sensibilmente il corpo delle vostre fotografie… io per le foto che reputo più importanti continuerò ad usare la pellicola, mi accontenterò di cercare di migliorare il loro spirito.

carlo delli

  www.carlodelli.it   www.fotocreature.com

Airone bianco maggiore-Florida

Airone bianco maggiore-Florida

 

Fraticelli, imbeccata - Sardegna

Fraticelli, imbeccata - Sardegna

Gli originali delle foto che precedono sono su pellicola a 100 ASA; sono foto che ho pre-visualizzato per anni e per questo scattate senza usare il motore per prendere ( proprio “prendere”  dal “to take a picture” inglese) quel momento preciso e non altri, come dico nell’articolo al terzo punto.

Alligatore eriflesso di luna-Florida

Alligatore eriflesso di luna-Florida

Originale digitale: esempio di fotografia che con la pellicola non avremmo potuto avere, data la scarsa luce

Giardino20-Versilia

Giardino20-Versilia

 

Giardino12-Versilia

Giardino12-Versilia

 

Vezza40-Versilia

Vezza40-Versilia

Queste ultime tre foto fanno parte de “I Racconti di MAJIM”, e sono citate nella prima parte del testo; sono riflessi di luce solare su acqua corrente e sono assolutamente su pellicola a 50 ASA. Si possono vedere e si può leggere di loro nel mio sito www.fotocreature.com

Popularity: 1% [?]

Comments (26)

 

  1. Panzavolta Fabio scrive:

    Ciao Carlo
    ho letto attentamente il tuo articolo e penso che tu sia veramente un “Grande” della fotografia!
    Fare una foto è per te è l’interazione fra emozione e tecnica di aquisizione(il mezzo che usi)

  2. Antonino Tutolo scrive:

    Carlo, le tue foto sono splendide, ma non condivido il tuo punto di vista sul digitale.

    Dei fotoni hanno colpito i sali d’argento, dei fotoni colpiscono i micropixel. Che gli uni siano disordinati mentre gli altri sono ordinati e trasformati in una stringa di numeri, del soggetto originario resta solo l’illusione di un attimo.
    Parlare di conservazione di fotoni in una diapositiva, dopo un procedimento di sbianca, di riesposizione e anche di colorazione artificiale (il colore varia da marca a marca e da tipo a tipo), ecc., mi sembra esagerato

    Non manca il sogno, nel cinema, perché usa il digitale.
    Ancora complimenti per le splendide foto.

  3. Antonino Tutolo scrive:

    Dimenticavo..
    Con l’analogico è stato girato il film “2001 Odissea nello spazio”, tanto per citarne uno. Ed era tutto inventato

  4.   Aria pura da respirare a pieni polmoni da parte di chi si crogiola e che
    continua ad insistere nel voler portare avanti il suo modo di pensare
    la fotografia attraverso l’analogico!

  5. attilio lauria scrive:

    Carlo, che grande piacere leggerTi, e che ammirazione inducono le Tue riflessioni!
    Credo che sarebbe fuorviante concentrarsi (o limitarsi) all’aspetto ‘romantico’ del Tuo ragionare: quanti di noi, seppure con sfumature e profondità diverse di pensiero, possono dire di non aver provato quelle sensazioni che Tu descrivi, quanti, nel profondo del proprio animo, covano quella sensazione di non sentire veramente proprie delle immagini portate comunque a casa…
    La differenza sta nella fatica e nel coraggio della coerenza. Una lezione umana importante, al di là della questione analogico/digitale.
    Io, ad esempio, sono uno di quelli che hanno ceduto alla comodità…
    Ciao, e grazie!

  6. Domenico Brizio scrive:

    Salve Carlo!
    Possiamo far incontrare i ‘nostri’ “racconti di Majim”? i miei ssono più montani ma la tecnica di realizzaizone è la medesima.
    Mi viene in mente una frase classica, poi ripresa da molti che recita all’incirca: ‘nei libri e nei poeti cerchi te’…
    Si, perchè pratico spesso la tua stessa intuizione…
    Perè credimi (è un fatto di fede) non importa il mezzo della creazione, importa la mente che sta alla fonte.
    La tua è fervida.

  7. Antonino Tutolo scrive:

    @Carlo Delli
    Innanzi tutto complimenti per i servizi fotografici riportati sul tuo sito. Sono immagini splendide.

    Diverso è il ragionamento sul “Rapporto tra fotografia realista e digitale”.
    Ti inviterei a leggere l’intervista di Irene Palladini a Michele Smargiassi, “Del vero è più bella
    la menzogna?
    http://www.griseldaonline.it/percorsi/verita-e-immaginazione/smargiassi.htm
    Oppure a leggere il libro di Michele Smargiassi: “Un’autentica bugia. La fotografia, il vero, il falso”
    http://www.fotoinfo.net/articoli/detail.php?ID=785

    Non esistono tre storie della fotografia, ma una sola. Come non esistono tre tipi di uomini: quelli che dicono il vero, quelli che dicono parzialmente il vero e quelli che dicono solo la bugia; ma uno solo: “quello che dice”.
    Non si è mai fatta una differenza tra scrittori che dicono il vero e scrittori che inventano.
    La letteratura è considerata arte, la fotografia, erroneamente, solo uno strumento tecnico per raccontare la realtà.
    Invece la fotografia può essere arte e quindi anche invenzione, sogno, immaginazione.
    La fotografia della realtà non è legata all’analogico. Perché la realtà è soggettiva e la fotografia riporta solo una parte della realtà, quella contenuta nell’inquadratura, in due delle 4 dimensioni, quella del fotografo: onesto o disonesto, realista o sognatore. Ma la bugia è raccontata sempre, sia dall’analogico che dal digitale.
    @Carlo Delli
    Scegliere il diaframma “giusto”, l’obiettivo giusto, la pellicola giusta, l’inquadratura giusta, la messa a fuoco giusta, sono già scelte che condizionano il risultato; mutano la verità, la realtà che raccontiamo.
    L’onestà è altro discorso. Noi raccontiamo quello che abbiamo percepito. Ed ognuno percepisce qualcosa di diverso. Basta escludere un dettaglio per raccontare il falso.
    Basta accentuare i toni nel B/N analogico (fine-art) per creare un’atmosfera che non è reale.
    Lo sviluppo della pellicola modifica la sensibilità, il contrasto. Le mascherature e le bruciature sotto l’ingranditore modificano i rapporti tonali tra le zone dell’immagine.
    “L’acqua, le rocce, la luce parlano e io le ascolto e le registro”. Ma raccontano quello che è dentro di noi; quello che siamo diversamente dagli altri, univocamente e singolarmente reali.
    Entrano nel nostro subconscio e toccano corde di cui siamo inconsapevoli. E noi agiamo come in un sogno, in un’illusione di bellezza, di estasi immaginifica.
    Il diaframma, l’obiettivo, ecc., li scegliamo per dare corpo a queste illusioni soggettive.
    Io il cavalletto lo uso anche col digitale, quando è necessario. Ed uso solo il manuale (M).
    200 o 400 ASA sono anche analogici.
    Se sapessi cosa ho visto fare, in camera oscura, con l’analogico, non ti meraviglieresti del digitale.
    Il digitale sta solo ripercorrendo le tecniche analogiche in modo più pulito e più veloce.
    Non dobbiamo confondere cose con cose e persone con persone. Il digitale non è la disonestà intellettuale. Quella appartiene all’uomo, anche analogico, di ogni tempo e luogo.
    Bob Capa: “il miliziano”, “la bandiera di Okinawa”, sono falsi storici: in analogico.

    Scusa se continuo a trattare l’argomento. Ma trovo interessante discutere di fotografia con uno bravo come te.
    Nelle tue parole colgo una grande passione, un’esperienza ed una umanità che affascina.

    @
    “sentivo accanto i rumori per me strani di motori che fanno anche venti scatti al secondo;”

    Si possono fare milioni di scatti e ottenere il nulla fotografico.
    La foto perfetta si percepisce, si intuisce, si previene; è frutto di occasioni create, momenti attesi ed anche fortuna cercata.
    Chi scatti migliaia di fotogrammi conta sul mezzo, come suggerito dalla pubblicità degli apparecchi, sul caso; non sulle proprie capacità. Si è insicuri, incerti; incapaci di cogliere il momento più importante, se non a posteriori.
    Ma la fotografia è figlia di pensieri, di ragionamenti, di scelte precise, di esperienze anche negative che fanno crescere e migliorare, del vissuto.
    L’apparecchio diviene parte di noi. La mente osserva e decide. Non servono automatismi informatici, perché tutto si compie nella magia dello scatto, come quando si fa un passo o si apre una mano.
    Ma occorre il dominio assoluto del mezzo, che solo l’esperienza e la pratica consentono, col tempo.
    Lo scatto è magia; è frutto del pensiero, è selezione, scelta, è emanazione della percezione e della volontà.
    Non importa il mezzo; contano solo la capacità, il gusto, l’esperienza.

  8. Carla Pellegrini scrive:

    Digitale VS Pellicola, Pellicola VS Digitale
    Per fortuna ognuno è ancora libero di scegliere,
    quando e se non lo si potrà più fare faremo di necessità virtù.
    (W la pellicola!!!) ;-)
    Carla

  9. Carlo Delli scrive:

    Una risposta ai primi commenti vorrei darla, ma… concentratevi soprattutto sul finale.
    Molto interessanti, davvero, i vostri pareri, ma non ho voluto e non voglio assolutamente far sentire in colpa che usa il digitale, anzi, ho sottolineato che sono due cose diverse e non concorrenti e che il digitale è un meraviglioso mezzo che dà possibilità che la pellicola non dà! Io continuo ad usare l’analogico per le foto secondo me più importanti ma uso già il digitale per altre cose e se avessi tempo avrei già materiale per mettere sul mio sito delle gallerie tutte in analogico. Grazie per avermi detto che il modo di pensare non è solo “romantico”.
    D’altra parte so benissimo cosa si può inventare con l’analogico avendolo visto fare da molti, moltissimi fotografi e avendolo fatto io stesso. Sono vecchio ragazzi!, ho visto e letto tanti libri sulla verità e la falsità in fotografia e non ho mai detto la stupidaggine che con l’analogico non si possa inventare, creare immagini inesistenti nella realtà o mentire. Ho visto fare in analogico manipolazioni che non avevano niente da invidiare alle manipolazioni digitali! Le fotografie sono state manipolate e falsificate il giorno dopo la loro invenzione! Ma incontro purtroppo spesso fotografi che non hanno idea di quale immensa novità ha rappresentato la fotografia “vera” (per dirla alla Adams) per la storia dell’uomo, quale drammatica frattura tra il prima e il dopo per l’arte tutta e il modo stesso di pensare dell’umanità! Se avete letto libri fondamentali quali La camera chiara di Bartes, L’obiettivo ambiguo di Scianna, Fotografia e pittura nel novecento di Marra e tanti altri sull’argomento, e poi non vi interessa o non avete forse capito che una fotografia è la rappresentazione della realtà tramite il linguaggio fotografico, ma la paragonate e mettete sullo stesso piano di immagini manipolate e falsificate rispetto a quello che c’era davvero davanti all’obiettivo, allora per favore mettetevi a parlare di arte, di immagini, di immagini fotografiche, di immagini digitali, di costume o come la volete chiamare, ma smettete di pronunciare la parola “fotografia” che ha un preciso e diverso significato. Che poi la sfumatura tra realtà, fantasia e falsità possa essere a volte sottile e non definita è cosa altrettanto risaputa, ma è un vecchio argomento dei relativisti: “se vi faccio vedere un milione di passaggi tra il bianco e il nero voi due a due non sapreste distinguerli, quindi non c’è differenza tra il bianco e il nero”. Col cavolo! La differenza c’è, eccome! Poi potete gradire l’uno o l’altro o tutti e due, ma non sono la stessa cosa! Possono avere per voi un valore paritario o potete darglielo voi un valore maggiore, all’uno o all’altro, come vi aggrada, ma non sono la stessa cosa! … a meno che per voi nella vita verità, invenzione e bugia siano la stessa cosa e non cose diverse. Se vi è indifferente che qualcuno vi dica la verità o una bugia, se voi indifferentemente dite agli altri la verità o una bugia, allora parliamo un’altra lingua (e non iniziamo a disquisire su cos’è la verità, a realtà etc etc, non finiremmo mai, ma sono un appassionato e modesto cultore della filosofia di Karl Popper e ho convinzioni abbastanza chiare su questi concetti) che conosco bene, essendo oggi sempre più diffusa, ma che non condivido e non apprezzo.
    Per il resto ripeto che sono davvero interessanti tutte le altre vostre osservazioni, l’importante è, come avete ben detto, avere delle buone idee e portarle avanti con i mezzi che ognuno ritiene più opportuni, più vicini alla sua sensibilità e alle sue possibilità. Fotografia e immagine fotografica sono mondi meravigliosi che possono addirittura riempire davvero di significato una vita, come è per me! Creare è una delle tre attività che secondo me può dare significato alla vita umana, e noi possiamo creare sia facendo delle fotografie “vere”, sia con l’analogico che col digitale, sia delle fotografie manipolate e alterate cioè delle “immagini fotografiche”, sia con l’analogico che col digitale. W la pellicola e W il digitale dunque! Ciao!

    PS: per Domenico Brizio o altri che si vogliono mettere in contatto: aiutatemi scrivendomi tramite il mio sito, non so come raggiungervi altrimenti.

  10. Antonino Tutolo scrive:

    @Carlo Delli
    “Rapporto tra fotografia realista e digitale”
    Il problema, Carlo, è che tu passi dalla scienza alla filosofia senza soluzione di continuità.
    Sono un vecchietto anch’io. Ho vissuto e letto anch’io. Conosco la differenza tra filosofia e scienza.
    Sono complementari, ma percorrono binari paralleli.
    La fotografia risente ancora della promozione commerciale di Daguerre: “la rappresentazione fedele del reale”. Ma questo reale, nella fotografia, fisicamente non c’è e non c’è mai stato.
    L’impronta, l’orma del reale sono una concezione romantica, simile a quella percepita da chi visita un palazzo di Napoleone e crede di risentirne i passi, di rivederne la figura.
    Il passaggio nella vita, la morte, lasciano solo la manzoniana “eredità di affetti”; ma nulla di più.
    L’istante è stato ed è fuggito. L’immagine che resta è un’illusione del reale. Ed è un reale soggettivo: ciascuno lo ha vissuto e l’ha percepito in modo diverso.
    E’ già difficile cogliere la realtà nel momento che si vive; figurati rappresentarla con un mezzo chimico o elettronico, con una messa a fuoco, con un’inquadratura, che già discriminano parte della scena. Il taglio è già una personalizzazione del reale.
    Ryszard Kapuscinski, afferma che “Dovere del giornalista deve essere dunque quello di indagare e descrivere il mondo contemporaneo con l’obbligo di sforzarsi a ricercare sempre l’essenza delle cose al di là della superficialità, delle vuote apparenze e questo risulta possibile solo sulla base dell’esperienza diretta, del coinvolgimento personale. “
    Per far questo, per cogliere la realtà delle cose, egli passava dei mesi, in un luogo, per cercare di percepire la realtà degli avvenimenti da raccontare ai suoi lettori.
    Figurati quale realtà si può cogliere dal passaggio di un istante, dall’apparenza di un fotone.
    La fotografia è un’effimera rappresentazione estetica; non è la realtà delle cose.
    Al più si può cogliere e raccontare il pirandelliano “Ciascuno a suo modo”, il “Così è se vi pare”.
    E questo modo di vedere le cose, questi concetti filosofici, appartengono al secolo scorso. La fisica contemporanea già mette in discussione la stessa relatività di Einstein, che pure metteva in crisi la possibilità di percepire il reale.
    Intorno a noi forse c’è un mondo parallelo, che non vediamo e che forse incide sulla nostra esistenza.
    Le lunghezze d’onda fotografiche (il visibile) sono solo alcune delle possibili visioni del reale.

    Esiste dall’800 la fotografia a raggi X, quella all’infrarosso, il fotomontaggio, il viraggio, la fotografia fine art, il B/N, ecc. Alla metà del XIX secolo furono utilizzate la doppia esposizione e il fotomontaggio. L’artista svedese Oscar Rejilander utilizzò trenta negativi diversi nella famosa immagine Le due strade della vita del 1857, mentre il fotografo Gustave Le Gray, per eliminare l’effetto della solarizzazione a cui erano soggette le emulsioni di quel periodo, espose due negativi con tempi diversi, uno per il cielo e uno per il paesaggio, stampandoli poi insieme. Questa tecnica è tuttora utilizzata per estendere la latitudine di posa (HDR digitale).

    László Moholy-Nagy e il Bauhaus tedesco, Fontana, il Futurismo, l’impressionismo fotografico, la fotografia russa, nazista, americana, ceca, giapponese, ecc., hanno proposto, in analogico, altre fotografie: quella dei moderni mezzi di comunicazione, quella sociale e politica (cancellando la personalità caduta in disgrazia), quella astratta, quella creativa.
    Perché le fotografie sono tante e nessuna di esse ha maggiore dignità rispetto alle altre.
    Ma in Italia la fotografia è “sempre e solo” la “rappresentazione del reale”.

    Se partiamo dal presupposto che la fotografia sia un mezzo di comunicazione che si basa, come la pittura, sull’estetica, e non la registrazione del reale oggettivo, facciamo un passo in avanti e doniamo ad essa una dignità di strumento d’arte e di comunicazione che altrimenti le neghiamo.
    Perché anche nell’analogico, fotografare, al più, significa “cercare di riottenere” l’apparenza soggettiva del reale che avevamo percepito al momento dello scatto.
    “Scrivere con la luce” è solo una definizione storica, un nome; non un programma vincolante. Una frase dettata dalla necessità di darle un nome utilizzando il greco, non può vincolare per i secoli lo sviluppo di un mezzo d’arte che ha necessità di evolversi per non morire.
    E’ ovvio che ciascuno può scegliere la “sua” fotografia. Ma senza togliere dignità a tutte le altre e senza pensare che “la sua” sia la vera, unica fotografia”. Perché nel resto del mondo c’è una visione della fotografia diversa da quella statica ed arcaica italiana.
    E questo lo affermano grandi fotografi italiani che posso citarti.

  11. Antonino Tutolo scrive:

    “L’eredità d’affetti” è foscoliana, non manzoniana. Mi scuso per il lapsus.

  12. Raul Allegretti scrive:

    Sono in piena sintonia, su tutto con quello che ha scritto Antonino Tutolo. caro carlo anch’io sono un vecchio (Anzi vecchissimo, tessera n° 26) fotoamatore FIAF però uso con soddisfazione, e sopratutto onestamente il digitale.
    Un abbraccio,- Raul

  13. Massimo Maltomini scrive:

    Sono un neofita (nato da pochi anni dal digitale e mai usato l’analogico) e come tale prendete il commento, ma io la fotografia la vivo come un qualcosa con il quale riuscire a fermare quello che mi piace, quello che mi colpisce, quello che in quel momento mi fa provare qualcosa, di conseguenza la macchina fotografica, sia analogica o digitale, la vedo solo come il mezzo con cui catturare le mie emozioni, ma leggendo questo post mi domando se c’è qualcosa che mi sfugge…

    Complimenti per le meravigliose fotografie…

  14. Caro Carlo,
    il tuo titolo e l’ inizio dell’ articolo non potevano essere + azzeccati. Se si vuole capire la tua non è affatto una polemica ma una costatazione dei fatti. Riconosci all’ uno e all’ altro i propri pregi e non leggo da nessuna parte che chi scatta in digitale è un disonesto!
    Personalmente non rinnego il digitale che uso molto comodamente e proficuamente per lavorarci.
    La fotografia oggi è anche digitale e sarebbe assurdo rinnegarlo.
    Tengo comunque il digitale e l’ analogico ben distinti tra loro. Sono 2 mezzi a mia disposizione che gestisco a mio piacimento.
    Quando cerco “il mio tempo” uso l’ analogico . Per me è una cura … un mio bisogno personale questo farà sorridere qualcuno ma è così. E’ il più potente antidepressivo che conosco.
    Un caro saluto
    Andrea

  15. Tutte le volte che ti leggo mi fai passare un mare di tempo a cercar di capire se sei migliore quando scrivi, quando parli o quando fotografi o..come, direbbe qualcuna, quando posi come modello !?! Ma : sempre CARLO sei !
    Un PERSONAGGIO UNICO !
    Il tuo dissertare tra Pellicola ( perchè tu la chiami Pellicola , come una cara Amica che non merita se ne dimentichi il vero nome ) e Digitale permette alla mia Anima di Amante della Diapositiva di sentirmi sempre più in una “nicchia di eletti” come i Buongustai , i Centellinatori di Vini rari, gli estimatori della Musica con la M maiuscola.
    Da sempre apprezzo la tua capacità “rara” di comprendere che il risultato di una qualsiasi attività Umana non può dipendere solo dal mezzo usato , ma dalle qualità intellettive ( derivate anche da Cultura, Sentimenti, Personalità ) dell’Autore . E se la Fotografia, nonostante ne abbia tutte le qualità, stenta , anzi non riesce a tenere il passo dell’Arte considerata tale, è dovuto solo al fatto che i suoi fautori hanno dato e ancor più danno oggi troppa importanza ai mezzi che sono stati usati. Un abbraccio MIO GRANDE AMICO !
    VIVA L’ARTE FOTOGRAFICA ! BUONA LUCE !
    Rolando Mannucci

  16. Loris Sartini scrive:

    Un attimo di riflessione necessario, un canto dedicato ad un proprio modo di essere nel massimo rispetto delle opinioni personali.
    Complimenti Carlo, per tutto.

  17. Walter Meloni scrive:

    Caro Carlo,
    molta carne al fuoco, forse troppa!
    Quando un fatto diventa complesso, articolato, sofisticato etc. istintivamente cerco la sua semplificazione o la sua scomposizione in elementi più semplici.
    Non so perchè ogni appassionato di fotografia, o presunto tale, prenda in mano il suo apparecchio e scatti ma so perchè la faccio io: ho qualche annetto ed il primo apparecchio l’ho ricevuto in regalo quando avevo 6 anni: faccio foto perchè mi piace, perchè mi spinge all’osservazione, perchè posso rivedere a distanza di tempo cose che mi hanno colpito e che, come tali, non potrò rivedere.
    Potrei continuare ma sintetizzo il tutto dicendo che lo faccio principalmente per intimo appagamento e perciò i commenti che possono conseguire alla visione delle mie immagini sono un fatto secondario, importante ma secondario.
    C’è qualcuno che si sia posto il dilemma se sia meglio il pianoforte o il clavicembalo; o se sia meglio la tempera o l’acquarello?
    Ogni artista ha sempre impiegato gli strumenti che aveva a disposizione in quel momento.
    Perchè non usiamo il banco ottico? Quale strumento fotografico può indurre maggiormente alla riflessione pre-scatto?
    Personalmente conservo ancora diverse fotocamere a pellicola perchè non ho assolutamente nulla contro l’antico modo di fotografare ed ogni tanto mi permetto di usarle.
    Ma qualcuno crede che fra dieci anni i nuovi appassionati (quelli sinceri ovviamente!) di fotografia inizieranno il loro percorso di formazione con lo studio sugli alogenuri d’argento e le carte baritate? credo di no.
    Accettare l’idea che ci sia qualcosa di nuovo non deve significare rassegnazione e proporre un conflitto esistenziale.
    L’onestà (o la disonestà) sta nella persona e non nelle cose.
    Quello che mi sento di dire è che se i circoli fotografici una volta rappresentavano un luogo di crescita oggi lo sono molto meno.
    Per me ognuno può fotografare con il mezzo che crede, dal foro stenopeico alla 6 x 6 digitale, purchè lo faccia con onestà.

  18. Franco M. scrive:

    Caro Carlo, riconosco con piacere quelle foto che ebbi l’occasione di vederti presentare al 3c anni fa, quando cominciavo a orientarmi nella fotografia e tu parlavi della velvia 50 che al tempo mi sembra privilegiassi…
    Le tue argomentazioni mi trovano perfettamente in sintonia, finalmente leggo le parole che non sapevo trovare per rispondere agli amici del club quando mi hanno fatto la stessa domanda…non occorre aggiungere altro, solo che apprezzo molto le tue riflessioni e la tua fermezza nell’utilizzare strumenti e mezzi “difficili” per esprimerti come meglio credi e raggiungere il risultato che senti più vicino alla tua idea di foto…Bravo Carlo non mi sento più tanto solo ora…

  19. Mauro Pieroni scrive:

    Carlo, leggere il tuo pensiero è sempre un’esperienza affascinante, per originalità di temi e profondità di riflessioni. Ho letto poi con attenzione anche i commenti dei frequentatori del blog che però, come al solito, tendono a mettere in atto un conflitto, a posizionarsi su fronti contrapposti, anche quando chi stimola la discussione dichiara chiaramente che conflitto non c’è. E in effetti, anche secondo me, nessun conflitto dovrebbe nascere dalle tue argomentazioni.
    Io credo che chi afferma che in fotografia il reale non può esistere è in errore come lo è chi dichiara l’esatto opposto e che proprio in questo dualismo, in questa profonda ambiguità stia il fascino sconfinato insito nella cattura di immagini attraverso una fotocamera, digitali o analogiche che siano.
    Dunque se sei convinto di catturare la luce vera nei tuoi Racconti di Majim, ben venga. Immagazzina pure i tuoi eidola, veri fotoni catturati chimicamente nel supporto chimico delle tue pellicole. Anche io ho raccolto molti fotoni in un vasto armadio e me li godo quasi ogni giorno con grande soddisfazione ma, in tutta franchezza, io credo che niente di più mentitore, niente di più profondamente falso si manifesti nei tuoi bellissimi e straordinari Racconti di Majim. Dunque i veri fotoni dichiarano il falso mentre sono altrettanto convinto che sia impossibile negare che il volto un po’ invecchiato che appare sulla mia carta d’identità è il mio, veramente e inequivocabilmente il mio.
    Un abbraccio e a presto.

  20. pieropuntoni scrive:

    Carissimo Carlo anch’io debbo complimentarmi per le tue foto straordinarie dalle quali esce qualcosa di profondamente importante.
    L’analogico ha creato grandi protagonisti della Fotografia che con “sacrificio” hanno prodotto manualmente immagini che hanno fatto (e fanno) scuola.
    Il digitale è, per noi “global-tecno” un validissimo incitamento alla creatività. Ci sono molti autori e (evviva!) Autrici che con quell’oggettino tra le mani riescono a produrre immagini davvero sorprendenti.
    Sono sempre stato un accanito inseguitore dell’immagine, qualsiasi immagine, sia quelle del manifesto attaccato sui muri delle città che della “innocua” cartolina pubblicitaria. Cerco sempre di valutare, anche se per pochi secondi, la sua estetica ma, soprattutto, la forza comunicativa diretta alla mente. Da poco più di 2 anni sto insieme :-) ad una Canon con la quale mi trovo non di rado a girare per il “Creato locale”.
    Con la fotocamera provo emozioni ancor prima di scattare (Roberto Mutti – “Se vuoi fotografare bene: non fotografare!” articolo su http://www.corso fotodigitale.it/) e, come hai giustamente citato nel tuo articolo “io mi diverto e basta…” tra me ed il soggetto si crea un rapporto non pensato di Amore.
    E’ ancora emozione quando il codice binario si trasforma in immagine e magicamente appare sul monitor. In questa frazione di tempo cominci nuovamente a pensare, torni più volte a girare intorno a quell’oggetto del desiderio e mentalmente recuperi quell’istante oramai più senza tempo. Con “delicate ed essenziali carezze” (essenzialità=onestà) lo esalti affinchè meglio tu possa intravederci gioia e/o tristezza, non importa, ma anche una perfezione di Creazione.
    Ecco che, allora, secondo il mio parere da inesperto, è importante non sopravvalutare né l’analogico né il digitale
    ma dare risalto a queste forme d’Arte per la potenza creativa che possono sprigionare e, se anche per sentieri differenti, farti arrivare ad un punto finale di magnificienza, quasi trascendente, dove quell’istante rubato diventa un unico attimo incancellabile.

  21. Bell’articolo con alcune sacrosante verità e alcune cose del tutto inutili (ad es. il fatto che i file siano dei numeri… non vedo cosa ci possa importare). Personalmente uso sia il digitale che la pellicola, ma amo più quest’ultima, anche se la inserisco il più delle volte in un processo digitale

  22. Ezio Menzione scrive:

    ANALOGICO O DIGITALE?
    di Ezio Menzione

    Da molto tempo avevo in mente di rispondere al tuo intervento su pellicola vs. digitale che ora trovo su blog.fotoit.it: esattamente da quando me lo passasti, all’inaugurazione della bellissima mostra che facesti allo Studio Gennai di Pisa l’estate scorsa. Mi aveva stimolato alcune riflessioni, ma poi le giornate passano, si corre dietro a mille cose e risulta difficile fermarsi e ripensare a cose e questioni che non sembrano essere così urgenti e fondamentali (soprattutto per chi, come me, non è fotografo e si limita alle foto souvenir).
    Avessi dovuto scrivere queste righe anche solo 4-5 anni fa, avrei espresso un mio incondizionato favore per la pellicola. Ricordo che proprio su questo tema tenni una conversazione (e un bel litigio con alcuni) ad una lezione di Bob Evangelisti, sostenendo che non si doveva derogare: la mente deve concepire la foto prima ancora di scattarla; se kalos deve essere anche agazos, si richieda assoluta onestà: le uniche foto degne del nome non solo sono analogiche, ma sono quelle che vengono stampate con la loro stessa cornicina nera, anzi, meglio, con i buchetti della pellicola, per essere sicuri che nessuno bara. Indicazione di massima (e massimalista) visto che io stesso ero ben consapevole che si può “barare” anche a monte dello scatto (BN o colore, una marca di pellicola invece di un’altra, un filtro giallo per la neve ecc.ecc.), addirittura si può barare anche semplicemente col/nel cervello.
    Oggi la penso diversamente, consapevole, appunto, che, in fin dei conti, si tratta solo di strumenti diversi, di diversi tools. Ma soprattutto che la foto “onesta” non esiste. L’equidistanza (non certo indifferenza) che tu abbracci fin dall’esordio del tuo intervento, quindi, può essere condivisa.

    Ma non si può dire che tutto sia lo stesso. “Non importa il mezzo….”, dicono molti di coloro che sono intervenuti dopo aver letto il tuo brano. Non è così. Il mezzo conta, e come.
    E non solo per i motivi che tu – da splendido fotografo – esamini nel tuo scritto (tempi, costi ecc.ecc.). Fotografare è innanzitutto guardare (attraverso una protesi che fissa lo sguardo) e non si può dire che sia lo stesso guardare attraverso un’analogica o attraverso una digitale. Tu lo sai bene: con l’analogica si “mira” (il cui significato letterale è non solo guardare, ma cogliere un’immagine con precisione, con ammirazione, lasciarsene sedurre e conquistare), con la digitale si “scatta”: si colgono più attimi e poi si sceglie lo scatto (e quindi lo sguardo) che interessa. Come dici tu, la postproduzione ha il sopravvento (scelta, taglio, photoshop e quant’altro).
    Questo nuovo modo di operare ci induce ad uno sguardo diverso. Il fatto stesso che laddove si faceva un solo scatto oggi se ne facciano decine o centinaia muta lo sguardo. Per esempio, in primis, il tempo, l’attimo (o la durata) dello sguardo. Prima era problematico cogliere un dato attimo, oggi sta dentro ai tanti attimi in cui elettronicamente scattiamo.
    Ma non è solo questo: prendiamo il colore. L’analogico era in genere il meno fededegno (colpa delle pellicole, della chimica), ma quei colori saturi, al limite del pornografico che il digitale ci restituisce hanno a che fare con la realtà? Poco. Ed infatti ci si interviene sopra. Però, intanto, ci andiamo assuefacendo anche a quelle saturazioni esplosive.
    Si dirà: nell’analogico si passò dal seppia al bn su cartoncino crema e poi sul bianco e poi si passò al colore e l’occhio, in poco più di un secolo si è assuefatto ad ogni passaggio. E’ vero; come è vero che nell’’800 l’occhio passò dalla pittura alla fotografia (legatissime per molto tempo). Ma i vari passaggi non furono indolori: sono convinto che l’esplosione del cubismo e poi dell’informale fu dovuta anche al fatto che per il realismo, ormai, c’era la fotografia, che funzionava molto meglio (ed era usatissima infatti in medicina, in geografia, nel diritto e in genere laddove si esigeva di ritrarre il più possibile la realtà: anche se poi anche lì la realtà era lontana le mille miglia, basti pensare ai registri criminali).
    Nel ‘900 si è creato dal nulla l’occhio (in questo caso addirittura di più del semplice sguardo) cinematografico e poi quello televisivo (estensione, ma non lineare, di quello cinematografico). E lo sguardo è profondamente mutato. I tempi dello sguardo televisivo, per esempio, sono, almeno oggi (non era così ai tempi dei romanzi sceneggiati della prima TV), radicalmente cambiati e sono essi stessi ad influenzare il cinema. Vi è capitato di recente di rivedere un film (capolavoro) di Antonioni? Il nostro sguardo non riesce più a sopportare i tempi di 50 anni fa, nonostante lo splendore della fotografia.
    Intendo dire, in sintesi, è prima di tutto lo sguardo che cambia, cambiando la protesi (il tipo di camera).
    Qualcuno potrebbe a questo punto convertire la domanda iniziale (meglio analogico o digitale?) in meglio lo sguardo analogico o quello digitale? Si può semplicemente rispondere che vanno tutt’e due bene, sono diversi e diversamente apprezzabili. Ma la risposta mi sembra semplicistica.
    Il dato di realtà è che il digitale è destinato a soppiantare l’analogico, come la biro ha soppiantato la stilografica (e le grafie, infatti, sono mutate), come le verdure cresciute in serra hanno soppiantato quelle dell’orto (ed infatti il palato ed il gusto sono cambiati). Per carità, c’è sempre qualcuno che scrive con la MontBlanc e rincorre i cibi bio, ma il dato di tendenza è quello. Così come la foto a colori aveva soppiantato abbastanza quella in bn che a sua volta aveva soppiantato del tutto quella color seppia.
    Dunque, l’occhio digitale soppianterà quello analogico, con dei vantaggi (se questo è un vantaggio, constatiamo che oggi, grazie al digitale, abbiamo foto di ogni istante della vita nostra, altrui o collettiva: nulla sfugge), ma anche con degli svantaggi.
    Quell’occhio che doveva “mirare” per scattare, e dunque, riflettere, pensare, inquadrare mentalmente e sentimentalmente prima ancora che meccanicamente, pensare se quello era l’attimo più giusto per fare la foto perché l’attimo successivo difficilmente si sarebbe potuto ripetere lo scatto, eventualmente ponendosi anche – nella frazione di un istante – problemi economici sulla ripetibilità e la riproducibilità di un secondo scatto, quasi identico ma non proprio identico; quell’occhio si perderà e ne uscirà (è già uscito) baldanzosamente fuori uno più democratico, ma più arrogante, convinto che tutto possa essere fotografato (utopia peraltro non nuova: un mecenate parigino intorno agli inizi del secolo scorso cominciò campagne fotografiche volte a rappresentare tutto, ma proprio tutto l’universo mondo, poi fallì e con lui fallì la sua utopia; ma le lastre ci sono ancora, in una villa della periferia parigina e possono essere ancora visionate, sono centinaia di migliaia).
    Temo che si perda quell’occhio che si stanca, che si sporca, che abbiamo conosciuto sinora. Sì, perché anche l’occhio, come ogni altro arto, si può sporcare e di fatto si sporca. Come dopo un piatto di pesce troppo saporito o un cibo troppo pesante il nostro gusto (il nostro palato) ha bisogno di un sorbetto di agrumi, altrettanto succede con l’occhio. Sarà capitato anche a te di uscire da una biennale veneziana, dove si sono viste migliaia di opere ma nessuna bella o significativa, e si desidera entrare in S. Zaccaria per rivedere la pala del Bellini e “rifarsi gli occhi”, ripulire lo sguardo da tutta quella “spazzatura” che lo ha sporcato. Oppure uscire da una maratona fotografica (vogliamo dire Lucca? Diciamo Arles, così nessuno dei nostri conoscenti si offende!) dove non c’era nulla di interessante e correre a casa a rivederci un album di Henry Cartier Bresson.
    Diventerà quindi inutile rincorrere quell’”occhio assoluto”, capace di cogliere già a monte (nel cervello) l’attimo importante e distinguerlo dai mille attimi precedenti e successivi. Un “occhio assoluto” abituato ad esercitarsi dinnanzi alla luce in un paesaggio, distinguendo con chiarezza il rosa dell’aurora da quello del crepuscolo, oppure dinnanzi alle differenze fra un Taddeo Gaddi e un Taddeo di Bartolo, fra uno scultore di legni abruzzese ed uno catalano o fiammingo; un “occhio assoluto” dietro il quale c’è una cultura millenaria, che si ritrova in ogni singolo scatto.
    Per carità, non fraintendermi: non tutti quelli che usa(va)no l’analogico erano anche dei Federico Zeri! Ma sarà più difficile che lo siano usando il digitale.
    Del resto, penso che Federico Zeri sarebbe stato un maniaco del digitale: a lui importava la quantità delle immagini (basti vedere quante foto schedate ha lasciato); ad ordinarle e “leggerle” ci pensava la sua intelligenza e la sua cultura.

  23. Giancarlo Pari scrive:

    Ciao Carlo
    ho sempre ammirato e inviadiato la tua tecnica fotografica, le foto premiate che hai donato al Circolo fotografico di Morciano spesso vengono messe in mostra per eventi vari e risquotono grande interesse. In merito al tuo pensiero “Pellicola o digitale” condivido il tuo pensiero, più organizzo corsi di Photoshop con docenti altamente qualificati che in pratica insegnano fra le tante cose come una foto brutta, da buttare alla fine di varie manipolazioni diventa una bella foto più mi passa la voglia di scattare in digitale. Proprio in questi giorni ho rispolverato tutta l’attrezzatura e lo studio adibito a camera oscura e stò tornando alle diapositive. Quando parli dell’emozione di vedere proiettate delle belle diapositive e finalmente con i colori come scattato senza bisogno di calibrare il monitor, il video proiettore e la stampante ti capisco perfettamente .
    Un cordiale saluto

  24. Chi vuol esser lieto sia di doman non v’è certezza.
    Proprio così, che strano la pretesa degli umani (che derivano da uomini altra astrazione mentale un fantasma, un peto, che è altro dal dirsi animali di segno maschile o declinato al femminile, certo i latini avevano pure un genere neutro) quella della paura della morte. E si, cosa nasconde la mania di conservare tutto, che sia lo scatto analogico o il diabolico digitale, se non il gesto apotropaico di rinviare sine die l’evento. L’oblio. Eh. La Morte e questo nell’epoca digitale (o moderna) è una bestemmia, da consumarsi in privatissimo lontano dagli occhi dei bambini che si spaventano e poi non sta bene; viceversa in era analogica costituiva il plafond logico dell’essere al mondo. Eh. Quella filastrocca dell’Ecclesiaste o Qoelet 3,1-15, ci ricorda che c’è un momento per fare quella “cosa” ed un altro per fare “altro” o il suo “contrario”. Venire alla luce, tanto in analogico che in digitale, vuol dire questo.
    Numeri. Eh. Tutto è numero. Il computer dove adesso scrivo nasconde i numeri con la metafora grafica del desktop: 1-0. Salgo con l’ascensore e premo il numero per arrivare al piano: 1-0. Al bar il barista guarda il display della caffettiera per avere il “giusto” grado adatto al caffè: 1-0. Risalgo in macchina e la chiave manda l’imput, non già allo “spinterogeno”, ma ad una centralina che “elabora” l’input ricevuto: 1-0. E, quando a sera, stanco accendo il televisore e guardo quel che mi pare, l’immagine del film o la moviola del fuori giuoco o quei feuilleton sentimentaloni (e solo lì ci sono veri medici, agenti di polizia, veri uomini) tutto in codifica 1-0. Quella binaria. Eh. E nessuno lamenta se non quando salta la luce e il “mondo” regredisce allo stato uterino.
    Qui finisco per ricordare che fotografavo portandomi dietro: una Zenza Broinica 6×6 più ottiche, una RTS e 139 Contax e ottiche, una Asahi Pentax 67 e ottiche. Fresco la mattina la sera, non raro, facevo fischiare le orecchie a tutti gli abitanti del Paradiso. Adesso vado in giro con, a scelta, una Olympus Camedia C5050 o WZ 5060 senza soffrire alcun complesso “artistico”, al contempo mi rendono l’anima più leggera e di stare vicino le “cose”. Che poi se una foto non è venuta bene, e perché non “si è andati abbastanza vicini” diceva Bob Capa.
    La magia dell’analogico, non era e non è lo scatolino delle dia, telo e buio. No, la magia era ed è quella della camera oscura bianconero. Basta non fare confusione. La scatoletta, o industria, è un mondo, carte e acidi, o artigianato. Altra dimensione temporale e dello spirito. E qui non è il caso. Basta non fare confusione. Due mondi che possono “anche” convivere. Certamente al digitale va dato la palma di poter meglio “collegare” l’ideazione con il parto finale. E poi, via, se uno ha da dire qualcosa lo fa “stampando” la propria mano su di una parete. Qualche altro con i pixel, che si, sono pur sempre numeri. Manco a me piace la matematica. Tuttavia ogni cosa è numero il resto è l’interfaccia umana che la nasconde o meglio l’occulta per paura del Nero E così: il Padre (uno) il Figlio (due) lo Spirito Santo (tre) per esempio. Evidente che il suo multiplo è: sei. E messo insieme al dieci ci porta all’esadecimale. Un po’ troppo perché si finisce nell’”esoterico”.
    Saluti

  25. Antonino Tutolo scrive:

    @Ezio Menzione
    “Un “occhio assoluto” abituato ad esercitarsi dinnanzi alla luce in un paesaggio, distinguendo con chiarezza il rosa dell’aurora da quello del crepuscolo,”

    La tua esposizione è molto saggia e significativa.

    Ma io penso che attribuiamo al digitale colpe che non ha.
    L’uomo di 50 anni fa, o solo di 30, è diverso da quello contemporaneo, quello “digitale”.

    Per far comprendere il mio pensiero ho necessità di dilatare i tempi, di aumentare il divario temporale tra il presente (digitale) ed il passato (analogico).

    Rileggevo “La signora ADA” di Francesco Iovine; un romanzo che non ha avuto i riconoscimenti che, ancora dopo 70 anni, meriterebbe. Egli percorre le strade del Manzoni, del Verga, non con minore spessore di pensiero e di qualità espositiva.

    Quello di “La signora Ada” è il mondo agricolo e provinciale di 150 anni fa. Appena prima dell’Unità d’Italia.

    Leggendo questo libro, risento i profumi, i tempi dilatati, l’osservazione dei dettagli senza fretta, l’introspezione senza tempo, la personalità individuale che trova respiro negli spazi immensi popolati da figure semplici, da una natura incontaminata, che “.. produce diversi fructi con coloriti flori et herba”.

    L’uomo era padrone dei suoi pensieri. Il confronto del suo essere, con i suoi simili, col suo ambiente, era limitato ad occasioni da cercare,.
    Invece, ai giorni nostri, siamo entità anonime su un treno che corre senza meta, senza significati, se non nella sopravvivenza e nella perpetuazione della specie; come le pecore o i polli nei recinti.
    La spersonalizzazione, la fretta di correre, non si sa dove, ci portano alla superficialità, alla mancata percezione di quello che abbiamo intorno; che è tutto scontato, tutto anonimo, tutto uguale in ogni città, in ogni ambiente.

    Questo è il problema.
    Questa fretta, questo ripetersi monotono di situazioni scontate, anonime, prive di individualità, ci portano alla ripetizione, alla mancanza di fantasia, all’incapacità di sopravvivere senza un negozio, senza denaro, senza condizionamenti, senza un modello di vita.

    Non sappiamo pensare; non ne abbiamo il tempo.
    Il lavoro, la famiglia, la società ci impongono modelli coercitivi; rifiutati i quali, si è fuori dalla società.

    Questa è la incapacità di ragionare, di osservare, di ridurre all’essenziale le parole che non si differenziano, che mancano di individualità, di originalità, di riflessione ponderata e profonda !

    Stanamente i mezzi di comunicazione contemporanei, anche se sofisticati, immediati e debordanti, debordano insipienza nella fretta.
    Raccontano il nulla universale.

    Sono altri che decidono i nostri comportamenti. Comprare e scattare!. Cosa? Il nulla!
    Molti di noi analogici (lo sono anch’io, almeno parzialmente) abbiamo avuto altri esempi, diversa profondità di pensiero, altra consapevolezza del nostro essere, altra capacità di comprendere e condividere valori e tempi.
    Il nostro vivere la fotografia è per forza di cose più ragionato, più profondo, più riflessivo.

    Parlare di musica classica o di poesia con un giovane, fa correre il rischio di sentirsi derisi. “Cose vecchie, tempi lontani”.
    La quotidianità è vibrare di viscere; è pensiero semplice, immediato, superficiale, irrazionale; drogato dal rumore e da modelli universali ed impersonali che promanano dai grandi interessi commerciali.

    Pensare è riservato a pochi eletti. Ragionare è fuori scala. Personalizzare è anacronistico.

    I tempi per pensare sono brevi; le azioni molte, ma prive di senso; come brevi, alla fine, risultano le nostre vite impersonali e monotone.

  26. maurizio tieghi scrive:

    Il tempo che passa allontana a volte le certezze, chissà se a due anni di distanza l’interessante argomento presentato in modo eccellente dal relatore ed egregiamente dibattuto nei molti interventi sia ancora così stimolante. Sicuramente le app, gli smartphone ed i tablet dell’universo dell’immagine sempre più digitalizzato nulla possono nei confronti degli eterni ragionamenti dei filosofi citati, anche il rivelamento del bosone di higgs sposta di poco la questione tra fotografia analogica e digitale. Riassumo ora in estrema sintesi il mio pensiero su questo affascinante argomento, con la consapevolezza che tra due anni potrebbe essere completamente diverso… Produrre fotografia amatoriale si può grossolanamente suddividere in cinque fasi: idea o progetto, andare sul posto, posizionarsi, aspettare, scattare. Trova che sia del tutto simile (non identico ovviamente) farlo in digitale che in analogico, la differenza sostanziale è nell’approccio di tipo filosofico a cui ci si approccia all’operazione. Scegliere uno dei due metodi influisce anche sul risultato finale? Come magistralmente scritto dal grande fotografo Carlo sicuramente si. Io di questo ne sono certo ma si tratta di sfumature difficilmente percepibili ai non addetti ai lavori, tutto l’argomentare che si è fatto ruota attorno ad uno puro stato d’animo del fotografo, per paradosso il piacere provato da Carlo nel scattare quella data fotografia permane anche senza l’esistenza della foto, si potrebbe procedere al “mantra” senza dover caricare il rullino sulla fotocamera. Alla fine di tutta questa comunione con la grande natura rimane solo un prodotto che in grandissima parte dipende esclusivamente (90% ??) dallo strumento ottico usato, che sia analogico e digitale è del tutto ininfluente, è una macchina poco flessibile che obbedisce a codici pensati dagli ingegneri per fornire come risultato finale un prodotto che deve soddisfare il gusto medio ( o mediato) di milioni di possibili compratori. In tutto questo la creatività del fotografo c’entra pochissimo, si presenta solo quando si ha voglia e coraggio di rompere gli schemi preimpostati, solo questo modo e solo pochi producono arte . Mi ha fatto immenso piacere ritornare oggi su questo settore del blog, certo che Carlo Delli saprà deliziare con la sua cultura e la sua arte, la sera di domenica 16 settembre, tutti i presenti a Ferrara Fotografia 2012

Leave a Reply