Mario Rosseti – Arezzo – Dietro la finestra

387 ROSSETI MARIO - Dietro la finestra

Una donna, di cui apprezziamo, e solo per metà, le sfuggenti fattezze del viso, è stata sorpresa dallo sguardo fotografico oltre la finestra che, adesso, come un sipario, divide il nostro punto di vista dalla sua intimità. I vetri sarebbero schermati ma la finestra rimane aperta: un invito a guardare dentro, a turbare la nostra curiosità? Il taglio orizzontale e le linee della composizione assicurerebbero stabilità ed equilibrio ai rarefatti elementi raccolti sulla scena, ma il senso emotivo dell’istante intravisto rimane inquieto e il contenuto dei cartigli esposti, l’abito della donna, la treccia della tenda ne ampliano il senso di lettura rendendolo ambiguo. La visione pretende, così, di farsi narrazione e come in un haiku cerca e conserva la sintesi emotiva dell’insieme senza smarrire la rapidità e l’intensità, lasciando al lettore una traccia da completare. Che sia proprio questo il quid recondito della qualità dell’immagine?

Pippo Pappalardo

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Comments (7)

 

  1. Massimo Mazzoli scrive:

    Come gia avvenuto per precedenti pubblicazioni, periodicamente viene pubblicata un’immagine presente su un numero della rivista Fotoit.
    In questo modo non si intende dare particolare risalto ad un autore, che tra l’altro non ha affatto richiesto la pubblicazione della sua immagine, ma si intende soddisfare l’esigenza di chi ha espressamente richiesto di potersi confrontare con una lettura dello scatto realizzata da un Docente Fiaf.

    Massimo Mazzoli
    Redazione Fotoit

  2. Gioacchino Castellani scrive:

    Sarebbe interessante pubblicare anche le immagini dei portfoli premiati nelle varie manifestazioni e pubblicate su Fotoit. Si potrebbero così confrontare le opinioni dei visitatori al blog con quelle espresse dai docenti Fiaf.

  3. Marco Furio Perini scrive:

    Nulla da aggiungere a quanto già di positivamente espresso dal docente, se non che questa immagine di pucciniana memoria mi intriga e mi piace. Un sorriso dal Sol Levante (almeno lo intendo tale) che sia di auspicio e speranza in questo momento di sofferenza per quel popolo. Ciao

  4. Antonino Tutolo scrive:

    Splendida la composizione. Il “bianco” della tenda ed i gruppi di cartelli (le scritte forse potrebbero svelare l’ambiguità dell’immagine), isolati nei riquadri neri dell’infisso, bilanciano la figura femminile a destra, in un gioco di apparenze e di contrapposizione tra toni chiari ed ombre.

    E’ ambiguo ciò che non si decodifica.
    In questo caso l’ambiguità può essere svelata, a mio avviso, dallo sguardo della giovane in chimono. Esso sembra rivolto verso l’interno dell’infisso, quasi nel timore di guardare all’esterno. Anche l’inquadratura a metà pare rappresentare una limitazione.
    La donna ha un’espressione enigmatica; pare reprimere un sorriso in una serenità rassegnata (una Monna Lisa giapponese), espressione di un’esistenza interamente condotta in una cella “monacale”.
    La tenda annodata parrebbe riassumere il sobrio arredamento del luogo, i cartelli la “regola” dell’ordine. L’ambientazione è resa cupa dai neri profondi e misteriosi. Il mistero di un’esistenza.
    Un’immagine splendida; in realtà ricca di significato.
    Complimenti all’autore.

  5. Per me bellissima immagine tutta da guardare e poco da commentare

  6. antonio cotugno scrive:

    reduce dalla lettura del bel romanzo “Memorie di una geisha” di Arthur Golden, ammiro con piacere questo scatto.
    la finestra socchiusa l’intrerpreto come le paratie in una diga che svolgono la funzione di far fruire l’acqua in modo da sfruttarne le potenzialità senza subirne le conseguenze della forza e dell’irruenza.
    ecco questa finestra unisce/divide due mondi lontani che sembrano volersi unire e toccare nel rispetto del proprio passato, conservando geklosamente nelle parti nascoste il loro vissuto.
    non posso che esprimere i miei complimneti.

  7. Maurizio Tieghi scrive:

    il viso della persona è sottoesposto, chi guarda è attratto dal bianco dell’abbigliamento (kimono se si tratta una giapponese, ma non conoscendo la lingua riportata sui drappi bianchi potrebbe essere una donna di molti paesi asiatici, quindi accostarla ad una geisha è un azzardo), se l’autore voleva dare un significato del contrasto tra il candore (innocenza per gli occidentali ma per gli orientali?) della veste ed il resto della scena, va bene in questo modo. Se invece il soggetto principale è la donna era indispensabile mostrarne il viso in modo migliore, in questo caso è così scuro da farla sembrare un’indonesiana. Quando guardiano una fotografia vediamo solo quello che noi conosciamo, oppure inventiamo la nostra verità di comodo.

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