Maurizio Pigozzo – Mestre (VE) – Sogno, Alienazione?

Pigozzo Maurizio Sogno alienazione

Visione onirica.
Minimalismo in b&w.

Popularity: 1% [?]

Comments (34)

 

  1. Enrico Maddalena scrive:

    L’immagine può essere suddivisa verticalmente in due parti:
    - i circa due terzi di sinistra con la parete che curva verso la fine, segnata dal ritmo di tre fasce scure (due porte ed una cornice finale)
    - il terzo di destra dove c’è il “nulla”, o meglio un biancore indistinto che nella parte inferiore dell’immagine esonda verso sinistra.
    Le linee prospettiche conducono l’occhio proprio verso quel “nulla” luminoso.
    Il bianco, la luce sono elementi “positivi”.
    Io vi leggo un percorso che conduce verso l’ignoto, ma un ignoto pieno di speranza. E’ una allegoria della vita e del destino dell’uomo?
    Un saluto
    Enrico

  2. Antonino Tutolo scrive:

    La composizione è opportuna, il taglio è incisivo.

    C’é un “gioco” di linee e di figure geometriche piane che la luce modella e tridimensiona. E’ una perfezione geometrica che contrasta con le irregolarità ed imperfezioni generate dalla luce radente sulle superfici del pavimento e delle pareti.
    Il contrasto tra perfezione ed imperfezione, mi induce a pensare al difficile rapporto tra l’idealità esistenziale, che giustificherebbe leggittime aspettative, e la dura realtà sociale quotidiana.
    Mi pare di trovarmi in una nicchia, al riparo dall’abbacinante luce esterna che impedisce la visione ed il rapporto con quotidiano. La nicchia è fredda, essenziale ma non perfetta, inospitale.
    L’alienazione, o il suo incubo, mi pare descrivere pienamente il contenuto dell’immagine.
    Complimenti all’autore.

  3. Domenico Brizio scrive:

    Semplicità disarmante davante alla quale si rimane con almeno un pensiero. Il mio si domanda perchè le porte sono chiuse e perchè non sembrano porte beanti ma chiusure al passaggio della luce. La luce bianca, è vero, non portando informazione ma solo presenza è alienante… però gettando una luce sulla parete la rende leggibile.

  4. ok sogno alienazione…..
    dove?
    il minimalismo ci sta tutto, il bianco e nero anche…
    però il titolo mi sembra un pò pretenzioso e sopratutto lascia le porte aperte a mille interpretazioni filosofal-sociologiche e questo non mi piace

  5. Antonino Tutolo scrive:

    @Donatella
    “lascia le porte aperte a mille interpretazioni filosofal-sociologiche e questo non mi piace”

    Che c’é di male?
    Perché non ragionare in modo trascendente, ogni tanto, per sfuggire alle delusioni quotidiane?

    L’alienazione è l’estraniarsi da se stessi e da quanto ci circonda, sentendosi incapaci di interagire, in un certo senso, da protagonisti.
    In questa immagine l’alienazione è nel contrasto tra l’aspettativa della perfezione ideale delle linee geometriche e la triste ed imprecisa realtà dei toni di grigio; tra le incertezze imperfette dei chiaro scuri e l’inafferrabilità di ciò che è celato dalla luce abbagliante dei bianchi bruciati e per questo inafferrabile, incomprensibile.

  6. Antonino Tutolo scrive:

    Nell’immagine non c’é presenza di vita. Gli unici punti di ancoraggio sono le tre esili fasce verticali, in un triste geometria di grigio e un esteso ed abbagliante mare di bianco, che non mostra appigli al naufragio.

  7. il quotidiano non è una delusione, dobbiamo esse noi a trovare lo straordinario nel cosi detto quotidiano
    e a proposito di interpretazione filosofal-sociologica…proprio quella che ha dato lei pooc sopra. e sempre non mi piace

  8. Antonino Tutolo scrive:

    @Donatella

    Condivido.
    Ma un numero sempre maggiore di individui non ci riesce. Non si può ignorarla per definizione teorica che: “il quotidiano non è una delusione, dobbiamo esse noi a trovare lo straordinario nel cosi detto quotidiano”.

    E’ la realtà.

    Quello che ho detto ha nulla a che vedere con la filosofia o la sociologia. Semmai è psicologia.

  9. bon tqnto siamo li ci sono contaminazioni un pò dappertutto….un filosofo fa un pò anche il sociologo e lo psicologo pure altrimenti come fa a capire i problemi dei suoi pazienti se nn analizza su è larga scala le turbe e le pippe della società moderna?

  10. Entro in punta di piedi sperando di non disturbare solo per dire che il titolo esatto dell’immagine, espresso in forma dubitativa, è: “Sogno, alienazione?”
    Un ringraziamento a chi, gentilmente, ha voluto esprimere il proprio pensiero.

  11. Enrico Maddalena scrive:

    Mi chiedo se il titolo non abbia influenzato la lettura dell’immagine.
    Sono piuttosto contrario ai titoli perchè credo che la foto debba parlare da sola.
    Due sono le cose:

    - la foto parla da sola grazie alla padronanza del linguaggio fotografico da parte dell’autore: il titolo è allora inutile.

    - la foto si presta a più interpretazioni ed il titolo fornisce la chiave di lettura: il linguaggio usato si dimostra insufficiente ad esprimere il pensiero dell’autore.

    Alienazione? Io non ce la vedo. E’ un luogo senza persone? No, c’è lo spettatore, cioè noi. Ci troviamo in un ambiente estremamente semplice, come alla fine di un corridoio e siamo rivolti in direzione dell’uscita dove c’è una luce abbacinante. E la luce è sempre un simbolo di positività.
    Un saluto
    Enrico

  12. giovanni firmani scrive:

    la trovo intessantissima in questo contrasto tra materia ed infinito (quel che non si vede)

  13. Antonino Tutolo scrive:

    E’ mia intenzione dialogare costruttivamente; non imporre la mia opinione o fare sterili polemiche.
    Un titolo “deve” e può influenzare la lettura”.
    Non c’é opera che non abbia un titolo; se non gli è attribuito dall’autore, lo fanno i critici, i lettori; se ne vale la pena.
    Anche questo blog prevede che ogni foto abbia titolo e commento “obbligatori”.

    Ogni opera si avvale del simbolismo per comunicare concetti più complessi di quello degli oggetti materiali raffigurati.
    Il titolo li compendia, fornisce la chiave di lettura.
    Una figura statuaria viene interpretata, in base al titolo, come un ercole, una diana, un Cesare. Un gruppo di persone “fisiche” che mangia viene elevato dal titolo ad “Ultima Cena”, e non a quella di comuni contadini.
    Non c’é mostra, portfolio, opera, che non abbiano un titolo.

    Più ci si distacca dall’idea di rappresentare il reale e dal semplice reportage, per esprimere concetti immateriali, più c’è necessità del titolo.

  14. Antonino Tutolo scrive:

    Se l’autore titola “sogno, alienazione?” vuol dire che non ci si può limitare a leggere l’immagine in base al presunto reale: quindi alle forme geometriche, alle luci ed alle ombre. Occorre interpretare, in base al titolo, come un sogno ad occhi aperti, un pensiero, un’elaborazione mentale.
    Nell’inquadratura non vediamo persone o esseri viventi; nemmeno il lettore.

  15. Grazie Antonino per aver tradotto in parole il mio pensiero legato a questa immagine

  16. Antonino Tutolo scrive:

    @Donatella
    Il sogno non è sociologico, spiicologico, filosofico, immateriale ?

    La psicologia, non interpreta i sogni? La sociologia non cerca di studiare gli insondabili comportamenti umani? La filosofia non analizza il pensiero dell’uomo?

    In questa foto certamente non possiamo utilizzare la razionalità della matematica delle “certezze”.
    Gli psicologi, i sociologi, i filosofi, con i loro complicati pensieri da “pippa”, pure risolvono problemi concreti !

    L’alienazione è un problema concreto, con implicazioni nel sociale.
    Di alienazione si muore, giorno per giorno. L’alienazione provoca danni alla persona, alla famiglia, alla società.

    Beati coloro che hanno le certezze.
    Salvo ricredersi nel momento del bisogno; che prima o poi può arrivare a tutti.

  17. sisi…allora siamo tutti alientai nel nosto piccolo x un motivo o per l altro….. basta vedere certi commenti che girano qui dentro….. hihihihi!!!

  18. alientai sarebbe alienati.
    scrive cosi perchè sono alienata

  19. Enrico Maddalena scrive:

    Mi spiego meglio.
    L’autore scatta una foto per esprimere una idea.
    Può essere che ci riesca (padronanza del linguaggio fotografico) e può essere che non ci riesca.
    Poi mette un titolo per dire cosa intendeva esprimere.
    Se ci è riuscito, il titolo è un orpello, una targa per dare un nome a quella foto.
    Se quella idea non è espressa fotograficamente, il titolo diventa una stampella.
    Se una fotografia potesse dar luogo a diverse interpretazioni, anche molto diverse, dovremmo escludere la validità e addiruttura l’esistenza di un “linguaggio fotografico”.
    La foto diverrebbe semplicemente uno stimolo che suscita nell’osservatore sensazioni che sono più dell’osservatore che della foto (e quindi dell’autore) e ciascuno vi ritroverebbe solo il suo vissuto.
    Affermare questo è affermare che la fotografia “non ha un linguaggio”. Io credo invece che lo abbia.
    In questa immagine non vedo alcun segno linguistico che possa far pensare all’alienazione.
    Nel mio post precedente aprivo una questione che mi sembra interessante: “Il titolo, può influenzare la lettura di una foto?”
    Mi sembra un interrogativo fondamentale.

  20. Antonino Tutolo scrive:

    Nessuno legge una foto, un libro, ecc., allo stesso modo degli altri, ma ciascuno la interpreta “A suo modo” (Pirandello).
    Il vissuto, il carattere, la sensibilità, la disponibilità a conoscere condizionano l’interpretazione..
    La realtà (presunta) ha 4 dimensioni (almeno), la fotografia ne ha 2.
    Oltre … c’è il pensiero individuale.
    I bambini fotografati da Franca Schinninà (I Ragazzi di Budapest, in “Opinioni a confronto”) stanno gonfiando un sacchetto per divertirsi a farlo scoppiare, oppure, come specificato dal commento, aspirano colla?
    Alcune foto si raccontano da sé, perché il simbolismo usato è universale; altre hanno bisogno di commento, perché celano implicazioni ed allegorie conosciuti e condivisi solo da chi lo stesso vissuto, la stessa sensibilità, le medesime aspettative..
    Una donna afghana ha gli occhi pieni di terrore? Le è morto il figlio, oppure è vittima delle efferatezze della guerra? Il titolo ed ancor più il commento aiutano a decodificare i simboli, le circostanze; come le note e la spiegazione di un letterato aiutano a comprendere il significato dei versi di Dante, della prosa di Manzoni, di una poesia di Borges.
    Perché limitare le possibilità espressive della fotografia?
    Non riusciamo a dialogare tra padre e figlio ed abbiamo il convincimento di riuscire a comprendere l’infinito che la mente di un autore ha racchiuso nello scrigno di una foto?

  21. Antonino Tutolo scrive:

    La conoscenza e la comprensione sono accessibili solo a chi “vuole” capire, senza condizionamenti mentali e pregiudiziali.
    Le regole aiutano chi inizia, chi ha il limite e la difficoltà dell’ordine, il bisogno del corrimano delle regole.
    L’arte invece è cosmica, perché anche la mente è infinita ed insondabile. Per capire occorre disponibilità, fantasia, desiderio di condividere il pensiero e le emozioni altrui.
    Noi fotografi abbiamo paura a considerare la fotografia come disciplina d’arte. Ci sentiamo inadeguati; perché non ci è stato insegnato a concepire la fotografia come arte, ma solo come rappresentazione del reale.
    Allora seguiamo il corrimano del “reale”, del facilmente decodificabile.
    Ma la fotografia può esprimere molto di più.
    Ma occorre disporsi in modo aperto alla conoscenza e alla condivisione delle idee, del pensiero.

  22. Enrico Maddalena scrive:

    Non sono riuscito a farmi capire evidentemente.
    Ci rinuncio.
    Enrico

  23. Loris Sartini scrive:

    Non prendertela Enrico, ti sei spiegato benissimo.
    L.

  24. Domenico Brizio scrive:

    Antonino Tutolo: “Noi fotografi abbiamo paura a considerare la fotografia come disciplina d’arte. Ci sentiamo inadeguati; perché non ci è stato insegnato a concepire la fotografia come arte, ma solo come rappresentazione del reale.”

    Giorgio Morandi: “Per me non vi è nulla di astratto: per altro ritengo che non si via nulla di più surreale, e di più astratto del reale”

    Senza alcun filo di polemica alcuna. Solo due posizioni e nessuna possa avere mai primato.
    Solo una riflessione, non ricerca di conflittualità.

    Per Enrico: il ‘segno’ della fotografia ed il ‘segno’ della parola possono coincidere (non: devono), oppure possono condividere significato, oppure potebbero ancora divergere per contrasto ma rivelare nel contempo…
    Vedo l’alienazione in questa fotografia: come un allontanarsi da un ambito per andare verso un altro ambito: meno definito o ‘rivelatore’ non saprei perchè la luce non porta che se stessa (imho)

  25. Antonino Tutolo scrive:

    @Enrico Maddalena
    “Non sono riuscito a farmi capire evidentemente.
    Ci rinuncio.”

    Peccato!
    Ci si poteva intendere ragionando. Io non sono prevenuto

    @Maddalena
    “La foto diverrebbe semplicemente uno stimolo che suscita nell’osservatore sensazioni che sono più dell’osservatore che della foto (e quindi dell’autore) e ciascuno vi ritroverebbe solo il suo vissuto.”

    Ma la foto, diversamente da quello che si vuole, “deve” essere interpretata. Non può essere diversamente.
    Come un qualunque scritto deve essere interpretato. Anche perché può essere scritto in cinese. O più semplicemente non siamo in grado di comprendere tutte le implicazioni che un’immagine può avere.
    Chi non conosce la guerra non può capire il significato degli occhi di “quella donna”.
    Una foto è solo un foglio di carta annerito. I significati a quegli annerimenti glieli diamo noi. C’é gente che ride nel vedere le foto degli ebrei nei campi di concentramento. C’é chi si annoia a vedere le foto dei paesi del terzo mondo.

    Il bianco da noi si usa per le spose, altrove per i morti.
    Allora, dov’é il linguaggio fotografico universale, quando non esiste quello della parola, degli usi, dei costumi, dellle convenzioni sociali, delle leggi, delle religioni !
    La fotografia ha un linguaggio. E’ il linguaggio dell’estetica, dei simboli. Ma essi cambiano da luogo a luogo.
    La fotografia non è UNA ed indivisibile. La fotografia è solo un mezzo d’espressione, di comunicazione.
    E’ arte se non si limita a documentare la “realtà”; ammesso che sia possibile documentare, senza impregnare di sè il rettangolo di carta.
    Non si tratta solo di padronanza del mezzo da parte dell’autore. Si può padroneggiarlo e dire nulla di nuovo.
    ma si può anche cercare di comunicare concetti più complessi, che il simbolismo non riesce a riassumere. Allora il simbolo perde completamente valore e diviene “Punto linea superfice”, senza regole, senza prospettiva. E non è pittura, ma ancora fotografia, con un linguaggio espressivo nuovo, “a colori”, sfocato, a mosaico, virato, montato, ecc.
    E quella è ancora fotografia; anche se la rifiutiamo.
    Se l’autore mette un titolo è perché vuole che sia osservato un particolare aspetto di quell’immagine.
    Quel bambino sta fiutando la colla per drogarsi ! Ma il linguaggio fotografico, da solo, non arriva ad esprimere il concetto.
    Giacomelli (proprio Lui, il più grande)) ha usato il linguaggio “grafico” in fotografia, nei suoi “campi arati” privi di terza dimensione; come anche Migliori (anche Lui), come Veronesi, Grignani, Barbieri, Siskind, ecc.
    Non è fotografia, quella?
    Ma quante fotografie esistono!
    , Migliori (anche Lui)

  26. Antonino Tutolo scrive:

    @Enrico Maddalena
    Ci si poteva intendere ragionando.
    Ma la foto “deve” essere interpretata, come un qualunque scritto! E’ possibile non comprendere tutti i significati che una foto può avere.
    Chi non conosce la guerra nel rettangolo legge solo un fumetto.
    Una foto è un foglio di carta annerito. I significati li diamo noi. C’è chi odia le solite foto dei paesi del terzo mondo.
    Il bianco da noi è per le spose, altrove per i morti.
    Il linguaggio esiste ma non è universale. Certi concetti indefiniti, astratti, li rende la cervellotica poesia, non la letteratura.
    Non si tratta solo di padronanza del mezzo da parte dell’autore. Ci sono concetti più complessi che richiedono libertà e immedesimazione.
    Il simbolo perde significato; diviene “Punto linea superficie”; senza regole, senza prospettiva. Fotografia astratta, che usa colore, sfocato, mosaico, virato, montato, artificiato.

    Il titolo fa capire che occorre guardare solo il tratto, il colore, l’accostamento.
    Giacomelli (proprio Lui) ha usato il linguaggio “grafico” nei suoi “campi arati”, privi di terza dimensione; come anche Migliori, come Veronesi, Grignani, Barbieri, Siskind, ecc.
    Non è fotografia, quella?

  27. Antonino Tutolo scrive:

    @Domenico
    “Giorgio Morandi: “Per me non vi è nulla di astratto: per altro ritengo che non si via nulla di più surreale, e di più astratto del reale””

    Indegnamente, ho detto la stessa cosa da qualche altra parte.
    Non esiste il “reale”; ma solo punti di vista soggettivi che possono, per questo, definirsi surreali.
    Non a caso, ho citato “Così’ è se vi pare” e “Ciascuno a suo modo”, scritti, nella prima metà del secolo scorso, da Pirandello, che fu insignito col Nobel per la Letteratura nel 1934. Quindi, nulla di stravagante o di nuovo.

  28. Enrico Maddalena scrive:

    E’ inutile Antonio, non riesco a farmi capire evidentemente o abbiamo idee totalmente diverse sulla fotografia e sulla linguistica.
    La tua frase: “Una foto è un foglio di carta annerito. I significati li diamo noi.” lo dimostra.
    Ma va bene così. Guai se la pensassimo tutti allo stesso modo.
    Un saluto
    Enrico

  29. Enrico Maddalena scrive:

    Un pezzo di carta annerito: il supporto fisico

    Gli annerimenti e la loro topografia: il significante, come l’ordine delle lettere sulle pagine di un libro.

    Quegli annerimenti messi in un certo modo dall’autore secondo un codice comune: il significato

    Segno = significante + significato

    Questo è il linguaggio, nello specifico, fotografico.

    Se “i significati glieli diamo noi” si riferisce a chi osserva la foto, questa è la negazione del linguaggio fotografico.

    Che poi la lettura di una foto possa essere influenzata in maniera negativa dalle integrazioni psicologiche (culturali, emozionali ecc) , è un fatto. Ma leggere una foto significa appunto cercare di evitare queste integrazioni per risalire all’idea che l’autore ci ha voluto trasmettere.

    Poi può capitare che questa idea non raggiunga il lettore perché il lettore non ha saputo leggere o perché l’autore non ha saputo scrivere, ma questo è un altro discorso.

    Se non sono riuscito a spiegarmi nemmeno ora, significa che non conosco bene neanche il linguaggio convenzionale.

    Un saluto
    Enrico Maddalena

  30. Antonino Tutolo scrive:

    Rispetto le opinioni altrui. Ma si può dialogare.

    Come è possibile non lasciarsi influenzare dalle proprie idee, dal livello culturale, dalle emozioni, ecc., se i contenuti di certe opere, come nello specifico, sono le emozioni, le idee, la psicologia?
    Un paesaggio coi fiori, una spiaggia assolata, si interpreta un linguaggio simbolico antico, ormai condiviso da miliardi di persone. L’arte antica era espressione di canoni del bello. Bastava condividere i canoni e la comunicazione avveniva in qualche modo.
    Ma l’arte moderna (e la fotografia, dal Bauhaus, è concepita come tale) ha altri fini, altri canoni espressivi, che richiedono la conoscenza, di un linguaggio estetico più complesso.
    Il linguaggio di un Picasso, di un Manet, ma anche di Michelangelo, di Leonardo (che molti ritengono di comprendere, perché “apparentemente” solo documentativo), sono in realtà più complessi, comprensibili solo se ci si avvicina preparati.
    Chi osserva un’opera moderna, o peggio contemporanea, non decodifica la complessità degli accostamenti di colore, delle linee bizzarre, dei contrasti azzardati. Resta annichilito davanti a quelle masse informi, a quei colori aggressivi. Ma nemmeno comprende i dotti, critici e spesso satirici significati celati dietro certi simboli usati da Michelangelo o Leonardo.

  31. Antonino Tutolo scrive:

    Il linguaggio della fotografia ha subito notevoli evoluzioni, fin dal Bauhaus tedesco, futurismo, dadaismo, espressionismo; adeguandosi alle correnti artistiche dell’arte.
    Ma noi concepiamo la fotografia solo come documentazione del reale, con qualche piccola concessione ai concetti astratti più accessibili alle limitazioni tecniche del mezzo fotografico.
    Ma già Giacomelli, lo stesso Migliori, Veronesi, Grignani, Barbieri, Siskind, Ghirri, e tantissimi altri fotografi nazionali ed internazionali, le cui opere sono nei più grandi musei d’arte del mondo, hanno concepito una fotografia completamente diversa, che trascende i significati immediati e romantici degli inizi della fotografia, adeguandosi alle idee del futurismo (fratelli Bragaglia), del dadaismo, cubismo, espressionismo, ecc.
    Russi, e tedeschi hanno concepito la fotografia di propaganda, il Bauhaus ha creato l’arte multimediale moderna.
    “Pittura fotografia film” di Laszlo Moholy-Nagy è il manifesto teorico della fotografia moderna (1910); una riflessione sull’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

    Si ha il diritto di continuare a seguire la fotografia delle origini, ma non si può ignorare che esiste un’altra fotografia, che usa mezzi moderni e dialoga con altre discipline, senza doversi vergognare di alcuna inferiorità. Anzi! E’ tecnologicamente e teoricamente più complessa. E Photoshop è solo uno strumento. Le idee sono sempre dignitosamente umane.

  32. Antonino Tutolo scrive:

    Quello usato da Maurizio Pigozzo, in questa foto, è proprio il linguaggio fotografico moderno che ricorre al grafismo (nativo), al gioco di “Punto linea superficie” (Kandinsky) per ammiccare alla psicologia ed alle altre arti e scienze moderne.

    Il gioco dei chiaroscuri, non omogenei nella stesura superficiale, genera un senso di trasandatezza. Il luogo geometrico, a sinistra, pare un rifugio tetro, freddo, scomodo, dal quale si teme tuttavia di uscire, perché la luce esterna potrebbe celare un mondo sconosciuto, pericoloso, non controllabile.
    Quindi nell’immagine è contenuta l’insoddisfazione del presente ed il timore del futuro.
    Pare proprio il sogno notturno ed angoscioso dell’alienazione.

  33. Giovanni firmani scrive:

    Madonna quante parole. Credo che la fotografia non ne abbia bisogno

  34. Antonino Tutolo scrive:

    @Giovanni Firmiani
    “Madonna quante parole. Credo che la fotografia non ne abbia bisogno”.

    La fotografia dell’ovvio, dello stranoto, dello stracotto, è palese.
    Quella che mira ad esprimere concetti più profondi, non materiali, richiede identità di esperienze, di conoscenze, di sensibilità. Quando certe “esperienze” non sono condivise dal vissuto, spiegare certi significati è molto difficile con le parole.
    Quello che mi desta preoccupazione è il voler circoscrivere la “fotografia” solo all’ambito del semplice, dell’evidente, del condiviso, del comune.
    Una macro è facilmente comprensibile. Il soggetto sta lì, disponibile per tutti, stranoto; chiunque può ripetere quella foto.
    Ma quando si parla di concetti astratti, come nel caso dell’alienazione, chi non ha la percezione (non parlo della conoscenza teorica), la sensibilità per cogliere il dolore, la sofferenza dell’alienato, non comprende il linguaggio dei simboli.
    Potrei provare a descriverli; ma mi occorrerebbero mille parole, e comunque chi non ha il vissuto (anche per vicinanza con casi analoghi, per interposta persona), non comprenderebbe la drammaticità, la durezza emotiva di quella condizione.
    La fotografia non ha bisogno di parole, quando la si analizza da lettori, solo quando documenta argomenti noti, soggetti che sono noti alle nostre esperienze.
    Ma appena essa prova ad estendere il suo campo di applicazione, per occuparsi di situazioni e argomenti complessi ed astratti, il suo messaggio corre il rischio di essere frainteso, incompreso.
    La foto può essere sofisticata come una poesia, in cui ogni parola sembra messa a caso, perché apparentemente accostata a caso. La poesia è un mosaico di parole che solo la conoscenza e la condivisione del vissuto riescono a ricomporre in un senso logico, altrimenti indecodificabile.
    L’arte moderna (e la stessa fotografia) risponde all’esigenza di comunicare significati astratti, emotivi, intimi e nello stesso tempo meno condivisibili dalla massa, che oltretutto è sempre più impegnata nel superficiale.

    Parole, parole.
    Dietro ci sono significati sottili ma “pesanti”, talvolta anche dolorosi, per chi vuole e può comprendere.
    Altro che la “bellezza”!

Leave a Reply