Giancarla Lorenzini – Recanati (MC) – Cammino

429 Giancarla Lorenzini  Cammino

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Comments (42)

 

  1. Enrico Maddalena scrive:

    Nella fotografia le ombre hanno la stessa materialità delle cose, come i vuoti dei pieni.
    La figura della donna in secondo piano, ridotta a silouette dal controluce, si fonde con la sua ombra.
    La zona di luce fra le due figure, assume la forma di una mano col dito puntato verso l’alto.

  2. Antonio Perrone scrive:

    Impatto grafico davvero notevole come anche composizione che ne fa si, come percepito dal signor enrico Maddalena, che la zona chiara assuma la forma di un mano, come la zona d’ombra al centro la forma di un viso… complimenti

  3. Antonino Tutolo scrive:

    Splendido il contrasto tra luce ed ombra, rette e curve, tra la diagonalità delle prime e la flessuosa armonia delle seconde.

    La fantasia può sbizzarrirsi nella magica visione “reale dell’ombra virtuale” oppure nelle astrazioni figurative delle sole luci o delle sole ombre.

    Ottima la composizione ed il taglio.
    Complimenti all’autore

  4. Loris Sartini scrive:

    Davvero un immagine interessante.
    Quasi mistica.
    Complimenti. Loris

  5. Amoruso Pasquale scrive:

    sono affascinato da questi alternarsi di ombre e luci forme e ombre un mondo concettuale dove la comprensione delle cose lascia il posto all’immaginario!

  6. Gioacchino Castellani scrive:

    Sfuocati e mossi la fanno sempre più da padrone. Per sentirsi “artisti” sembra sia sempre più necessario fotografare strano e incomprensibile.
    Anche la nostra rivista Fotoit segue questa strada.
    Non penso però che tutti i fotoamatori la pensino in questo modo. Sarebbe interessante fare un sondaggio per verificarlo.

  7. Antonino Tutolo scrive:

    @Giocchino
    Mi piacerebbe che tu leggessi la storia delle “Avanguardie poetiche”, su FOTOIT:

    http://nuovo.fotoit.it/php/index2.php?rif=45

    Scoprirai che i Fratelli Bragaglia, Henry Bergson, Filippo Masoero, usavano il mosso, accentuato, “incomprensibile” (“Dinamiche visioni”, “Fotodinamismo futurista”, Fotodinamica intermomentali”), già nel 1910; quindi ante “Prima Guerra mondiale”! Paladini, Pannaggi, Cernigo usavano i fotomontaggi sotto l’influenza del costruttivismo russo. I fotografi Dada (arte della negazione), la “scrittura automatica” del surrealismo ed ancora il fotomontaggio con George Grosz, Max Ernst, John Heartfield. Il “Frottage” di Marx Ernst, ecc. Guarda le opere di Marcel Duchamp, Giacometti, ecc.
    Leggi le arti “cervellotiche” delle “perturbazioni dell’informe”, “i provocatori ottici”, “gli oggetti transustanziali” di Claude Cahun, Leonora Carrington, Dorothea Tannig, Dora Maar; la “sfocatura delle categorie” di Boiffard, Tabard, Bellmer, ecc.

    Tutti gli “effetti speciali” erano già realizzati in analogico dalla fine del secolo XIX e l’inizio del XX.
    Ma in Italia siamo rimasti alla “normalità”.

  8. Gioacchino Castellani scrive:

    Un’immagine può essere il prodotto di uno studio o della casualità. I fratelli Bragaglia hanno sperimentato per diversi anni immagini derivate da uno studio sul movimento, così come altri fotografi dell’epoca.
    Porre sullo stesso piano un prodotto derivato dall’ingegno e dalla sperimentazione e un’immagine frutto della casuale banalità quotidiana penso sia non solo sbagliato ma anche deprimente.

  9. Loris Sartini scrive:

    Avere un unica strada da seguire è una buona maniera per non sbagliare, ma così facendo conosceremo una meta, una soltanto.

  10. Gioacchino Castellani scrive:

    Forse Sig. Sartini lei ha ragione, ma tra tante realtà diverse diventa diffcile trovare la strada giusta. L’unico modo per cercare di capire il presente è rivolgersi al passato e studiare i fotografi non solo contemporanei, ma anche quelli che ci hanno preceduto.

  11. Antonino Tutolo scrive:

    Questo spiega perché la fotografia italiana, diversamente da quella internazionale e per fortuna con splendide eccezioni, è sempre la stessa, almeno da 100 anni; con le stesse idee, gli stessi presupposti e i medesimi punti di arrivo: la splendida, meravigliosa, impronta del reale.
    Non a caso i fotografi italiani più affermati, quelli che hanno opere esposte al Moma, al Guggenheim, come Vasco Ascolini, quelli che appartengono alla Magnum, sono poco conosciuti in Italia.

    “Copia copias …all’esame non si pass”.
    :-)

  12. franca catellani scrive:

    a volte ci sono immagini che dicono molto di piu’ di quello che apparentemente mostrano , mi viene in mente una frase “” Non fare vedere per vedere “”
    una immagine costruita anche bene , il taglio verticale approfondisce la visione -la diagonale crea il movimento

    Una immagine creativa , l’autore è riuscito a interpretare in modo molto personale dei passanti – una immagine iconica che fa trapelare senza svelare bellissima !!

  13. Antonino Tutolo scrive:

    @Franca
    “a volte ci sono immagini che dicono molto di piu’ di quello che apparentemente mostrano..”

    Tante volte abbiamo discusso del linguaggio simbolico delle discipline estetiche, come la fotografia, la pittura, ..
    In ogni luogo ci sono persone che conoscono al massimo 500 parole, altre migliaia.
    Possono mai dialogare, costoro, su qualcosa di più complesso del quotidiano “dammi il pane”..?

    Molti credono erroneamente di comprendere i contenuti di un’opera, soprattutto se essa è figurativa; ma basta leggere un libro che illustra, ad esempio, i significati celati nell’ultima cena di Leonardo, per rendersi conto che quello che si credeva di aver compreso, prima della lettura, era poco o nulla. Eppure questa è un’opera figurativa! Ma noi abbiamo guardato solo la bellezza delle figure.

    Si comprendono i concetti e le storie che ci sono note, non quello che solo una conoscenza più approfondita può consentirci di decodificare.
    Poi ci sono gli interessi esistenziali particolari, il vissuto, il gusto, la sensibilità individuale per certi argomenti.
    Piuttosto che affermare semplicemente : “non capisco, quindi non significa..”, conviene disporsi con la volontà di comprendere; con il presupposto positivo che l’autore è in ogni caso una persona intelligente, e qualcosa di significativo, magari balbettando, ha cercato di comunicarlo.

  14. Gioacchino Castellani scrive:

    E’ un dato di fatto che l’Italia in fatto di fotografia è sempre rimasta in coda alle altre nazioni. Possiamo avere le idee più brillanti ma se non usiamo una tecnica adatta per esprimerle non riusciremo mai ad emergere.
    La nostra presunzione ci ha portato spesso a snobbare coloro che hanno prodotto fotografie di alto livello formale. Ad esempio il Sitema Zonale di A.Adams è arrivato in Italia solo nei primi anni 80, mentre in America lo si insegnava all’Università già negli anni 40. Il fiorente mercato americano richiede opere non solo espressive ma anche tecnicamente valide perchè la fotografia si vende ed ha dei costi molto alti. Per questo ,ad esempio, virare le opere è una prassi comune per la conservazione, come pure l’uso della carta baritata nel bianconero. Da noi i fotoamatori cosidetti evoluti oltrte a snobbare queste pratiche, non sanno neanche esporre una fotografia, fanno errori elementari e sono molto superficiali in tutte le fasi sensitometriche. Esempi di grossolani errori si trovano anche in questo blog.
    Noi italiani saremo anche dei qrandi artisti, ma forse un poco di umiltà non guasterebbe.

  15. Enrico Maddalena scrive:

    Gioacchino,
    in questo blog ci sono bravi fotografi e gente che sta imparando, spesso da autodidatta. Perciò è di chi sta più avanti il compito di consigliare e di correggere. Conosco però alcuni che si sentono “arrivati” e si offendono se fai una critica alle loro immagini (pochi per fortuna)
    La conservazione delle stampe mediante viraggio è importante. Nel 1800 lo facevano in molti. Uno per tutti Atget in Francia che le virava all’oro (sul sito di gallica si possono ammirare le sue foto, ce ne sono tantissime).
    A livello amatoriale oggi il problema è che col digitale si producono milioni di immagini (esistono più foto di elefanti che elefanti diceva Ando Gilardi) e molte non si stampano. Il file digitale è qualcosa di effimero. Ho conservato una cassetta di mio padre piena di negativi, anche di vetro, inizi 900. Ma chi andrà a sfogliare fra cinquant’anni il disco rigido di un PC? E quei file, saranno ancora integri? I formati cambieranno? E ci saranno programmi in grado di leggerli? Dei file di testo e immagini fatti molti anni fa con delle vecchie versioni di Publisher, oggi non si aprono più con le nuove.
    Parli di sensitometria ed a proposito. Molti anni fa fui mandato dal ministero della Pubblica Istruzione in una commissione esaminatrice di un corso (di durata annuale) per fotografi industriali. Era per la verità un corso per dilettanti e non conoscevano nemmeno cosa fosse la sensitometria, non avevano sentito parlare della curva H&D, né cosa fossero i basculaggi ed i decentramenti. Non parliamo poi della chimica fotografica.
    Oggi che gli automatismi permettono di ottenere foto leggibili, quanti approfondiscono?
    Se si vogliono produrre opere valide, serve una buona conoscenza della tecnica fotografica (e queste sono le fondamenta), poi occorre cultura (e non solo fotografica), gusto, conoscenza del linguaggio fotografico e, non certo ultimo, aver qualcosa da dire.
    Un saluto
    Enrico

  16. Gioacchino Castellani scrive:

    Caro Enrico
    ti ringrazio per il tuo intervento, spesso ho l’impressione di essere il solo a fare simili critiche. Sarebbe opportuno che anche qualcuno del Dac si facesse sentire, ma stranamente nessuno di loro esprime giudizi critici su questo blog.

  17. Massimo Mazzoli scrive:

    Enrico Maddalena è un docente DAC.

  18. Gioacchino Castellani scrive:

    Scusa Massimo
    l’avevo dimenticato.

  19. Antonino Tutolo scrive:

    @Gioacchino
    “La nostra presunzione ci ha portato spesso a snobbare coloro che hanno prodotto fotografie di alto livello formale.”

    A me non sembra che sia così.
    Vedo tante mostre in cui il sistema zonale è usato diffusamente; magari in modo inconsapevole, con l’elaborazione dei toni in B/N o a colori, in post.

    La fotografia di Ansel Adams è puramente “formale”; nel senso che mirava alla massima espressione formale, alla resa dei toni di soggetti difficili e ponendo in secondo piano i contenuti; quindi una fotografia puramente tecnica ed estetica.
    Adams Possiamo contrapporlo direttamente a Bresson, che, pur usando sapientemente la camera oscura, tuttavia dava maggiore rilievo al momento decisivo, ai significati, all’ironia, e non alla resa formale. Bresson teorizzava l’inalterabilità del negativo, per non modificare l’immagine in modo grafico.

    Senza dubbio è auspicabile che un fotografo conosca il suo mestiere in modo completo.
    Ma è strano strano ed estremamente contradditorio, che si predichi l’inalterabilità del reale del soggetto (condannando per questo il falso del digitale) e nello stesso tempo si auspichi l’inevitabile alterazione del soggetto col sistema zonale classico o moderno.
    Le manipolazioni dei toni col sistema zonale (in fase di stampa) sono giudicate corrette e se ne auspica una maggiore diffusione, mentr3e quelle digitali sono considerate sacrileghe perché altererebbero il reale.
    E’ una contraddizione che vedo solo io?
    Cambiando la resa dei toni si può ottenere un capolavoro da un soggetto di scarso valore.
    Si afferma che il digitale forza il soggetto, “recupera soggetti insignificanti”, non meditati in ripresa e che la “vera fotografia” è quella che viene scattata, non quella che viene alterata in fase di stampa (ammesso che sia possibile non alterarla).
    Per me la fotografia è ripresa e stampa. La “fotografia” è solo uno strumento tecnico, non un idolo intangibile e precostituito.
    A mio avviso, quello che si dovrebbe promuovere, sarebbe ora, è l’aspetto culturale ed artistico della fotografia.
    E’ questo che manca da sempre in Italia.

  20. Antonino Tutolo scrive:

    Da noi la fotografia è “il ritratto bell’e fatto”.
    Si imitano i vecchi maestri (questo è positivo, per carità) ma non si ha consapevolezza della storia della fotografia, del ruolo che essa ha assunto “da un secolo” nel campo dell’arte.
    Si conoscono quattro autori, i soliti, che spesso si sono imitati stilisticamente e formalmente tra loro, ma si ignorano le avanguardie (per il loro tempo) fotografiche, i grandi maestri che hanno ampliato il linguaggio fotografico e gli orizzonti stessi della fotografia, fin dal XIX secolo.
    Sono maestri le cui opere sono esposte nei più grandi musei del mondo. Lo stesso Giacomelli, il nostro grande maestro, ha percorso le strade della fotografia moderna, coi suoi campi arati, con l’alto contrasto, ecc.
    Ora sembra che tutto questo sia un’insulsa e dissacrante prerogativa del digitale.
    Ma questo è falso!
    Questo significa ignorare gli analogici Fontana, Giacometti, Man Ray, Raoul Ubac, Brassai, Boiffard, Tabard, ecc. ecc.
    Ripeto inutilmente le stesse frasi, gli stessi concetti.
    Non c’é niente da fare. Siamo sempre lì: il formale, l’estetica, il bello, il reale.

  21. Enrico Maddalena scrive:

    Il discorso è interessante e dico la mia.
    La fotografia non è mai “l’impronta, lo specchio della realtà”.
    Ogni sistema fotografico riproduce in un certo modo il reale de-formandolo. Ma poi che cosa è la realtà? Noi stessi, la nostra percezione, la nostra cultura ci fa vedere il mondo in un certo modo. La realtà è sempre soggettiva.
    Dato per scontato che la fotografia non è mai la riproduzione fedele di ciò che è davanti all’obiettivo, il fotografo è legittimato ad intervenire nel processo fotografico, ad ogni livello, per riprodurre nell’immagine ciò che ha visto, nel modo in cui lo ha visto e sentito.
    Diversamente siamo nella fotografia documentaria (che ha tutta la sua dignità).
    Quello che può dar fastidio è l’intervento pesante e di cattivo gusto, oppure la falsificazione volontaria dell’evento a scopo d’inganno.
    In disegno e pittura si eliminano particolari e se ne inseriscono altri, modificando la scena reale per rendere migliore la composizione. Anche il fotografo è legittimato ad intervenire sull’immagine, cosa che è sempre stata fatta, fin dalle origini. Già usare un grandangolo o un tele non è alterare la realtà? E lo scegliere un punto di vista particolare, come l’escludere o l’includere nell’inquadratura elementi?
    Il digitale permette interventi in maniera più ricca e più rapida, interventi che possono anche essere correttivi.
    In una foto di una scena contrastata, le ombre possono risultare tappate, mentre dal vivo ne percepivamo i dettagli. Usare la tecnica dell’HDR allora non è alterare la realtà, ma ripristinarla (o meglio, ripristinare il modo con cui ci è apparsa).
    Un saluto
    Enrico

  22. Gioacchino Castellani scrive:

    Caro Antonino
    quando dici ” A mio avviso, quello che si dovrebbe promuovere, sarebbe ora, è l’aspetto culturale ed artistico della fotografia.” dici una verità sacrosanta. Ma qusta realtà è legata ad un fattore molto importante che è il mercato. In Italia la fotografia è un prodotto che non ha un mercato, le gallerie d’arte la prpongono in maniera molto marginale. Da noi si preferisce acquistare una litografia numerata all’infinito piuttosto che una fotografia originale “fine art”. Tutto ciò porta ad una insufficiente professionalità da parte del fotografo, che non dovendo rispondere all’aquirente, può permettersi di esporre opere in qualunque stato e condizione.

  23. Antonino Tutolo scrive:

    Eppure ci sono fotografie che vale la pena di acquistare.

    Si tratta delle foto “creative”; quelle possono adeguarsi ad arredamenti sofisticati.
    Il paesaggio, il ritratto, la macro, per quanto splendide, solo raramente si adeguano alle necessità estetiche di un ambiente moderno e sofisticato.

    Chi pagherebbe per mettersi in casa la “solita” foto, simile a tante altre?
    Ma è anche vero che la fotografia ha l’handicap della replicabilità; per cui il compratore preferisce l’opera di un pittore anonimo, magari anche un quadro di scarso valore, ritenendolo erroneamente non replicabile.
    Inoltre il supporto fotografico dà sempre l’impressione del “materialmente” povero.
    Una foto acquista valore estetico solo nel grande formato. Il pregiudizio del supporto può essere superato con la stampa su tela, il cui costo è sempre elevato.
    Alla fine il compratore ha l’impressione di spendere una cifra e ritrovarsi sempre con una “copia”.
    Chi ha denaro da spendere vuole l’unicità, l’investimento del futuro; non una foto che è replicabile e simile a tante altre.

  24. Antonino Tutolo scrive:

    L’unica via possibile sono i poster che si possono vendere al supermercato, con soggetti “di massa” (pallone, automobilismo, fiori, scimmie, leoni, ecc.) e basso costo di acquisto.
    Ma c’é da scontrarsi con le ditte specializzate.

  25. Domenico Brizio scrive:

    @ Enrico M.: “Dato per scontato che la fotografia non è mai la riproduzione fedele di ciò che è davanti all’obiettivo, il fotografo è legittimato ad intervenire nel processo fotografico, ad ogni livello, per riprodurre nell’immagine ciò che ha visto, nel modo in cui lo ha visto e sentito.”

    Questo presume che gli occhi umani vedono ad esempio in bianco-nero? A meno di difetti congeniti vediamo a colori. Poi facciamo ora tanta fatica nel digital imagining ad otteere quel che abbiamo ‘visto’!

    Si può fare fotografia ‘senza vedere’? A me affascina ciò che un altro vede non quello che mi vuol far vedere. In genere ho scoperto che le persone che vedono sono molto più interessanti di quelli che vogliono farmi vedere…

  26. Enrico Maddalena scrive:

    Ben risentito Domenico,
    se non fosse stata inventata la fotografia a colori, ti saresti risposto da te: “Questo presume che gli occhi umani vedono ad esempio in bianco-nero?”.
    Oggi esiste “anche” la fotografia a colori. Ebbene, la retina e la pellicola (o il sensore di una digitale), vedono la realtà allo stesso modo?
    Il sistema ottico di una fotocamera è uguale a quello dell’occhio?
    Il fatto che la pellicola (o il sensore) sia piano e la retina curva, non produce nessuna differenza fra l’immagine oculare e quella fotografica?
    Fotografia ed occhio gestiscono allo stesso modo i diversi contrasti di una scena? Si potrebbe contiunare.
    E questa è solo la parte fisica.
    C’è poi un ulteriore problema e te lo pongo facendoti una domanda:
    Immagina che all’improvviso nell’universo scomparisse ogni forma di vita, continuerebbero ad esistere i suoni ed i colori?

  27. Domenico Brizio scrive:

    @ Ciao Enrico.

    Se nell’universo scomparisse ogni forma di vita eccome avremmo ancora suoni e colori, materia ed energia e le loro manifestazioni, che noi chiamiamo con vari nomi diversi.
    Ogni forma di vita (così come-noi-la-conosciamo ha un suo modo di rappresentarsi il mondo): chi gli occhi, chi gli ultrasuoni, chi impulsi elettrici, chi sono tatto e onde meccaniche, chi… ecc..
    Ed è per questo che mi pongo sempre il problema se quel che mi interessa è ciò che mi vuol fare vedere (che non c’è con sempre più frequenza in fotografia) un autore e quel che c’è e lui ha magnificato per me (semplicemente riportandomelo) perchè ha una sensibilità e una ‘cultura’ fotograficamente sopraffina.

  28. Ezio Turus scrive:

    @ gioacchino castellani
    nell’intervento del 16.5 parli del mosso, dello sfocato, delle tendenze artistiche e di fotoit. basta andare in giro alle letture portfolio, savignano, massa marittima, torino, indifferente dove e guardare cosa gli autori propongono. autori spesso giovanissimi, che magari non hanno mai visto una pellicola, assieme ad autori con decenni di esperiena.
    è da li che escono la gran parte delle foto pubblicate su fotoit, che non fa altro che riportare tutta la varietà di voci che ci sono.
    la foto di giancarla lorenzini ne è un esempio. è una foto efficace, studiata e molto ben composta, emolto valida non perchè è sfocata e mossa, ma perchè è estremamente evocativa. fa girare i neuroni, e non solo i coni e i batoncini della retina.
    d’altro canto l’ultimo commento di domenico brizio dice già tutto e mi trova concorde dalla prima all’ultima parola.

    p.s. il fatto di essere del dac non mi da in dotazione un timbro omologatore, visto che siamo tutte persone dotate di prorio pensiero e abbiamo culture e tendenze diverse. qui non facciamo altro che tirare fuori in nostro pensiero.

  29. Enrico Maddalena scrive:

    Ciao Domenico,
    e invece no :-)
    se scomparisse ogni forma di vita nell’universo, un sasso che cade metterebbe in vibrazione l’aria ed il sole invierebbe energia elettromagnetica di diverse frequenze, ma non ci sarebbero più suoni né colori, perchè i suoni ed i colori sono delle sensazioni che il nostro cervello costruisce in risposta a stimoli esterni di natura fisica.
    Ti ho fatto questa domanda di cui ti ho dato risposta, per rimarcare la differenza fra stimolo e sensazione. Il primo è oggettivo, esterno, la seconda è soggettiva, interna.
    Uno stesso stimolo può provocare in persone diverse, diverse sensazioni in funzione della culltura, della personalità, dello stato d’animo del momento, delle esperienze passate. E addirittura nella stessa persona sensazioni diverse in tempi diversi.
    La macchina fotografica invece, nelle stesse condizioni esterne e con le stesse regolazioni, produce immagini sempre uguali dello stesso soggetto.
    Non credi che sia più giusto ed aderente al vero che il fotografo cerchi di ottenere nell’immagine ciò che ha visto e come lo ha visto, anzichè riprodurre quello che ha visto la fotocamera?
    Solo nella foto scientifica la risposta può essere no.
    Buona giornata
    Enrico

  30. Domenico Brizio scrive:

    @ Enrico “Non credi che sia più giusto ed aderente al vero che il fotografo cerchi di ottenere nell’immagine ciò che ha visto e come lo ha visto, anzichè riprodurre quello che ha visto la fotocamera?”

    Ho qualche riserva sul fatto che l’esistenza di una forma di vita così-come-noi-la-conosciamo sia obbligatoria per la percezione del mondo ma è un discorso molto lontano dalla fotografia, mentre quel che sia più giusto lo riconosco nella tua frase che riporto. Mi riferisco a ‘ciò che ha visto – l’autore- e come lo ha visto’ che ‘ ormai’ non è quel che riproduce la fotocamera nel primo file che fa appena dopo lo scatto visto che una ottimizzazione successiva è necessaria sempre. Il problema però è che ‘ormai’ (ma anche molti in passato) vogliono farmi vedere ciò che non hanno visto! E mi riferisco a tutte quelle stonate esagerazioni e ‘cursorate’ ricercate dopo lo scatto che fanno tanto deus-ex-machina, ma che, proprio perché esagerazioni compiaciute e ‘altamente concettuali’, impoveriscono alla fine la visione dell’autore. Si, è vero, quasi tutto il bianconero è ed è stato ‘falso’, ma ad esempio guardando Adams ho capito che non rappresentava una visione della Natura universale, ma la sua visione particolare… e un po’ lontana dall’anima della Natura, forse. E’ molto complicato e forse ingiusto invece mettere, oltre queste nostre parole, i paletti su cosa sia giusto e ingiusto in fotografia, comunque. Questa cosa la fanno spessissimo gli ambienti fotografici omologati.

  31. Maurizio Tieghi scrive:

    rimane pur sempre un bozzetto di fotografia, perfetta pertanto per far affiorare dai gorghi parole a flutti da parte degli scrittori. alla fotografia non serve la parola per comunicare emozioni, il suo linguaggio è universale e assimilabile immediatamente da tutte le persone vedenti.

  32. Enrico Maddalena scrive:

    Sicuro Maurizio che sia universale?
    Io non lo penso. Ci sono le barriere del tempo, dello spazio e delle culture che ne modificano la lettura.

  33. Domenico Brizio scrive:

    @ Enrico: “Sicuro Maurizio che sia universale?”

    Non è universale, nessuna fotografia lo è. (imho, naturalmente, ma altri può pensare che ve ne siano se la cosa gli riposa il sentimento). Certo la fotografia di Giancarla ha molte caratteristiche di ‘universalità’, può essere compresa dai bipedi e dai quadrupedi che camminano in quella prospettiva, ma anche dagli ottopodi che si possono posare ad esempio sulla prima figura con gonna… è una fotografia che attrae, incuriosisce e descrive di più un concetto che un transito. Ma il concetto non è assolutamente universale.

  34. Maurizio Tieghi scrive:

    la fotografia è universalmente comprensibile da quando è a colori e mostra, solitamente in scala ridotta, quello che vedono gli occhi delle persone. Allo stesso modo dell’immagine riprodotta da uno specchio oppure da una superficie riflettente la luce. Non ha quindi bisogno di altro per essere assimilata da chi la guarda. L’emozione che può suscitare dipende poi solo dalla “storia” personale di chi la guarda, non da quello che riproduce ma questo lo do per scontato. Questa immagine ha bisogno di parole di accompagnamento (affermare che la fotografia si legge è una pura invenzione dei critici) per trasmettere messaggi in codice ad un ristretto numero di persone, quelli che si ritengono gli illuminati perché in grado di percepire i significati delle icone in essa contenute, quindi non è universale perché non comprensibile a tutti pertanto non è una fotografia.

  35. Enrico Maddalena scrive:

    “affermare che la fotografia si legge è una pura invenzione dei critici”.
    E’ naturalmente una tua opinione… ;-)

  36. Antonino Tutolo scrive:

    Entro in una stanza all’improvviso; c’è un gruppo di persone.
    Capisco cosa sta avvenendo in quell’attimo?
    Prendo ciascuno dei presenti in disparte; mi faccio raccontare quello che stavano dicendo; ciascuno me lo racconta a suo modo; quasi sempre in contrasto con gli altri.
    Da spettatore improvvisato dell’attimo ho compreso quello che stava avvenendo in quella stanza?
    Ho la verità?
    Può la ripresa fotografica di un momento, di un istante, raccontare la verità?
    Quindi la fotografia riuscirebbe lì, dove le testimonianze dei presenti, le parole, il film, il sonoro, falliscono.
    Non è illusorio?
    La fotografia usa il linguaggio del simbolismo.
    Il simbolismo varia con la cultura, coi costumi, con gli usi di un popolo.
    Può mai essere universale?
    Può un’immagine bidimensionale, oltretutto ritagliata, modificata nella prospettiva con la focale, con la luce presente o col flash, raccontare la verità universale?
    Cosa ho lasciato fuori dal rettangolo, cosa ho taciuto nel racconto, perché mi sembrava sgradito, difforme dal mio interesse, dalla mia educazione, dal mio credo, dal mio modo di concepire la vita?
    Quindi le storie raccontate nei film sono vere?

  37. Maurizio Tieghi scrive:

    mi è capitato in questi giorni di assistere alla proclamazione della Fotografia dell’anno 2010 per la FIAF, scelta tra le migliaia d’immagini di vario tipo presentati ai concorsi, è una fotografia di tipo naturalistico che mostra alcuni fiori ed un paio di uccelli. In questa fotografia non è presente nessun simbolismo quindi non è necessario conoscerne i significati per farne una lettura. Ma è una fotografia, anzi la fotografia dell’anno! Su questo blog sono state posate alcune fotografie simili a quella per tipologia, i commenti che hanno suscitato sono stati pochissimi, mentre su altre, come la presente ipotesi di fotografia le “letture” si sprecano. Troppo comodo e fuorviante farlo. Sono reduce anche da un’altra situazione che si ripeta da anni simile a quella menzionata in precedenza, una gara tra una ventina di circoli fotografici di cinque diverse provincie. I Le centinaia di giurati, tutti i soci dei circoli partecipanti, sistematicamente assegnano il maggior consenso è un’immagine di tipo naturalistico.

  38. Maurizio Tieghi scrive:

    morale della favoletta: non tutte le fotografia necessitano di una lettura per essere comprese, quelle “belle” (parole più usata sul web per significare il gradimento di un’immagine) fanno a meno delle parole, “parlano” da sole.

  39. Enrico Maddalena scrive:

    Se “parlano”, hanno un linguaggio…
    Già dare un senso ad una distribuzione topografica di chiari e scuri su di un rettangolo di carta, è lettura.

  40. Antonino Tutolo scrive:

    @Maurizio Tieghi
    “non tutte le fotografia necessitano di una lettura per essere comprese, quelle “belle” .. fanno a meno delle parole, “parlano” da sole.”

    Vedi, Maurizio, lo dici da solo: “quelle belle”.
    Ma esistono solo le fotografie “belle”?

    Quelle di Salgado, a tuo parere, sono fotografie “belle”? Oppure sono strepitosamente significative nel loro contenuto e nel loro personalissimo e strabiliante stile tecnico?
    C’é qualcosa di molto più complesso, di molto meno sterile, del “bello”. Il bello in se stesso è sterile, è passivo. Può essere stupido come una bambola oca.

    Il bello è perfezione, armonia delle linee del soggetto e perfezione tecnica di ripresa. Tutto qui.

    Il bello era il fine dell’arte greca (2.500 anni fa).
    Perseguire il “bello” significa che l’arte è ferma a 2.500 anni fa.
    In 2 secoli e mezzo, l’arte ha mutato il proprio fine centinaia di volte: la celebrazione della santità, la raffigurazione dei principi e dei re, l’espressione delle emozioni e dei sentimenti, l’esaltazione politica, la documentazione di fatti di guerra e sociali, la raffigurazione del dolore, della vecchiaia, della pazzia, della solitudine umana.
    L’arte moderna è comunicazione multidisciplinare; non raffigurazione del bello.
    Dimentichi Man Ray, lo stesso Bresson, ed i grandi fotografi mondiali, che non si sono mai occupati della “bella macro”. Essi fotografavano col fine dell’arte fotografica contemporanea; come Franco Fontana, di cui ieri ho ricevuto la splendida monografia della FIAF.
    Nessuno di essi ha finalizzato le sue foto al “bello”; ma al significativo, alla comunicazione di attimalità di luoghi e di situazioni singolari, emozionali; non necessariamente belle. Allora li rinneghiamo tutti?

  41. Antonino Tutolo scrive:

    Da ultimo, Maurizio, vorrei ricordarti un detto napoletano, che esprime anche la relatività, la soggettività del “bello”:

    “Ogni scarrafone è bello a mamma soja”.

    Ogni scarafaggio è “bello” per sua madre.
    Il concetto di bello non è universale. Ne abbiamo già discusso ampiamente. Se vuoi posso indicarti dei libri di storia dell’arte mondiale, in cui puoi trovare opere che sono belle solo nel loro ambito sociale e culturale.

  42. Ezio Turus scrive:

    @tieghi

    “una gara tra una ventina di circoli fotografici di cinque diverse provincie. I Le centinaia di giurati, tutti i soci dei circoli partecipanti, sistematicamente assegnano il maggior consenso è un’immagine di tipo naturalistico”

    parliamo di gusti di massa o parliamo di arte?
    Anche in tv ci sono il vomitorealityshow che tanto piacciono. io mi vergogno di far parte di questa massa. se l’intento di ognuno di noi è quello di avere un proprio carattere, che si esprime anche attraverso l’atto fotografico, il fatto che a centinaia piaccia una mia foto non c’entra nulla con il mia espressione. ho sempre pensato che il concorso è solamente una gara, con le sue regole e le sue strategie. ben altra cosa è la ricerca, i cui frutti si vedono solo dopo molto tempo.
    concludo con una frase già citata in quest blog, che si incastra bene nel contesto, da “school of rock”: “i sex pistols non hanno mai vinto niente…”

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