Giuseppe Vizzari – 9 gennaio 2010 … bisogna andare

I fatti di ROSARNO[1]

di Daniela Sidari

 Bisogna ripartire dal significato della persona. Un immigrato è un essere umano, differente per provenienza, cultura e tradizioni, ma è una persona da rispettare e con diritti e doveri, in particolare nell’ambito del lavoro dove è più facile la tentazione dello sfruttamento, ma anche nell’ambito delle condizioni concrete di vita. La violenza non deve essere mai, per nessuno, la via per risolvere le difficoltà. Il problema è anzitutto umano. Invito a guardare il volto dell’altro e a scoprire che egli ha un’anima, una storia e una vita: è una persona e Dio lo ama come ama me. (Angelus, 10 gen 2010, Papa Benedetto XVI riferendosi ai fatti di Rosarno) 

 Per i lettori non a conoscenza di tali accadimenti, va spiegato il loro svolgersi affinché possano avere una visione informata dei fatti e così poter leggere e comprendere in maniera contestualizzata le foto di Giuseppe Vizzari pubblicate in questo testo.

Dove siamo e cosa è accaduto? Siamo a Rosarno (RC), una cittadina calabrese nella piana di Gioia Tauro, qui l’economia è fortemente agricola e nel periodo della raccolta delle arance è ormai da tempo consuetudine l’arrivo di cittadini extracomunitari che si adoperano nei lavori della raccolta. Arrivano quindi per lavorare, alcuni con regolare permesso di soggiorno altri, la maggior parte, clandestini; questi operatori stagionali finita la raccolta degli agrumi si trasferiscono altrove seguendo il bisogno, di solito in Puglia o in Campania per la raccolta dei pomodori. A Rosarno, i lavoratori hanno vissuto in condizioni disumane, all’arrivo si sono accampati presso l’ex fabbrica Sila e presso l’ex fabbrica Rognetta, edifici abbandonati, fatiscenti e senza servizi sufficienti. L’unica assistenza loro rivolta, è stata quella delle associazioni Libera, Caritas e Medici senza frontiere. I volontari hanno provato a spiegare ai cittadini extracomunitari che i luoghi “dormitori” in cui vivevano andavano tenuti puliti, ma nelle loro condizioni era difficile, niente acqua, niente comodità nei piccoli alloggi di fortuna ricavati con cartone, plastica e lamiera all’interno delle strutture sopra dette; troppe le persone, inadeguati i luoghi, insufficienti le paghe giornaliere ricevute quasi sempre in nero. Era inevitabile che, a lungo andare, i cittadini residenti manifestassero i loro malumori. La violenza ha avuto il sopravvento sulla civiltà e la giornata di giovedì 7 gennaio 2010 si è trasformata in un pomeriggio di guerriglia urbana. La goccia che ha fatto traboccare il vaso ormai colmo è stata il ferimento di un cittadino immigrato con un’arma ad aria compressa da parte di “bianchi” sconosciuti. Lo spargersi della notizia ha fatto esplodere la rivolta degli extracomunitari, provati già da tempo, vittime di quotidiani episodi di violenza, sfruttamento ed altri soprusi sempre taciuti per paura di perdere il lavoro. Prima un blocco stradale, poi l’invasione delle strade di Rosarno da parte di centinaia di cittadini extracomunitari armati di spranghe e bastoni; una vera e propria rivolta in cui l’esasperazione è sfociata in atti di vandalismo con cassonetti dell’immondizia e automobili bruciate, sassaiole e danni ai negozi. Le forze dell’ordine, polizia, carabinieri, guardia di finanza hanno fronteggiano la rivolta con l’uso di lacrimogeni e cariche di alleggerimento, alcuni cittadini extracomunitari sono stati arrestati per reati di violenza e resistenza a Pubblico Ufficiale; si sono poi creati due fronti di guerriglia, uno degli immigrati, l’altro dei cittadini rosarnesi che hanno tentato di vendicare i danneggiamenti subiti. Una delegazione di cittadini extracomunitari ha chiesto di poter parlare con le autorità del Comune (il commissario prefettizio Francesco Bagnato) per spiegare le ragioni della loro protesta. La tensione è rimasta sempre alta e, nella notte, nonostante i turni di ventiquattro ore dei servizi d’ordine e vigilanza, sia nelle fabbriche dormitorio che in città non sono mancate iniziative di rappresaglia nei confronti degli immigrati da parte di cittadini residenti. La mattina dell’8 gennaio, sia cittadini extracomunitari che cittadini rosarnesi hanno manifestato pacificamente davanti alla piazza del Comune, evidente la preoccupazione da entrambi i fronti ma per motivi differenti. Già nella tarda serata dello stesso girono molti immigrati hanno espresso la volontà di poter lasciare Rosarno, troppa la paura di ulteriori ritorsioni da parte di semplici cittadini ma anche dei datori di lavoro. I lavoratori stagionali hanno raccolto in fretta i loro bagagli ed hanno lasciato Rosarno. L’attività di trasferimento è continuata e si è completata nella giornata del 9 gennaio 2010. Oltre mille persone sono state trasferite nei centri di accoglienza di Crotone in Calabria e di Bari in Puglia. Oltre a queste, hanno lasciato Rosarno circa duecento immigrati andati via con mezzi propri. Imponente la mobilitazione delle forze dell’ordine che ha vigilato affinché nulla potesse nuovamente accadere durante tali spostamenti. Con tali trasferimenti si è concretizzato lo svuotamento delle due ex fabbriche ed i vigili del fuoco hanno dato inizio alle loro demolizioni.

 Affinché si possa capire come i fatti accaduti a Rosarno siano stati percepiti fuori dal territorio calabrese e siano stati riportati dai mass-media a risonanza nazionale, e per considerare l’argomento da un punto di vista più ampio, in un contesto economico, sociale e politico, si trascrive dal sito www.rebubblica.it uno stralcio dell’editoriale di Eugenio Scalfari, L’inferno di Rosarno e i suoi responsabili, del 10 gennaio 2010.

A ROSARNO ha infuriato per due giorni e due notti prima una sommossa e poi una caccia al “negro” con ronde armate che sparano a pallettoni per ferire e ammazzare. Nel terzo giorno, cioè ieri, gran parte degli immigrati è stata portata via dalla polizia nei centri di concentramento chiamati centri di accoglienza, sulla costa jonica della Calabria, ma la caccia al “negro” continua contro i pochi dispersi che vagano ancora nella piana di Gioia Tauro. […] Siamo arrivati a questo? Perché ci siamo arrivati?

Attualmente sono valutati a circa ventimila i braccianti destinati alla raccolta delle arance, dei mandarini e dei bergamotti. Ma non è un fenomeno recente, dura da quindici o vent´anni in qua. Riguarda solo i maschi, non ci sono femmine tra loro né famiglie. Sono maschi singoli, senza dimora, alloggiati in ovili diroccati, senz’acqua, senza luce, senza cessi. E vagano per quelle terre in cerca di lavoro giornaliero.

Vagano in Calabria, in Sicilia, in Basilicata, in Puglia. Secondo le stagioni raccolgono agrumi, olive, uva, pomodori. Il lavoro è in mano ai caporali, quasi tutti affiliati alle mafie locali. Dodici ore per venti o venticinque euro sui quali i caporali trattengono un pizzo di cinque e i camionisti che li trasportano sui campi un prezzo di due o tre euro.

«Cercavamo il paradiso abbiamo trovato l´inferno» ha detto ieri uno di loro avvicinato da un cronista. Eppure, se continuano a cercar lavoro in quell´inferno vuol dire che sono fuggiti da inferni ancora peggiori.

I calabresi di Rosarno non sono certo abitanti di un paradiso. Sono quindicimila di povera gente e vivono in un paese sotto il tacco della mafia.

[…] Qualche domanda però è di rigore. La rivolgiamo al ministro dell´Interno, a quello del Lavoro, a quello delle Attività produttive, a quello dell´Agricoltura, competenti e quindi politicamente responsabili di quell´inferno. Ma le rivolgiamo anche al Prefetto, al Questore, al Comandante dei carabinieri, al Governatore della Regione. Non sapevate? Non sapevate che la raccolta dei frutti di quelle terre è affidata a ventimila immigrati, in maggior parte clandestini, gestiti da caporali e pagati in nero? Non sapevate come vivevano? Non vi rendevate conto che si stava accumulando un materiale altamente infiammabile e che l´incendio poteva divampare da un momento all´altro? Non avevate l´obbligo di intervenire? Di attrezzare un´accoglienza decente? Di regolarizzare i clandestini e il loro lavoro, oppure di rimpatriarli ma sostituirli visto che gli italiani quel tipo di lavoro non sono disposti a farlo?

 
Allo stato attuale, a Rosarno, sembra essere tornata la tranquillità. Ci si chiede, quanto durerà? Ed ancora, immigrati allontanati, problema risolto? È veramente tutto sotto controllo o la calma è solo apparente e durerà fino al prossimo arrivo dei lavoratori stagionali per raccolta degli agrumi?

[1]  Per la narrazione dei fatti di cronaca sono stati consultati articoli di differenti quotidiani cartacei ed on line.

 

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Rosarno, 9 gennaio 2010… BISOGNA ANDARE…

di Daniela Sidari

Le fotografie devono contenere l’umanità del momento.

(Robert Frank)

 Siamo a Rosarno, piccola cittadina della piana di Gioia Tauro, in Calabria. Le immagini mostrate sono state scattate il 9 gennaio 2010, la giornata conclusiva di fatti spiacevoli accaduti già due giorni prima: una vera e propria rivolta scatenata da un ennesimo sopruso gratuito ai danni di un cittadino extracomunitario. L’esasperazione ha portato i lavoratori stagionali ad invadere le strade della città creando disordini ed a manifestare le proprie ragioni in scontri diretti con i cittadini residenti. Nonostante le rassicurazioni e la normalità ristabilita dalle forze dell’ordine, il 9 gennaio 2010 è stato il giorno di partenze e trasferimenti. Centinaia di extracomunitari hanno lasciato Rosarno, hanno raccolto le poche cose in sommari bagagli, pronti per il trasferimento verso centri di prima accoglienza con pullman e treni.

Il reportage di Vizzari manifesta la passione di raccontare e la voglia di documentare per immagini sempre nel rispetto della dignità altrui. Le situazioni ritratte sono spontanee, una “quotidiana normalità” narrata senza alcuna forzatura visiva. Le foto sono in grande formato, l’uso del bianconero e gli evidenti contrasti fra luce ed ombra donano forza alla comunicazione mettendo ben in risalto le situazioni ritratte; l’uso della messa a fuoco selettiva permette di differenziare i piani di interesse concentrando l’attenzione sul rappresentato; il contestualizzare i soggetti diventa fondamentale per narrare gli accadimenti della realtà di cui l’autore è testimone.

Le prime immagini danno il ritmo al fluire della sequenza, esse mostrano ancora i segni della guerriglia dei giorni precedenti, gli scontri che hanno fatto parlare dei cosiddetti “fatti di Rosarno”. Un’automobile, una delle tante, bruciata e sottosopra campeggia nell’inquadratura; c’è ancora fermento, vediamo la presenza della popolazione “bianca” che come in corteo segue gli accadimenti. Una recinzione, un grafico quadrettato fuori fuoco, separa i lavoratori “neri” dal resto e sembra quasi relegarli ad una condizione di metaforica prigionia; essi attendono comunicazioni con bagagli vicini, ancora sulle porte di ingresso delle “abitazioni”, appoggiati alle recinzioni, seduti un po’ dovunque. Molti sono i volti ritratti, i soggetti hanno accettato l’osservare raccolto del fotografo, gli hanno permesso di entrare nel loro dramma, di accompagnarli nei fatiscenti luoghi del loro vivere, principalmente una vecchia fabbrica in disuso e senza servizi; gli hanno permesso di narrare la loro dolorosa quotidianità, di interrogarsi ed interpretare quella loro condizione di precari. L’espressione di questi visi parla di dignità lasciando contemporaneamente trasparire una dolorosa rassegnazione. Insieme all’autore, siamo testimoni della lunga attesa e, sono proprio le fotografie a scandire in pause il tempo. Due ragazzi tendono le mani interrogative, chiedono qualcosa a cui non c’è una risposta certa. Quale sarà il futuro? Un ragazzo extracomunitario guarda dritto in macchina. Non sappiamo di quale paese sia, ma non è importante. I suoi sono occhi che guardano e che sono guardati. Occhi che riassumono in un’unica espressione tanti sentimenti, non c’è sfida in questo sguardo, sono occhi smarriti e tristi, occhi rassegnati uguali a tanti altri in quel 9 gennaio a Rosarno, dietro di lui, nello sfondo, valigie pronte e pullman in attesa della partenza. Bisogna andare …, e mentre le forze dell’ordine vigilano sui trasferimenti, ragazzi già attendono in pullman dietro finestrini ricoperti di umidità. Un’ultima immagine ben ritrae il vuoto rimasto. Tutti sono partiti, nell’inquadratura domina una macchia nera, resti di bruciatura sull’asfalto e sullo sfondo l’ex fabbrica, ex ricovero dei lavoratori. È difficile credere a ciò che è accaduto; ora, a Rosarno, la vita continua a scorrere e nulla sembra essere avvenuto. In questo lavoro, ogni fotografia racconta la stessa storia, quella di persone vittime della povertà. Rosarno ed i fatti accaduti divengono l’evento emblematico per far riflettere su tante situazioni ugualmente drammatiche poco conosciute o addirittura non ancora conosciute. In tale contesto, il reportage fotografico di Vizzari può considerarsi come l’analisi sociale di un microcosmo. La comunicazione dell’autore è chiara ed ogni fotografia è parte del documento visivo in cui palese è la volontà di denuncia affinché, in altri posti, non si debba venire a ripetere un’altra Rosarno.

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Comments (3)

 

  1. Antonino Tutolo scrive:

    Il servizio fotografico è splendido. Ma affermare che ” il reportage fotografico di Vizzari può considerarsi come l’analisi sociale di un microcosmo” mi pare eccessivo.
    Queste foto documentano il “dopo”: il fatto di cronaca.
    L’analisi sociale avrebbe richiesto l’approfondimento delle cause, del “prima” e del “durante”.
    In ogni caso complimenti all’autore.

  2. Attilio Lauria scrive:

    Accolgo con grande piacere la richiesta dell’amico Peppe Vizzari di un commento a questo suo portfolio.
    Conosco bene e apprezzo questo portfolio, tra quelli ammessi alla “Mostra Fiaf dell’Anno” 2010, manifestazione organizzata dalla Fiaf Calabria, e ricordo con grande nettezza la sensazione immediata e viscerale che provai nel guardarlo la prima volta: mi tornò alla mente la strofa di una canzone di Fabrizio De Andrè, quella che recita “quando si muore, si muore soli”. Perché ogni sconfitta, come quella di questa piccola comunità costretta ad allontanarsi dal luogo che aveva tentato di chiamare ‘casa’, è una morte, e come tante morti, è un evento che si consuma nella solitudine, se non nell’indifferenza: qualche volontario, mentre è del tutto assente in queste immagini la cittadinanza.
    Non sappiamo il motivo per il quale questa comunità viene allontanata, le immagini non ce lo dicono, solo il titolo colloca questa situazione in un luogo e in un tempo, tant’è che Daniela ci riporta la cronaca di quei giorni per consentirci di comprendere ‘l’antefatto’. Dalle tracce di guerriglia urbana, con auto e copertoni incendiati, possiamo supporre si sia trattato di un evento di natura violenta, riconoscendo in queste immagini anche la capacità di una narrazione indiretta, oltre il rappresentato.
    Ed è proprio la scomparsa della cronaca di quei fatti, narrando le immagini solo l’epilogo, ad elevare questo portfolio a metafora iconica di una vicenda dalle dimensioni umane ben più ampie, quelle, per intenderci, già raccontate da Salgado attraverso i suoi migranti ‘in cammino’.
    Il senso è probabilmente tutto in quella foto interrogativa di un volto dietro il finestrino: esiste per queste persone, per tutti quelli che sono costretti a lasciare la propria terra intesa come identità di patria e familiare, e sono costretti a confrontarsi con nuovi stili di vita, con condizioni a volte ostili, una ‘uscita d’emergenza’? un interrogativo – a quanto ci dice la consapevole rassegnazione di quei volti – del tutto retorico.
    Dunque un reportage – e in quanto reportage assolutamente ben strutturato ed equilibrato, che conferisce uguale peso informativo a tutti gli elementi della narrazione – ma che riesce ad andare oltre il semplice reportage.
    Non resta che sottolineare la paradossale, amara ironia del bus delle gite turistiche…

  3. giuseppe scrive:

    Volevo solo ringraziare
    Daniela Sidari,
    Antonino Tutolo
    ed Attilio Lauria
    per il commento a questa serie di foto.

    Giuseppe Vizzari

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