Dario D’Adda – Mozzo (BG) – I colori del mare

494 Dario D'Adda I colori del mare

Colori e un architettura perfertta… il mare caraibico ancora mi emoziona

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Comments (11)

 

  1. Marco Furio Perini scrive:

    Il punto secondo me è: volevi restituire fotograficamente la bellezza indiscutibile del mare oppure le geometrie (nemmeno troppo perfette a mio vedere) di quella barriera artificiale? Credo che le due cose siano abbastanza incompatibili se unite insieme, perchè non ci vedo alcun legàme narrativo ma neppure estetico/compositivo. Per i miei gusti, mi sarei concentrato solo sul mare lasciando perdere le “architetture”, eliminando anche quel masso più chiaro in basso a sinistra. Ciao

  2. Fabrizio P. scrive:

    Direi che questa immagine punta ,come spiega l’autore nella prefazione, al colore e alla limpidezza di quel mare che gli ha dato determinate sensazioni, condendolo con una geometria che si e’ trovato davanti (credo una ringhiera) che ,con una buona inquadratura, ha colto dividendo in settori l’immagine. Tutto questo godibile visivamente (pur con qualche imperfezione : esempio vedi parte di ringhiera sulla destra, quella parte bianca sotto a sinistra) che porta a toccare non solo il piacere visivo, ma anche un certo ordine geometrico che vuole rendere meno cartolina l’immagine e avvicinarsi ,forse, a quelle “strisce” di colore di Fontana colte dalla realta’ e sottratte come frammento per una sorta di suggestione visiva, di piacerevisivo appunto, toccando solo la sfera emotiva. Un modo di fare fotografia piu’ di estetica che di contenuto.Ciao

  3. Ciao Dario vedo ora la tua fotografia , e leggo anche il coommento dell’amico Marco che conosco ormai da alcuni anni , anche personalmente, e devo dirti che la sua lettura concorda con il mio pensiero,trovo troppo stridente l’accostamento tra il mare stupendo dei Caraibi, con una struttura un po troppo invadente.
    ciao giuliano.

  4. Maurizio Tieghi scrive:

    così come è fatta sembra quasi una fotografia.
    se ci fosse solo il mare sarebbe un pubblicità per un posto bello e nulla più, togliendo il mare ed il cielo e lasciando solo la struttura si potrebbero esprimere molti concetti così cari ai critici fotografici. mi piace questo panino fatto di natura e struttura, di fermo e di mosso che la falsità della fotografia ci fa sembrare immobile anche il mare. le onde che vanno e vengono e l’inferriata a guardarle sempre lì, immobile, come a delimitare il confine inviolabile tra realtà e fotografia.
    gabbia fatta dall’uomo per non cadere ma di cui rimane prigioniero. limiti invalicabili anche per il pensiero di chi guarda che non capisce la differenza tra i caraibi e una sua pallida riproduzione di uno schermo. infine adoro l’imperfezione geometrica delle cose che apparentemente sembrano fuori luogo perché sono lì, al loro posto, come dal vero e non tolte poi in post, per rendere più carino il compitino

  5. Fabrizio P. scrive:

    Concordo quanto dice Maurizio che con parole piu’ profonde e’ im linea con quanto ho espresso , pero’ per quanto riguarda alcuni errori quelli purtroppo ci sono e non e’ un discorso di eliminazione con programmi vari , ma e’ quello di saper visualizzare prima ed eventualmente toglierle come in questo caso con un taglio piu’ appropiato in quanto l’immagine non e’ altro che l’atto di sottrarre dalla realta’ elementi per includere solo quelli che interessano l’autore per una loro relazione, per una combinazione che comunichi. Questa sottrazione viene eseguita da tutti e dato che tale operazione fa parte di quel modo di ordinare le cose (fattore umano) che sono intorno a noi in un determinato “caos”, non vedo perche’ questa immagine debba avere quelle imperfezione che nulla dicono di piu’ anzi per come e’ stata tagliata e inquadrata direi che c’e’ una ricerca dell’ordine della quasi perfezione, per il resto sono d’accordo quando dice : “…infine adoro l’imperfezione geometrica delle cose che apparentemente sembrano fuori luogo perché sono lì, al loro posto, come dal vero e non tolte poi in post, per rendere più carino il compitino…”. Ciao Fabrizio P.

  6. Dario D'Adda scrive:

    Premesso che , per dirla con Ansel Adams , “la fotografia se la devi spiegare non è venuta bene” e che l’architettura è la disciplina che ha come scopo l’organizzazione dello spazio in cui vive l’essere umano, provo – anche perché sollecitato dai commenti – a riflettere sullo scatto e ad interagire con quanti hanno gentilmente, e per me utilmente, scritto di questa foto.
    Appoggiato alla bianca ringhiera, il mare e il cielo, con i loro colori e con le naturali geometrie che ne scaturiscono, mi sono apparsi indiscutibilmente belli ed armoniosi . Una perfetta architettura /gestione dello spazio quindi, opera della natura, degna di essere colta e conservata, anche per altri.
    Poi ho visto anche il mare … “da dietro” quell’artefatto (la ringhiera) posto a protezione di uno spazio sopraelevato.
    La visione mi è apparsa disturbata … il parapetto in legno – ingombrante , netto, di un colore in contrasto con l’equilibrio dello sfondo – sembra ricordarti un divieto, confonde lo sguardo, compromette il godimento di tanta bellezza.
    Allora ho deciso di utilizzarlo come una “barriera ideale”, intenzionalmente collocata (nella foto) sull’orizzonte, là dove ciò che è “terreno” sfiora “il celeste” , contaminandosi ( al tramonto) ma senza mai confondersi. Una barriera simbolo di un limite… il mio, il nostro, tutto umano.
    Fermi restando gli errori tecnici segnalati.
    Ciao a tutti Dario D.

  7. Fabrizio P. scrive:

    Ciao Dario, ti ringrazio del tuo ultimo intervento (cosi’ dovrebbero semnpre finire i commenti sulle immagini) perche’ porta anche a chi ha commentato la tua immagine a riflettere su quanto ha scritto, e a me in particolare (forse influenzato dalla lettura di questa estate) mi ha portato a comprendere quanto sia estremamente attuale e utilissimo l’articolo scritto circa 34 anni fa, di cui faccio un mio applauso personale agli ideatori e scrittori, sul “linguaggio fotografico” apparso sulla rivista progresso Fotografico. Se continuiamo a parlare linguaggi personali , come sta succedendo oggi con questa velocizzazione della Fotografia e non solo, non ci sara’ mai una comunicazione completa, ma solo dettata da emotivita’ comune e conosciuta da tutti, e da esteticita’.Grazie.

  8. Marco Furio Perini scrive:

    Spiegata così la foto allora acquista subito un suo senso, che non credo si discosti molto da quanto ho cercato di esprimere nel mio primo intervento. Non avevo solo inteso che la barriera l’hai introdotta proprio per sottolineare il suo effetto riduttivo (anche mentale) sulla bellezza della natura. Ciao

  9. Antonino Tutolo scrive:

    Condivido il commento di Maurizio Tieghi.

    Non condivido invece la citazione di Bresson: “Ansel Adams , “la fotografia se la devi spiegare non è venuta bene””

    Ci sono livelli di percezione diversi; epoche fotografiche ed intenti diversi. La fotografia di Fontana, ad esempio, fa storcere il naso a molti; mentre altri, come me, ne sono entusiasti.

    Per quanto riguarda i “linguaggi personali” citati da Fabrizio, non vedo dove sia il problema.
    I linguaggi si evolvono con le necessità del tempo. Se continuiamo a recitare con lo stesso linguaggio di Bresson, continueremo a riprodurre per altri 80 anni, gli stessi temi e la stessa estetica.
    L’arte dei greci, dei romani era solo estetica. La bellezza formale del corpo. Più estetica di così.
    Allora dovremmo rifiutare la foto dei paesaggi, la macro dei fiori; cioè tutta la fotografia che è documentazione del reale ed espressione solo del belo della natura.
    Non vedo quale concettualità, a parte la contemplazione del creato, può esistere nella splendida ma poco creativa (è già tutto scritto) descrizione di un paesaggio o di un insetto.

    Gli scopi dell’arte sono mutati in duemila anni.
    Tutte le arti si sono adattate ai nuovi linguaggi ed a nuovi soggetti; solo la fotografia, parlo di quella italiana, perché all’estero ci sono esempi eclatanti di fotografia diversa, è ancora legata a Bresson.
    Potrei fare un lunghissimo elenco di fotografi ormai classicii che già agli inizi del XX secolo (cento anni fa) tentavano la velocizzazione della fotografia nel mosso (Fratelli Bragaglia), nei montaggi futuristi, ecc.
    La fotografia ha ancora la possibilità di allontanarsi dal passato per trovare una nuova collocazione, una nuova dignità per il futuro.

    Nella foto di Dario Dadda riscontro delle imperfezioni tecniche. Le foto “estetiche” richiedono perfezione compositiva e dei colori.
    Il grigiore diffuso, soprattutto, rende l’insieme molto meno attraente.

    La foto di Fontana sembra semplice. Invece essa è un capolavoro di essenzialità, gusto compositivo, estetico e del colore.

    Incollandosi alle solite regolette compositive, ai soliti temi, al solito gusto estetico arcaico, è molto facile fotografare. Perché tutto è già precotto.

  10. ah…wow….
    w il mare cosi splendido splendente! buone le proporzioni e le divisioni, m piac sisi

  11. Fabrizio P. scrive:

    @Antonino Tutolo : condivido completamente cio’ che hai scritto , ed e’ quello che vado sempre dicendo e che forse per il mio modo contorto di scrivere non si comprende. Credo anch’io che il linguaggio fotografico si evolve con la nuova tecnologia, con il nuovo modo di comunicare dove segni e simboli stanno riprendendo vigore, magari snaturati e reinterpretati. Ma il punto e’ se questo evolversi nella Fotografia odierna la troviamo o siamo di fronte ad un annaspamento dovuto a quello che tu dici, il portarsi dietro vecchi schemi dall’analogico dove tecnica ed estetica erano le uniche spesso condiderate. Oggi continuiamo su questa scia, probabilmente ad ogni novita’ corrisponde un ricominciare partendo dalla base : tecnica ed estetica, senza pero’ avere il tempo di filtrare anche il linguaggio, l’alfabeto fotografico in trasformazione ed ecco perche’ oggi tanta confusione…almeno quello che io vedo.Ciao

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