IL REPORTAGE SOCIALE di Pietro Collini

 IL REPORTAGE SOCIALE SIGNIFICATO E PROBLEMATICHE PRATICHE E SEMANTICHE

Sono rimasto molto colpito, leggendo l’editoriale di Emanuele Costanzo sul numero di giugno 2009 di Foto Cult, dalla descrizione puntuale che egli riporta sulla situazione attuale di tutti i circoli fotografici virtuali e non, dove afferma che: “…non tutti i generi godono delle stesse preferenze da parte dei fotografi. Quelli più gettonati sono la fotografia di viaggio, il paesaggio, la macro e la fotografia naturalistica. Solo una piccola percentuale si dedica con costanza e profitto ai generi di fotografia sociali, ovvero il reportage e la street photography.” 1.

La lettura di questa constatazione mi ha spinto a proporre una mia dissertazione sulla fotografia di reportage sociale, alla quale mi sento particolarmente vicino.

SIGNIFICATO

Il reportage nasce lontano nel tempo quando Jacob Riis riprese una serie di immagini per documentare la povertà a New York, già nella metà dell‘800.

Ma la vera nascita si colloca, secondo me, quando Walker Evans, ai primi del ‘900 inizia ad utilizzare la macchina fotografica per documentare la grande crisi e con Dorothea Lange e altri, scattano immagini documentando la cruda realtà della povertà del popolo americano per conto della FSA (Farm Security Administration), un ente federale statunitense il cui intento era di sottolineare lo stato di grande povertà e disagio della popolazione rurale del sud degli States, mettendo per la prima volta a nudo differenze e contraddizioni tra due mondi Nord e Sud.

In questo periodo la fotografia fa un salto generazionale di fondamentale importanza nella sua storia: si passa da una fotografia passiva, dove la ripresa di persone, cose o monumenti, ne fanno la “parente povera” della pittura, talora ad essa asservita come mero strumento di lavoro, a una fotografia di movimento in termini di ricerca e denuncia sociale, politica, antropologica o semplicemente etnografica. Finalmente nasce una musa a sé stante.

Fare del reportage sociale comporta una scelta di campo umana e filosofica, ma non necessariamente politica. De Paz sostiene che : “ Con l’espressione fotografia sociale non si indica tanto un preciso genere fotografico quanto piuttosto una sensibilità e un atteggiamento di fronte alla realtà storico-sociale contemporanea. La fotografia sociale cerca di stimolare nell’osservatore il risveglio di una coscienza e quindi una reazione critica e partecipata verso le ingiustizie, le oppressioni, la povertà, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e, in genere, verso condizioni umane che coinvolgono precise responsabilità individuali e istituzionali. Nell’ambito di tale fotografia sociale è possibile individuare, grosso modo, due grandi direzioni operative. Una direzione sociologica e una direzione ideologicopolitica o di testimonianza in cui, spesso, la descrizione obiettiva si accompagna o lascia parzialmente il posto al messaggio ideologico che il fotografo, tramite la propria Weltanschauung (“visione del mondo” ndr), vuole comunicare al pubblico. “ 2

A mio modo di vedere, soprattutto in Italia siamo abituati a dividere tranchanne ciò che è di destra, da ciò che è di sinistra, ma non è così. La sensibilità individuale viene messa in gioco nel saper porre l’accento su problematiche che sono di pura umanità e che non hanno connotazione politica. Si diventa di destra o di sinistra quando si vuole strumentalizzare la fotografia a fini diversi da quello che dovrebbe essere una seria onestà intellettuale.

Il vero reportage sociale è quanto di più democratico si possa immaginare: porta a conoscenza di tutti, poveri e ricchi, situazioni di vita reale, di persone, di vissuti quotidiani filtrati attraverso l’occhio del fotografo, che può decidere cosa inquadrare, scattare o evitare, dandoci segno di una sua reale sensibilità e correttezza. Pertanto nell’accezione “sociale” dobbiamo comprendere non solo il condividere racconti di miseria, povertà o morte, ma anche di gioia, opulenza e colpevole indifferenza e quindi la distinzione di De Paz non mi pare completamente pertinente.

Nei nostri paesi spesso s’incontrano serie difficoltà a pubblicare immagini in cui vengono mostrate delle verità scomode, come in un suo scritto sostiene David Levi Strauss: “ La tendenza anti-estetica può facilmente diventare anestetica, una mancanza di consapevolezza indotta artificialmente per proteggersi dal dolore, per proteggere le “ipocrite frontiere” della proprietà e del privilegio. È indecoroso guardare la fame dritta negli occhi, fare in modo che anche gli altri siano obbligati a guardarla allo stesso modo. È un’atrocità, un’oscenità, un crimine ideologico.

Quando si cerca di rappresentare l’altro, di “farne il ritratto” o raccontarne la storia”, ci si butta a capofitto in un terreno minato di problemi politici reali. La prima domanda da porsi è: che diritto ho di rappresentare te? Ogni fotografia di questo tipo dev’essere una negoziazione, un complesso atto di comunicazione. Come spesso accade in questi casi, le probabilità di successo sono davvero remote, ma forse questo significa che non bisogna provarci? ” 3

Da qui il motivo che spesso induce molti, in particolare in ambito fotoamatoriale, a giudicare sbrigativamente le immagini di reportage, soprattutto quando esprimo gravi disagi sociali, povertà estrema o sofferenza, come scattate per “fare colpo”, quando va bene, altrimenti ti accusano addirittura di essere uno sfruttatore senza “etica” o, infine come mi è capitato su un sito dove abitualmente pubblico, che sono tristi e quindi non devono essere presentate perché turbano chi le guarda.

A proposito di etica, vi sottopongo questo estratto da un saggio su etica e fotogiornalismo di Scianna: “ Ma c’è un’altra storia, che mi ha raccontato il fotografo Mare Riboud, in cui le cose hanno avuto un ben più in-quietante sviluppo.

Mare era in Bangladesh con altri fotografi nel pieno dei disordini rivoluzionari del 1972. A un certo punto si trovarono in mezzo ad alcuni soldati indiani che avevano occupato il paese, i quali avevano arrestato e stavano portando via alcuni aguzzini del regime precedente. C’era intorno a questi soldati una piccola folla che urlava contro gli arrestati, come sempre le folle urlano in tutte le piazze Loreto della storia e del mondo contro quelli che osannavano il giorno prima, pur odiandoli. Riboud a un certo punto si rese conto che siccome c’erano i fotografi che fotografavano la scena gli stessi soldati erano entrati nella parte dei giustizieri e cominciavano a picchiare ferocemente quei due disgraziati. La cosa sgomentò Mare che partì di corsa a cercare un colonnello con il quale era entrato in contatto per andargli a dire che i suoi soldati stavano linciando delle persone. Non lo trovò, tornò indietro di corsa ma quei due disgraziati erano già stati massacrati.

I due fotografi che erano rimasti hanno avuto il premio Pulitzer per le fotografie di quel linciaggio. Uno dei due, tra l’altro, sarebbe morto poco tempo dopo in Cambogia. C’è da aggiungere un dettaglio che aumenta l’ambiguità di tutta la faccenda. Indira Gandhi, allora primo ministro dell’India, avendo visto quelle foto sulla stampa americana emanò ordini rigorosissimi al fine di evitare che si ripetessero episodi simili. Quelle immagini, quindi, che mostravano un linciaggio probabilmente favorito, se non determinato dalla presenza dei fotografi, hanno contribuito forse a salvare la vita ad altre persone. Forse. Però io considero Mare un fotografo e una persona rispettabile e non mi piace affatto che abbiano avuto il premio Pulitzer fotografi che hanno assistito, partecipando, sia pure non volontariamente a quel linciaggio che, in un modo o in un altro, hanno finito col favorire.” 4

Personalmente sono portato a pensare che i soldati avrebbero comunque massacrato quei poveretti, anche se i giornalisti non fossero stati presenti, se non altro per scoraggiare gli astanti ad acuire la protesta e così tutto sarebbe caduto nell’oblio. Al contrario, sono convinto che proprio la documentazione di quel sopruso abbia contribuito a salvare altre vite umane e che i fotografi non abbiano certamente agito in funzione del premio Pulitzer, tenuto conto che hanno messo a repentaglio la loro vita, tanto vero che che uno dei due morirà successivamente sul campo. Al contrario sono certo che abbiano svolto fino in fondo il loro dovere di fotogiornalisti: vedere, registrare e mostrare.

Nel reportage, quindi, etica non vuol dire non scattare una fotografia, ma significa estetizzare l’immagine rendendola fruibile attraverso la propria interpretazione, che non deve distorcere il contenuto di fondo della realtà vissuta, piegandola a un puro strumento di propaganda, cioè creando un falso.

Una chiarificazione esemplare di quanto ho espresso sopra lo troviamo in Salgado, quando in un articolo descrive così le sue esperienze in un’Etiopia, piegata dal flagello della siccità e della fame: “Quello che trovai era al di là della mia immaginazione. Nel primo campo che visitai c’erano 80.000 persone. Stavano morendo di fame. Si vedevano i resti dei cadaveri, corpi di uomini e donne e molti, molti bambini. Ogni giorno morivano più di cento persone.

I primi giorni era impossibile fotografare questi campi a causa della situazione emotiva. Troppo sbalordito per scattare. Ma dopo qualche giorno smetti di piangere e qualche giorno dopo ancora capisci che hai un lavoro da fare. È un lavoro proprio come quello dei medici che sono venuti per curare i malati o gli ingegneri arrivati per costruire case. “ 5

Tra i significati del reportage, vorrei portare la vostra attenzione a considerare che, mentre la peculiarità delle immagini di macro, di paesaggio, di ritratto in studio, di cui siamo ormai abbondantemente pervasi, è di esaurire il racconto in una sola immagine: il fotografo riprende l’oggetto/soggetto e tutto finisce con la comunione che egli fa della sua fotografia; in essa è contenuto tutto il messaggio, come riempire un bicchiere e tutto finisce lì.

La fotografia di reportage non si esaurisce in una singola immagine icona di sé stessa, ma quella singola foto va concepita come una frase estrapolata da un lungo racconto, il cui significato vero e profondo, può essere colto solo arrivando a leggere il libro fino alla fine.

Parlare di reportage sociale o, se vogliamo, di fotogiornalismo, significa trattare di quella fotografia che, attraverso l’immagine, vuole raccontare particolari aspetti della società in cui viviamo; oppure testimoniare dell’esistenza di situazioni altrimenti sconosciute o lontane. Non necessariamente il fotografo deve proporre situazioni di degrado, violenza o sofferenza: la scelta dipende dalla sua sensibilità o “vocazione sociale”.

Comunque sia il reportage non s’improvvisa. Occorre seguire delle fasi ben precise, una volta scelto l’obiettivo da raggiungere e nello specifico, tratterò del reportage sociale filtrandolo attraverso le mie esperienze sul campo.

LE DIFFICOLTA’

LA FASE PREPARATORIA

Come ho accennato sopra occorre predisporre di un’adeguata preparazione culturale prima di affrontare il viaggio vero e proprio. A tale scopo, diversi mesi prima, incomincio a documentarmi sulla cultura, la religione, gli usi i costumi delle popolazioni e, anche se non antropologicamente fondamentale, ma utilissimo per me come medico, anche in ordine alle patologie mediche che potrò trovarmi ad affrontare.

Questo lavoro è di rilevante importanza per cominciare a previsualizzare nella mia mente quelle situazioni che diventeranno il filo conduttore del reportage. In mancanza di una valutazione seria, si rischia di arrivare sul luogo e di cominciare a fotografare “random”, senza una meta precisa, sperando di ottenere, alla fine, solo delle buone fotografie di soggetti casuali, che magari posso far colpo su coloro che osserveranno le mie fotografie, ma che non esprimono certamente il significato vero e profondo del reportage.

E’ quindi sulla base di una attenta valutazione antropologica, che si può estrapolare il cuore del reportage, il filo conduttore che deve collegare le immagini trasformandole in un vero e proprio racconto. Questa narrazione, illuminata da un background culturale, non può comunque prescindere dalla propria soggettività. Come diceva W. Eugene Smith: “ Quelli che credono che il reportage fotografico sia “selettivo ed oggettivo, ma non possa decifrare la sostanza del soggetto fotografato dimostrano una completa mancanza di comprensione dei problemi e dei meccanismi propri di questa professione. Il foto-giornalista non può avere che un approccio personale ed è impossibile per lui essere completamente obiettivo. Onesto sì, obiettivo no. ” 6

Così, dentro di me, cominciano anche a nascere sensazioni, convinzioni e aspettative situazionali, che mi forzeranno la mano durante il viaggio vero e proprio.

SUL CAMPO

“Vale più la pratica della grammatica”, racconta un vecchi adagio pregno di saggezza. Ciò lo si sperimenta quotidianamente sul campo.

Arrivato con un pieno di nozioni e di aspettative, devo confessarvi che, viverle giorno per giorno, comporta passare, in un attimo, dalla gioia di incontrare quello che ti aspettavi e fotografare con grande forza, alla delusione di non poter esprimere fotograficamente un concetto che avevi in mente per motivi tra i più disparati.

L’aspetto che, in ogni caso, ti arricchisce moltissimo è la possibilità di entrare in intimo contatto con la gente.

Entri nella loro intima quotidianità, sei accolto come uno di loro. Mangi allo stesso desco, condividi le loro emozioni e le fai tue: in una parola ti arricchisci dentro. Ecco che allora le immagini che riprendi non sono più una fredda documentazione situazionale, documentale o ambientale, ma divengono parte intima anche del tuo vissuto emozionale più profondo. L’immagine prende vita dentro di te e diventa parte di te, chiudendo in un abbraccio ideale anche chi ti sta vicino.

Grazie alla collaborazione dei missionari, ho potuto dialogare, farmi raccontare e capire. Comprendere quanto grande sia l’onore che mi fanno accompagnandomi all’albero sacro e nel luogo dove esercitano la liturgia dei loro riti più segreti; quando mi spiegano come fanno a placare l’ira dello spirito dell’antenato o come nel caso in cui mi consentono di entrare nella loro riserva, dove nemmeno le autorità sono ammesse.

In queste situazioni scattare una fotografia diventa quindi quasi un rito che ti incide dentro, come uno scalpello nella pietra. Ecco quindi che nella mente mi appare la fotografia finita, in BN, con i suoi chiaro/scuri, i tagli di luce, l’inquadratura adatta a sottolineare le parole del racconto.

Il BN è pertanto il mio linguaggio, ben strutturato. Vedo il mondo in BN. Che tristezza, molti penseranno; in realtà la gamma tonale è così ampia da trascendere il colore, da poter creare continui e variati accostamenti tali da dare vita ogni volta a parole nuove o, come nella musica, ad armonie nuove. Pensare che nella musica vi sono solo sette note base, la gamma tonale del BN gioca su 12 note (al minimo): quanta possibile creatività abbiamo nelle mani, anzi negli occhi!

Un altro discorso riguarda anche la scelta dell’inquadratura. A tutti sono note le regole auree della fotografia, chiamiamola così, canonica: la sintassi dei 2/3, dei pesi delle masse ed altre amenità del genere. Personalmente mi ritengo un anarchico: ho un’avversione profonda per le regole, anzi le studio tutte per infrangerle. Amo la rottura della simmetria, la caduta dei pesi e me ne frego della linea dell’orizzonte che dovrebbe essere sempre e tristissimamente diritta e orizzontale. Amo l’asimmetria, la ricerca dell’asimmetria che, come sottolinea Augusto Pieroni:  “…consistendo nel rompere svariate regole conservando però il rigore sufficiente a creare una nuova regola fatta di infrazioni…la sua riformulazione della dinamica e della geometria classica in una ritmica dispara e serpentina. ” 7. I cui antesignani furono Paul Strand, Rodchenko, Moholoy-Nagy e Umbo, oppure come raccontava Diane Arbus: “… La questione è che non si eludono i fatti, non si elude la realtà com’essa è veramente … è importante fare delle brutte fotografie. Sono le brutte che mostrano qualcosa di nuovo. Esse possono farvi conoscere qualcosa che non avevate visto, in una maniera che ve le farà riconoscere quando le rivedrete. … Detesto l’idea della composizione. Non so cosa sia una buona composizione. In verità, probabilmente devo saperne qualcosa perché ci ho lavorato parecchio, cercando di scoprire quello che mi piace. Talvolta per me la composizione è collegata a una certa luminosità o a una sensazione di calma, e altre volte è il risultato di certi curiosi errori. Si possono fare le cose in modo giusto o in modo sbagliato, e alle volte mi piace il modo giusto, altre volte quello sbagliato. Questa è la composizione . … Per me il soggetto di una fotografia è sempre più importante della fotografia. È più complicato. La stampa è per me importante, ma non è una cosa sacra. Penso che la foto sia importante per ciò che rappresenta. Voglio dire che dev’essere una foto che rappresenta qualche cosa. E ciò che essa rappresenta è più importante di quello che essa è. ” 8

Ecco quindi che molte mie inquadrature escono dai canoni, talvolta creando nell’osservatore disorientamento, irritazione e sconcerto.

Tuttavia seguendo un’attenta lettura della fotografia appare chiaro che lo stravolgimento dell’inquadratura, è funzionale a sottolineare la drammatica sofferenza e lo stato di profonda oppressione in cui si trovano le donne ritratte: dall’alto verso il basso in obliquo, come una sciabola che sta per abbattersi su di loro. Come appare evidente in questo esempio:

 IMG_01

A tale proposito m’intrigano molto le parole di Maria Giulia Dondero: “Il fotografo è essenzialmente testimone della propria soggettività, cioè del modo in cui si pone come soggetto davanti a un oggetto. Quello che dico è banale e ben noto. Ma insisterei molto su questa condizione (Barthes).

La fotografia è enunciata da un corpo che ha preso posizione nel mondo, un soggetto polisensoriale. Per questo è necessario interrogarsi sull’insieme formato dalla macchina fotografica e dal fotografo, legati l’uno all’altra durante tutte le operazioni che portano alla realizzazione di una fotografia”. Non ci interessa prendere in considerazione la macchina fotografica in quanto mero strumento, o la psicologia del fotografo, quanto piuttosto il modo in cui le diverse testualità mettono in scena la sensomotricità del fotografo nell’atto macchinino della presa fotografica.

Scattare un’immagine è descrivibile come un’esperienza di corpo a corpo:

Il fotografo non è mai un soggetto disincarnato di fronte a un oggetto mantenuto a distanza, ma un soggetto-corpo preso in una situazione intra-mondana della quale lui è uno degli elementi (Schaeffer 1997).

Ogni testo fotografico è il risultato di una presa di posizione del corpo nel mondo – e non del mero atto disincarnato dello scatto. Esiste sempre un adattamento ipoiconico del corpo del fotografo con l’apparecchio fotografico e con il mondo guardato attraverso il visore:

L’operazione di inquadratura mima in qualche modo quella dell’accomodamento visivo di un oggetto. Ma l’inquadrare non impegna solo lo sguardo. Per inquadrare un frammento di mondo è necessario innanzitutto sentirsi persi nel mondo. Sono delle componenti sensoriali non visive che mobilizzano il desiderio di fotografare un avvenimento. (Tisseron 1996).” 9

Con queste parole, apparentemente astruse, si vuole sottintendere che a farla da padrona, nello scattare un’immagine è un “unicum” d’identificazione del mezzo meccanico, della presenza soggettiva, dell’atteggiamento psicologico, della visione ontologica del momento e dell’analisi euristica del vissuto in quell’attimo: in definitiva emozionalità pura.

Nello specifico della scelta delle mie inquadrature, entrano quindi in gioco dinamiche molto complesse e interagenti, che nel caso specifico, mi portano con relativa frequenza a percepire il mio profondo emozionale come fuori dagli schemi ed a proporlo all’osservatore come affabulazioni di un linguaggio non convenzionale,

PROBLEMATICHE NELLA LETTURA E DIFFICOLTA’ SEMANTICHE

LA CONTESTUALIZZAZIONE

Il problema più evidente che affligge la lettura di un’immagine di reportage è la decontestualizzazione, ovvero quando l’immagine viene visionata singolarmente, al di fuori del contesto del reportage. Questa eventualità l’incontro quotidianamente quando carico una fotografia su qualunque sito web.

La singola immagine viene vista da molte persone che non conoscono il percorso logico del reportage e leggono la foto sulla base della loro esperienza personale, se non addirittura solo in base a sensazioni epidermiche.

La loro esperienza può poggiare su solide basi di preparazione culturale, oppure no, ma quello che più traspare evidente è che ognuno di noi legge l’immagine filtrandola attraverso il suo vissuto, la sua emotività, le sue convinzioni culturali e il suo gusto estetico: è sufficiente? Purtroppo no. Non è abbastanza per leggere in modo corretto una fotografia di reportage, così, isolatamente: occorre contestualizzarla. Da qui parte la raccomandazione di prendere sempre visione delle altre fotografie dell’album proposto.

BN o COLORE?

Nella parte precedente ho asserito che la mia scelta di linguaggio per trasmettere i miei reportage sia il BN. Qui facciamo un’analisi semantica.

Molti miei amici sostengono, a mio avviso a torto, che esistono fotografie che vanno bene a colori e fotografie che vanno bene in BN; altri pongono in risalto come il colore sia molto più reale (o realistico) del BN, ma è veramente così?

Leggiamo cosa scrive Pio Tarantini in un suo saggio: “ …Così anche in fotografia l’uso del bianconero o del colore deve rispondere a precise esigenze espressive e non essere mai gratuito: precisato che il primo secolo di vita della fotografia è stato scritto solo in bianconero e quindi con questa, per adesso, più lunga parte di storia ci si deve confrontare, oggi che abbiamo la possibilità di utilizzare indifferentemente e a parità qualitativa l’uno o l’altro mezzo, si deve anche sgombrare il campo da alcuni banali pregiudizi. Il primo di questi vuole che la fotografia a colori sia più realistica di quella in bianconero in quanto quest’ultima tende a trasfigurare, ad astrarre, mentre la prima riproduce più fedelmente la realtà così come la percepiscono i nostri occhi. Invece anche la riproduzione fotografica a colori fornisce sempre un’immagine i cui colori sono alterati da una serie di variabili – la luce e la sua temperatura cromatica, la pellicola o il sensore, l’esposizione – e inoltre c’è da aggiungere che una fotografia a colori, anche se eseguita il più correttamente possibile da un punto di vista tecnico (ma esiste una modalità che si possa considerare corretta?) risponde sempre alle esigenze, alla sensibilità e alla cultura del fotografo in merito al colore.

Si tratta dunque di una questione complessa alla quale si può rispondere solo in modo complesso: parafrasando una celebre frase di Man Ray’ – «Dipingo ciò che non posso fotografare e fotografo ciò che non posso dipingere» – potremmo azzardare che si dovrebbe fotografare in bianconero ciò che non si può fotografare a colori e si dovrebbe fotografare a colori ciò che non si può fotografare in bianconero. Stabilire i termini di questa scelta è compito del fotografo che dovrebbe escludere i luoghi comuni sul maggiore o minore realismo dell’una o dell’altra forma d’espressione.

A sostegno di questa tesi citiamo l’esempio dei reportage in bianconero di stampo neorealistico degli anni cinquanta che appaiono molto più aderenti alla realtà visibile di altri successivi reportage a colori in cui la realtà viene piegata o a mere esigenze editoriali, con colori quindi accentuatamente vistosi, o alle esigenze iperrealiste o di una lettura ironica del mondo. ” 10

Personalmente mi trovo in perfetta sintonia con quanto egli esprime. Oggi vanno “di moda” reportage dai colori innaturali dai volti draganizzati o alla Dave Hill, ma a mio parere sono, appunto, mode. Già la draganizzazione si vede sempre meno e anche Dave Hill sta esaurendo il suo tempo. Come dicono i saggi: “panta rei”, ma le immagini che ti parlano veramente al profondo del cuore resteranno sempre.

LA COMPOSIZIONE E IL TAGLIO

Piegare la composizione a regole rigide e schematiche, nel caso della fotografia di reportage, è a mio modo di vedere, un grave errore metodologico.

Ingabbiarla nelle regole dei terzi, prigioniera di reticoli, pretendere sempre una messa a fuoco assolutamente accademica, l’assenza di un micromosso ecc., uccide il significato vero e profondo che una fotografia può apportare alla logica di un reportage. Personalmente sono convinto che in questo genere d’immagini il significato emotivo e di contenuti, debba prevalere su tutto.

Non voglio affermare che una fotografia completamente sbagliata, illeggibile, sia comunque un bene, ma desidero sia ben chiaro che alcuni difetti, scompaiono davanti al messaggio che l’immagine porta con sé. A questo proposito mi fanno sorridere i commenti che si leggono in alcuni siti, anche molto, molto quotati nei quali si sminuisce un’immagine basandosi sulla lettura puramente tecnica e dimostrando di non avere compreso assolutamente nulla di cosa si intenda per “fotografia di reportage”.

A tale proposito basti citare William Klein e pensare al suo modo di riprendere, assolutamente anticonformista, di rottura delle regole e delle simmetrie, disincantato menefreghista della fotografia perfettina, dove il grandangolo, il mosso, il controcampo e il taglio anomalo ma geniale, lo estromisero dalla fotografia “canonica”, ma lo innalzarono nell’Olimpo dei fotografi di reportage.

IL LINGUAGGIO CONTEMPORANEO

L’invasione di internet, il passaggio dalla parola scritta all’immagine, le scelte editoriali il cui scopo, anche esplicitamente dichiarato, consiste nell’enfatizzare ogni pretesa novità a fini puramente commerciali e speculativi sono alla base di quelle che potremmo definire “avanguardie” (anche se non intendo generalizzare).

Oggi ogni fotografo che si rispetti, che voglia farsi un nome, deve prima di tutto inventarsi un nuovo linguaggio, un diverso modo di fotografare, al fine di attirare l’attenzione: il contenitore a spese del contenuto.

Per questo motivo siamo bombardati da immagini dai colori sgargianti, quasi violenti, che s’impongono spesso solo per i loro cromi, ma non per il contenuto, a scapito di immagini profondamente evocative e in BN, tanto per rifarmi a quanto accennato all’inizio citando Emanuele Costanzo.

A tale proposito mi permetto di riportare ancora un passo del libro di Tarantini: “ … Non è il luogo questo per poter approfondire questi esempi espositivi che avrebbero bisogno di uno spazio redazionale esclusivo ma li ho segnalati perché mi paiono sintomatici del serio problema, di cui si accennava all’inizio, dell’ambiguità del linguaggio dove ogni immagine può significare una cosa e un’altra ancora e il suo opposto. Il tutto avviene quando questa ambiguità, semantica e propositiva, va a innestarsi dentro un mercato dell’arte in crescita esponenziale che accoglie finalmente la fotografia tra le arti maggiori e un secolo e passa dopo le antiche diatribe otto-novecentesche può accadere, forse è accaduto, che si formi una “bolla speculativa” Una bolla importante non tanto da un punto di vista economico-finanziario: chi non ha interesse tra fotografi, galleristi, critici, giornalisti e operatori vari a che una fetta (piccola, in verità) del denaro che gira intorno al mercato dell’arte sia deviato verso l’opera squisitamente fotografica? E su questa apparente, per certi aspetti, distinzione occorrerà poi spendere qualche parola. La bolla risulta invece più interessante e importante per l’apparato storico-critico di cui ha bisogno per autolegittimarsi: ecco allora che scatta il meccanismo del “tutto è possibile’:

Siamo lontani, molto lontani, dall’analisi critica di Iean Clair” che già nel 1983 scriveva della sua meraviglia e disincanto nei confronti di un’Arte snaturata, genuflessa ai miti moderni delle avanguardie. Le famose, importanti, decisive Avanguardie Storiche del Novecento che, per Clair, diventano, in poco tempo, accademia, conformismo. Scrive al proposito, tra l’altro, Clair:

“L’avanguardia, esasperando ed esagerando la modernità, tende a negarla: si nutre di essa, ma la divora.

( … ) La parola importante è “conformità”: l’avanguardia non è il moderno poiché, esattamente come l’estetica neoclassica di Winckelmann, essa si conforma ad un modello. La modernità, il senso moderno, è al contrario il senso dell’unico, del fuggitivo, del transitorio.”

Pochi sono i critici e operatori che possono permettersi il lusso di esprimere contrarietà o almeno perplessità attorno alle operazioni artistiche in voga e si tratta di alcuni protetti da uno status ormai talmente consolidato da non temere cadute oppure, viceversa, sono voci inascoltate di operatori del tutto emarginati…

…Questa situazione di una critica omogeneizzata sulla “tendenza” investe dunque il mondo dell’arte in generale e si riversa, accentuandone forse alcuni aspetti, in quella fetta del mondo dell’arte che riguarda la fotografia. Non è difficile così, per una critica pronta a tutto pur di cavalcare l’onda, riempire di significati opere di una banalità sconcertante ed è ormai diventato purtroppo sempre più consueto leggere dei testi di presentazione e di analisi critica che sono dei vuoti esercizi retorici, autoreferenziali, che nulla dicono e che quando dicono qualcosa di comprensibile ha poca o nessuna attinenza con le immagini cui si fa riferimento. ” 10.

Sono giunto alla conclusione. Io ritengo, anche a costo di apparire banale, che è sempre opportuno porsi la fatidica domanda: “Cosa vuole trasmettermi l’autore?” In apparenza appare di un’ovvietà disarmante, ma se ci pensiamo a fondo sottintende che ci dobbiamo spogliare di tutte le nostre convinzioni, dobbiamo andare oltre una lettura euristica e liberarci dalle profonde radici ontologiche delle nostre categorie, ma, al contrario, siamo invitati ad aprirci a un’analisi semiologica asettica, disinibita, che sappia fruire della testualità dell’immagine in modo da decriptarne il senso più intimo.

Se alla fine di questa “seduta psicanalitica” non riusciamo a trovare un senso compiuto e l’immagine rimane muta ai nostri sensi, allora questo “vuoto” è evidente significazione che la fotografia in esame è priva di contenuti e quindi futile (“brutta” nell’accezione più letterale del termine).

BIBLIOGRAFIA

1)     Emanuele Costanzo “Ritratto di una società” Foto Cult N° 55 giugno 2009

2)     Alfredo De Paz “Fotografia e società” Editore Liguori 2001

3)     David Levi Strauss “Politica della fotografia” Editrice Postmedia 2007

4)     Ferdinando Scianna “Etica e fotogiornalismo” Editrice Electa 2010

5)     Sebastiao Salgado “The Sight of Despair” American Photo gennaio-febbraio 1990

6)     Nathan Lyons “Fotografi sulla fotografia” Agorà Editrice 1990

7)     Augusto Pieroni “Leggere la fotografia” Editrice EDUP 2008

8)     Diane Arbus “Fotografie” Editrice Milano 1982

9)     Pierluigi Basso Fossali & Maria Giulia Dondero “Semiotica della fotografia” Guaraldi     Editore 2006

10) Pio Tarantini “Fotografia. Elementi fondamentali di linguaggio, storia, stile” Edito in proprio reperibile presso libreria Hoepli di Milano, 2010

 

 

ALTRA BIBLIOGRAFIA UTILE

•          Arturo Carlo Quintavalle “Messa a fuoco” Feltrinelli Editore 1994

•          Pier Francesco Frillici “Sulle strade del reportage” Editrice Quinlan 2007

•          Michael Freeman “L’occhio del fotografo” Logos Editore 2008

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Comments (39)

 

  1. Castellani Gioacchino scrive:

    Un articolo molto bello e interessante questo di Collini
    che pone l’accento su tematiche sociali molto sentite.
    Una cosa però vorrei far notare all’autore è che non sempre la figura del fotoreporter è circondata da quell’aureola di onestà che vorremmo che avesse.
    La stessa FSA (Farm Security Administration) che Collini cita all’inizio del suo articolo, guidava i fotografi a specifiche immagini e il suo direttore ordinava sovente ai fotografi il tipo di inquadratura e soggetti da riprendere il giorno dopo. Quindi i loro reportage erano condizionati dalla visione politica che il governo voleva dare. Non solo ma molti reporter di guerra con i loro giornali hanno imbrogliato i loro lettori falsificando immagini e situazioni. Un esempio su tutti il famoso miliziano di Robert Capa, l’immagine principe del reportage di guerra. Questa fotografia non solo è frutto di una penosa messa in scena, ma sembra che neanche sia stata scattata da Capa ma dalla sua compagna Taro, visto che l’immagine è stata fatta con una Rolleiflex e ha un negativo sei per sei, mentre Capa usava solo il 35 mm, con Leica o Contax.
    Per quanto riguarda le regole della composizione e i tipi di inquadratura da usare penso che ognuno abbia la piena facoltà di esprimersi come voglia, ma è utile tener presente che Enri Cartie-Bresson ha fatto scuola e ancora oggi è considerato il più grande fotografo di reportage di tutti i tempi.

  2. Antonino Tutolo scrive:

    La fotografia è sempre filtrata dall’ideologia dell’autore. Ma soprattutto dal livello della sua onestà intellettuale, dai suoi scrupoli.
    Non si tratta di essere di destra o di sinistra, quanto di avere sensibilità, umanità, rispetto per il prossimo, perché in ogni ambito c’è chi vede e chi non vuole vedere, chi è cinico e chi ha rispetto ed attenzione per il prossimo.
    Consiglio la lettura del libricino di Kapuscinski “Autoritratto di un reporter”:
    http://www.ibs.it/code/9788807490507/kapuscinski-ryszard/autoritratto-reporter.html

    Salgado è l’equivalente fotografico di Kapuscinscki, reporter della carta stampata.
    Entrambi viaggiano coi propri mezzi, per mesi, restando tra la gente, vivendo in luoghi miseri e pericolosi; cercando la sofferenza e la povertà per comprenderla e condividerla fino al punto da poterle raccontare agli altri; cercando di capire le vere ragioni di quello che altri vedono solo esteriormente o che “non vogliono vedere”, perché la fame e la sofferenza degli altri rende indigesto il pasto di chi è egoista, superficiale, ideologico: quindi prevenuto ed ignorante.
    Salgado e Kapuscinski non scendono in grandi alberghi, dopo aver viaggiato su voli di prima classe. Non copiano le veline dei potenti. Non diffamano chi ha …i calzini rossi.
    Salgado passa mesi interi tra la gente; sente gli odori e prova le loro difficoltà sopravvivere, con poco o niente, in luoghi che un occidentale nemmeno può concepire senza schifarsi.
    Egli si sporca nel fango dei cercatori di diamanti, vive nelle baracche abitate dagli ultimi della terra; vede la morte che colpisce chi è già morto nell’anima, privato anche della minima dignità, senza futuro né presente.
    Quella di Salgado è uno scopo di vita: dare significato alla propria esistenza raccontando gli altri; con umanità, con la pietas romana; senza il cinismo di chi cerca solo lo scoop, nell’indifferenza disumana.
    Salgado condivide, studia, comprende e racconta con rispetto, cercando perfino di dare dignità ai suoi soggetti.
    Questa è la vera differenza tra il vero reportage sociale ed il pettegolezzo ideologico dei giornalisti della velina; quelli che si vendono senza vergogna e, loro sì, senza dignità

  3. Antonino Tutolo scrive:

    Anche Salgado, come tanti “moderni” ha un suo linguaggio estetico ben definito: ombre poco definite, grigi slavati, quasi impastati.
    Il linguaggio artistico individuale è caratteristico di ogni artista. Caravaggio non dipinge come Michelangelo o come Raffaello.
    Il problema piuttosto è nel cinismo delle idee, nella commercialità dell’arte. Un tempo si dipingeva per le chiese. Oggi qualsiasi crosta ha un prezzo elevato e viene contesa a fior di sterline e dollari. Chi è l’artista che sa mantenersi lontano dalle tentazioni della copia, dall’opera senza ricerca e senza ispirazione?
    Allora ogni arte contemporanea può essere “una bolla speculativa”. Ogni opera vale denaro. E più si dipinge, più si compone o si fotografa, più vengono soldi.

    Se non ci fossero state le avanguardie dei primi del XX secolo, l’arte sarebbe ancora al Neoclassicismo.
    “Moderno” è ricerca di nuovi stimoli, di nuove tecniche espressive, concettuali, estetiche.
    L’arte contemporanea è alla ricerca di ideali già dalla prima guerra mondiale.
    Due guerre mondiali hanno negato divinità (“nei campi di sterminio Dio è morto” e scosso l’uomo fin nella sua
    > Se alla fine di questa “seduta psicanalitica” non riusciamo a trovare un senso compiuto e l’immagine rimane muta ai nostri sensi, allora questo “vuoto” è evidente significazione che la fotografia in esame è priva di contenuti e quindi futile (“brutta” nell’accezione più letterale del termine).

    Ci sarebbe qualche altra cosa da fare, prima di trarre queste conclusioni: pensare che Van Gogh, Degas, Ligabue, ecc. sono stati compresi solo quasi dopo decenni dopo la loro morte.
    E grandi intenditori d’arte avevano giurato che nelle opere di questi maestri del colore non ci fosse arte, fino ad escluderli da mostre ed esposizioni.

    Certi discorsi sono complessi. E’ facile scambiare le cause con gli effetti.

  4. Antonino Tutolo scrive:

    B/N o colore ?

    Quanti conoscono il linguaggio, la ripresa, la stampa del colore.

    150 anni di B/N interi ed esclusivi, nel nostro Paese !

    In Giappone, invece, trionfa il colore. Perché i giapponesi hanno il senso del colore. Hanno il senso del colore gli americani, i cechi, gli inglesi, ecc.

    Da noi il B/N è Bresson. Amen!

  5. Castellani Gioacchino scrive:

    Caro Antonino
    anche se a te Cartier-Bresson ti sta un po’ antipatico, non puoi dire che sia superato, visto che le sue mostre richiamano migliaia di visitatori e i suoi libri sono venduti come il pane. D’altra parte non c’è nessuna regola che stabilisce quando un autore diventa moderno o quanto dura la modernità. Personalmente non trovo che ci siano differenze tra Salgado e Bresson, sono due grandi artisti e due grandi fotografi.

  6. Castellani Gioacchino scrive:

    Forse Collini mi consentirà di dissentire da quanto dice su Willim Klein e sulle regole della composizione.
    Collini sostiene che per la fotografia di reportage è sbagliato “Ingabbiarla nelle regole dei terzi, prigioniera di reticoli, pretendere sempre una messa a fuoco assolutamente accademica, l’assenza di un micromosso ecc., uccide il significato vero e profondo che una fotografia può apportare alla logica di un reportage” e ancora ” …a tale proposito basti citare William Klein e pensare al suo modo di riprendere, assolutamente anticonformista, di rottura delle regole e delle simmetrie, disincantato menefreghista della fotografia perfettina, dove il grandangolo, il mosso, il controcampo e il taglio anomalo ma geniale, lo estromisero dalla fotografia “canonica”, ma lo innalzarono nell’Olimpo dei fotografi di reportage”.
    Per curiosità sono andato a ri-verificare ogni immagine di W.Klein e ho trovato la conferma di quanto pensavo. In ogni sua fotografia la regola dei terzi è pienamente rispettata, il soggetto o la cosa principale della sua fotografia si trova sempre nella sezione aurea. Ciò che lo contraddistingue e l’uso del grandangolo e i tempi lenti che danno la sensazione del mosso. Le regole compositive, il bilanciamento delle masse e dei volumi sono sempre rispettate e non potrebbe essere altrimenti. Quindi caro Collini hai forse giudicato con troppa fretta questo fotografo, a giustificazione del tuo modo di fotografare che non è certo usuale.

  7. Pietro Collini scrive:

    Mai detto che Klein abbia violato la regola dei terzi, che peraltro non è il tema del contendere, ma solo un inciso.
    Ho semplicemente affermato come Klein sia stato un fotografo che ha rotto molte delle regole consolidate, che ingabbiavano la fotografia di allora entro canoni apparentemente rigidi e indiscutibili. Nulla a che vedere con la regola dei due terzi, che a suo proposito non cito nemmeno.

  8. Pietro Collini scrive:

    P.S.: anche nella mia fotografia la regola dei due terzi è rispettata…

  9. Gioacchino Castellani scrive:

    Caro Collini
    se si sostiene tutto e il contrario di tutto è difficile portare avanti con logica un discorso costruttivo. In questi casi sarebbe utile portare esempi pratici ed indicare fotografi ed immagini quale riferimento. Altrimenti si finisce per parlare del sesso degli angeli.

  10. Pietro Collini scrive:

    Credo che sia sufficiente leggere con attenzione, caro Castellani…

  11. Castellani Gioacchino scrive:

    Caro Collini
    ho da poco visionato il tuo lavoro sul blog e devo farti i complimenti per le tue foto. Ho visto soprattutto ritratti e mi sono piacuti molto, alcuni sono davvero molto belli. Mi aspettavo di vedere immagini con composizioni che stravolgessero il comune fotografare ma ho notato che sono diciamo così “normali”. In molti casi hai sapupo cogliere espressioni molti significative nei soggetti che denotano da parte tua una grande sensiblità e visione.
    Come vedi con le fotografie ci comprendiamo meglio che con le parole.

  12. Antonino Tutolo scrive:

    @ Gioacchino Castellani
    “Caro Antonino
    ..non puoi dire che sia superato, visto che le sue mostre richiamano migliaia di visitatori e i suoi libri sono venduti come il pane”.

    A me Bresson non sta antipatico.
    E’ uno dei più bravi.
    Ma non lo è da meno Doisneau e tanti altri, che nessuno conosce.
    Bresson e Doisneau sembrano gemelli per il loro senso dell’umorismo e dell’ironia.
    Per la massa Bresson è “il momento decisivo”.
    Si sono attaccati ad una frase e non comprendono la vera grandezza di questo autore.
    Le foto di Bob Capa dello sbarco degli americani sulla spiaggia di Omaha, nella seconda guerra mondiale, tra le bombe ed i proiettili delle mitragliatrici, non sono unici, irripetibili, decisivi?
    Tutto è irripetibile. Se provi a rifarlo una seconda volta viene diverso da prima.
    Ma quello di Bresson è un momento decisivo anche di perfezione pittorica. Infatti era anche pittore.
    Questa perfezione estetica la si rifiuta o non la si comprende, perché la preparazione estetica di gran parte dei fotografi italiani è minima (“la fotografia non è pittura” mentre si esalta quello (il momento decisivo) che ha in comune con tutti gli altri grandi fotografi.

    Tra Bresson e Salgado c’é di mezzo un oceano.
    Bresson è ironia e perfezione stilistica, Salgado è sensibilità per le sofferenze umane. Nulla è in comune.

  13. Antonino Tutolo scrive:

    @Gioacchino castellani
    ” le sue mostre richiamano migliaia di visitatori e i suoi libri sono venduti come il pane”.

    Il fatto che la massa conosce solo Pavarotti ed acquista solo le “aree” più popolari non significa che la musica classica sia solo questo pur grande artista o solo quello che la gente capisce. C’é molto di più e di diverso.

    Che la fotografia in Italia è solo Bresson e pochi altri è un dato di fatto; e dimostra che da noi si ignora tutto il resto della fotografia mondiale, che è diversificata, innovativa e di grandissimo livello.

  14. Fabrizio P. scrive:

    Concordo quando si dice che la Fotografia in Italia e’ vissuta solo in un certo modo, ma qui subentra non certo il singolo fotoamatore o professionista, ma una mentalita’, un modus operandi di circoli fotografici che hanno reso piatto quest’arte non parliamo poi a livello di galleria, mostre e quant’altro, per non parlare dei concorsi. Tutto questo deve, ripeto deve essere oggetto di studio, riflessione ,idee e aiuto da parte anche della FIAF che molte pecche le ha!!!!!!.Ciao

  15. Antonino Tutolo scrive:

    La FIAF è un’associazione di associazioni. Quindi non può imporre delle scelte alle associate.
    Sarebbe necessario promuovere l’aspetto culturale di questa disciplina: lo studio della storia dell’arte per comprendere le affinità con le altre arti e l’evoluzione della fotografia dal punto di vista estetico in relazione non solo all’aspetto tecnico, ma anche e soprattutto al gusto ed alle esigenze dell’epoca, le realtà fotografiche di altre nazioni, la teoria dei colori, la relazione strettissima che l’arte moderna ha instaurato tra le varie discipline artistiche.
    Da noi la fotografia è intesa ancora, in modo limitativo, come rappresentazione più che altro documentaristica del reale.
    Questo è un punto di vista che risale alla metà del XIX secolo. L’arte del XX secolo è tutt’altro.
    Addirittura molti arrivano a non ritenere la fotografia come disciplina d’arte; affermano che la fotografia, essendo legata al soggetto reale, non può avere la creatività della pittura o della musica. Ma questo non è vero; lo dimostrano le opere di grandi autori.
    C’é il pregiudizio nei confronti dell’elaborazione in post ripresa; dimenticando che la fine art deve un 50% del risultato finale al lavoro in camera oscura. Il B/N non è rappresentazione della realtà: la realtà è a colori, per questo in camera oscura occorre differenziare l’effetto dei colori, del contrasto, delle luminosità, per rendere il soggetto esaltante e perfino leggibile.
    Una volta preso atto che il reale tridimensionale (e direi più propriamente mutidimensionale) non può essere rappresentato con due sole dimensioni, il passo verso una fotografia nuova è inesorabile.
    Allora il fotografo osserva, comprende, isola, ritaglia, compone, esalta, elimina, filtra, fino ad arrivare a qualcosa di molto soggettivo e creativo.
    Che poi qualcuno voglia restare ancorato alla fotografia polaroid è un altro discorso. ma questo non può limitare l’evoluzione della fotografia in generale. L’arte moderna è multidisciplinare. La pittura, la musica, la scultura ecc, non sono più quelle di una volta. Ora interagiscono fino ad un prodotto artistico complesso.
    E’ questo, a mio parere, che bisogna tenere presente.

  16. Antonino Tutolo scrive:

    Molti affermano che il B/N ha qualcosa in più del colore. Io ritengo che sia un’affermazione quanto meno inverosimile.
    Il colore è magia; il colore ha una tavolozza creativa molto più estesa e sofisticata del B/N. Per questo è molto più difficile padroneggiare la tecnica del colore.
    Nel B/N devi lavorare solo sulle densità luminose. Nel colore di densità ne hai tantissime; ci sono le dominanti da correggere in dipendenza dalla temperatura colore della luce di ripresa, i contrasti cromatici che giocano un ruolo determinante, talvolta, ai fini prospettici…
    La foto a colori richiede conoscenze tecniche più sofisticate.
    Una particolare intonazione può rendere la gioia, la tristezza, ecc.
    Quindi il linguaggi del colore è molto più complesso e nello stesso tempo più creativo.

  17. Antonino Tutolo scrive:

    Tutti i grandi fotografi hanno il “loro colore” caratteristico.

  18. Pietro Collini scrive:

    Mash, Antonino, non lo so. Credo siano due linguaggi diversi e quindi non direttamente comparabili.
    Sulla difficoltà penso sia difficile ritenere il colore più complesso del BN, come vice versa. Gestire un BN richiede grande esperienza e conoscenze altrettanto sofisticate e di grande livello. Probabilmente il BN richiede un’elaborazione mentale più complessa, dato che non è esperienza del quotidiano, e altrettanto dicasi del sapiente uso delle luci che nel BN posso indurre stati d’animo quanto mai diversi.
    Un grazie a Gioacchino per le sue parole riguardo alle mie immagini.
    Buona serata
    Pietro

  19. Antonino Tutolo scrive:

    @Pietro Collini
    Certamente sono due linguaggi diversi.
    E’ vero che il B/N richiede una visione monocromatica; occorre vedere il soggetto in termini di contrasto e luminosità. Questa è la difficoltà, ma si acquisisce), ma la perfezione del colore richiede una tecnica molto più complessa che si acquisisce solo con conoscenze specifiche. Basta modificare, di poco, uno dei canali del colore per avere risultati completamente diversi.
    E su questo si gioca il risultato finale in termini di atmosfera e risalto del soggetto dallo sfondo.

  20. Pietro Collini scrive:

    Per non andare sul retrò, mi chiedo come mai Paolo Pellegrin privilegi il BN per i suoi reportage?
    Una buona giornata
    Pietro

  21. Antonino Tutolo scrive:

    Ognuno fa la scelta in base al proprio modo di sentire.
    Tanti altri scelgono il colore; e spesso è un colore singolare, che perfino lo caratterizza: vivace, sfumato, saturo, leggermente virato, effetto Kodak scaduta :-) ecc.

    Steve McCurry, Sven Prim, Yuri Bonder, Caponigro, Gursky, Sybille Bergmann, Pete Turner, Bill Viola, Shinicki Maruyama, Hiroshi Nonami, Pacanowski (Magico Carnevale), Gerard Richter….

    Non ci sono due “colori” uguali.

  22. Antonino Tutolo scrive:

    Restando nel campo del reportage, visita il sito della gloriosa Magnum. Moltissimi fotografi di questa agenzia usano il colore. Più reportage di così !

  23. Pietro Collini scrive:

    Tu mi inviti a nozze… Potremmo riempire pagine di autori che usano il colore e pagine di altri che utilizzano il BN. E poi? Il colore non vincerà per superiorità e il BN rimarrà un linguaggio come un altro. Probabilmente questa è una disputa dal sapore infantile e senza senso, almeno da un punto di vista culturale. Tu credi che il colore sia la massima espressione, io sono convinto che BN e colore siano linguaggi espressivi paritari e che ciascun autore li utilizzi a proprio piacimento, seguendo il proprio filone artistico, con la possibilità di produrre capolavori memorabili. O no?

  24. Fabrizio P. scrive:

    @Tutolo : una precisazione: quando ho scritto che da parte della FIAF deve essere oggetto di riflessione, studio, idee non voleva essere tradotto in imposizione ne nei confronti della Fiaf ne tanto meno da parte della FIAF verso le associazioni che ne fanno parte.
    Ritengo invece che la Fiaf in quanto associazione di associazioni dovrebbe spingere verso la direzione che tu stesso poi hai ben descritto che non trova conferma nei fatti se non in maniera di pensiero o di qualche articolo pubblicato, e che mi trova pienamente d’accordo dal momento che lo vivo di persona attraverso il circolo fotografico che frequento che svolge un’attivita’ come tu hai descritto , fuori da quella normalita’ che tu indichi come limitativa e prettamente documentaristica del reale (di cui ho indagato anch’io ,ed e’ cosi’) . Difficile che un circolo di questa natura fotografica possa dialogare con altri circoli poiche spesso ci si
    scontra con un modo di fare Fotografia diverso, piu’ portato alla visibilita’, al farsi conoscere ,a fare i soliti corsetti legati ancora alla vecchia maniera e ,attraverso ultima esperienza, con corsi di lettura all’immagine di 3 serate di cui due solo di prefazione riguardante la tecnica (in maniera molto superficiale) e l’ultima attraverso la sola soggettivita’ che l’immagine pone.
    Come dici tu l’arte moderna e’ multidisciplinare ed e’ questo nuovo corso che dovrebbero anche intraprendere i circoli, ad esempio, ma capisco che non tutti possono avere al loro interno personaggi che conoscono la storia dell’arte, a pittura, la filosofia, la Fotografia come linguaggio e tecnica, la semantica (nata
    ancora prima della Fotografia) etc… che ti porta a vedere ,a conoscere, a capire, il tutto per poi dialogare attraverso il linguaggio Fotografico, ed e’ qui che secondo me dovrebbe subentrare la Fiaf con iniziative che
    riempiano queste lacune e che indirizzino a cio che tu ben hai descritto sopra e che riporto : “…Sarebbe necessario promuovere l’aspetto culturale di questa disciplina: lo studio della storia dell’arte per comprendere le affinità con le altre arti e l’evoluzione della fotografia dal punto di vista estetico in relazione non solo all’aspetto tecnico, ma anche e soprattutto al gusto ed alle esigenze dell’epoca, le realtà fotografiche di altre nazioni, la teoria dei colori, la relazione strettissima che l’arte moderna ha instaurato tra le varie discipline artistiche…”. La FIAF sul territorio dovrebbe promuovere cio’ che a parole tu perfettamente enunci, ma ascoltando molti fotoamatori e circoli la FIAF rimane un’entita’ a se’ dove forse anch’essa dovrebbe cominciare a cambiare, ad essere presente nei vari territori con iniziative mirate a far capire cosa e’ la Fotografia e non solo a farla vedere.Ciao
    Fabrizio P.

  25. Antonino Tutolo scrive:

    @Pietro Collini
    “Tu credi che il colore sia la massima espressione, io sono convinto che BN e colore siano linguaggi espressivi paritari e che ciascun autore li utilizzi a proprio piacimento, seguendo il proprio filone artistico, con la possibilità di produrre capolavori memorabili. O no?”

    Se rileggi il mio second’ultimo post affermo che: “..Ognuno fa la scelta in base al proprio modo di sentire.”

    Mentre tu affermavi:
    “Per non andare sul retrò, mi chiedo come mai Paolo Pellegrin privilegi il BN per i suoi reportage?”

    Io criticavo l’affermazione iniziale che il B/N ha un linguaggio più espressivo del colore.
    Mi sembrava che tu difendessi questa posizione.

    Alla mia età è difficile condurre delle discussioni “infantili e senza senso”

  26. Fabrizio P. scrive:

    B/N e COLORE : come voi avete gia’ detto in maniera credo ovvia e che sono due linguaggi espressivi che in un’immagine ,insieme ad altri componenti, sono al servizio della comunicazione sia emotiva che mentale. Ogni fotoamatore, quindi, a secondo della propria natura prediligera’ l’una o/e l’altra. Non ho trovato in Collini l’affermazione che il b/n sia un linguaggio piu’ espressivo del colore, ma, come diversamente interpretato da Tutolo, io riporto cio’ che ha scritto che rende chiaro il suo pensiero : “…io sono convinto che BN e colore siano linguaggi espressivi paritari…”, e ancora prima : “…penso sia difficile ritenere il colore più complesso del BN, come vice versa…”. Da questa due frasi non mi sembra che si possa interpretare il contrario e qui si potrebbe aprire un’altra discussione su come sia difficoltoso anche comunicare via internet dove le parole sono “FONDAMENTALI” (vale anche per me) per capirsi, per comprendere. Usarle a proprio uso e consumo diventa un po’ forviante ed ecco che allora non ci si comprende e si puo’ dire tutto e niente o inventarsi di tutto (intanto nella miriade di persone qualcuno segue).Tornando a cio’ che non si e’ capito del pensiero di Collini e’ che si tratta dell’approccio che il b/n suscita rispetto al colore. LEggiamo con attenzione quanto riportato da Collini, di cui ha affermato di essere d’accordo ( e io con lui), su un saggio di Pio Tarantini : “… in quanto quest’ultima…(b/n)…tende a trasfigurare, ad astrarre, mentre la prima riproduce più fedelmente la realtà così come la percepiscono i nostri occhi…”, qui credo che si capisca il fatto che il b/n essendo una visione non comune, non abitudinaria suscita inevitabilmente un’immediato (sottolineo “immediato”) interesse che conduce poi a percezioni che si avvicinano ad un mondo “sognante”. Il colore essendo visione quotidiana ha bisogno di essere accompagnato da altri elementi che suscitino interesse…stiamo sempre parlando del primo impatto visivo con l’immagine. Ovviamente nel momento in cui si modifica il colore si arriva alla stessa percezione “sognante” del b/n e dato che questo succede al 99% delle immagini possiamo dedurre che alla fine i due linguaggi espressivi abbiano lo stesso peso. Probabilmente per immagini prettamente visive ed emotive e’ sufficiente l’occhio fotografico-cuore con le relative modifiche tonali, ma se si cerca un’immagine di contenuto ecco che subentra un’altro linguaggio che oltre a quello Fotografico andrebbe conosciuto : e’ il linguaggio del colore.Ciao e grazie di questa bella discussione anche se a tratti un po’ sulle righe.
    Fabrizio P.

  27. Antonino Tutolo scrive:

    “… Personalmente mi trovo in perfetta sintonia con quanto egli esprime. Oggi vanno “di moda” reportage dai colori innaturali dai volti draganizzati o alla Dave Hill, ma a mio parere sono, appunto, mode. ”

    Sono appunto mode. Ma sono moda anche i toni del B/N (Fine art) forzati senza alcun costrutto finalizzato; solo per averlo visto fare ad altri.
    E’ moda copiare (perché di questo si tratta) le fotografie dei maestri: le stesse panchine, gli stessi viali con la nebbia, le stesse acque che filano nelle fontane, nei fiumi e perfino nel mare.
    Io penso che sia necessaria un’altra considerazione.
    Ci sono fotografi, fotografi del sabato e fotografi della domenica.
    Ci sono fotografi che ragionano con la loro testa ed altri che non hanno capacità creativa.
    Se guardiamo ai fotografi italiani del secolo scorso, noteremo che pochissimi sono stati originali; tutti gli altri hanno seguito la moda; hanno copiato idee, composizioni e soluzioni tecniche senza rendersi conto delle motivazioni che hanno portato gli autori a quelle scelte specifiche.
    Allo stesso modo, milioni di nuovi utenti, spinti dalla pubbicità, acquistano apparecchi e, senza nessuna base teorica, fotografano con l’idea di riprodurre quell’effetto specifico che hanno visto sulle riviste o nelle mostre (i più impegnati).
    Il problema è quindi valutare l’originalità e la capacità creativa, piuttosto che il risultato finale in se stesso (visto che questo deriva dalla creatività di altri, ormai divenuta moda.
    Come dicevo altrove, la fotografia a colori è molto, troppo difficile ed il colore richiede un gusto più complesso, per poter essere padroneggiata facilmente dalla massa.
    Un novizio crede che una filtratura rossa, o un’elaborazione strana, priva di attinenza col soggetto, possa rendere bella una fotografia banale.
    Allora è opportuno affinare il gusto delle nuove leve, piuttosto che convogliarle, senza costrutto, verso un bianco e nero che ha ormai dato tutto il possibile.
    Le foto in B/N ormai si rassomigliano tutte. La fotografia italiana si rassomiglia tutta (per fortuna con qualche grandissima e stupefacente eccezione, visto il contesto).
    Più omologazione di così …
    Mentre nelle mostre internazionali io vedo un proliferare di nuove idee.
    Tentare, provare, a mio avviso è sempre positivo; mentre ripetere, copiare è solo mediocrità.
    Se poi, oltre a copiare, ci crogioliamo anche nei pregiudizi, siamo completamente fuori strada.

  28. Antonino Tutolo scrive:

    Ci vorrebbe un Picasso della fotografia!

  29. Pietro Collini scrive:

    Carissimo Fabrizio, direi che hai chiarito il problema. Del resto, come avevo suggerito in altro intervento, mi pare che basti leggere con attenzione.
    Un grosso ciao a tutti
    Pietro

  30. Pietro Collini scrive:

    Abbiamo capito, Antonino, il colore è tutto, è il più complesso sia da eseguire che da leggere, è genialità pura. Il BN è semplice, mediocre sostanzialmente da fotografo della domenica. Solo uno si salva nel panorama dell’immagine in BN, non so chi, tutti gli altri copiano: certo c’è solo il bianco e il nero, mentre i colori sono migliaia…
    Opinioni, le tue, assolutamente opinabili. E io “OPINO”!
    Buona giornata con la speranza che la saga sia conclusa.

  31. Antonino Tutolo scrive:

    @Fabrizio
    “il b/n essendo una visione non comune, non abitudinaria suscita inevitabilmente un’immediato (sottolineo “immediato”) interesse che conduce poi a percezioni che si avvicinano ad un mondo “sognante”. Il colore essendo visione quotidiana ha bisogno di essere accompagnato da altri elementi che suscitino interesse…stiamo sempre parlando del primo impatto visivo con l’immagine.”

    Non condivido.
    C’é un colore “non abitudinario”, inconsueto, personale, come quello di tanti grandi fotografi, che è esso stesso un lingaggio fortemente espressivo, sognante ….

    Il problema è che noi accettiamo il B/N (“sognante”, che è sempre frutto di elaborazione in fine art) mentre non accettiamo elaborazioni fine art del colore.
    Per molti il B/N risulta limitativo, anacronistico, riduttivo, talvolta non comprensibile; come molti altri vedono il colore solo nella sua espressione del reale; perché non conoscono i suoi orizzonti stupefacenti e illimitati, le sue possibilità interpretative ed espressive nella sua elaborazione in fine art.

    Ma da questo modo riduttivo di concepire il colore è difficile allontanarsi, se non conoscendo le opere dei grandi maestri che lo hanno adottato, che sono sconosciuti e perfino rifiutati nell’Italia di Bresson.
    Infatti da noi i maestri del colore sono pochissimi.

  32. Pietro Collini scrive:

    Antonino, tu dici:

    “Ma da questo modo riduttivo di concepire il colore è difficile allontanarsi, se non conoscendo le opere dei grandi maestri che lo hanno adottato, che sono sconosciuti e perfino rifiutati nell’Italia di Bresson.
    Infatti da noi i maestri del colore sono pochissimi.”

    Ma per quale motivo non scrivi tu un articolo su di loro così ci illumini? Finalmente potremo apprezzare le tue opinioni fino in fondo.
    Buona giornata
    Pietro

  33. fabrizio p. scrive:

    @Antonino : sono d’accordo con te sul discorso del colore poiche’ ho ben detto prima che : “…nel momento in cui si modifica il colore si arriva alla stessa percezione “sognante” del b/n e dato che questo succede al 99% delle immagini possiamo dedurre che alla fine i due linguaggi espressivi abbiano lo stesso peso…”. Probabilmente, per quanto mi riguarda, non conosco molto di autori a colori e quelli che ho visto non mi hanno suscitato particolare interesse, forse per le mie limitatezze, ad ogni modo rimango piu’ attaccato al b/n anche se l’era del digitale mi ha portato verso il colore all’inizio forzatamente poi apprezzandolo per il modo di gestirlo identico al B/N. Ritorno a pensare che manca una cultura di base che possa far comprende il linguaggio anche del colore, oltre ad una cultura all’immagine e alla sua grammatica. Mi chiedo questo : la Fotografia e’ un linguaggio espressivo che e’ traducibile da chiunque nel mondo ,perche’ in Italia e’ vissuto in maniera statica, ferma,arcaica e negli altri paesi c’e’ vitalita’. movimento, conoscenza?.Grazie
    Fabrizio P.

  34. Antonino Tutolo scrive:

    @fabrizio
    “..Ritorno a pensare che manca una cultura di base che possa far comprende il linguaggio anche del colore, oltre ad una cultura all’immagine e alla sua grammatica. ”

    Era quello che affermavo nei post precedenti.

    Pensa che la scuola italiana fino a qualche anno fa era ferma ai classici dell’800 (a Parte Pirandello tutti gli altri autori non erano presi in considerazione) ed ora è è anche peggio.
    Come vuoi che le persone (la fotografia è un’espressione culturale) abbiano idee non legate a schemi arcaici?
    La scuola non insegna a confrontarsi con le altre realtà culturali, ma a guardare solo agli aspetti folcloristici (luoghi comuni), alle esteriorità; senza fornire una vera formazione culturale.
    Anche da noi ci sono persone preparate. Ma la massa legge al massimo i giornali sportivi e si nutre acriticamente di televisione: insulsa, vuota, diseducativa, superficiale.
    Tra poco saremo la società più ignorante d’Europa.
    In TV non si vede una commedia teatrale, un concerto, un programma che non sia superficiale.
    Nel resto dell’Europa avviene tutt’altro.
    Abbiamo un passato culturale illustre. Ma noi siamo arcaici, stantii, fermi, monotoni, superficiali.
    La nostra fotografia è quella dei primi del ’900.
    Guarda le foto che circolano comunemente nelle sezioni, nei concorsi. Ovviamente ci sono grandi eccezioni. Ma un fotografo non fa una scuola fotografica.
    Gli autori italiani che hanno successo all’estero, in patria non sono conosciuti.
    I professionisti sono altra cosa. Essi devono aggiornarsi, perchè sono in competizione coi colleghi stranieri.
    La fotografia a colori, oggi, è appena un po’ più accessibile di quella di vent’anni fa.
    Ma quanti fotoamatori stampavano a colori, a quei tempi, in analogico; con risultati validi? Un centinaio? un migliaio?
    Se a questo aggiungiamo il pregiudizio, diffusissimo, che il B/N è più espressivo del colore (senza aver mai fatto uno studio sulla realtà del colore) che futuro avrà la nostra fotografia? Se ci aggiungiamo altri grandi pregiudizi, che pure abbiamo, cosa sarà la nostra fotografia domani?
    Guarda i servizi fotografici dei matrimoni (sono lo specchio del gusto di massa) quale confronto è possibile con quelli di un tempo (anche se fatti in B/N) ?
    Guarda che squallore!
    Il mio primo maestro di fotografia mi ha insegnato che un vestito da sposa deve mostrare mille sfumature di grigio. Oggi tutto è bruciato, impastato.
    Se non si parte dalla conoscenza di quello che è “normale” e perfetto, come si può arrivare a qualcosa di fondato, non casuale, voluto, sensato?
    Senza conoscere le basi del colore, come si fa a stampare in modo consapevole, voluto, desiderato?
    Qual’é il gusto che si palesa da queste foto?

  35. Antonino Tutolo scrive:

    @Pietro Collini

    Io non sono un divulgatore. Per fare un articolo, senza dubbio elogiabile, come il tuo, bisogna documentarsi in modo preciso e puntuale. Occorre impegno e tempo. E di quello che hai dedicato a questo articolo o ti ringrazio.

    Ma non mi sognerei di scrivere frasi come:
    “l’esempio dei reportage in bianconero di stampo neorealistico degli anni cinquanta che appaiono molto più aderenti alla realtà visibile di altri successivi reportage a colori in cui la realtà viene piegata o a mere esigenze editoriali, con colori quindi accentuatamente vistosi, o alle esigenze iperrealiste o di una lettura ironica del mondo. ”

    E’ una frase non vera.
    Perché la fine art del reportage è anch’essa alterazione della realtà, oltretutto legata ad esigenze estetiche, editoriali, oltre che politiche.
    (La bandiera issata dai Marines ad Iwo Jima di Jpe Rosenthal, il miliziano di Bob Capa; falsi storici)

    Se rileggi i miei post noterai che la mia è solo una critica costruttiva. Il mio scopo è quello di far riflettere e stimolare una maggiore conoscenza del problema.
    Non è possibile riportare delle foto altrui su questo blog, sia per motivi tecnici, sia per il problema dei diritti d’autore.
    Come si fa a mostrare le foto di una mostra, di una monografia vista in giro, di una rivista specializzata, come Photo, ecc..
    Ma ho citato nomi di fotografi; ho citato la mitica Magnum (della quale, tolte le firme storiche, ormai scomparse, la maggior parte dei fotografi contemporanei usa il colore).
    Chi vuole conoscere deve solo fare ricerche, guardare un po’ al di là del quotidiano, prima di esporre opinioni che vengono recepite e sedimentate come inappellabili e definitive.
    Consideriamo che l’informazione non è più fatta, come un tempo, da foreporter dei giornali, dalle riviste e dalle mostre (che la maggior parte dei fotoamatori non compra e non vede) ma dalle TV, quindi da filmati, da opere multimediali, allora il discorso dul reportage si complica.
    Allora di che reportage parliamo? Quello dei fotoamatori della domenica? Delle fiere e delle manifestazioni di paese? Di quello di chi affronta viaggi esotici e crede di “vedere” e sapere cose nuove?
    E’ possibile che i fotografi più professionali non conoscono la realtà internazionale?!
    Possibile che i fotoamatori non rivolgano uno sguardo al lavoro dei professionisti del reportage?

    Citare articoli ed autori del secolo scorso, significa continuare a ripetere la fotografia di quell’epoca.
    Un fotografo (un artista anche se reporter) dovrebbe guardare almeno al presente; ma sarebbe meglio al futuro.

    Se ci crogioliamo negli stessi convincimenti, senza guardare un po’ al di là del nostro quotidiano, restiamo sempre in un recinto chiuso, privo di prospettive per il futuro.
    Questo è il senso del mio dire.

  36. Antonino Tutolo scrive:

    @Pietro Collini

    Se il colore ha il problema della gestione del …colore in fase di stampa, il B/N ha quello della modificazione del soggetto in fase di ripresa, perché travisa la sua estetica (tanto per fare un esempio: il sangue presente in certe scene non si distingue dal contesto, il colore ammuffito di certi ambienti non si nota). Sta all’onestà del fotografo ripristinare la “verità” in fase di stampa, sia a colori che in B/N.

    Mostrare il luogo in cui vivono certi soggetti concorre a raccontare la scena.
    Il B/N la trasforma, la semplifica, la incupisce, la estranea rendendola immaginifica; raccontando quasi una storia fantastica.
    Ci sono persone nel mondo che non sanno decodificare una foto (bidimensionale) a colori, figuriamoci il B/N.
    B/N e colore hanno entrambi uno specifico campo di applicazione, il fotografo fa una scelta precisa.

    Il monocromatismo è possibile anche a colori. Ed in certe occasioni il viraggio modifica l’atmosfera in modo espressivo e creativo.
    Inoltre l’uso, nell’analogico, di carte dalle tonalità calde o fredde, dai neri poco accentuati o profondi e duri è già una scelta di “colore”.
    Quindi potremmo pensare che il B/N sia una particolare manifestazione del colore; tanto particolare ed eccessiva (nel monocromatismo), da offrire giustificazione perfino alle alterazioni eccessive dei colori che oggi vanno tanto di moda e che molti vedono come fumo negli occhi.

    Mi piacerebbe sapere cosa si penserebbe oggi del B/N, se la fotografia fosse nata a colori !
    Esisterebbe questo consenso per il B/N, così deciso e diffuso; così condizionante per le scelte delle nuove leve della fotografia? Così limitativo e pregiudizievole per il colore?

  37. Antonino Tutolo scrive:

    @ Pietro Collini

    “Abbiamo capito, Antonino, il colore è tutto, è il più complesso sia da eseguire che da leggere, è genialità pura. ….”

    Non avrai neanche letto quello che ho scritto. Infatti mi attribuisci cose non dette.
    Ho capito perché i pregiudizi sono tali e tali resteranno.

  38. Antonino Tutolo scrive:

    Questo blog, almeno nella sezione Opinioni a confronto, serve appunto per discutere sulla validità delle proprie affermazioni.
    Chi ritiene di avere ragione a priori, senza argomentazioni e capacità di confronto, oltretutto esprimendosi con ironia e quindi mancando di rispetto nei confronti altrui, dimostra di avere solo pregiudizi e presunzione di verità; non opinioni.
    L’opinione si fonda sulla conoscenza, sul confronto; il pregiudizio sulla superficialità e la mancata conoscenza.

  39. Pietro Collini scrive:

    Antonino per me questa futile discussione finisce qui.

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