Maurizio Pigozzo – Mestre (VE) – Linguaggio

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Comments (10)

 

  1. maurizio tieghi scrive:

    Il filoso Flusser afferma che già da ora l’immagine soppianterà la parola scritta come linguaggio, quindi si tornerà all’epoca della magia che per secoli ha governato la comunicazione tra gli uomini prima dell’invenzione dei codici usati per la scrittura. Pertanto qualunque fotografia è già un linguaggio dotato di propri codici, non solo quelle (come la presente) dove si mostrano dei segni che possono essere paragonati ai simboli usati per scrivere.

  2. Difficile commentare una foto singola quando è inusuale. Pertanto la guardo senza commentarla affascinato dal suo mistero, subendo la prigionia delle sbarre e delle mura che raffigura o che immagino che siano

  3. Fabrizio P. scrive:

    E’ un’immagine singola dove l’autore con il titolo gli imprime un significato.Quale? Dire “linguaggio” , ovviamente, ma e come i tanti che dicono che l’immagine deve essere lasciata alla libera interpretazione in modo che questa possa assumere piu’ significati o possa al fine prendere l’interpretazione piu’ idonea, migliore e calzarla.Dire “linguaggio” puo’ portare a scomodare Flusser, puo’ portare a dire che l’immagine e’ il linguaggio che ha un suo alfabeto, una sua codifica, puo’ portare a dire che il “linguaggio” e’ anche il solo vedere, il solo percepire, la solo emotivita’ etc….un titolo molto importante per una sola immagine e’ un po’ riduttivo (per l’immagine direi) a meno di una prefazione dell’autore. Fino a qualche anno fa la pensavo come Flusser, ma tra riflessioni varie e ricerche, fotografia, web etc… sono sempre piu’ convinto che la parola ci sara’ sempre e l’immagine senza la parola sara’ sempre “monca”.Fateci caso quante parole usiamo per descirivere un’immagine, per interpretarla, per raccontarla…e qui non si usa la parola? Certo se l’immagine e’ votata alla sola emotivita’ la parola puo’ solo “condire”,essere di “ornamento” ad un linguaggio umano, universale, quindi riconosciuto da tutti, in quantita’ e qualita’ piu’ o meno diversa (linguaggio universale alla portata di tutti e quindi da quando la Fotografia si e’ massificata linguaggio che imperversa ovunque con alti riconoscimenti!!??!!!) quindi se ne potrebbe fare a meno (e spesso e’ meglio evitare titoli che la banalizzano) , se invece l’immagine vuole dire qualcosa,vuole esporre un concetto, un pensiero, una riflessione, come in questo caso, allora la “parola” e’ la compagna dell’immagine, indispensabile, per il semplice motivo che non e’ un linguaggio universale, ma e’ un linguaggio che puo’ essere colto solo da chi possiede una certa cultura, e dato che non tutti abbiamo allo stesso modo questa risorsa ecco che il percorso attraverso l’idea, il pensiero, la riflessione che l’autore ha fatto per arrivare a tale risultato non puo’ averla fatta allo stesso modo chi osserva l’immagine, o avere quelle stesse conoscenze per arrivare a capirne il significato. Se vogliamo che questo tipo di Fotografia (che mi appartiene) arrivi alle persone, bisogna che l’autore spieghi il suo intento anche attraverso il titolo (guarda caso e’ “parola”) che riassume il concetto.Ma non e’ facile essere anche ottimi conoscitori della parola e quindi individuarne sempre quella che calza con l’immagine, con il pensiero dell’autore diventa impresa difficile in quanto si rischia di banalizzare o di darne una percezione che non e’ ne carne ne’ pesce.Qui si gioca sulla linearita’ (forma, geometria), sul chiaro scuro, che crea una specifica percezione che mette lo spettatore nella condizione di una percezione labirintica che si avvicina all’idea di un “linguaggio”.Ciao

  4. Enrico Maddalena scrive:

    Non uso quasi mai citare gli autori che ho letto, ma questa volta faccio una eccezione e riporto un brano di Giséle Freund che dimostra come il titolo possa a volte stravolgere il senso di una foto:
    “Un giorno, feci tutta una serie di fotografie, prendendo come bersaglio un agente di cambio. Ora sorridente, ora angosciato, asciugandosi il viso rotondo, esortava il pubblico con grandi gesti. Inviai le fotografie a diverse riviste illustrate europee con il titolo anodino Istantanee della Borsa di Parigi. Qualche tempo dopo ricevetti i ritagli di un giornale belga e quale fu la mia sorpresa nel vedere le mie fotografie accompagnate da un grosso titolo: Rialzo alla Borsa di Parigi, alcune azioni raggiungono prezzi favolosi. Grazie a sottotitoli ingegnosi, il mio innocente piccolo servizio acquistava il sapore di un avvenimento finanziario. Lo stupore per poco non mi paralizzò quando qualche giorno dopo ritrovai le stesse fotografie in un giornale tedesco, questa volta con il titolo Panico alla Borsa di Parigi, fortune crollano, migliaia di persone rovinate. Le mie immagini illustravano perfettamente la disperazione del venditore e lo smarrimento dello speculatore sull’orlo della rovina. Era evidente che le due pubblicazioni avevano dato alle mie fotografie un significato diametralmente opposto, che rispondeva alle rispettive intenzioni politiche. L’obiettività dell’immagine è soltanto un’illusione. Le didascalie che la commentano possono mutarne radicalmente il significato.”
    In alcuni casi il titolo può fornire una chiave di lettura che aiuta a capire l’intenzione dell’autore. Altre volte capita che l’autore manifesti una intenzione che non è stato capace però di esprimere attraverso l’immagine.
    E’ chiaro che sto facendo un discorso generale, non riferito a questa immagine.
    In effetti, un analfabeta o un bambino in età prescolare, nelle pagine di un libro vede tanti segni organizzati, senza capirne il senso. Pertanto, in questo caso, condivido la sensazione provata dall’autore.

  5. Fabrizio P. scrive:

    D’accordo Maddalena, ma stiamo parlando di due linguaggi : “parola” e “fotografia”. La “parola” che accompagna l’uomo dalla sua nascita e che va di pari passo con la storia dell’uomo, ha sempre portato con se’ l’immaginare fotograficamente cio’ che le parole emanano.La “fotografia” molto giovane come linguaggio, ha la prerogativa di invertire quel processo dove tramite l’immagine avvertiamo sensazioni che poi non possiamo spiegare con altre immagini e quindi usiamo la “parola”.Ma fin quando la Fotografia la rivolgiamo ad un’aspetto emotivo allora non esiste parola che possa esprimere in toto cio’ che proviamo, ci si puo’ avvicinare, diversamente per una Fotografia piu’ di concetto se questa non viene spiegata, dall’altra parte ci si fermera’ per la maggior parte, alla sola emotivita’, alla sola esteticita’, tecnica, alla sua oggettivita’.Ma ovviamente per spiegare l’immagine attraverso un titolo bisogna avere anche una conoscenza della parola e qui sta la difficolta’.Nella mia esperienza, nei miei esperimenti anche attraverso qualche mostra interattiva, ho verificato quanto la parola sia importante, spesso necessaria, in un tipo di Fotografia per avvicinare il pubblico alla comprensione dell’intento e non nel giustificare l’importanza,il valore dell’immagine.Infatti portando a comprendere il percorso fatto per arrivare a quel lavoro fotografico, o a quella immagine, l’osservatore riceve un’importante tassello (conoscenza) che insieme all’estetica,ad un senso di inquadratura in generale acquisita dai mass-media e altro puo’ dare una lettura che parte dalla riuscita o no dell’intento dell’autore e arriva ad una soggettivita’ piu’ marcata che sfocia alcune volte in una interpretazione personale che si affianca alle altre possibili interpretazioni poiche’ l’immagine e’ un contenitori di significati.Ciao

  6. maurizio tieghi scrive:

    @ Fabrizio. mi permetto uno puntualizzazione anche in riferimento a Flusser, è cosa diverso il linguaggio dalla scrittura, il primo è stato usato dall’homo sapiens molto prima dal secondo, mentre l’immagine è antecedente ad entrambi. Dal linguaggio usando dei simboli tramite dei codici si è arrivati alla scrittura, quello mostrato nella fotografia potrebbe essere assimilato a dei simboli che tramite una decodifica potrebbe diventare (oppure esserlo di già) un modo per raffigurare delle parole orali. E’ il pensiero razionale che fornisce un significato convenzionale al simbolo. L’immagine creata dall’uomo, geroglifico oppure fotografia in fondo è la medesima cosa, non ha bisogno di istruzioni per essere decodificata, per esempio il disegno o la foto del cielo con nuvole può essere compresa da tutti gli abitanti del pianeta.

  7. maurizio tieghi scrive:

    @ Fabrizio. Immagine e linguaggio sono due cose diverse, possono convivere, avere bisogno l’una dell’altra, ma anche vivere in piena autonomia. Personalmente produco fotografie che sono sicuramente figlie sia delle immagine già viste ma anche delle parole già ascoltate e lette. Quando appendo delle parole in calce alle foto degli altri fotografi, come nel caso di questo blog, produco semplicemente della bassa letteratura, non esprimo giudizi di tipo fotografico, non ne ho le intenzione e nemmeno i titoli per poterlo fare. Questo in risposta alle tue cortesi parole espresse nei miei confronti in un’altra parte del blog. visto una cortesia tira l’altra confesso che è molto istruttivo e piacevole leggerti.

  8. Fabrizio P. scrive:

    @Maurizio , la differenza tra i vari linguaggi direi che e’ evidente e gia’ espressa nel mio commento precedente, quindi d’accordo su questo. In parte sono d’accordo anche sul fatto che la Fotografia, inizialmente aggiungerei, non ha bisogno di una conoscenza particolare per decodificare cio’ che oggettivamente vediamo (ripeto “oggettivamente”) e l’esempio che hai fatto del cielo con le nuvolette spiega benissimo come una certa elementarita’ di codice sia alla portata di tutti, ma questa e’ proprio un’esempio di immagine elementare che , se vogliamo andare un po’ oltre coglie aspetti iniziali di ogni tipo di arte che e’ l’emotivita’ che ,qui d’accordo con te, non ha bisogno di codifiche particolari (un tramonto, un viale alberato, una paesaggio, una colomba in volo, una barchetta sul mare, un giocattolo su una panchina etc…), sono alla portata di tutti con piu’ o meno intensita’, ma rimanendo ancorati all’immagine proposta non puoi’ dirmi che questa puo’ rimanere solo all’interno di un’aspetto emotivo, di memoria e quindi estremamente soggettiva e capita da tutti gli abitanti del pianeta (facendo riferimento ad una tua frase), qui sono dall’altra parte della “barricata” ha!ha!ha!, perche’ questa e’ un’immagine che supera la barriera ormai quotidiana del fast-food di immagini che ogni giorno la massa propone (me compreso), questa e’ un tipo di Fotografia che tetta di andare oltre , e il titolo lo dice anche se troppo generico,.Questo oltre non puo’ essere fermato alla sola emotivita’, al suo interno ci sono segni, c’e’ un gioco geometrico, ci sono delle divisioni che creano dei settori come se fosse lo smembramento di un’immagine che contenendo molti significati questi sono evidenziati ipoteticamente da quei riquadri, vi e’ il chiaro scuro che porta con se altri significati, vi sono figure retoriche etc…Questo se chi osserva non conosce non potra’ mai vederle, non potra’ mai leggerle, quindi codificarle, e dato che la Fotografia e’ comunicazione a tutti gli effetti, quindi anche educazione all’immagine, quindi ,anche attraverso di essa, come un libro, come un documentario etc… portatrice di conoscenza,questa ha bisogno di essere accompagnata da un’altro linguaggio “la parola” che possa introdurre in altro modo,spiegare, far comprende, far conoscere la ricerca, il pensiero, la conoscenza dell’autore che ha portato a questo risultato. E questo comunque sara’ sempre compreso da pochi, molti si fermeranno alla parte primaria “l’emotivita’” altri proseguiranno in riflessioni, in ricerca e aggiungeranno un’altro tassello con un’altra immagine alla loro conoscenza aiutando a sua volta a far conoscere ad altri il suo pensiero , il suo concetto espresso, etc…io continuo a “verificare” quanto sia importante la parola per un certo tipo di Fotografia che non si ferma all’emotivita’, e’ essenziale per cercare, ripeto “cercare”, di farla comprendere a piu’ persone. Ho fatto un’esperimento con una mostra e il risultato e’ stato sorprendente.E’ da qui si e’ rafforzata la mia, per ora, convizione. Ci sarebbe molto da dire e da riportare come esempi ed esperienze ma credo di avere esposto il mio pensiero di base.Grazie, grazie di questo bel confronto che per me aggiunge tasselli alle mie riflessioni sulla Fotografia, soprattutto sull’immagine e spero che possano essere utili all’autore di questa foto per fare altrte riflessioni e perche no portare altre idee.Ciao Fabrizio P.

  9. Domenico Brizio scrive:

    Premesso che la fotografia mi affascina e premesso che sarà difficile separare il linguaggio umano dal suono articolato che lo descrive, una fotografia ‘parla’ – tanto per usare un verbo strausato – poche volte da sola in modo compiuto. Se non altro perchè è una rappresentazione – sempre – magari della stessa idea-situazione descritta dal liguaggio che si rifà al suono (imho, naturalmente)

  10. Antony Catania scrive:

    Una rappresentazione dove l’astrattismo geometrico fà da padrone, intersezione di linee che danno vita a queste geometrie lasciano spazio alla libera e soggettiva interpretazione di chi li guarda. A volte anche un semplice particolare dà vita a una libera espressione concettuale di ciò che ognuno di noi legge nel guardarlo.

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